La trappola di avere sempre un programma

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Alla maggior parte di noi, capita di pianificare la propria vita prevedendo che negli anni a venire ciò che stiamo decidendo “adesso” andrà sempre bene: a 25 anni voglio sposarmi, fare un figlio a 30, andare in pensione a 60. Tendiamo a controllare “la nostra agenda” per capire a che punto siamo o a quale dovremmo essere, e ci sentiamo dei falliti se non riusciamo a rispettare questa tabella di marcia.

Sicuramente l’atteggiamento più sano sarebbe quello di prendere nuove decisioni al momento debito, avendo abbastanza fiducia in noi stessi da permetterci di cambiare programma. Del resto la sicurezza in se stessi è l’unica sicurezza durevole, anche perché nessuno potrà mai garantirci alcunché per il futuro. Ma quanti di noi possono vantare una cieca sicurezza in sé stessi?

Purtroppo nella nostra società il timore di sbagliare viene inculcato sin dall’infanzia, eppure Dyer nel suo libro “Le vostre zone erronee” spiega che il fallimento di per sé non esiste, e che si tratta solo di un’opinione altrui su come una certa cosa avrebbe dovuto essere portata a termine. Se si fallisce, lo si può fare soltanto secondo il proprio criterio di valutazione, non secondo quello degli altri. E come se non bastasse, oltre a pensare di aver fallito nella tal cosa, siamo soliti assimilare quel fallimento alla stima di se’: ma fallire in qualcosa non significa aver fallito come persona. D’altronde veniamo continuamente spinti a fare le cose al meglio delle nostre possibilità, ma chi ha detto che non si possono fare le cose con naturalezza e mediocrità? Anche perché per paura di non riuscire a fare una cosa al meglio, il più delle volte finisce che non la facciamo affatto, e abbandoniamo prima ancora di aver provato.

Winston Churchill disse sulla mania della perfezione:”Perché dovresti fare tutto bene? Chi deve metterti il voto?”

Perfezione vuol dire immobilità: se hai esigenze di perfezione, non tentarai mai nulla, perché il concetto di perfezione non è applicabile agli essere umani. Nelle attività che non ci piacciono, il solo fare è più importante del riuscire. Purtroppo i bimbi imparano subito il messaggio che li induce a misurare il proprio valore sulla base dei propri insuccessi, dunque tendono ad evitare le attività in cui non eccellono. Sono portati ad arrendersi dopo il primo fallimento, perché non hanno stima in se’. Ma la verità è che non si impara nulla dal successo, mentre invece si impara molto dai fallimenti.

Di seguito Dyer ci propone degli esempi di comportamento dettati dalla paura per l’ignoto e del fallimento:

  • mangiare sempre le stesse cose, evitando sapori diversi ed esotici: anche se ognuno ha i propri gusti, rifiutare di assaggiare cibi che non si conoscono è pura rigidità;
  • indossare lo stesso tipo di abiti, non provare mai un nuovo taglio, non cambiare stile;
  • leggere sempre gli stessi giornali e riviste e non ammettere il punto di vista contrario;
  • avere paura di andare altrove perché la gente, la lingua, i costumi sono differenti;
  • temere di non saper fare bene una cosa e per questo evitarla;
  • evitare chiunque venga definito “deviante” anziché cercare di conoscerlo meglio;
  • tenersi un impiego che non ci piace per paura di non trovare altro o per le incognite di un nuovo lavoro;
  • restare imprigionati in un matrimonio infelice per paura di ciò che gli altri potrebbero pensare e per paura di non trovare un’altra persona che sia adatta a noi;
  • passare le ferie sempre nel solito posto, nella stessa stagione;
  • fare le cose in funzione del risultato e non del godimento, e quindi fare solo quelle che si fanno bene ed evitare quelle in cui si potrebbe fallire e risultare mediocri;
  • essere incapaci di cambiare programma se si presenta un’alternativa interessante;
  • preoccuparci del tempo e lasciare che siano gli orologi a regolare la nostra vita;
  • nei rapporti sessuali, fare sempre le stesse cose nelle stesse posizioni;
  • nascondersi sempre dietro agli stessi amici;
  • tenersi in disparte per paura di avventurarsi in conversazioni con estranei;
  • condannarsi se non si riesce in tutto ciò che si intraprende.

Tutti questi atteggiamenti ci permettono di tenere a bada la paura dell’ignoto, anche se ciò è costoso in termini di crescita e soddisfazioni. E’ più facile percorrere un sentiero battuto che esplorare, perché le sfide possono costituire una minaccia.

Con la scusa di posporre la soddisfazione personale (comportamento che abbiamo sempre sentito definire “maturo”), restiamo con ciò a cui siamo avvezzi e giustifichiamo quel comportamento: in realtà restiamo come siamo per non affrontare ciò che non conosciamo.

Di seguito un breve elenco con alcune strategie per affrontare l’ignoto.

  • Cercare, in maniera selettiva, di sperimentare nuove cose (banalmente anche al ristorante o in palestra);
  • frequentare persone che non conosciamo;
  • rinunciare a volere sempre una ragione per tutto ciò che facciamo: possiamo fare le cose semplicemente perché lo desideriamo;
  • cominciare a correre rischi che ci facciano uscire dalla routine;
  • interiorizzare il concetto che possiamo essere efficienti non grazie alle circostanze esterne ma grazie alla nostra forza interiore: le nostre capacità ci consentono di far fronte all’ignoto se glielo permettiamo;
  • quando ci sorprendiamo ad evitare ciò che non conosciamo, domandiamoci “Qual è la cosa peggiore che potrebbe capitarmi?”. Probabilmente scopriremo che le paure che abbiamo sono sproporzionate rispetto alle conseguenze reali
  • fare qualcosa di sciocco e non ben visto: spesso la paura di sbagliare equivale alla paura di risultare ridicoli o venire disapprovati. Se lasciamo che gli altri si tengano le loro opinioni, le quali non hanno nulla a che fare con noi, possiamo cominciare a valutare il nostro comportamento secondo i nostri (e non altrui) criteri di giudizio. In questo modo potremo stimare le nostre capacità non come migliori o peggiori,  ma semplicemente come diverse da quelle degli altri;
  • Valutare il nostro comportamento non sulla base di ciò in cui crediamo (e quindi del passato) ma di quello che scaturisce dall’esperienza presente. Possiamo essere quello che vogliamo. Quando ricaschiamo nel tipico comportamento evasivo ed esente da rischi, prendiamone coscienza e ripetiamoci che non c’è nulla di male a non sapere dove si stia andando in ogni momento della propria vita. La consapevolezza di una vita di routine è il primo passo per uscirne.

Non è importante sapere esattamente dove stiamo andando, ma è fondamentale essere sulla nostra strada e non su quella che qualcun ha deciso essere adatta a noi.

 

Ci meritiamo l’estinzione

Ieri pomeriggio abbiamo fatto un salto a Livorno sperando di trovare un paio di cappotti ancora in saldo, anche se le speranze erano davvero minime. Prima di entrare da Zara ci siamo fermati in un bar di via Grande, scoprendo che era gestito da un ragazzo di chiare origini orientali e da sua madre. La prima cosa che ho pensato é che quel ragazzo se la cavava davvero bene nonostante la giovane età, e che preferivo il suo italiano dall’accento orientale alla parlata grezza e a tratti esagerata di molti autoctoni (molti potranno dissentire, ma è questione di gusti, come per la musica). Mentre aspettavamo che ci preparasse un caffè, vedo entrare nel bar tre donne sulla cinquantina. Si capiva che erano tre amiche, assorte com’erano tra chiacchiere e risate. Se non fosse che la prima alza lo sguardo sul barista, e d’improvviso quegli occhi che un attimo prima sprizzavano gioia e serenità si spalancano e diventano di cenere, e l’unica cosa che potevi leggerci dentro era paura, una fottuta paura. La metamorfosi è durata pochi attimi: non appena la donna è riuscita a riaversi, si è girata di scatto e, come una chioccia che spalanchi le ali per proteggere i suoi pulcini, ha aperto le braccia trascinando fuori le sue amiche (ignare di tutto). Dalla sua reazione si potrebbe pensare che in quel bar fosse in atto un incendio, ma sarei stata così tranquilla ad aspettare il mio caffè se così fosse stato? Domanda retorica. Potete quindi immaginare cosa abbia realmente scatenato il terrore di quella donna? Se non vi viene in mente niente, tranquilli, è perfettamente normale (se non avessi visto quella scena coi miei occhi, probabilmente neanche io ci sarei arrivata). La risposta è più banale di quanto pensiate: l’ignoranza. Sí perché il suo cervello deve aver associato gli occhi a mandorla di quel ragazzo con la Cina (plausibile), e la Cina con il Corona Virus, e il Corona Virus con la morte. La sua morte. Dopo un attimo di sgomento, dopo aver sussurrato “non ci posso credere”, ho pensato che l’estinzione noi ce la meritiamo tutta. Ho pensato che se ciascuno di noi passasse più tempo a riflettere che a parlare, ad informarsi anziché sfondarsi di Social, forse una speranza ancora ci sarebbe…ma ahimè ad oggi non é così. Se quella donna si fosse informata (senza lasciarsi condizionare dai titoloni dei giornali e dai servizi allarmisti dei TG), avrebbe scoperto che il Corona Virus causa sí infezioni alle vie respiratorie, ma che spesso queste infezioni sono di lieve entità, e che solo in alcuni casi, in cui il soggetto sia anziano, debilitato o con un basso livello di difese immunitarie, può causare la morte. Questo per dire che va benissimo che adesso ci sia attenzione su un virus potenzialmente molto pericoloso, che è giusto informare la popolazione mondiale, che è sacrosanto triplicare i controlli per fare in modo che non si espanda a macchia d’olio, ma in tutto questo dovremmo anche comprendere che non si tratta di peste bubbonica, e soprattutto che gli occhi a mandorla non fanno necessariamente di un ragazzo un portatore sano di Corona Virus. Ma probabilmente sto chiedendo troppo, quindi lascio tra le righe di questo post l’amaro che ancora mi sento in bocca e vado avanti, attendendo con ansia che un meteorite di dimensioni mostruose faccia piazza pulita dell’unica razza di cui avrebbe senso parlare: quella umana.

Senso di colpa e inquietudine

Proseguo lo stringato racconto del libro “Le vostre zone erronee” di Dyer dedicandomi al capitolo che tratta quelle che lui definisce “emozioni inutili”: il senso di colpa (per ciò che è accaduto in passato) e l’inquietudine (per ciò che potrebbe accadere in futuro).

Dyer spiega che entrambe queste emozioni sono le forme più comuni di angoscia, e che ci paralizzano nel momento presente, perchè di fatto, che tu guardi avanti o indietro, il risultato è il medesimo: butti via il presente.

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Per la nostra cultura, non sentirsi colpevoli è un male, e tra le persone non preoccuparsi per se stessi e gli altri è considerato inumano. Ma nessun senso di colpa può mutare il passato. Va bene imparare dai proprio errori, anzi è indispensabile per la crescita di ciascuno, ma è malsano continuare a nutrire il senso di colpa: che senso ha sentirsi inutilmente offesi, irritati o depressi per una cosa già successa? (Domanda decisamente retorica).

Il senso di colpa nasce da una mentalità puritana e viene appreso in tenerissima età: ciascuno di noi si è sentito in colpa quando ha deluso i proprio genitori. Non a caso viene usato dai genitori per manipolare i propri figli e fargli fare determinate cose: dal moento che “si sono sacrificati per noi”, gli siamo in un certo senso debitori. E da adulti la solfa non cambia, tanto che arriviamo ad autoimporci il senso di colpa per aver infranto un codice al quale si professava di credere (vedi l’ambito religioso), o per aver deluso un insegnante, un capo o una persona a noi cara. Se ci pensiamo bene, anche la punizione per chi commette reati più o meno gravi è la stessa: restare in prigione e soffrire per quello che si è commesso, piuttosto che intraprendere un programma di recupero ed essere utili alla società in qualche modo.

Anche la sessualità o il regime dietetico ingenerano immani sensi di colpa: sei a dieta e mangi un dolce? Soffrirari un giorno intero per la debolezza di un momento.

Purtroppo nella nostra cultura i messaggi repressivi sono onnipresenti, ma se dopo ogni errore ci assolviamo col senso di colpa, siamo continuamente tentati di ripetere quella data azione. Dovremmo semplicemente imparare a godere di ciò che ci piace e che rientra nella nostra scala di valori senza nuocere agli altri, senza sentirci in colpa per qualsiasi cosa.

Nonostante le continue influenze esterne, è però possibile cambiare il nostro atteggiamento nei confronti di ciò che desta in noi un senso di colpa, e Dyer ci succerisce alcune strategie per farlo:

  • Cominciare a guardare al passato come a qualcosa di immutabile, malgrado i penosi stati d’animo che può suscitare. Non c’è senso di colpa che possa cambiarlo.
  • Domandarsi cos’è che stiamo evitando nel presente ricorrendo al senso di colpa sul passato. Lavorando a ciò che evitavamo, elimineremo il bisogno di sentirci in colpa.
  • Accettare cose di noi stessi che abbiamo scelto, ma che ad altri possono non piacere.
  • Tenere un diario su quanto, perché e con chi ci sentiamo in colpa.
  • Riconsiderare il nostro sistema di valori: a quali valori credi profondamente, e a quali invece dai solo a vedere di accettare?
  • Fare una lista di tutte le cattive azioni commesse, e assegnare a ciascuna un punteggio relativamente al senso di colpa da 1 a 10. Poi fare la somma, e vedere se il fatto che dia 1 o un milione cambia qualcosa nel presente.
  • Far capire agli altri che non accettiamo che ci facciano sentire in colpa

Come per il senso di colpa, la nostra società incoraggia anche l’inquietudine, tanto che è considerato normalissimo dimostrare il proprio amore con la preoccupazione. Ma l’ansia non può risolvere un problema futuro, piuttosto può impedire di affrontare i momenti presenti. E’ inutile avere ansia per cose che sfuggono al nostro controllo, e sarebbe di gran lunga meglio passare il tempo ad agire anzichè preoccuparsi inutilmente.

Ecco, anche per l’inquietudine, alcune strategie per cambira il nostro atteggiamento:

  • Invece di farci ossessionare dal futuro, consideriamo il presente come fatto di momenti da vivere. Quando ci sorprendiamo in ansia, domandiamoci “A cosa sto tentando di sfuggire adesso?”, e facciamo ciò che stavamo evitando. Il miglior antidoto all’inquietudine è l’azione.
  • Concedere tempi sempre più brevi alle inquietudini (magari 10 minuti al mattino e 10 nel pomeriggio, rimandando tutta l’ansia a quei brevi periodi di tempo).
  • Fare un elenco delle cose di cui ci siamo preoccupati, e chiedersi se è stato produttivo. Quante delle cose che temevamo si sono avverate?

Oggi l’ignoto viene associato al pericoloso, tanto che si considera più sicuro cercare di prevedere il futuro. Ma visto che nessuno di noi è veggente, la cosa più sana da fare sarebbe vivere con spontaneità: dobbiamo tentare anche quando l’esito è dubbio ed aprirci a nuove esperienze, eliminando parte della routine che ci attanaglia ogni giorno.

in fine, vorrei chiudere questo “capitolo” con una domanda che Dyer usa a questo punto e che mi è piaciuta molto:

“Hai vissuto 100 giorni, o hai vissuto 100 volte lo stesso giorno?”

Qui il prossimo post.

Liberarsi del passato

Mi ricollego al mio ultimo post sul libro “Le vostre zone erronee – Guida all’indipendenza dello spirito” di Wayne W.Dyer per approfondire uno dei comportamenti “erronei” che ostacolano la nostra autodeterminazione, ovvero il rapporto malsano che abbiamo con il nostro passato.

Tutti noi ci definiamo in base al nostro passato e alle etichette che noi stessi e gli altri ci hanno affibbiato nel tempo. Questo però non ci consente di crescere, perché a definirci sempre nello stesso ne consegue che resteremo immobili e che niente cambierà. Ovviamente non tutte le etichette sono di ostacolo; ma per quelle che lo sono, possiamo decidere in ogni momento di mettere in atto un cambiamento.

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Noi tutti ogni giorno etichettiamo ed incaselliamo gli altri, perché metterli all’interno di una determinata categoria ci rendere tutto più semplice, e una volta che qualcuno è etichettato, siamo scettici all’idea che in qualche modo possa cambiare. Ma le etichette peggiori sono quelle che noi diamo a noi stessi, perché spesso anziché semplici categorie, diventano vere e proprie scuse dietro cui nasconderci per motivare qualcosa che non vogliamo o riusciamo a fare. Avete presente le classiche frasi del tipo: “Sono troppo vecchio per questo”; oppure:”Sono troppo pigra per uscire la sera”? Sono tutti meri pretesti, dei comportamenti arrendevoli che ci mettono al riparo da ogni rischio.

Dyer propone una lista di dieci tipiche auto connotazioni per dimostrare quanto questo meccanismo sia subdolo e cementato nella personalità di ciascuno di noi. Eccole in sintesi:

  1. NON SONO BRAVO IN MATEMATICA/LINGUE/GEOGRAFIA: questo sono auto connotazioni di tipo scolastico, e pronunciarle garantisce che non metteremo mai il dovuto impegno in cose in cui diciamo di non essere bravi;
  2. SONO UNA SCHIAPPA IN CUCINA/IN DISEGNO/A CANTARE: fare questo tipo di affermazione garantisce che in futuro non avremo mai a che fare con questi campi, perché in passato abbiamo provato e abbiamo fallito. Questo ragionamento è altresì legato all’errata convinzione che non si debba fare niente che non sia fatto davvero bene.
  3. SONO TIMIDO/RISERVATO/ANSIOSO/HO PAURA: sono tutte auto connotazioni che chiamano in causa la genetica; anziché sfidarle, le accettiamo passivamente dando al contempo la colpa ai nostri genitori. Con queste esternazioni ci sentiremo sempre giustificati a non affermare la nostra personalità in situazioni che consideriamo ostiche. Ma tutto ciò è soltanto un residuo dell’infanzia in cui gli altri avevano tutto l’interessa a farti credere che eravamo incapace di pensare con la nostra testa. Ciò che facciamo è annullare il concetto che possiamo scegliere la nostra personalità, adagiandoci sul fatto che non possiamo essere diversi da come siamo sempre stati.
  4. SONO GOFFO, SCOORDINATO IMBRANATO: auto connotazioni imparate da piccoli che ci evitano di cadere nel ridicolo. In realtà non si tratta di un limite reale, perché probabilmente se lo siamo, è soltanto perché non ci siamo mai esercitati abbastanza.
  5. SONO POCO ATTRAENTE/BRUTTA/PIATTA/GRASSA: le auto connotazioni inerenti l’aspetto fisico servono a non farci correre rischi con l’altro sesso, ma la realtà è che vediamo soltanto già che vogliamo vedere, persino nello specchio.
  6. SONO DISORGANIZZATO/METICOLOSO: auto connotazioni che servono a giustificare il nostro modo di fare certe cose, e servono ad evitarci il rischio di comportarci diversamente dal solito.
  7. DIMENTICO TUTTO/SONO IMPRUDENTE/SONO APATICO: diciamo queste cose per punirci per la nostra inefficienza e non sentirci tenuti a cambiare, risparmiandoci di correggere le nostre distrazioni.
  8. SONO ITALIANO/TEDESCO/EBREO/CRISTIANO: sono etichette etniche che usiamo quando ci comportiamo in modi stereotipati connessi alla nostra cultura.
  9. SONO PREPOTENTE/AGGRESSIVO/AUTORITARIO: etichette che utilizziamo per evitare di disciplinarci.
  10. SONO VECCHIO/SONO STANCO: auto connotazioni che utilizziamo quando non vogliamo fare cose nuove che possano comportare dei rischi. Ma questo ferma la nostra crescita e ci preclude la possibilità di provare emozioni.

Il brutto delle etichette che diamo a noi stessi, è che hanno dei notevoli vantaggi a cui non sempre siamo disposti a fare a meno. Essenzialmente ci forniscono in ogni situazione una possibilità di fuga. Il problema è che, dopo esserci serviti a lungo di certe etichette, arriviamo a crederci ciecamente, e da quel momento diventiamo un “prodotto finito”, destinato a rimanere invariato per il resto della nostra vita.

Senza rendercene conto, siamo vittime di un circolo vizioso che non è semplice interrompere: se facciamo qualcosa credendo ad esempio di essere goffi, ci comporteremo anche di conseguenza, e la spiacevole esperienza che ne conseguirà non farà che rafforzare ciò che già credevamo in partenza.

D’altronde la paura di provare davvero, lasciando da parte i pregiudizi, è talmente forte da impedirci di tentare. Definirsi è più facile che provare e cambiare.

Alcune strategie per liberarsi del passato ed eliminare auto connotazioni opprimenti

  • Abolire “Io sono (così e così)” e sostituirlo con frasi come “Fino ad oggi ho scelto di essere così”. Sostituire “Questo sono io” con “Questo ero io“, “Non posso farci nulla” con “Posso cambiare se voglio“, “Sono sempre stato così” con “Ho intenzione di essere diverso“, “E’ la mia natura” con “E’ quella che credevo essere la mia natura”.
  • Stabilire dei traguardi comportamentali per agire in maniera diversa da quella consueta (ad esempio andare a parlare con chi normalmente avremmo evitato)
  • Tenere un diario su cui segnare gli episodi di auto connotazione, tentando di diminuirli sempre di più
  • Dedicare un pomeriggio ad una nuova attività che avevamo sempre evitato, per vedere se l’etichetta che eravamo soliti darci resta invariata

Ovviamente si tratta di un misero concentrato dei concetti che Dyer propone con semplicità, arricchiti da parole scelte con cura ed esempi calzanti. D’altronde il bello di questi libri è che puoi parlarne quanto vuoi perché tanto non c’è alcun finale che si rischia di spoilerare 😉

Le vostre zone erronee – Una lettura illuminante

Mentre mi interrogavo per capire quali fossero le mie reali passioni, quelle che davvero desiderassi coltivare nel prossimo futuro, mi sono resa conto che oltre alla musica, alla lettura e alla scrittura, non avrei potuto fare a meno di continuare ad indagare i misteri  della psiche umana, un po’ per capire me stessa, un po’ per capire (e magari smettere di temere) le persone che mi circondano.

E cercando online qualche testo di psicologia da tenere sul comodino per colmare i tempi morti tra un romanzo rosa e un giallo, mi sono imbattuta in un libro che, con estrema semplicità, mi ha aperto nuove frontiere dell’introspezione, oltre a fornirmi delle interessanti chiavi di lettura sui rapporti interpersonali.

81QwdX0WAsLIl libro “LE VOSTRE ZONE ERRONEE – Guida all’indipendenza dello spirito” dello psicologo e scrittore Wayne W.Dyer, tratta essenzialmente le fragilità umane riscontrabili nella stragrande maggioranza delle persone, e non solo ne spiega le origini e i risvolti nella vita di ogni giorno, ma regala anche qualche prezioso consiglio per aiutarci a migliorare lasciandoci queste “zone erronee” alle spalle.

Era tanto che aspettavo una lettura di questo tipo, e il fatto di essermici imbattuta per caso in un momento di forte fragilità, mi ha davvero impressionata. Non si tratta di uno di quei libri mirati a venderti l’illusione della felicità e a propinarti frasi motivazionali che, senza una buona base di comprensione, lasciano un po’ il tempo che trovano. Gli 8,50 € meglio spesi delle ultime settimane! Ne consiglio la lettura a chiunque si trovasse in un momento di smarrimento, ma anche a chi volesse capire meglio i meccanismi (spesso inconsci) che portano l’essere umano a reagire e comportarsi in un determinato modo e sfruttare queste nuove conoscenze per fare un percorso di crescita personale.

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Dyer comincia il suo saggio (tra l’altro pensato e scritto per persone assolutamente digiune di psicologia e termini medici specifici) con l’ammissione che “cambiare costa fatica“. È questo uno dei principali motivi che ci spinge all’inerzia, a perseverare nei nostri comportamenti “erronei”. E badate bene: con “erronei”non intende comportamenti “sbagliati” e disapprovati dalla società, tutt’altro! Nella maggior parte dei casi qui si parla di comportamenti che la società non solo approva, ma addirittura incoraggia, ma che sono estremamente dannosi per noi stessi sotto tutti i punti di vista: per la nostra parte razionale, per quella emozionale e, nei casi più spinti, per il nostro stato di salute. Non si tratta di “aggiustare qualcosa di rotto”, ma bensì di comprendere e addirittura crescere se lo si vuole.

Potrebbe sembrare assurdo, ma se ci pensiamo bene nella quotidianità ci sentiamo spesso molto più sicuri ad attenerci ad un modo di reagire che conosciamo, benché autodistruttivo, piuttosto che a cambiare le nostre abitudini. Quali saranno mai queste abitudini autodistruttive che non riusciamo a cambiare? Non siamo mica degli automi senza cervello che continuano a perseverare in qualcosa che ci fa del male? In effetti no, non siamo degli automi, ma ciò non toglie che, senza esserne davvero consapevoli, spesso ci comportiamo come se lo fossimo. Chi, ad esempio, può dirsi privo di rimpianti, di ansie, di preoccupazioni, di desideri che forse non si realizzeranno mai? Se non tutti, quanto meno la maggior parte di noi. Questo prova che qualcosa nei nostri meccanismi profondi non funziona come sarebbe naturale che funzionasse.

Dyer spiega che qualsiasi comportamento autodistruttivo che mettiamo in atto, è un modo per evitare il presente, l’adesso. Eppure non ha senso, visto che il presente è l’unico momento in cui possiamo fare esperienza. A cosa serve rimuginare continuamente sulle esperienze passate o su quelle future? La domanda è ovviamente retorica.

La vita è nostra, e dovremmo farla così come noi la vogliamo. Ma spesso non sappiamo neanche cosa vorremmo davvero, e allora potrebbe essere davvero arrivato il momento di scendere nel profondo per comprenderne i motivi e abbracciare nuovi processi mentali che ci consentano di dirigere noi stessi esattamente lì dove vogliamo. Ovviamente non è semplicissimo dal momento che veramente tantissime forze cospirano contro la responsabilità individuale, ma ciò non significa che con le conoscenze giuste e un po’ di impegno sia impossibile.

Tendenzialmente le nostre giornate sono fatte di passaggi tra un determinato stato d’animo e un altro: un momento ti senti sereno, quello dopo qualcosa ti turba e ti arrabbi, poi ti senti ansioso per qualcosa che dovrà accadere, e non poterlo comandare ti fa sentire frustrato. Eppure è possibile controllare tutti questi stati d’animo. Il sillogismo che usa Dyer è molto semplice:

Io posso controllare i miei pensieri

I miei stati d’animo discendono dai miei pensieri

Posso controllare i miei stati d’animo

Ogni emozione non è altro che la reazione fisica ad un pensiero, ed è proprio sui pensieri che dovremmo agire per cambiare noi stessi e la nostra vita. E quando possiamo farlo? Soltanto adesso, nel momento in cui ogni cosa accade. Non possiamo cambiare i nostri pensieri di ieri, eppure quella di non tenere in considerazione il presente è una vera e propria malattia della nostra cultura: ciascuno di noi, infatti, viene continuamente condizionato a sacrificarla per il futuro. La felicità, sempre rimandata all’indomani, ci sfugge. Vi è mai capitato di dire a voi stessi:”Quando mi sposerò/quando sarò più magra/quando mi sarò laureato/quando avrò un figlio/quando guadagnerò di più la mia vita cambierà”. Poi quell’evento si verifica, e restiamo delusi perché capiamo di averlo idealizzato, e che niente è realmente cambiato. Ciò significa che non dovremmo lasciare che le circostanze pilotino la nostra vita: se vogliamo qualcosa, dobbiamo agire per ottenerla, senza aspettare che circostanze esterne lo facciano per noi….anche perché potete star certi che non avverrà.

Spesso restiamo immobili per il timore di sbagliare, ma se ci lasciamo paralizzare dalla paura non cambieremo mai, e di conseguenza anche la nostra vita resterà tale e quale.

Fra i comportamenti “immobilizzanti” che non ci permettono di crescere e cambiare, c’è sicuramente l’approccio “erroneo” all’amore verso noi stessi e gli altri, accompagnato dal comune errore di confondere il proprio valore con il proprio comportamento: siamo soliti pensare che quel tale sia “cattivo”, anziché pensare semplicemente “si è comportato male”; e così ragioniamo anche per noi stessi. Quando non siamo capaci di fare qualcosa, sentiamo di valere poco “in generale”, senza riflettere sul fatto che se non siamo riusciamo in qualcosa, potrebbe essere semplicemente perché non ci siamo “allenati” abbastanza: le nostre capacità non sono scritte nei nostri geni, ma sono piuttosto il frutto di scelte che abbiamo compiuto in passato. Se ad esempio in età adulta siete delle schiappe nella corsa o nel gioco del golf, questo non fa di voi delle persone che valgono meno rispetto a quelle che invece in questi campi vanno forte: semplicemente, in passato, avrete ritenuto di dedicare il vostro tempo e i vostri sforzi ad altre attività. Che quelle decisioni si siano rivelate “sbagliate” per voi (e solo voi e nessun altro può dirlo), l’unica alternativa che avete è lavorare per cambiare il presente, visto che tanto per il passato non potete più fare niente. D’altronde niente e nessuno potrà mai darvi la garanzia che una decisione dia i risultati che speravate, tanto vale provare e, nel caso in cui il risultato non ci soddisfi, cambiare e provare una nuova strada.

E se a limitarci fossero degli aspetti di noi stessi che consideriamo “sbagliati”? Be’, a questo punto è necessario capire se si tratta di aspetti che possono essere modificati (ad es. qualcosa che consideriamo un difetto caratteriale), o meno (ad es. la lunghezza delle nostre gambe); nel secondo caso, dobbiamo lavorare per imparare ad accettare noi stessi, tenendo sempre ben presente che l’amore per sé stessi non esige l’amore e l’opinione altrui.

Ma che senso ha scegliere per noi stessi questi comportamenti autodistruttivi? Principalmente perché abbassare il nostro valore e metterci al di sotto degli altri, ci evita molti rischi. Così facendo, possiamo ricevere compassione e attenzione, con lo svantaggio di dare contemporaneamente agli altri un potere sterminato sulla nostra vita. Aver bisogno di essere approvati, è un po’ come dire “Vale più il tuo pensiero su di me, che l’opinione che ho di me stesso”. In questo modo saremo tutto ciò che gli altri vogliono che noi siamo, a discapito della nostra vera personalità. D’altronde secondo la nostra cultura è sempre meglio consultare gli altri che fidarsi di se stessi. Non a caso l’approvazione viene usata come potente strumento di manipolazione: l’indipendenza e l’auto-approvazione allontanano dal controllo altrui, ma vengono definiti comportamenti egocentrici ed irriguardosi. E ciò è così da sempre: fin da quando siamo bambini ci insegnano a chiedere prima ai genitori (che trattano i figli come fossero un loro possesso), ci spingono a non pensare con la nostra testa e a stare al nostro posto (soprattutto a scuola), e la religione non aiuta di certo: devi piuttosto comportarti in un certo modo per ottenere l’approvazione del tuo Dio, altrimenti ciò che ti spetta sono punizioni e dannazione eterna.

La ricerca dell’approvazione altrui è altresì nociva perché tendiamo generalmente ad assimilare il rifiuto di una nostra idea, al rifiuto di tutti noi stessi. Ma dobbiamo imparare a convivere col fatto che esisterà sempre qualcuno che ci disapproverà. Tutto sommato, ci va bene anche così, e preferiamo affidarci all’approvazione altrui per poi avere la possibilità di addossargli la colpa dei nostri stati d’animo, senza pensare che la conseguenza di questo comportamento è che non cambieremo mai.

La strada giusta da percorrere è quella di esercitarsi ad ignorare la disapprovazione, e Dyer ci da’ qua e là qualche escamotage da mettere in pratica per perseguire questo obiettivo:

  • Smettere di stare sulla difensiva accampando scuse o cercando di difendersi
  • Ringraziare l’altro per la sua opinione e dirgli che continuiamo ad essere convinti di ciò che pensiamo
  • Smettere di voler convincere l’interlocutore a tutti i costi della giustezza della nostra posizione
  • Cominciare a fidarsi un po’ di più di noi stessi e delle nostre decisioni (se fatte con criterio, e non prese per ansia o paura).

Questa è soltanto un’infarinatura generale e affatto esaustiva del libro di Dyer (che ovviamente vi invito a leggere), ma mi piacerebbe comunque approfondire determinati aspetti per darmi e darvi ulteriori spunti di riflessione che in un modo fortemente omologato come quello di oggi sono merce rara.

Quindi prossimamente mi impegno a pubblicare alcuni post che scendano nel dettaglio di ciascuna “zona erronea” per cercare di comprenderla a pieno e condividere con voi gli strumenti per potersene liberare. Stay tuned 😉

– II parte – Liberarsi del passato

Tu sei il risultato di tutte le immagini che hai dipinto di te stesso […] e ne puoi sempre dipingere di nuove.

L’ennesima opinione non richiesta

Finalmente (per me) dopo più di un mese di latitanza riesco nuovamente ad aprire WordPress e condividere con voi l’ennesima opinione non richiesta.

E proprio di opinione non richiesta si parla, perché il succo del discorso è un po’ questo:”qualunque sia la tua opinione riguardo ad un fatto o ad una persona, non necessariamente devi aprir bocca e gridarla ai quattro venti”.

Durante il mio viaggio a New York (un viaggio peraltro meraviglioso di cui vorrei parlarvi prossimamente), è accaduto un fatto alquanto spiacevole che mi ha lasciato l’amaro in bocca, un saporaccio di quelli che non se ne vanno neanche se ti lavi i denti cinque volte al giorno e provi a non pensarci più.

“Ah, questi americani”! Penserete voi. Ebbene devo smentirvi, perché il protagonista di questa storiella non è un americano, ne un bengalese, ne un giapponese: il mongolino d’oro per la peggior performance di “turista all’estero”, va proprio ad una bella famigliola italiana.

La premessa è la seguente: Francesco, il mio ragazzo, è generalmente considerato un tipo intelligente, sveglio e socievole. E oltre che per queste qualità, è spesso individuato come “quello coi capelli strani”. Effettivamente sì, ha un taglio che definire ‘particolare’ sarebbe un eufemismo, ma se a lui piace così non vedo perché qualcun altro dovrebbe farsene un cruccio. Se a te quel taglio non piace, semplicemente hai tutto il diritto di pensarlo e decidere che tu, quel taglio di capelli, non lo farai mai. Stop.

E invece no.

La situa si è svolta più o meno così: eravamo su Liberty Island (l’isola da cui svetta la Statua della Libertà per intenderci), e da lì ammiravamo estasiati il bellissimo skyline di New York. Cominciamo a fare  decine di foto al panorama, io con la macchina fotografica e Francesco col telefono, IMG_5177.JPGma mentre sposto lo sguardo per cambiare punto di vista, noto un tizio sulla cinquantina che, ridendo sotto i baffi (ma neanche troppo sotto visto che me ne sono accorta subito), punta il cellulare nella direzione di Francesco vantandosi con la figlia di quanto sia ganzo (per i non toscani: “divertente, scaltro, astuto”) quello che sta facendo. Dopo aver fatto il video, padre e figlia se lo riguardano insieme ridendo, al che mi posiziono accanto a loro e, mentre scatto un’altra foto, a voce alta esclamo “molto divertente!”. Loro non sembrano accorgersi di me, o quanto meno non sembrano capire che la mia esclamazione sia rivolta a loro. Se non che, non ancora pienamente soddisfatti, fanno accorrere l’altra figlia e la moglie per vantarsi ulteriormente della loro bravata. Quando la moglie si accorge che il soggetto del video è un ragazzo che sta innocuamente scattando foto al panorama a due passi da loro, dice sottovoce:”E se vi vede?!”. E’ stato più forte di me: ho preso la palla al balzo, mi sono girata verso la famigliola allegra e ho esclamato:”Lui spero di no, ma vi ho visti io”.

E’ bastata questa semplice affermazione a far spegnere tutti i sorrisi compiaciuti sui loro volti. Non hanno neanche avuto la decenza di scusarsi: si sono limitati ad ammutolire, e mentre Francesco mi chiedeva cosa fosse successo, si sono silenziosamente dileguati al pari della nebbia d’estate.

Spero che si siano vergognati profondamente (e ho pochi dubbi a riguardo vista l’espressione di spaventoso rimprovero che dovevano avere i miei occhi), ma spero sopra ogni cosa che la lezione gli servirà come monito a non ripetere più lo stesso stupido errore in futuro.

Diversamente da quanto sono abituata a fare, mi sono frenata e ho evitato di partire in quarta: se avessi lasciato il mio istinto libero di agire, li avrei sbranati e umiliati davanti al mondo come una leonessa che difende i propri piccoli.

Sarà che fin da piccola sono stata vittima di fenomeni di bullismo, sarà che per anni sono rimasta in silenzio mentre mi prendevano in giro e mi calpestavano, fatto sta che sono estremamente sensibile ad episodi di questo tipo. Ma pure per chi non lo fosse particolarmente, credo che il solo buon senso dovrebbe bastare a considerar stupido e vigliacco prendersi gioco di qualcuno in questo modo. Evidentemente mi sbaglio e ripongo decisamente troppe aspettative nel genere umano.

A quel tizio avrei voluto chiedere: “come ti sentiresti se qualcuno trattasse così te o le persone che ami? Ma soprattutto, cosa stracavolo insegni ai tuoi figli? Credi che prendersi gioco degli altri sia un atto che ti fa onore? Complimenti! Complimenti davvero!”

E alla madre di famiglia avrei voluto ricordare: “il problema non risiede nella possibilità che ‘il ragazzo si volti e se ne accorga’, ma nel fatto che l’uomo che hai sposato sia artefice di tanta stupidità”.

Mi piacerebbe far provare a chiunque la sensazione di essere come in gabbia, mentre la gente intorno punta il dito verso di te e ti deride, neanche tu fossi il peggiore degli assassini; se non altro sarebbe un ottimo spunto di riflessione nel futuro rapporto con l’altro. Se avessi saputo prima che chi si comporta così lo fa per insicurezza, avrei avuto centinaia di problemi in meno. Meglio tardi che mai.

Io non dico che non si possa avere un’opinione su una determinata persona, o che non la si possa esprimere in nessun caso, ma sicuramente se l’opinione in questione non fosse stata minimamente richiesta dal diretto interessato, dovremmo assolutamente tenerla per noi evitando di ferire o mortificare chicchessia: nessuno dovrebbe sentirsi meno di ciò che è soltanto perché gli altri lo credono.

 

Ho preso una decisione

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Da mesi ormai sto vivendo un periodo che definire “no” è un eufemismo, uno di quei momenti (capaci di durare mesi) in cui senti di non essere la persona che vorresti o che avevi immaginato saresti diventata. Mi sono trincerata dietro scuse del tipo “questo non posso cambiarlo”, “da sola non riesco”, “la mia vita è monotona ma d’altronde tra lavoro e impegni non mi resta tempo per altro”.

Alcune amiche hanno percepito il mio silenzioso grido d’aiuto e mi hanno spronata a parlare, ad aprirmi e ad esporre a voce alta ciò che mi faceva sentire a terra.

Sicuramente confrontarmi con loro mi ha consentito di interiorizzare che anche nella vita degli altri non tutto è perfetto come sembra (in questo l’utilizzo che facciamo dei social può davvero portare fuori strada), e che non abbiamo scelta se non continuare a lottare per rialzarci (visto che lamentarsi e piangersi addosso ha la stessa utilità di una forchetta in un piatto di brodo caldo).

Ammetto di non essere ancora riuscita a ritrovare l’entusiasmo di un tempo, ma senza dubbio questa situazione mi ha portata a riflettere su tanti aspetti della mia vita, tra cui quello che forse mi spaventa più di ogni altro e che sottostà a questa domanda:”Allora, cara Giulia, adesso che sei grande e di tempo per decidere ne hai avuto abbastanza, cosa vuoi fare realmente della tua esistenza?”.

Da quando posso ricordare, sono sempre stata affascinata dalle cose nuove, dallo sperimentare e dal cimentarmi in attività di ogni tipo. Su ogni altra, leggere, scrivere e cantare (e la musica in generale) hanno sempre avuto un posto sul podio delle mie passioni. Ma c’è un’altra cosa, saldamente intrecciata a queste tre, che posso considerare un fil rouge delle mie giornate: la curiosità per la psiche umana.

Al tempo di decidere cosa avrei fatto dopo le scuole superiori, la scelta naturale sarebbe stata la Facoltà di Psicologia, ma a causa di problemi economici e familiari mi sono dovuta accontentare di una misera laurea triennale in aria fritta con contorno di patate (che al tempo veniva chiamata “Media e Giornalismo”, poi smantellata l’anno successivo alla mia laurea).

Eppure mi dico sempre che sarei diventata una brava psicologa (dopo una quindicina d’anni di studio e pratica, s’intende), forse principalmente perché il mio cervello è il primo ad essere particolarmente “macchinoso” e bisognoso di un tagliando una volta ogni tanto. Ma più in generale, perché mi piace capire i meccanismi della mente, e per la mia indole da crocerossina che mi porta a sentirmi felice quando posso aiutare qualcuno in difficoltà. Non so se siano ragioni abbastanza valide per decidere di cimentarsi negli studi della carriera di psicologo, ma comunque giunti a questo punto penso che non lo sapremo mai.

Ad ogni modo, mentre attendevo che la nebbia che vedevo tutta intorno a me si diradasse, ho capito che non potevo continuare ad idealizzare i miei sogni di bambina di diventare cantante, psicologa o scrittrice; così ho deciso di perseguire comunque le mie passioni, ma senza la pretesa di farne un lavoro. “E che sarà mai!” penserete voi. Per me è stata una vera e propria presa di coscienza, e in quanto tale qualcosa di  prezioso (non posso ancora parlare di traguardo ma spero di arrivarci presto). Sono diventata (quasi del tutto) consapevole del fatto che certe aspettative risalenti al periodo in cui avevo 6 o 12 anni vanno ridimensionate, e che non raggiungere l’obiettivo che mi ero prefissa allora non significa che non potrò essere felice: piuttosto, se sono arrivata a questo punto, è stato per le scelte che ho fatto in passato, e i tempi sono maturi per prendere una nuova decisione che sia più consona e vicina alla persona che sono diventata.

Sostanzialmente, ho deciso di smetterla di pensare che la mia vita sia inutile solo perché non ho fatto niente di grandioso, o perché non ho fatto ciò che avevo sempre sognato di fare. E ho deciso così di dedicarmi comunque alle mie passioni con naturalezza, approcciandomi a ciascun interesse così come viene, per curiosità, senza strane pretese di diventarne padrona o schiava. Ho deciso di smettere di mettermi pressione, che tanto l’autodistruzione troverà altre strade per raggiungermi comunque 😉