Sondaggio

Domanda estemporanea delle 23:13.

Quando girovagate su Internet (Social inclusi), cosa cercate? C’è qualcosa che vorreste trovare, che vi appassiona o che vi incuriosisce, e che magari Internet non riesce a soddisfare a pieno?

Grazie per chi vorrà soddisfare la mia curiosità 😊

Annunci

La fine dei vent’anni

depre333-kFDB-U3130516622955tBF-656x492@Corriere-Web-Sezioni

Non so se capiti a tutti di subire una battuta d’arresto intorno ai trent’anni, ma a me certamente sta accadendo e non so davvero se riuscirò a ripartire.

Per me è tempo di realizzare che non salterà fuori alcun super potere che non pensavo di avere, nessun talento nascosto in grado di rendermi ricca e famosa, nessuno zio d’America che possa lasciarmi in eredità il suo impero milionario. Tutto ciò che ho (ammesso che qualcosa ci sia), l’ho ottenuto con le mie sole forze, nessuno mi ha mai regalato niente, e se quello che vorrei davvero è ancora lontano, significa che non ci ho creduto abbastanza o che la strada che sto percorrendo non è quella giusta. 

E’ dura fare i conti con un tempo che sembrava infinito, che mi faceva sentire così potente da poter rimandare qualsiasi cosa, e che invece adesso si mostra per quello che è veramente: qualcosa di effimero e che non ho mai davvero posseduto. 

Inizio a chiedermi chi sono diventata, se ho rispettato i sogni e le speranze della bambina che ero. Ma se me lo sto chiedendo, forse la risposta è no. 

Sono solo in parte d’accordo con quelli che portano alta la bandiera del “Se vuoi, puoi”, perché credo più fortemente che ci sia un tempo per tutto. Ad esempio: ho sempre pensato che sarei diventata madre prima dei trent’anni, non tanto per l’idea della famiglia in sé, quanto perché adoro i bambini e ciò che mi fanno provare. Adesso che di anni ne ho 33, di figli neanche l’ombra; vuoi perché la vita che avevo costruito è andata a rotoli, vuoi perché la nuova vita ha bisogno dei suoi spazi, vuoi perché non mi sento ancora pronta a dedicare ad un altro essere umano ogni cellula del mio corpo ed ogni istante delle mie giornate. 

Sarà che sulle cose ci rimugino troppo, sarà quel che vi pare, ma reputo che certi passi siano talmente importanti da necessitare tutta l’attenzione e la riflessione di cui sono capace. Il problema poi è che per quanto io tenti di pianificare (anche solo sommariamente) gli anni che spero di avere ancora davanti, ecco che l’ansia arriva a mettermi pressione. “Perché aspettare ancora? Una casa e un lavoro ce li hai, una persona che ami e che ti ama pure, di cos’altro hai bisogno?”. “E se poi quando provassi ad avere un figlio scoprissi che non puoi averne?”. “Tra sette anni sarai una quarantenne, e allora un figlio potrai pure scordartelo”. 

Come dare torto alla mia ansia?

Spero non me ne voglia, ma la questione è ancora più complicata di così. 

Sono sempre stata una persona viva e attiva, passionale ed istintiva (non che l’istintività sia necessariamente una buona cosa, ma certamente mi caratterizzava). Ho sempre sentito dentro un fuoco ardente, una fontana zampillante in grado di spingermi ad essere curiosa, a creare, sperimentare, imparare. Ma da qualche tempo a questa parte è come se quella fiamma avesse perso forza, come se non ci fosse più niente a spingermi in avanti. E così adesso mi ritrovo qui, in questo preciso istante, a parlare con me stessa e a chiedermi:”Cosa c’è che non va? Cos’è che ti manca?”.

Forse speravo che sarei diventata “qualcuno”, che avrei fatto della mia vita una gran meraviglia, e dover fare i conti con una quotidianità del tutto anonima e priva di brio mi ferisce più di quanto qualsiasi altra cosa possa fare. 

Quindi aveva ragione mia madre quando mi diceva che non avrei mai combinato niente di buono. Quando le annuncia che mi sarei iscritta all’università, mi disse senza mezzi termini:”Che studi a fare? Tanto cosa vuoi combinare tu?”.

E solo adesso mi rendo conto di essermi spinta nella direzione opposta a quella che sarebbe stata consona per me. Pur di allontanarmi da lei (e di non diventare come lei) ho fatto esattamente ciò si aspettava, diventando ciò che mi hai sempre accusato di essere: un’inutile, una “mezzoservizio”, un’idiota, una “mammalucca”. 

Avrei voluto studiare architettura, o magari psicologia. Avrei voluto aprire un blog di successo, avere tanti amici, sposarmi e avere almeno due figli con la persona che avrei avuto accanto per la vita. E invece la mia realtà non somiglia affatto ai sogni che avevo fino a qualche anno fa.

Complimenti mamma, hai vinto. So che la cosa non ti tocca minimamente, ma in ogni caso non è con te che ce l’ho. 

Per rialzarmi dovrei solo riuscire a perdonare me stessa per la persona piena di dubbi e paure che sono diventata. Vorrei ripetermi che c’è ancora tempo, che c’è ancora spazio, che se mi impegno e comincio ad amarmi posso davvero cambiarla questa vita, anche se i vent’anni sono andati.

Il problema è che per farlo dovrei almeno crederci. Almeno un po’.

La verità sul caso Harry Quebert – Una lettura avvincente!

la verita sul caso hayy quebert

Io e la suspence viaggiamo decisamente su due binari paralleli che non si incontreranno mai: nel solo titolo ho già anticipato sia il titolo del libro che il mio spassionato parere in merito. Perché mai qualcuno dovrebbe quindi voler leggere tutta la manfrina scritta qui sotto? Un motivo in effetti non c’è, ma sono certa che, se qualche curioso come me ancora esiste, vorrà capire il perché del mio entusiasmo.

Premetto di aver soltanto “ascoltato” su Storytel il romanzo di Joël Dicker, letto ad alta voce da Gioele Dix (bravissimo). Il tempo di ascolto non lo definirei piccolissimo: 19 ore e 30 minuti. Ma nessun minuto è stato superfluo o scontato, e probabilmente l’aspetto che più ho apprezzato di questo giallo è proprio quello che riguarda la la struttura: è articolata, complessa, intrecciata, attenta.

A tenerci per mano durante un viaggio che ci conduce indietro e di nuovo avanti nel tempo, è il giovane scrittore Markus Goldman. Nella sconosciuta cittadina americana di Aurora, nel 1975, una ragazza scompare. Poi, nel 2008, quando tutti credevano che quel caso sarebbe rimasto ormai irrisolto, qualcosa sconvolge l’apparente tranquillità di Aurora e dei suoi cittadini, e l’America intera comincia ad interessarsi ad una storia che sembrava ormai dimenticata.

La storia di Nola Kellergan, appena sedicenne nell’estate 1975 in cui è scomparsa, torna prepotentemente a scuotere gli animi di chi la conosceva e a cambiare la vita di Markus Goldman, ormai da mesi alle prese con “il blocco dello scrittore”. Al tempo dei fatti, il suo amico nonché scrittore di fama mondiale Harry Quebert aveva soltanto 34 anni, e al termine di quell’estate rimasta indelebile nella memoria di Aurora, dette alla luce il suo romanzo più riuscito: “Le origini del male”.

Ma cosa ne è stato di Nola Kellergan? E cosa c’entra con lei Harry Quebert? I cittadini di Aurora sanno davvero così poco come raccontano?

Un passo dietro l’altro, Markus Goldman ci accompagna in un’indagine piena di colpi di scena, in cui niente viene dato per scontato. L’intreccio è talmente curato nei minimi dettagli, che già dopo un’ora di ascolto mi sono ritrovata a digitare su Google “la verità sul caso Harry Quebert si basa su una storia vera?”. Mi sono sentita meno stupida quando ho constatato che già migliaia di persone avevano fatto quella stessa ricerca. E non sono soltanto i “fatti” a scuotere il lettore, ma anche (e soprattutto) la psicologia dei personaggi che man mano vanno a dare corpo ad una storia che ha davvero dell’incredibile. Quindi, senza dilungarmi ulteriormente in particolari che potrebbero rovinare la suspence, tutto ciò che mi sento di dire è che consiglio vivamente la lettura di questo romanzo a tutte le persone dall’animo curioso, a cui piace restare col fiato sospeso e vivere con trepidante attesa il momento in cui finalmente, dopo una giornata di lavoro, tutto si ferma e ci si immerge nuovamente in un mondo a cui in fondo non avevamo comunque mai smesso di pensare.

Buona lettura!

SOMEONE YOU LOVED – Strimpellamenti notturni

 

SOMEONE YOU LOVED

I’m going under and this time I fear there’s no one to save me
This all or nothing really got a way of driving me crazy
I need somebody to heal
Somebody to know
Somebody to have
Somebody to hold
It’s easy to say
But it’s never the same
I guess I kinda liked the way you numbed all the pain
Now the day bleeds
Into nightfall
And you’re not here
To get me through it all
I let my guard down
And then you pulled the rug
I was getting kinda used to being someone you loved
I’m going under and this time I fear there’s no one to turn to
This all or nothing way of loving got me sleeping without you
Now, I need somebody to know
Somebody to heal
Somebody to have
Just to know how it feels
It’s easy to say but it’s never the same
I guess I kinda liked the way you helped me escape
Now the day bleeds
Into nightfall
And you’re not here
To get me through it all
I let my guard down
And then you pulled the rug
I was getting kinda used to being someone you loved
And I tend to close my eyes when it hurts sometimes
I fall into your arms
I’ll be safe in your sound ‘til I come back around
For now the day bleeds
Into nightfall
And you’re not here
To get me through it all
I let my guard down
And then you pulled the rug
I was getting kinda used to being someone you loved
But now the day bleeds
Into nightfall
And you’re not here
To get me through it all
I let my guard down
And then you pulled the rug
I was getting kinda used to being someone you loved
I let my guard down
And then you pulled the rug
I was getting kinda used to being someone you loved

La mia ansia – Daria Bignardi

978880467315HIG-312x480

Questa cosa degli audiolibri mi sta definitivamente sfuggendo di mano.

Nel giro di due settimane ho finito “L’amica geniale” di Elena Ferrante (circa 13 ore di ascolto), “La mia ansia” di Daria Bignardi (circa 3 ore di ascolto), e cominciato “La sovrana lettrice” di Adam Bennett (circa 2 ore di ascolto).

Ormai vivo di audiolibri: li ascolto durante le solite corsette in pineta del lunedì e del giovedì dopo il lavoro, mentre guido in macchina, e anche a casa mentre faccio cose noiose tipo la ceretta o piegare i panni. Mi piace questa nuova abitudine, perchè mi da l’illusione di impiegare il tempo in maniera costruttiva e piacevole.

Non voglio ammorbarvi ulteriormente con informazioni inutili, perciò ecco cosa mi è rimasto di “La mia ansia” di Daria Bignardi. L’ho ascoltato su Storytel, attratta particolarmente dal titolo che ha evocato immediatamente i momenti della mia quotidianità in cui il cervello va in tilt preso dal panico, e non posso fare niente per tranquillizzarlo. L’ansia è davvero una brutta bestia.

Chi ha letto per me questo libro? La stessa Daria Bignardi. E avrei per l’appunto un po’ di remore a riguardo: ho trovato il suo tono di voce troppo basso, troppo delicato, ai limiti della monotonia. Sembra quasi che le sue corde vocali siano lì lì per rompersi quando, in fondo ad ogni periodo, la voce si fa calante e lascia morire il senso del discorso in un flebile filo di voce. E’ stato un ascolto che mi ha affaticato molto. Eppure mi ero detta:”chi meglio della scrittrice stessa può esaltare e dare il giusto senso e accento a ciò che ha scritto”. Un preconcetto che mi si è rivoltato contro.

Di cosa parla il romanzo: è la storia di Lea, una donna prossima alla cinquantina che si ritrova ad affrontare una quotidianità fatta di amori conflittuali, rapporti familiari non sempre facili da gestire, il lavoro, le passioni e la malattia con tutti i pro e i contro che essa porta con se’. Una vita come quella di chiunque altro, penserete. Ebbene sì, è esattamente così. Non ho avvertito alcuna curiosità nel proseguire il racconto, e non so se questo dipenda dalla storia in se’, o dalla difficoltà che ho riscontrato nell’ascolto. Visto il titolo, mi aspettavo di dover condividere l’ansia della protagonista, di riconoscerla e avvertirla forte e chiara , mentre invece l’ho vista far capolino due o tre volte per poi passare in secondo piano. L’ansia non è qualcosa che compare e scompare come per magia: certo può essere più o meno forte, ma non ti abbandona mai. E’ qualcosa che ti attanaglia, che non ti lascia via di scampo e che condiziona la quotidianità in maniera imprescindibile, senza che tu possa avere la minima speranza di diventare padrone della tua stessa vita. In “La mia ansia”, tutto questo non l’ho trovato.

E se devo essere sincera fino in fondo, devo ammettere che la protagonista della storia mi sta pure un po’ antipatica. Non vorrei, però, che questa antipatia sia dovuta ad una sorta di difesa personale: temo che quella Lea mi sogmili molto più di quanto io sia disposta ad accettare. In particolar modo il suo modo di amare mi ha ricordato la me di qualche anno fa, quella convinta che l’amore potesse tutto, anche si trattasse di far sopravvivere (finchè morte non vi separi) un legame totalmente sbilanciato ed insanabile.

Quindi è tutto da buttare? Non proprio. Qua e là sono sparsi degli spunti di riflessione che mi hanno fatto pentire di non poter interrompere la “lettura”, sottolineare e tornarci sopra per approfondire le sensazioni istintive che mi hanno pervaso nell’istante stesso in cui li ascoltavo.

Ricordo distintamente il passaggio che recita “Non si prendono decisioni in tempo di guerra”. L’ho trovato un concetto molto indovinato.

E mi ha colpito anche la parte in cui Lea si rende conto che prima di amare gli altri, prima di pretendere che qualcuno ci ami esattamente come vorremmo, è indispensabile trovare il coraggio di amare se stessi, e per farlo non è sufficiente pensarlo: bisogna dimostrarselo regalandosi del tempo per fare ciò che davvero ci fa star bene.

Consiglierei l’audiolibro? No.

Consiglierei il libro? Non a chi, come me, avesse davvero poco tempo da dedicare alla lettura.

 

Vai all’elenco delle recensioni.

 

L’amica geniale – Elena Ferrante

3413688_681367

Dire di “aver letto” questo libro sarebbe un po’ come barare. Eppure è come se l’avessi fatto, solo che la voce nella testa non era la mia, ma quella di Anna Bonaiuto.

Non potendo dedicare molto tempo alla lettura (almeno non fino a quando la stagione estiva sarà terminata), ho voluto dare una chance agli audiolibri. Non credevo mi sarebbero piaciuti visto che ho sempre preferito leggere in prima persona piuttosto che sentire qualcun altro farlo al posto mio. Ricordo che alle elementari e alle medie non vedevo addirittura l’ora che arrivasse il mio turno di leggere ad alta voce davanti al resto della classe: erano gli unici momenti in cui amavo essere al centro dell’attenzione.

Ma tornando agli audiolibri, devo ammettere di essermi ricreduta. Mi da’ uno strano sollievo rendermi conto che posso ancora cambiare idea; al giorno d’oggi non è cosa da tutti.

L’applicazione per smartphone più famosa per audiolibri al momento credo che sia Audible (di Amazon), ma per puro caso sono incappata in “Storytel” (del tutto simile ad Audible) perchè attratta dal titolo “L’amica geniale” di Elena Ferrante, di cui recentemente mi è arrivata l’eco di una mini serie tv sulla Rai. Ho avviato il mese di prova gratuito, convinta che non avrei proseguito, e invece mi sono scoperta entusiasta nel rinnovare l’abbonamento al costo di 10 euro al mese (che è possibile interrompere in qualsiasi momento).

Durante la prima settimana, “L’amica geniale” è stato il mio fedele compagno durante le corse in pineta dopo il lavoro. Inizialmente sono stata indecisa se proseguire o mollarlo, perché non riuscivo a capire se mi stesse prendendo oppure no. Ma alla fine mi ha preso più di quanto pensassi, tanto che ho cominciato ad ascoltarlo anche durante i viaggi in macchina nel tragitto casa-lavoro-casa.

“L’amica geniale” racconta le storie di vita quotidiana di un “rione” nella periferia di Napoli. Siamo negli anni in cui solo i più benestanti hanno la tv, dove i vestiti sono passati di fratello in fratello, dove l’auto rappresenta un vero e proprio lusso, e dove il peso delle consuetudini sociali è in grado di schiacciare e plasmare le persone sin dalla tenera età senza che neanche se ne rendano conto.

E in una fitta rete di trame singole che si intrecciano per poi separarsi ed incontrarsi nuovamente quando ormai non ce lo aspettavamo, Elena (Lenù) e Lila sembrano le uniche, anche se per brevi momenti di lucidità, a rendersi conto dell’esistenza di rigide imposizioni sociali e credenze così cementate nel bagaglio personale di ognuno da poterlo pilotare come un burattino: ci sono momomenti in cui si sentono perse, soffocate da qualcosa che ancora non sanno definire e che le spinge a scappare con passo incerto; ma poi il richiamo alla quotidianità volgare e cafona del rione, fatta di madri che urlano dal balcone, di “borse nere”, scarpe bucate e povertà, le risucchia nuovamente in una ruota che continuerà a girare fino ad un nuovo punto di rottura.

Assistiamo ad una sorta di danza tra due amiche apparentemente incompatibili e di cui Elena Ferrante fa un ritratto accurato e attento. Non è un caso che, adesso che ho terminato il romanzo, quelle due ragazze mi manchino come potrebbe mancarmi un’amica reale. E questo nonostante non abbia particolarmente amato il finale. O meglio, ad essere onesta, lì per lì ci sono rimasta male, perchè avrei voluto sapere di più, chiudere quel cerchio che era stato aperto nelle prime pagine. Ma qualche minuto dopo la seccatura iniziale, ho dovuto ammettere a me stessa che tutto è risultato assolutamente chiaro anche senza che l’autrice lo spiegasse per filo e per segno.

Mi scuso per questa che, mi rendo conto, è azzardato definire “recensione”. Ma preferisco restare sul vago, buttare lì qualche impressione a caldo e un parere di massima, di modo da non annoiare e non rischiare spoiler.

Consiglierei questo libro: sì.

 

Vai alla lista delle recensioni.

Latitanza

IMG_3244

L’estate per me rappresenta in assoluto il periodo più stressante dell’anno. E dire che è sempre stata la mia stagione preferita.

Da 10 anni a questa parte la vivo come una parentesi pesante ed impalpabile allo stesso tempo, in cui i ritmi lavorativi portano via le mie giornate lasciandomi affaticata e stordita, tanto che, paradossalmente, ho l’impressione di non vivere affatto. Non trovo il tempo di svagarmi, di leggere o pensare. Mi limito ad andare avanti spinta da una forza maggiore, e mi sento come se viaggiassi costantemente su un treno veloce che non mi permette di comprendere i contorni del panorama che scorre al di là del finestrino.

Non so se dare la colpa a questo clima di tensione che mi gravita attorno, o se attribuire semplicemente tutto al caso, ma nel dubbio devo comunque prendere atto di certi cambiamenti che mi sento dentro, che mi vedo addosso, e che stento ad accettare.

Con la semplice “accettazione” quante cose potremmo risolvere dentro di noi. Eppure è un meccanismo che non riesco a decifrare e che mi sfugge ogni volta che penso di essere ad un passo dall’afferrarlo.

Ho provato a fare lunghe riflessioni, nella speranza che le mie deduzioni sciogliessero i nodi che mi attorcigliano, ma come disse saggiamente Pascal:“Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”.

E’ un po’ come se tentassi di farmi passare la paura per i film horror ripetendomi:” Sai che è tutto finto, perché dovrebbe spaventarti?”. Dio solo sa quante volte ci ho (inutilmente) provato.

Un po’ mi affascina e un po’ mi spaventa l’idea di non poter raggiungere e “sovrascrivere” certe convinzioni che mi porto dietro da quando ho memoria. E se la ragione non basta a capire e sciogliere questi nodi, forse è all’esperienza che dovrei ricorrere. Ma se l’esperienza mi terrorizzasse più di quanto un fil horror non riesca a fare?

Temo che per me la via per l’accettazione non sia neanche cominciata.

 

Tic

tic1-300x216

Per motivi a me del tutto sconosciuti, senza la benché minima coerenza con gli argomenti che giusto ieri pomeriggio passavano in radio, mentre guidavo assorta verso casa ho avuto un flash improvviso risalente a quando avevo circa 10/12 anni. Mi sono resa conto che si trattava di qualcosa “di grosso” che avevo completamente rimosso, o meglio che avevo smesso di riportare alla memoria ogni tanto come si fa per le cose molto belle o per quelle molto brutte. Che poi vai a capire perché.

Mi sono ricordata che allora le mie giornate erano scandite da una moltitudine di tic. Sì, esatto, quei tic nervosi che  siamo soliti associare alle persone con evidenti problemi mentali. Eppure di problemi (diagnosticati) non ne avevo, e per la mia testa quegli scatti ritmici e sempre uguali non rappresentavano niente di strano. Era un bisogno che mi saliva forte e improvviso, un richiamo al quale non potevo permettermi di non rispondere. Probabilmente, in un presente che stava cambiando drasticamente, avevo bisogno di aggrapparmi a qualcosa che fosse sempre stabile e uguale a se stesso, qualcosa che non cambiasse mai a meno che non fossi io a volerlo.

Non ricordo quale fosse la reazione delle persone che avevo intorno, anche perché specialmente nei primi tempi non mi rendevo conto di fare qualcosa di “strano” e che gli altri avrebbero potuto giudicare male.

Ma prontamente arrivò mia madre a farmelo notare. Ricordo frasi del tipo:”smettila di fare quei versi con la testa, sembri scema”; “Ma sei mongoloide?”; “La gente penserà che ho una figlia handicappata”. “Tu non sei normale”.

E così cominciai a sentirmi sbagliata e a fare di quei movimenti un rituale sempre più impercettibile e nascosto agli occhi degli altri.

Non si chiese (e mai mi chiese) a cosa fossero dovuti tutti quei tic nervosi che periodicamente, durante la giornata, bloccavano il flusso dei miei pensieri per qualche secondo alla stregua di una paralisi. Sì lo so, sembrerà un controsenso, ma se dovessi descrivere quei tic nervosi, li definirei proprio “paralisi in movimento”. Non pensavo più a niente, se non a tenere il conto di quei gesti che dovevano essere sempre identici: muovevo la testa velocemente dall’alto verso il basso e viceversa (non ricordo il numero esatto di volte), e poi una sola volta da sinistra verso destra e ritorno. Avevo la sensazione che se non lo avessi fatto, qualcosa di catastrofico sarebbe successo.

Ad oggi non conosco le reali motivazioni di quel comportamento, e allora ero davvero troppo piccola per capire che il mio corpo lanciava dei segnali di allarme affinché io o qualsiasi altra persona capisse che qualcosa non andava, che avevo bisogno di aiuto.

Ripenso a quella fase della mia vita con tenerezza mista a tristezza: vorrei poter tornare indietro nel tempo, abbracciare quella bambina e parlare con lei; vorrei fare per lei tutto ciò che mia madre non ha fatto, e magari chissà, addirittura salvarla.