Diversi ma uguali

Qualche mese fa sono andata in ospedale per una visita gastro-enterologica; da quasi un due anni mi porto dietro la cosiddetta “malattia da reflusso gastro-esofageo” e tutta un’altra serie di problemi ad essa correlati. Ad ogni modo, con l’aiuto dei gastroprotettori (“inibitori della pompa gastrica” li chiamano), riesco a stare decentemente e a concedermi qualche sfizio una volta ogni tanto. E quel giorno avevo proprio voglia di far felice la bimba golosa che è in me, quindi mi sono lasciata tentare dal “paninaro” che emanava odore di salsiccia proprio fuori dall’ospedale.

Mentre aspettavo il mio hamburger con ketchup e maionese, una donna sulla quarantina ha ordinato il suo panino sfoggiando un accento molto strano. Non solo non riusciva a pronunciare la lettera “s”, ma per giunta la trasformava in “sc”. Cercherò di scimmiottare il breve dialogo tra lei e la signora al banco per darvi un’idea:

-Vuole anche le salse?

-“Sci”

-Quale salsa preferisce?

“Sciolo” la “maionesce”

Sentendo questo strano modo di parlare, mi è venuto spontaneo girarmi per capire se avesse in bocca un apparecchio o chissà cos’altro che le impedisse di pronunciare correttamente la lettera S. E solo a quel punto ho notato una serie di cose a cui, ad una prima occhiata distratta, non avevo fatto caso.

Era una donna coi capelli corti, neri, poco sopra le spalle. Il seno era un po’ troppo alto e sodo per essere vero. I piedi nelle infradito saranno stati una misura 42, e sul viso intravedevo l’ombra di una barba solo momentaneamente assente, come fosse “tenuta a bada” ma pur sempre presente sottopelle e sul punto di sbucare. Sul braccio aveva delle bende bianche e una canula per aghi, tipico di qualcuno che deve fare molti prelievi o ricevere molte cure per vena (forse cure ormonali?).

Ho pensato a quanto dovesse essere difficile essere lei. Nascere in un corpo che sentiamo sbagliato può capitare a chiunque, non devi necessariamente essere transessuale per sentire che il corpo in cui abiti non ti appartiene. Ma se spesso un po’ di dieta, il trucco o un piccolo ritocco chirurgico sono in grado di “riparare” ciò che avvertiamo come sbagliato e che ci fa sentire a disagio, per alcune persone la strada non è così breve e semplice.

Anche soltanto immaginare le continue lotte di quella donna per arrivare ad essere definita tale dal mondo esterno, mi hanno fatto riflettere su quanto poco apprezziamo ciò che già abbiamo la fortuna di possedere per natura. Passiamo anni (o addirittura l’intera vita) a combattere la cellulite, le palpebre cadenti e la pancetta, cercando di imitare i modelli stereotipati che ci vengono inculcati dalla pubblicità e dai media in generale. Specialmente noi donne. Ci sentiamo imperfette, insicure, inadeguate. E non pensiamo che possa esistere anche solo una persona al mondo talmente disperata da essere disposta a vendere l’anima al diavolo per diventare esattamente come noi, difetti inclusi.

Non vorrei che questo diventasse un discorso retorico, perché neanche io credo che ci si possa sentire meglio pensando che c’è chi sta peggio di noi. Sarebbe come darla vinta ai nostri genitori che ci costringevano a mangiare, ripetendo:”Non si butta via il cibo, perché ci sono bambini in Africa che tutti i giorni muoiono di fame e darebbero tutto per avere quello che stai gettando via”; quei paragoni hanno generato soltanto una popolazione fatta di adulti piena di sensi di colpa, niente di più.

Però trovarmi a tu per tu con una realtà così diversa dalla mia, una realtà che immagino tremendamente complicata in ogni momento, mi ha sicuramente portato a riflettere.

E alla fin fine, se ci penso bene, si riduce tutto ad una questione di equilibrio. Equilibrio nel mangiare, equilibrio ormonale, equilibrio interiore. La maggior pare di noi nasce perfettamente centrata e bilanciata, ma poi crescendo le cose cambiano, vuoi perchè veniamo maltrattati, vuoi perchè veniamo troppo coccolati, vuoi perchè la realtà che ci circonda ci mette alla prova e non sempre ne usciamo vittoriosi.

Ma non sembra anche a voi che “l’equilibrio” sia una condizione tremendamente noiosa? Credo che essere “misurati” sia considerato il presupposto necessario ad una vita felice dalla stragrande maggioranza delle persone; e io questa cosa la temo. Ultimamente ho imparato a mie spese che trasformarsi in ciò che gli altri reputano giusto sia un errore madornale, e quindi mi viene il dubbio che anche tutta questa faccenda dell’incitare le persone all’equilibrio sia soltanto un artificio che quei “pochi potenti” utilizzano per controllare i popoli di questa terra.

E allora come si fa? Forse dovremmo provare quanto meno a combinare equilibrio e sregolatezza? Il “troppo” non è ben visto, ne in positivo ne in negativo. Mangi troppo? Non va bene, ingrassi. Bevi troppo? Non va bene, ti fa male. Sei troppo magra? Mangia, o morirari. Ridi troppo? Basta, che dai fastidio. Sei troppo serio? E fattela una risata ogni tanto!

Ok, forse è vero che come dicevano i nonni il troppo stroppia. Ma se quei “troppo” non li proviamo mai (perchè qualcuno ci vieta di farlo, perchè abbiamo paura di essere rimproverati, perchè temiamo di uscire dalla retta via) come facciamo a capire se quel centro ci sta stretto o se è della nostra giusta misura? L’unico modo per trovare una risposta, è provare. Ma trovare il coraggio per farlo non è da tutti.

E poi, a pensarci bene, l’equilibrio non è soltanto un momento di immobile stabilità tra alti e bassi? Dura solo un istante, perché l’equilibrio perfetto non può esistere. E quindi forse la carta vincente è semplicemente imparare a gestire quei dislivelli in ogni momento della nostra vita, affinché non diventino troppo alti, o troppo bassi.

Ninfee Nere -Michel Bussi

Una musica sapientemente orchestrata, perfetta in ogni dettaglio, che ti fa trattenere il respiro fino alla fine…e che neanche alla fine ti lascia libero di respirare un’aria che non sia quella di Giverny, di Monet e delle sue ninfee. Bellissimo.

Questo è stato il commento a caldo che ho scritto ieri sera un attimo dopo aver terminato la lettura di Ninfee Nere, di Michel Bussi.

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Me lo avevano consigliato in tanti, o quanto meno tutti quelli che condividono la mia stessa passione per i gialli. Ma non gialli qualunque: quelli pensati e scritti davvero bene, che ti danno l’illusione di essere sulla strada giusta per scovare il colpevole, che ti fanno dire:”ma certo, l’assassino sarà sicuramente lui, devo solo capire perchè”; e invece poi ti rendi conto che non avevi capito proprio niente, che quell’indizio era stato messo lì per mandarti fuori strada, e che dovrai soffrire fino all’ultimo secondo, fino a quando finalmente lo scrittore deciderà che è giunto il momento di scoprire le carte e spiegarti tutto per filo e per segno, lasciandoti senza parole.

Il romanzo di Bussi è uno di quei gialli, talmente ingarbugliato da farti venir voglia di lanciare il libro per aria e arrenderti da tanto i fili della matassa sono intrecciati; per fortuna, però, la curiosità la fa sempre da padrona, e allora ti addentri nella storia, nel giardino con lo stagno di ninfee, tra i quadri impressionisti di un’epoca che nel piccolo villaggio di Giverny sembra si sia fermata a quegli inizi del 1900.

Una serie di omicidi, un ispettore, Monet e il mistero delle Ninfee Nere, quadro che si dice il pittore abbia dipinto in punto di morte. E infine 3 donne: Fanette, una bambina di 11 anni appassionata di pittura, Stéphanie, la seducente maestra elementare del villaggio, e infine la “vecchia strega” ottantenne del mulino delle Chennevières. Tre donne molto diverse con un segreto in comune, segreto persino a loro stesse, tutte e tre smarrite in un labirinto inestricabile in cui spazio e tempo si deformano fino all’inverosimile.

Si è capito che ho apprezzato moltissimo questo libro e che lo consiglio?

Buona lettura.


Appunto qui alcune citazioni che mi hanno particolarmente colpita, probabilmente perchè rimandano alla mia vita in maniera precisa e pungente:

“Perchè fuggire…La risposta alla sua domanda è banale e vecchia come il mondo, è la malattia delle ragazze che si sognano diverse […]. Nessuna scusa, nessun alibi. Solo la noia e la certezza che la vita sia altrove, che da un’altra parte esista una complicità perfetta, che quei capricci non siano dettagli ma cose essenziali….E che nulla conti più di poter condividere la stessa emozione davanti a un quadro di Monet o a un verso di Aragon.” – Ninfee Nere (pag.287)


“La mia immagine mi esplode in faccia. Dev’essere una foto di almeno quarant’anni fa. Sono io? Sono proprio miei quegli immensi occhi malva, quel sorriso a cuore, quella pelle madreperlacea sotto il sole di una bella giornata di Giverny? Avevo dimenticato quant’ero bella. Forse bisogna aspettare di essere un’ottantene rinsecchita per avere il coraggio di dirselo.” – Ninfee Nere (pag.366)


“A chi interessano queste cose oggi? Con chi lamentarsi? Esiste un ufficio delle vite perdute?” – Ninfee Nere (pag.385)

 

12° e 13° giorno a New York – Winter Village, Central Park

Quella del 4 Gennaio è stata una giornata fatta unicamente di shopping e spostamenti.

Se non ci avessero spostato il volo di ritorno, questo sarebbe stato il nostro ultimo giorno a New York, quindi siamo stati contenti di avere a disposizione qualche ora in più da passare nella Grande Mela pur se con qualche sbattimento in più.

La mattina abbiamo preparato le valige e fatto il check out dall’Aka Central Park intorno alle 11. Saremmo voluti andare nel Bronx (anche fosse soltanto per vedere la famosa scalinata del film Joker – 2019), ma per questioni di tempisitiche abbiamo preferito restare in zona: abbiamo fatto un giro al Winter Village di Bryant Park, un aggregato di negozietti hand made posizionati intorno ad una pista di pattinaggio sul ghiaccio. Da qui abbiamo raggiunto un “I love NY” (a Times Square ne trovate uno ogni 10 metri!) per gli ultimi regali da portare a parenti e amici. Quindi siamo ripartiti verso Katz’s Delicatessen per il pranzo: fila lunga ma non troppo lenta all’esterno, e corta ma interminabile all’interno! Abbiamo diviso un pastrami e preso un pastrami sottovuoto da portare a casa.

Verso le 17 siamo tornati all’Aka Central Park per prendere i bagagli che carinamente ci avevano messo da parte, e visto che per portarci a Newark in taxi ci avevano chiesto 140$, ci siamo organizzati con i mezzi pubblici: metro fino a Bryant Park,  6 minuti a piedi per raggiungere il terminal degli autobus (che somiglia molto ad un aeroporto a livello di organizzazione, gate compresi, davvero ben fatto), 30 minuti sull’autobus n.112 e altri 6 minuti a piedi per raggiungere il Crowne Plaza prenotatoci dalla compagnia aerea. Da quanto eravamo stremati non abbiamo neanche cenato e la giornata si è conclusa con una grossa dormita.

Anche la giornata successiva, l’ultima a NY, è stata piena di sostamenti: ovviamente la Norwegian ci aveva prenotato un albergo vicino all’aeroporto….peccato che dopo alcune settimane ha cambiato anche l’aeroporto di partenza e siamo rimasti fregati a livello logisitico.

Sicuramente però quel Crowne Plaza non lo dimenticheremo facilmente. Parto da una breve premessa che potrà farvi capire il perchè della nostra reazione a ciò che è successo quella mattina: esattamente il giorno prima eravamo venuti a conoscenza dell’attacco scagliato da (quel cretino di) Trump al generale iraniano Suleimani, provocando la sua morte.

Mentre facevamo tranquillamente colazione con wurstel e uova strapazzate, è partito un allarme con tanto di assordante sirena e voce registrata che invitava chiunque ad evacuare l’albergo. Lì per lì siamo rimasti immobili ed in silenzio, soprattutto perchè sia gli altri ospiti che gli stessi dipendenti dell’hotel avevano espressioni decisamente stranite ed interrogative ma nessuno reagiva. La prima cosa che ho pensato, è che ci fosse stato un attentato all’aeroporto di Newark esattamente dietro al nostro albergo. E le camionette dei vigili del fuoco che sono arrivate a sirene spiegate non hanno certo alleggerito la mia ansia.

Fortunatamente dopo una ventina di minuti intrisi di un panico latente che a stento riuscivamo a controllare, abbiamo scoperto che si trattava di un’esercitazione. Vi lascio immaginare il sollievo.

Dopo il check out abbiamo raggiunto la fermata del bus 112 che ci ha riportato al terminal degli autobus di NY. Dato che sarebbe stato davvero premautro avviarsi all’aeroporto, abbiamo lasciato i bagagli più pesati in custodia presso un “I love NY” vicino a Pennsilvanya Station (tramite l’applicazione BAGBNB è semplicissimo e funziona come per le case in affitto, comodo e affidabile con tanto di recensioni degli utenti), dove abbiamo approfittato di un ultima cheesecake agli Sneakers di Magnolia Bakery.

Abbiamo quindi sfruttato un paio d’ore e mezza per l’ultimo giro al centro di Central Park.

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Abbiamo visto il castelletto di Belvedere e un grande lago al centro del parco.

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Dopo aver recuperato i bagagli, abbiamo preso la metro A per raggiungere l’aeroporto. Il volo è partito con una mezz’ora di ritardo, intorno alle 21.30.

Già durante il volo di ritorno ho pensato che quello che era appena terminato era stato un viaggio fantastico, pieno di emozioni e nozioni nuove, un viaggio che consiglio a chiunque di fare almeno una volta nella vita.

 

Il mio viaggio “fai da te” a New York

11° giorno a New York – Madison Square Garden, tour dei Rooftop

3 Gennaio 2020: 3° tentativo di visitare il Medison Sqaure Garden che fortunatamente è andato a buon fine. Abbiamo scelto di fare l’ultimo tour, quello delle 15:00, così da avere il tempo per un buon pranzo tranquillo. Abbiamo optato per un ristorante giapponese un po’ nascosto ma ben recensito su Tripadvisor: Izakaya Mew. Fatto salvo per il sushi che non ci ha fatto impazzire, il resto era davvero ottimo!

Il tour è stato rapido ma carino: abbiamo appreso di alcuni famosissimi eventi che hanno avuto luogo al Madison Square Garden (che negli anni è stato rifatto da capo ben 3 volte!), visto le suites per gli spettatori più importanti e gli spogliatoi dei Knicks. Il bello di questo enorme palazzetto è che nel giro di poche ore può trasformarsi da campo da basket a pista di ghiaccio ad arena per le lotte tra tori.

Al termine del tour abbiamo fatto un giretto veloce in un paio di negozi e siamo  tornati in albergo per poterci cambiare e ripartire per il tour dei rooftop (lo abbiamo prenotato attraverso il sito de Il Mio Viaggio a New York giusto un paio di giorni prima). Alle 19 in punto eravamo davanti al Paramount Hotel di Times Square, base di partenza per il tour. Nella mail informativa che indicava orario e luogo dell’incontro, era anche specificato di indossare un abbigliamento adeguato e scarpe non sportive; ad alcuni partecitanti infatti sono state fatte molte storie per via delle scarpe da trekking che indossavano, perchè c’era il forte rischio che i buttafuori all’ingresso non gli permettessero di accedere ai club. Alla fine è andato tutto bene, probabilmente perchè i club sono abituati a turisti distratti che sopravvengono alle regole del dress code, anche perchè sono certa che questi tour organizzati gli portino diversi introiti. Ad ogni modo, è sicuramente un dettaglio a cui fare attenzione.

Il primo rooftop che abbiamo raggiunto col pullman è stato il “230“, che avevamo già visitato in autonomia (un club davvero carino disposto su due piani, uno al chiuso e uno all’aperto con tanto di igloo trasparenti per proteggere le persone dal freddo).

Poi ci hanno portati al Monarch, molto più picciolo del precedente ma con l’Empire State Building praticamente sulla testa.

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L’ultimo rooftop è stato lo Sky Room, vicino a Times Square: due piani entrambi al coperto e una vista bellissima.

In tutti e tre i locali la guida si occupava di preparare un drink alcolico uguale per tutti (tranne per chi chiedeva un analcolico e poteva scegliere tra Coca Cola, succo di frutta e poco altro). Il tempo di permanenza in ciascun club è stato di circa 50 minuti, quindi il tempo per ordinare qualcosa da mangiare o di fare un’altra bevuta praticamente non c’era. Ad ogni modo ci ha dato la possibilità di conoscere alcuni club molto alla moda, frequentati dai giovani newyorkesi, e di non doverci sbattere per gli spostamenti tra uno e l’altro avendo a disposizione sempre il pullman che ci aspettava in strada.

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10° giorno a NY – World Trade Center, 9/11 Memorial, The Lion King musical, Times Square

Il 2 Gennaio è stata una giornata davvero ricca e intensa a livello emozionale. La mattina abbiamo fatto in modo da essere al World Trade Center per le 9:00. Ce la siamo cavata con circa 45 minuti di fila (che non è molto se si considera che al primo tentativo, arrivando alle 11, avremmo avuto la possibilità di entrare al museo soltanto dopo le 16). Abbiamo deciso di noleggiare 2 audioguide per 8$ cadauna e abbiamo inziato la visita del 9/11 Memorial.

Nella parte iniziale, mentre si scende sempre più sotto terra, si incontrano subito alcuni pilastri in acciaio e l’ultima colonna di cemento armato lasciata volutamente in piedi a seguito dei lavori post attentato.  E’ stato toccante vedere in che stato era ridotta la camionetta dei vigili del fuoco e vedere i resti della scala che è stata la via di salvezza per le poche persone che sono riuscite a sopravvivere.

Esattamente sotto le due vasche di Ground Zero, è possibile visitare due stanze piene di foto alle pareti: sono i volti più o meno sorridenti di ciascuna delle persone che ha perso la vita quell’11 Settembre. Se fino ad allora mi sentivo coinvolta ma tutto sommato tranquilla, ciò che ci sarebbe aspettato mi avrebbe del tutto spaccato il cuore.

C’è un’ampia zona del memoriale in cui non è possibile fare foto o riprese: qui è possibile rivivere il giorno degli attentati minuto per minuto, una torre per volta, guardando da vicino le foto del massacro e ascoltando le registrazioni audio più strazianti che abbia mai sentito. Non è un caso che il memoriale sia disseminato di dispenser pieni di tovagliolini di carta per permettere ai visitatori di asciugarsi le lacrime. E’ stato straziante rivedere a rotazione il video dell’aereo che entra nella torre come un coltello nel burro, come un proiettile in un uomo; è stato quasi insopportabile ascoltare le registrazioni dei messaggi lasciati ai propri cari da chi, sull’aereo dirottato dai terroristi, sapeva che sarebbe morto di lì a poco. “Ciao, volevo dirti che ti amo. Dì ai miei figli che li amo più di ogni altra cosa al mondo. Non preoccuparti, ci sentiamo appena arrivo”.

E infine è stato orribile vedere le immagini di persone che hanno preferito lanciarsi dal 102° piano della torre piuttosto che morire nell’incendio o schiacciati dal palazzo che si accartocciava su se stesso.

Davanti ad esperienze di questo tipo ti senti sopraffatto da mille emozioni: frustrazione, impotenza, tristezza, ma consiglio comunque a chiunque di visitare il memoriale una volta nella vita. E’ un luogo carico di memorie, che pur nel silenzio grida forte che New York, e con essa il mondo intero, non dimenticherà mai ciò che è accaduto in quel maledetto 9/11. Tanto eravamo coinvolti che abbiamo impiegato la bellezza di 6 ore a fare tutto il percorso, senza perdere una sola tappa dell’audioguida.

All’uscita era ormai buio, e ato che non avevamo né fatto colazione né pranzato, abbiamo deciso di cenare intorno alle 18.30 nel Whole Foods Market di Bryant Park per poi dirigerci finalmente al Mirnskof Theatre per il Musical del Re Leone (The Lion King).

Purtroppo non era concesso fare né foto né video, ma difficilmente potremo dimenticarlo. E’ stato uno spettacolo davvero maestoso ed emozionante, più di quanto potessi mai immaginare. I costumi di scena erano incredibili, tanto da riuscire, come una magia, a trasfromare un uomo in una iena, in una giraffa, in un ghepardo, con sembianze e movimenti perfetti. Ho adorato i personaggi di Mufasa, di Zazu, di Timon e Pumba, per non parlare delle iene, davvero incredibili.

Le battute del musical sono molto simili a quelle del cartone animato, quindi siamo riusciti a seguirlo bene pur non capendo proprio tutto. Davvero un favoloso regalo di compleanno che mi rimarrà nel cuore per sempre.

Alla fine del musical abbiamo acquistato qualche gadget da portare alle nostre famiglie e abbiamo approfittato del bel tempo per fare un giro nella vicina Times Square, luminosa e viva a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Il mio viaggio “fai da te” a New York

9° giorno a New York – Brooklyn Bridge e Dyker Heights

Il primo dell’anno, nonostante la sveglia puntata alle 9, non siamo riusciti a lasciare l’albergo prima di mezzogiorno. Ad accoglierci per strada, il primo vento gelido a New York dal giorno nostro arrivo.

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Ci siamo diretti al ponte di Brooklyn ma, visto l’orario e la necessità di un bagno, ci siamo fermati in una specie di Whole Foods Market (catena molto famosa) per un pranzo veloce a buffet. In generale mangiare a NY costa tanto se si pensa ai ristoranti, ma moltissimi supermercati hanno al loro interno delle grandi penisole col cibo a buffet che è possibile pagare a peso: questa è la migliore alternativa per magiare ciò che si vuole a cifre oneste, che si aggirano intorno ai 10$ a persona.

I turisti che attraversano il ponte sono tantissimi, tanto da dover camminare in fila indiana soprattutto nei tratti più panoramici. Ma vale la pena passeggiare su questo ponte bellissimo per vedere lo skyline di Manhattan mentre ci si allontana dalla città per raggiungere Brooklyn.

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Dall’altra parte del ponte troviamo DUMBO, che non è l’elefantino del film disney ma il quartiere di Brooklyn da cui si può godere di una vista meravigliosa di New York.

Da DUMBO ci siamo poi diretti verso Dyker Heights, un quartiere a sud di Brooklyn famoso nel periodo natalizio: pare che qui gli abitanti del quartiere facciano a gara a chi realizza l’addobbo natalizio più strordinario. E l’impressione che ho avuto è che a qualcuno sia davvero scappata un po’ la mano: ogni giardino è pino di luci, presepi, gonfiabili, addobbi di tutti i tipi, tanto da fare invidia al villaggio di Babbo Natale! Molti realizzano queste composizioni per omaggiare un caro defunto, ma verso le 21 il quartiere si spegne per evitare bollette milionarie.

 

Il mio viaggio “fai da te” a New York

8° giorno a New York – Statua della Libertà, Museum of Natural History, Capodanno

Il 31 Dicembre ci siamo alzati alle 6 del mattino per raggiungere ad un orario decente la biglietteria per la Statua della Libertà presso Battery Park. Fortunatamente non c’erano troppi turisti (si parla comunque di almeno 200 persone), pertanto siamo riusciti nel giro di mezz’ora o poco più a fare i biglietti e imbarcarci sul traghetto (ovviamente le operazioni di imbarco sono alquanto lente anche per via dei controlli che non hanno niente da invidiare a quelli aeroporuali). Per il tratto in battello fino a Liberty Island non si impegano più di 25 minuti sbarco incluso. L’isola in se’ per se’ non ha niente di speciale se non la vista dello skyline di New York; per il resto troverete soltanto la Statua della Libertà, il realtivo museo e un negozio di gadget. La statua non è grande come me la immaginavo, ma d’altronde come ogni donna ha i suoi trucchi e riesce comunque a svettare verso il cielo grazie all’alto piedistallo su cui è appoggiata.

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La visita al museo dedicato alla Statua della Libertà è stata davvero interessante. In breve la storia della nascita della Statua è la seguente: furono i francesi a realizzarla a casa loro, pezzo per pezzo. Una volta terminata, assemblarono la statua per verificare che la struttura fosse solida, poi la smantellarono nuovamente per poterne spedire i singoli pezzi per mare fino a New York. E’ stato scioccante scoprire che avremmo potuto non vedere mai la Statua della Libertà così come la conosciamo dato che la nave che la trasportava fu sul punto di ribaltarsi e disperdere i pezzi che la componevano sul fondo del mare (si parla della fine del 1800, e i mezzi di allora non erano esattamente gli stessi che abbiamo a disposizione oggi). Agli americani fu affidato il solo compito di realizzare il piedistallo e di occuparsi della futura manutenzione; la prima fu fatta per il centenario, nel 1986: in quell’occasione furono sostituite tutte le parti corrose dal tempo tra cui l’intera fiaccola (che si può ancora visionare all’interno del museo). All’interno della Statua è presente una scala a chiocciola che arriva fino alla corona (ps: per poterla visitare è necessario prenotare la visita anche 3 mesi prima),  e tutti i materiali di cui sono composti la scala e le strutture interne della statua sono stati pensati in maniera tale che la struttura potesse “muoversi” (se pure impercettibilmente) per riuscire a resistere a tutte le intemperie.

Da Liberty Island ogni 20 minuti parte un traghetto per Ellis Island dove è possibile unicamente visitare una grossa struttura affatto moderna, a mattoncini rossi, che prima di diventare un museo era il luogo preposto ad ospitare gli immigrati che lì venivano ascoltati, controllati e ammessi o meno ad entrare nel Nuovo Mondo.

Anche da qui ogni 20 minuti parte un traghetto per tornare a Battery Park.

Una volta scesi dal battello, abbiamo mangiato qualcosa e ci siamo diretti verso la caserma dei Ghostbusters (oggi una vera caserma dei pompieri) per qualche foto.

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Mentre tornavamo in zona Central Park per visitare il Museo di Storia Naturale (in cui hanno girato molte scene del film “Una notte al museo” con Ben Stiller) abbiamo trovato per caso un’opera di Banksy!

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Effettivamente la parte del museo che riguarda i dinosauri è davvero bella e ricca, con ricostruzioni strabiliati di enormi t-rex  e titanosauri. Al secondo posto per gradimento metterei la zona che racconta l’Universo e le sue particolarità. Per il resto non c’è niente per cui valga la pena impiegare più di tanto tempo: per noi il biglietto era “gratuito” perchè incluso nel New York Pass, ma per chi non lo avesse e volesse dare solo un’occhiata alla sezione dei dinosauri e poco altro, c’è la possibilità di entrare gratis arrivando 1 ora prima della chiusura del museo.

Dopo un’intensa giornata siamo finalmente tornati in camera per un breve pisolino e una doccia ristoratrice. Mentre camminavamo sulla 5th Avenue per rintrare in albergo, ci siamo trovati circondati da transenne e poliziotti che chiedevano alle persone di rendere conto di dove stessero andando: la città si stava preparando alla notte di Capodanno. Migliaia di persone sognano di festeggiare il Capodanno a Times Square, ma non è così semplice come si potrebbe pensare: inannzitutto, è necessario presentarsi a Times Square fra le 14 e le 15 del pomeriggio, dopo di che la polizia transenna tutta l’area e non è possibile ne’ entrare ne’ uscire fino alla mezzanotte. Non potendo muoversi, le persone devono portarsi da bere, da mangiare e, cosa di gran lunga peggiore, mettersi i pannoloni per poter restistere tutte quelle ore senza un bagno nelle vicinanze….assurdo. Ovviamente è possibile prenotare in uno dei locali che circondano Times Square, ma non pensate di spendere meno di 200 $ soltanto per un apertitivo fugace o di 700/1000 $ per una serata completa di cena e vista sul Ball Drop. Per nostro conto, avevamo prenotato alle 21.45 presso il ristorante Quality Meats, esattamente di fronto al nostro albergo. E’ stata una fortuna che fosse così vicino, anche perchè  persino le corse delle metro vengono quasi del tutto bloccate dalle 18 in poi.

E’ stata una cena deliziosa, con un servizio veloce e del cibo buonissimo (abbiamo mangiato delle cappesante squisite e abbiamo dovuto ammettere che la carne buona non ce l’abbiamo soltanto noi toscani). Un quarto a mezzanotte saremmo stati pronti a scendere in strada, ma il cameriere che ci aveva servito durante la cena ci ha invitati a restare per il brindisi a base di champagne, fornendoci una trombetta e una coroncina “2020” per festeggiare la mezzonotte insieme a tutti gli ospiti del locale.

Dopo il brindisi siamo usciti in tempo per vedere gli ultimi 5 minuti di fuochi d’artificio di Central Park. Quindi abbiamo deciso di fare due passi in strada per vivere la città nella notte di Capodanno, e tutto sommato devo ammettere che la situazione era davvero tranquilla nonostante la presenza di migliaia di persone.

Ps: a sapere come sarebbe stato questo 2020, avremmo tutti festeggiato molto meno ^_^

 

Il mio viaggio “fai da te” a New York

7° giorno a New York – MOMA, DWS, Sorbillo, McGee’s Pub

Il 30 Dicembre è stata la prima vera giornata di pioggia a New York dal nostro arrivo.

Escludendo tutte le attività da fare all’aperto, abbiamo pensato di approfittare del brutto tempo per recuperare la visita mancata al Madison Square Garden; quindi dall’albergo abbiamo preso la metro fino a Pennsylvania Station e da lì, raggiunto l’ingresso del palazzetto, siamo nuovamente stati rimbalzati con la motivazione che era in corso un evento che impegnava tutto lo staff del complesso che non poteva quindi accopmagnarci nella visita guidata (non è ovviamente permesso curiosare in autonomia, e anche con le guide le “restricted areas” sono davvero molte!). Un addetto all’ingresso ci ha consigliato di tornare dopo il 2 Gennaio: “se non c’è due senza tre”, ho pensato più per tirarmi su il morale che per reale convinzione, “la prossima volta sarà quella buona”.

Siamo tornati a Pennsylvania Station per prendere la metro in direzione MOMA (Museum of Modern Art), e per consolarci del tempo perso abbiamo diviso una cheese cake alla vaniglia e caramello da Magnolia Bakery. Squisita!

Il MOMA è davvero grande (e qualche zona ce la siamo pure persa), e si va dalle opere più “strane” e moderne ai quadri di Picasso e Monet. Ci siamo dovuti fermare qualche volta a riposare piedi e gambe e alla fine della visita ci siamo imbattuti in due bambini che avranno avuto si e no 12 anni, che prendevano parte ad una installazione in movimento, salendo e scendendo da strutture simili a rocce e intonando canti lirici; una rappresentazione davvero singolare!

Non mi dilungherò ulteriormente sul MoMa perchè ammetto di non essere un’appassionata d’arte e non vorrei sbilanciarmi in considerazioni senza senso.

Una volta fuori dal museo ci siamo imbattuti in una pioggia finissima ma molto abbondante, che con l’aiuto del vento ci ha bagati da capo a piedi…fortunatamente eravamo attrezzati abbastanza bene contro la pioggia, ma il disagio negli spostamenti a piedi è stato grande.

Tra le attività da fare al chiuso ci è subito venuto in mente di mangiare qualcosa, e visto che non gustavamo una buona pizza già da una settimana abbiamo prenotato da Sorbillo per la sera stessa. Per ammazzare il tempo che rimaneva prima di cena, abbiamo fatto un salto da DWS, una catena di negozi di scarpe davvero enorme (e con offerte a prezzi bassissimi) dove sono riuscita ad acquistare degli scarponcini che fossero comodi e adatti ai chilometri a piedi che facevamo ogni giorno. Poi, finalmente, il momento della pizza: sia quella tradizionale che quella fritta erano davvero squisite, tanto da ricordarci il sapore di casa.mde

Dopo cena abbiamo preso una bevuta al McGee’s Pub, che gli appassionati di How I met your mother riconosceranno come il pub da cui è stato preso spunto per il famoso McLaren’s!

 

 

Il mio viaggio “fai da te” a New York

6° giorno a New York – Gospel ad Harlem, Black Iron Burger, Madame Tussauds

Per la giornata del 29 Dicembre avevamo fatto dei piani che sono andati totalmente a rotoli, ma non per questo ci siamo lasciati abbattere!

Avremmo voluto essere nel quartiere di Harlem intorno alle 10.30 per poter assistere ad un coro gospel. Purtroppo a causa di un guasto elettrico diverse linee della metro sono state sospese, il problema è stato scoprirlo soltanto all’arrivo alla stazione successiva.  Il risultato è stato che quando siamo arrivati ad Harlem con mezz’ora di ritardo, la First Baptist Church era già al completo e non ci hanno permesso di entrare neanche per una rapida occhiata. Senza perdere la speranza, abbiamo continuato a girovagare nel quartiere di Harlem (con l’aiuto del nostro fidato Google Maps) per trovare un’altra parrocchia che ci accettasse, ma purtroppo non siamo riusciti a trovarne.

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Per questo lungo la strada del ritorno abbiamo deciso di consolarci con 2 donuts (dalla mia espressione dovreste intuire se fossero buoni o meno 😉 e siamo tornati alla First Baptist Church che distava pochi passi dalla metro.

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Notando che alcune persone uscivano, abbiamo riprovato ad entrare a messa già iniziata e fortunatamente questa volta è andata bene. Siamo arrivati nel bel mezzo di un canto gospel, che non ha molto a che vedere con i cori gospel a cui ci hanno abituato coi film: il tutto appare più come uno spettacolo interattivo, con schermi giganti, tre soli cantanti, la gente sugli spalti coinvolta con “Amen”, incitamenti ed applausi, e il pastore come unica vera stella protagonista dello show. Ad un certo punto i fedeli sono stati invitati a tenersi per mano e, durante quello che i cattolici definiscono “scambio della pace”, una signora di colore seduta accanto a me mi ha pure abbracciato. L’ho trovata una cosa molto tenera e che fra estranei non ci sogneremmo mai di fare, ma che in quel contesto calzava a pennello dal momento che tutti in quel teatro erano profondamente partecipi e coinvolti.

Dopo circa mezz’ora di sermone, capendo che il pastore ne avrebbe avuto ancora per molto, abbiamo deciso di abbandonare la messa e partire alla volta del Madison Square Garden. Purtroppo all’arrivo abbiamo scoperto che tutti i posti per il tour erano prenotati e siamo stati costretti a rimandare la visita.

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Giusto per prenderci una pausa, ci siamo fermati a mangiare un hamburger al Black Iron Burger verso le 14.30. I tavoli erano tutti occupati, e per non dover aspettare 40 minuti (rigorosamente in piedi) abbiamo optato per mangiare seduti al bancone del bar, esperienza comunque simpatica e che ci ha fatto sentire come se fossimo newyorkesi doc.

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La carne dei panini era davvero squisita, e a rovinarci è stato il contorno: un piatto di patatine fritte con salsa di cipolla, cipollotti e bacon che dopo ore ancora non eravamo riusciti a digerire!

Appena fuori dal pub, ci siamo accorti che cominciava a piovere (una pioggia sottilissima molto simile a quella inglese), quindi abbiamo optato per una vicina attrazione al coperto inclusa nel New York Pass: il Madame Tussauds. Carino, al solito, con giusto 2 o 3 cose degne di nota, ma per il resto niente di trascendentale; d’altrone quando ne hai visto uno li hai praticamente visti tutti. Terminato il giro facendo quasi a spallate con le migliaia di altri visitatori, siamo rientrati distrutti alla base.

Dopo soli 6 giorni a NY, mi sono resa conto che noi italiani non siamo fatti per vivere in una città come quella: file per andare al bagno, per prendere un caffè da Sturbuck’s, per comprare un biglietto, per accedere ad un’attrazione, per mangiare. Non so se sia così per tutti, ma decisamente non farebbe per me.

 

Il mio viaggio “fai da te” a New York

5° giorno a New York – Wall Street, Memoriale 11 Settembre, Chelsea Market, High Line, Pastrami

Armati di tutta la nostra buona volontà, certi di poter considerare “presto” l’orario delle 10 per uscire dall’albergo, ci siamo diretti verso la parte più a sud di Manhattan per prendere il traghetto e raggiungere la Statua della Libertà. Purtroppo, però, non avevamo fatto i conti con le migliaia di turisti che come noi avrebbero voluto visitare Liberty Island in quella giornata soleggiata. All’arrivo a Battery Park, da dove parte il traghetto, ci siamo subito resi conto che la fila era infinita e si allungava ogni minuto di più.  Spaesati e spaventati, abbiamo chiesto ad un ometto che lavorava lì quali fossero le previsioni per l’attesa, e il suo esaustivo resoconto non è stato incoraggiante:  1ora di fila per ottenere il biglietto dal New York Pass (non si può accedere alle attrazioni col semplice pass, è sempre necessario trasformarlo in ticket alle biglietterie), e altre 2 ore di attesa per salire sul traghetto. Vedendo la disperazione sui nostri volti, ci ha consigliato di tornare un altro giorno non più tardi delle 8 del mattino proprio per evitare le file, e non abbiamo potuto fare altro che ascoltare il suo consiglio.

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Quindi da Battery Park ci siamo diretti alla vicina Wall Street, dotata di un grande albero di Natale e addobbi vari. Da lì, sempre a piedi, abbiamo raggiunto il Memoriale dell’11 Settembre: al posto delle due torri gemelle, ci sono due vasche enormi, ciascuna larga quanto la base della torre che si ergeva in quello spazio, ed entrambe costellate lungo il perimetro dai nomi delle persone che persero la vita durante l’attentato. C’è un’atmosfera davvero surreale, in cui si alternano persone con gli occhi lucidi, e persone che semplicemente scattano foto in silenzio; le due vasche rappresentano spazi che non soltanto contrastano con gli enormi grattacieli che li circonando, ma che addirittura si sviluppano sotto terra, come a dire:”al di sopra di questi luoghi più niente dovrà essere costruito”. E’ questo Ground Zero.

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Anche la fila per accedere al Museo dell’11 Settembre sembrava non finire mai, quindi anche in questo caso abbiamo deciso di farci furbi e di tornare in un momento di minore affollamento.

Con pochi minuti di metro abbiamo raggiunto Chelsea Market, una sorta di centro commerciale prevalentemente culinario. Un’operatrice del volo Norwegian ci aveva consigliato di fare tappa a Lobster Place: ordini la tua aragosta, e devi mangiarla in piedi, e come uniche posate le mani corredate da guanti usa e getta. Per 35$ un’esperienza davvero simpatica (e l’aragosta era davvero squisita).

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Proprio da Chelsea Market comincia la High Line, una passeggiata sospesa tra i grattacieli costruita lungo vecchi binari  in disuso. L’idea è carina, ogni tanto si incontra qualche murales ben fatto, ma il tutto è davvero poco curato.

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Ad ogni modo, all’altro capo della High Line, al posto della vecchia stazione ferroviaria, troviamo il complesso di Hudson Yard, composto da: un centro commerciale, una struttura/scultura denominata “The Vessel” e una ulteriore struttura enorme e futuristica “The Shed” solitamente utilizzata per eventi di svariati tipi. La sua particolarità sta nella sua tecnologia, che le permette di rimpicciolirsi o diventare più grande a seconda delle necessità.

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Dopo aver scattato qualche foto al complesso, abbiamo passato circa 45 minuti a perderci sotto la metro, ma alla fine siamo riusciti ad raggiungere il CBGB, ex locale dei Ramones (oggi noto come John Varvatos, negozio di abbigliamento).

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Per cena abbiamo raggiunto il famoso Katz’s Delicatessen, tra le altre cose set della scena dell’orgasmo simulato in “Harry ti presento Sally”. Dopo aver fatto un po’ di fila all’ingresso e parecchia di più all’interno per ordinare, abbiamo finalmente assaggiato il famoso Pastrami, una sorta di carne bollita secondo una ricetta rumena, tagliata a fette sottilissime ma molto più saporita.

Anche quella sera, come ogni sera dall’arrivo a New York, siamo rientrati in albergo rotolando.

 

Il mio viaggio “fai da te” a New York