Papilloma Virus 2 – La vendetta

Mai cantare vittoria.

L’ho imparato a mie spese quando, la scorsa settimana, ho aperto la busta dell’ospedale con spavalderia pensando:”tanto l’ho già contratto due anni fa e ho pure fatto il vaccino”.

Il responso del Pap-test fatto a marzo é stato chiaro: POSITIVO. Il che non è positivo affatto.

Fortunatamente pare che non ci siano lesioni che possano far pensare ad un tipo cattivissimo di Papilloma, ma questo non cambia che dovrò di nuovo fare la colposcopia, di nuovo convivere con un virus che potrebbe impiegare un anno intero (o anche di più) per andare via.

Ho chiesto al mio ginecologo come fosse possibile, ma non sa darmi una risposta. Forse l’ambiente della piscina. Forse semplicemente la sfiga penso io. Non é dato sapere.

La cosa migliore che possa capitarmi é scoprire che il ceppo che ho preso sia uno tra i più innocui possibili e che i miei anticorpi riescano a debellarlo al più presto.

Entro fine Giugno farò la colposcopia per accertarmi che effettivamente non siano presenti lesioni di sorta su cervice e collo dell’utero (anche perché quella della bruciatura a cui sono stata sottoposta due anni fa non é stata esattamente una passeggiata di salute). Dopo di che dovrò pazientare. Sí, proprio io che a stento convivo con l’ansia mentre aspetto che il semaforo torni verde.

Auguratemi buona fortuna.

La mia ultima poesia

Non ricordo neanche una parola della mia ultima poesia, ma ho bene impresso il dolore che provai quel giorno seduta al banco di scuola, mentre con la vista annebbiata cercavo di rileggere le parole appena scritte e ormai già impastate alle lacrime che cascavano sul foglio pesanti come pezzi di grandine.

Avevo dodici anni e nessuna voglia di stare al mondo. Eppure non era mia la bara al centro della navata.

Non ricordo che mese fosse, ma di sicuro faceva già caldo perché avevo indosso un’orribile maglietta arancione extra large a maniche corte coi ghiaccioli disegnati sopra che mi ostinavo a mettere per nascondere le prime forme. Una compagna di classe mi chiamò al telefono di casa (il Sirio bianco della SIP) per dirmi sottovoce “Valentina è morta. Ha avuto un arresto cardiaco in spiaggia e l’ambulanza non è arrivata in tempo”.

Ricordo che sorrisi. Che scherzo di cattivo gusto.

Quando capii che non si trattava di uno scherzo non seppi come prenderla. Non era mai morto nessuno che conoscessi. Come ci si comportava davanti alla morte? Non lo sapevo, ma dalla tv avevo imparato che non era affatto una bella cosa. Riferii il messaggio a mia madre con la bocca contratta in una smorfia molto simile ad un sorriso, e lei si arrabbiò moltissimo gridandomi contro:”sei forse diventata stupida per ridere di una tragedia simile?”. Non ero stupida; ero soltanto stordita ed inerme, impreparata all’evento più naturale della vita. Se nasci poi devi anche morire, e può accadere anche se sei giovane, ma nessuno te lo spiega. Ci arrivi da solo o quando la morte ti sfiora, o quando si porta via qualcuno che conoscevi o peggio ancora che amavi.

Ci fu una riunione straordinaria di studenti e professori nella scuola già chiusa per le vacanze estive. La prof di italiano ci chiese di scrivere una poesia, dopo di che ne avrebbe scelta una da far recitare in chiesa durante il rito funebre. Lanciai uno sguardo al banco di Valentina come se la mia vista avesse il potere di farla riapparire come per magia. Speravo che da un momento all’altro qualcuno spalancasse la porta alla telecamera di Scherzi A Parte. Invece il banco rimase vuoto e mi fece male realizzare che da quel momento lo sarebbe stato per sempre. A dodici anni hai ancora tutto il tempo del mondo e fai fatica a percepire che passerà anche per te. Finché di anni non ne compi almeno trenta non ti rendi conto che pure il “per sempre” finisce. Tipo il per sempre di Valentina che è finito nel 1998.

Iniziai a scrivere la mia poesia pensando ai suoi capelli biondi, ai suoi occhi azzurri, al suo bellissimo sorriso di ferro (esiste qualcuno che non abbia portato l’apparecchio alle scuole medie?), all’angioma sulla guancia destra che pareva disegnato con un pennarello rosso solo un po’ sbiadito. Piansi fino all’ultima lacrima vergognandomi come una ladra: io e Valentina eravamo solo compagne di classe, chi mi dava il diritto di versare più lacrime della sua migliore amica? Alla fine trascrissi la poesia in bella copia e la consegnai alla prof.

Il giorno del funerale in chiesa nessuno fiatava. Incrociavo soltanto sguardi cupi e assenti, smarriti dentro abissi scuri che mi parevano senza fondo. Mi sentii quasi invidiosa del fatto che tutte quelle persone fossero lì per lei, e pensai che sarei voluta morire io al posto suo, che lei avrebbe meritato la vita più di quanto la meritassi io che non sapevo che farne, che tanto ai miei genitori non sarebbe importato.

Poi la prof mi intercettò in fondo alla chiesa e mi disse che fra tutte aveva scelto proprio la mia poesia. Mi sentii sprofondare e non ebbi il coraggio di camminare verso l’altare passando accanto alla bara di legno chiaro coperta di fiori. Non sopportavo l’idea di sfiorare anche solo con lo sguardo il dolore dei suoi genitori curvi come giunchi piegati dal vento; avrebbero pensato che quella bella poesiola potevamo ficcarcela su per il c*** io e il resto di quei ragazzini in piena tempesta ormonale; se solo avessero potuto avrebbero scambiato la vita di chiunque di noi con quella di Valentina, immaginavo. E come dargli torto?

Così la prof mandò Daniele al leggio con la mia poesia in mano: il capo chino, la fronte contratta al centro in una ruga profonda quanto la sua tristezza, la voce spezzata quel tanto che bastava per far trapelare il dolore ma nel contempo terminare la lettura. Quindi era così che ci si comportava davanti alla morte, presi appunti mentalmente.

Ascoltai in religioso silenzio la mia ultima poesia senza sapere che lo sarebbe stata, e solo molti anni dopo ebbi la consapevolezza che con Valentina se n’era andato anche un pezzetto di me. Spero lo abbia portato via con sé.