Tic

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Per motivi a me del tutto sconosciuti, senza la benché minima coerenza con gli argomenti che giusto ieri pomeriggio passavano in radio, mentre guidavo assorta verso casa ho avuto un flash improvviso risalente a quando avevo circa 10/12 anni. Mi sono resa conto che si trattava di qualcosa “di grosso” che avevo completamente rimosso, o meglio che avevo smesso di riportare alla memoria ogni tanto come si fa per le cose molto belle o per quelle molto brutte. Che poi vai a capire perché.

Mi sono ricordata che allora le mie giornate erano scandite da una moltitudine di tic. Sì, esatto, quei tic nervosi che  siamo soliti associare alle persone con evidenti problemi mentali. Eppure di problemi (diagnosticati) non ne avevo, e per la mia testa quegli scatti ritmici e sempre uguali non rappresentavano niente di strano. Era un bisogno che mi saliva forte e improvviso, un richiamo al quale non potevo permettermi di non rispondere. Probabilmente, in un presente che stava cambiando drasticamente, avevo bisogno di aggrapparmi a qualcosa che fosse sempre stabile e uguale a se stesso, qualcosa che non cambiasse mai a meno che non fossi io a volerlo.

Non ricordo quale fosse la reazione delle persone che avevo intorno, anche perché specialmente nei primi tempi non mi rendevo conto di fare qualcosa di “strano” e che gli altri avrebbero potuto giudicare male.

Ma prontamente arrivò mia madre a farmelo notare. Ricordo frasi del tipo:”smettila di fare quei versi con la testa, sembri scema”; “Ma sei mongoloide?”; “La gente penserà che ho una figlia handicappata”. “Tu non sei normale”.

E così cominciai a sentirmi sbagliata e a fare di quei movimenti un rituale sempre più impercettibile e nascosto agli occhi degli altri.

Non si chiese (e mai mi chiese) a cosa fossero dovuti tutti quei tic nervosi che periodicamente, durante la giornata, bloccavano il flusso dei miei pensieri per qualche secondo alla stregua di una paralisi. Sì lo so, sembrerà un controsenso, ma se dovessi descrivere quei tic nervosi, li definirei proprio “paralisi in movimento”. Non pensavo più a niente, se non a tenere il conto di quei gesti che dovevano essere sempre identici: muovevo la testa velocemente dall’alto verso il basso e viceversa (non ricordo il numero esatto di volte), e poi una sola volta da sinistra verso destra e ritorno. Avevo la sensazione che se non lo avessi fatto, qualcosa di catastrofico sarebbe successo.

Ad oggi non conosco le reali motivazioni di quel comportamento, e allora ero davvero troppo piccola per capire che il mio corpo lanciava dei segnali di allarme affinché io o qualsiasi altra persona capisse che qualcosa non andava, che avevo bisogno di aiuto.

Ripenso a quella fase della mia vita con tenerezza mista a tristezza: vorrei poter tornare indietro nel tempo, abbracciare quella bambina e parlare con lei; vorrei fare per lei tutto ciò che mia madre non ha fatto, e magari chissà, addirittura salvarla.

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Ses(S)o-lo non fosse un tabù

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Avete mai giocato a “Taboo”?

Per chi non lo conoscesse, si tratta di un gioco in scatola molto simpatico da fare in compagnia (due o più squadre, sempre a coppia di due), in cui a turno una persona deve far indovinare una parola (oggetto, emozione, concetto) al proprio compagno di squadra. Ovviamente le parole non sono scelte a caso, ma stampate su carte da gioco “speciali”. Vince la squadra che indovina più parole nel tempo di una clessidra da 1 minuto. La difficoltà non sta tanto nel poco tempo a disposizione, e neanche nel non poter mimare le parole in questione. Su ogni carta è stampata, in alto, la parola da indovinare; sotto, ci sono altre 5 parole (sinonimi o comunque vocaboli molto affini a quella parola), che non devono assolutamente essere pronunciate. Vi faccio un esempio.

Mettiamo che la parola che dovremo far indovinare al nostro compagno di squadra sia “NONNO”, e che le parole da non pronunciare pena la squalifica siano: “padre, genitore, anziano, nipote, figlio”; cosa vi inventereste? Sarà divertente scoprire come il vostro cervello riesca ad uscire dagli schemi e ad inventarsi nuove strade! Ad esempio potremmo dire:”quello di Heidi viveva in una casa in montagna”. Oppure ancora :”è il nome di una coppa gelato”. Sicuramente esistono centinaia di altre vie percorribili dall’immaginazione di ciascuno, e il bello è proprio questo.

Oltre che divertente, sembra però anche un gioco abbastanza faticoso se fatto troppo a lungo. Eppure non ci accorgiamo di farlo quotidianamente (e di farlo tutti, da secoli) per tutto ciò che concerne la sfera sessuale. Tutt’oggi l’argomento “sesso” viene difficilmente affrontato in pubblico, e in linea di massima viene toccato soltanto con allusioni e risate sotto ai baffi.

In casa mia, fin da quando ero bambina, di sesso non si è mai parlato apertamente: l’argomento è sempre stato avvolto da un alone di mistero. Ciò che sapevo, e che avrebbe dovuto bastarmi, era che si trattava di qualcosa di sporco, di inaccessibile e che non doveva riguardarmi.

E forse sarebbe stato meglio se davvero non mi fosse riguardato affatto.

Ho sempre avuto il sonno pesante, tanto che una volta cascai dal secondo piano di un letto a castello picchiando forte la testa sul pavimento e lo seppi soltanto al risveglio dai racconti di mia madre. Eppure una notte qualcosa riuscì a svegliarmi. Non appena i sensi si aprirono al mondo, avvertii un rumore ripetitivo, incessante, simile al rumore di uno straccio bagnato che viene sbattuto contro un muro. In sottofondo, gemiti e parole sussurrate (e dopo un po’ neanche più troppo sussurrate) che non riuscivo a decifrare. Non ricordo cosa provai quella notte, ma certamente cominciai a capire che era proprio di notte, e (non sempre) sotto voce, che i miei genitori facevano in gran segreto quella cosa chiamata “sesso”.

A quel tempo avrò avuto si e no 6 anni, e fino a che i miei genitori (11 anni dopo) non si separarono, mi capitò spesso di svegliarmi senza motivo nel bel mezzo della notte con la giugulare che pulsava come se improvvisamente il flusso del sangue fosse aumentato, e con una sorta di torpore che mi percorreva il corpo fino in fondo alle gambe. E ogni volta, non appena i miei sensi riuscivano ad aprirsi al mondo circostante, ecco di nuovo quel rumore ripetitivo di straccio bagnato, ecco di nuovo gli stessi gemiti e le stesse frasi “sporche”. Stavo male, ed era un male sia fisico che mentale. Poi finalmente arrivava il  rumore della chiave nella toppa a mettere fine a quel supplizio: qualcuno andava in bagno, e dopo poco ne usciva per permettere anche all’altro di entrare.

Ma forse la parte peggiore era l’attesa. Avevo imparato a carpire i “segnali” del sesso, il che mi lasciava presagire una nottata che sarebbe stata tutt’altro che serena. Sì perché dopo la fine di ogni amplesso, continuavo a rimanere prigioniera di un corpo che reagiva in modo sempre più strano a qualcosa che ormai conosceva da anni. Il battito del cuore diventava rapido e assordante, e il torpore si concentrava nella parte bassa della pancia, divenendo più pungente.

Di solito la mia disperazione cominciava all’ora di cena, quando vedevo mio padre riempire un bicchiere di vino bianco frizzante sia per lui che per mia madre. Si guardavano in “quel” modo che avevo imparato a riconoscere, si dicevano cose sotto voce, e quando noi figli andavamo a letto mio padre passava in rassegna le stanze, chiudeva le nostre porte (che normalmente restavano aperte) e poi chiudeva anche la loro, a chiave. Quella chiave che girava nella toppa era contemporaneamente il segnale d’inizio della mia angoscia prima, e segnale della fine dopo.

Quando avevo circa 15 anni, il rapporto tra i miei genitori cominciò a sgretolarsi sotto il peso del tempo e di responsabilità a cui non sapevano più far fronte. Non vi nego che da una parte ne fui felice, perché speravo che i loro incontri amorosi sarebbero spariti per sempre.

Come se tutto quello che avevo sopportato fino ad allora non fosse stato abbastanza, la situazione peggiorò. Una mattina scesi in cucina per preparare la colazione, e trovai un giornalino porno (esistono ancora?) aperto, gettato sul pavimento della cucina davanti al divano. Poi trovai nel gabinetto una diapositiva che ritraeva un pene. Supposi si trattasse di quello di mio padre, e ne ebbi la conferma quando mi affacciai nella camera dei miei genitori e trovai uno dei miei fratelli più piccoli (che al tempo non aveva ancora 3 anni) circondato da diapositive inequivocabili di parti intime e cetrioli che entravano in luoghi diversi dalla bocca.

Non so perché il mio corpo e la mia mente prendessero così male un qualcosa di così naturale: forse perché erano i miei genitori a farlo, o forse proprio perché si trattava di un argomento che era sempre stato tabù, qualcosa di scottante e sporco (così ci insegnarono), a cui noi figlie femmine, a sentire mio padre, non avremmo mai dovuto avvicinarci. Niente era detto apertamente, questo è ovvio. Ma tra le righe tutto era invece chiarissimo. Talmente chiaro che quando i miei scoprirono che avevo fatto l’amore con un ragazzo, mi lasciarono riversa a terra, in pigiama, con gli occhi totalmente accecati dalle lacrime e molti lividi nella pancia, sul naso e sulle gambe.

Adesso che ormai ho fatto mio l’argomento che tanto mi ha pietrificato e repulso durante gli anni della mia infanzia e della mia adolescenza, dovrei essere più serena a riguardo. E invece mi sento pervadere dallo stesso fortissimo senso di disagio ogni volta che i vicini di casa o la tv mi rimandano quegli stessi rumori molesti, quegli stessi gemiti, quegli stessi sussurri. In quei momenti vorrei gridare, o semplicemente sparire, e vorrei che i miei genitori non mi avessero a tal punto traumatizzata.

Ricordo che una volta scrissi una lettera che lasciai in bella vista sul loro letto. Non ricordo precisamente cosa ci fosse scritto, ma il senso generale rimandava ad una specifica richiesta: per favore, potreste stare più attenti e non costringerci (parlavo al plurale includendo anche i miei fratelli, pur non sapendo se a loro capitasse la stessa cosa) ad assistere ad ogni vostro amplesso? Non ebbi mai alcuna risposta, e niente nelle loro abitudini variò minimamente.

Credo che questa sia la terza volta che mi capita di raccontare questo aspetto della mia vita passata. La prima volta che l’ho fatto, non con poca vergogna, mi è stato risposto: “è qualcosa che può capitare, non ne farei un dramma. Sono cose naturali, d’altronde anche i tuoi genitori avevano le loro esigenze”. La seconda volta, invece, mi è stato risposto:”per fortuna non mi è mai capitato di sentire i miei genitori in quei frangenti, eppure avevamo le camere una di fronte all’altra. Immagino che non debba essere stato piacevole per te”.

E voi cosa mi rispondereste?

Vorrei davvero saperlo, perché mi sento combattuta tra:

  • sei tu ad essere strana. Il sesso è qualcosa di normale che anche i tuoi genitori avevano bisogno di fare. Probabilmente sei troppo sensibile e ne stai facendo un dramma. E’ capitato a tutti.

Oppure

  • i tuoi genitori avrebbero dovuto fare più attenzione, non è giusto che i figli debbano essere costretti ad assistere agli amplessi dei propri genitori. Non hanno avuto rispetto per te.

Razionalmente vorrei incolpare loro, sentirmi dire che sono stata una povera vittima; inconsciamente mi sento io quella sbagliata, quella che non avrebbe dovuto lamentarsi, quella che avrebbe dovuto “starne fuori” e che invece si è voluta impicciare in qualcosa che non la riguardava minimamente.

Vorrei salvarmi da questa lotta intestina che non mi permette di affrontare il sesso con serenità, ma contemporaneamente temo che dovrò rassegnarmi a sopportarla per sempre.

 

Uomini che (NON) amano le donne

Tempo fa avevo pubblicato questo stesso post. Probabilmente nessuno si è accorto che, così come era apparso, dopo poco è improvvisamente sparito senza lasciare traccia. Ebbene eccolo qui, di nuovo, più sfacciato che mai.

Per chi se lo stesse chiedendo, il motivo della sparizione non è da imputare a me (o almeno non direttamente). Ecco quanto è accaduto: una persona con cui stavo insieme tempo fa (e che ho volutamente escluso dalla mia vita per ragioni che potrebbero avere a che fare o meno con quanto scritto in questo post), mi ha contattata chiedendomi di cancellarlo. Mi ha spiegato che “qualcuno” gli aveva parlato dell’esistenza di questo blog, che quindi aveva deciso di curiosare e leggere qualcosa, e che era rimasto colpito da questo post. Mi ha chiesto di cancellarlo con la seguente (assurda) motivazione:”non vorrei che le persone che conosco mi riconducano alle cose che hai scritto e pensino male di me”.

Lì per lì ho lasciato (come sempre) che l’ansia prendesse il sopravvento, e pur di non dover più avere a che fare con lui mi sono detta “Ma sì, che mi frega, posso pure cancellarlo, se non altro perchè non ho voglia di stare a discutere con lui”. E così, senza pensarci ulteriormente, gli ho risposto che mi sembrava assurdo ma che avrei fatto sparire questo articoletto.

E’ stato qualche ora dopo averlo fatto che me ne sono pentita amaramente. E non perché sia scritto particolarmente bene, ma semplicemente per il messaggio che porta con se’.  E ho pensato che questa vicenda potesse rappresentare un ulteriore punto della lista sottostante che non avevo affatto preso in considerazione.

Perché se prendiamo in esame ciò che c’è scritto, non troverete traccia di nomi, cognomi, o riferimenti personali.

Ho preso spunto dalla mia vita personale per stilare questa lista? Sì.

Ho preso spunto esclusivamente dalla relazione avuta con lui? No.

La vita che ci circonda è già essa stessa spunto di riflessione per argomenti come quello dell’amore per la persona che si ha accanto. Basta osservare il rapporto che c’è o c’è stato tra i propri genitori, quello che c’è tra le persone che abbiamo accanto, quello che si vede in tv, e certamente anche quello che si prova in prima persona.

Vorrei aggiungere soltanto che se pensi che una persona a te cara possa improvvisamente cambiare idea su di te per un post che non è detto che qualcuno legga, e che non riporta nomi o riferimenti personali, forse è giunto il momento di chiederti “da che tipo di persone sono circondato”, oppure più semplicemente “non starò esagerando un po’ ?”. Anche l’opzione “coda di paglia” è molto gettonata, ma non sono io a dover rispondere in merito.

Quindi bando alle ciance, ed ecco qui (per la seconda e ultima volta), un post a cui mi sono resa conto di tenere moltissimo, perché la libertà di espressione, che tu sia uomo o donna, non deve essere toccata da nessuno e per nessun motivo al mondo. Buona ri-lettura.

L’amor che move il sole e l’altre stelle

(ultimo verso del Paradiso, XXXIII, v. 145) – Dante Alighieri.

Non avrei voluto scomodare il sommo poeta per un insulso post di questo minuscolo blog, ma non riuscivo a trovare un’altra frase che riuscisse con la stessa semplicità e la stessa forza a descrivere l’importanza che l’amore ha nel mondo.  Certo è che DEFINIRE l’amore nella sua totalità è cosa assai ardua, e non sarò di certo io quella che ci riuscirà.

Posso però raccontare il NON AMORE, quello che ho provato sulla mia pelle e che d’ora in avanti saprò sempre riconoscere lontano un miglio.

Vorrei mettervi subito in guardia: la prima volta che il NON AMORE ci tocca, spesso non siamo in grado di riconoscerlo, e per elencare le ragioni di questa cecità non bastano le dita di una mano. Ci può capitare di amare profondamente la persona che abbiamo accanto (che sia un genitore, un fratello, un fidanzato o amico), e di essere accecati dal nostro stesso sentimento tanto da non riuscire a vedere oltre il nostro petto; può darsi che il NON AMORE sia il meglio che la vita ci ha concesso fino a quel momento; può darsi che la fragilità (momentanea o costante) ci porti ad accontentarci, o che la paura di restare soli ci pietrifichi e non ci consenta di ribellarci.

Qualunque sia la ragione, che avvenga presto oppure tardi, l’importante è aprire gli occhi e accorgersi che meritiamo di meglio.

NON E’ AMORE…

  • quando non riesce a dirti TI AMO, perchè non è nelle sue corde; (ha una paura fottuta di dirtelo e glielo si legge negli occhi)
  • quando non riesce a dirti che sei bella, nascondendosi dietro alla scusa che lo fa sentire in imbarazzo (ma quando vede una bella ragazza passare per strada o in tv, improvvisamente ogni imbarazzo svanisce)
  • quando non ti lascia libera di vestirti come meglio credi (perché se no gli altri ti guardano e non va bene, come se un jeans e una maglia a collo alto facessero di te un’entità invisibile o un cesso inguardabile, o come se non coprire ogni centimetro di pelle corrispondesse ad un’occhiolino malizioso al genere maschile)
  • quando non ti lascia libera di fare le esperienze di cui senti di aver bisogno (che sia una serata in discoteca o una semplice cena con le amiche)
  • quando non ti ascolta e ostenta la sua seccatura alzando gli occhi al cielo
  • quando da’ per scontato che in casa sia la donna a dover fare tutto e non crede di dover dare il suo contributo (e se capita che lo faccia, se ne vanta come di un regalo prezioso)
  • quando scherza con tutti ma non con te, e non ci prova neanche a farti ridere
  • quando non cerca mail il tuo sguardo o la tua mano in mezzo ad altra gente
  • quando nell’intimità ricerca sempre il suo piacere e mai il tuo
  • quando sottolinea continuamente le tue debolezze e i tuoi difetti
  • quando si lamenta di ciò che fai per lui, perché non è come lo avrebbe voluto, o semplicemente non è abbastanza
  • quando ti esclude da ogni decisione
  • quando cerca di cambiarti (e tu, stupidamente, glielo permetti)
  • quando non si fida di te e ti tartassa di domande quando torni tardi dal lavoro o dalla palestra
  • quando non trova tempo da dedicarti perché vengono prima tutte le sue necessità, tutti i suoi hobby, e poi in fondo tu.
  • quando alza le mani su di te (lo dirò in francese: in questo caso, non è amore manco per il cazzo!)

La lista sta aumentando a vista d’occhio, quindi forse è il caso di fermarsi qui.

Se anche non sono stata esaustiva, spero di aver comunque reso il concetto, e di aver dato anche soltanto ad una persona un buono spunto di riflessione sul proprio rapporto di coppia.

Vi siete mai rispecchiati in qualcuna di queste circostanze? Ne avete altre da suggerire? Chissà che non possano essere d’aiuto ad un/a distratto/a passante che non sa di meritare di meglio.

Se solo…

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Se solo fossi più bella…

Se solo fossi più magra…

Se solo fossi più alta…

Se solo avessi più seno…

Se solo avessi labbra più grandi…

Se solo avessi una fronte più alta…

Se solo avessi le gambe più affusolate…

Se solo avessi gli occhi chiari…

Se solo avessi i capelli ricci per natura, o se solo li avessi lisci per natura…

Se solo avessi più autostima…

Se solo avessi più coraggio…

Se solo guarissi dai problemi di salute…

Se solo capissi cosa voglio dalla vita…

Se solo avessi un obiettivo…

Se solo avessi pazienza…

Se solo riuscissi ad accontentarmi di ciò che ho…

Se solo fossi più decisa…

Se solo fossi ricca…

Se solo avessi più amici…

Se solo capissi i miei stati d’animo…

Se solo fossi più fortunata…

Se solo fossi meno egoista…

Se solo smettessi di punirmi col cibo…

Se solo smettessi di consolarmi col cibo…

Se solo smettessi di tenermi tutto dentro…

Se solo mi mettessi al primo posto…

Se solo avessi un dono speciale…

Se solo potessi cambiare il passato…

 

…allora sarei un’altra persona e non me. Eppure non vorrei essere nessuno che io conosca. Ma neanche me. Vorrei essere tutto ciò che non sono. Vorrei sperimentare altre vie per la felicità, quella felicità che al momento mi sembra preclusa. Ma la colpa non è di ciò che sono, ne tanto meno di quello che non sono.

Avverto distintamente il fruscio di pensieri cupi e pesanti che prendono lentamente vita da un angolo buio della mia mente; mi accorgo di nuovi punti di domanda che prima non c’erano e che come ombre crescono e s’allungano man mano che sfiorisce il giorno. In poco tempo tutto diventa scuro, anche le cose più belle e che a mente fredda non cambierei mai.

E’ in questi momenti che l’ego prende il sopravvento: teme che io possa soffrire ancora, e per far sì che io evada al più presto da questa gabbia di prepotenti pensieri, mi propone:”perché non ti fai una bel selfie (o semplice autoscatto) e aspetti che ti facciano un sacco di complimenti, a conferma del fatto che sei fantastica così come sei?”. Lui però non sa che per ottenere una foto quasi figa, mille altre devono essere scartate: respingo istintivamente le mille altre versioni di me che (sono convinta) “gli altri” non gradirebbero. E non è ancora più deprimente rendersi conto che soltanto una versione su mille ha passato l’esame finale (per il rotto della cuffia e con l’aiuto di Prisma, aggiungerei) ?

O ancora, non lo sa il mio ego (così come lo sa la mia coscienza) che ciò che gli altri pensano di me lascia un po’ il tempo che trova? Perché un’ora dopo, o al più tardi il giorno seguente, mi ritroverò ancora lì, immobile, irretita da quegli stessi cupi pensieri; perché per cercare l’approvazione “degli altri” non mi sarò mossa affatto dal baratro in cui mi sono lasciata trascinare.

 

 

 

 

Chi ha paura della sera?

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Che io sia strana, ormai è assodato; ma forse è bene ribadirlo per chi non mi conosce e potrebbe imbattersi in queste righe sconclusionate senza capirne il senso.

E nella mia stranezza, c’è qualcosa che mi demolisce, perché azzera la mia volontà e mi rende succube di pensieri e paure immotivate: l’arrivo della sera.

Fino a qualche anno fa, la sera rappresentava la speranza che qualcosa di bello potesse accadere; d’altronde le giornate scorrevano tutte identiche e senza variazioni: sveglia, colazione, lavoro, spesa, rientro a casa. Dal momento in cui varcavo la soglia di casa, potevo sperare in un abbraccio, in una sorpresa, in una novità (anche se puntualmente tutte le mie speranze venivano deluse). Così, sempre di più, devo aver cominciato a perdere quella speranza, e con quella, ogni sera si è gradualmente trasformata in una mera estensione del giorno, con l’aggravante di essere priva di obblighi o doveri che potessero impegnare i miei pensieri.

Non so bene come spiegarlo…è come se l’angoscia si facesse strada dentro di me senza una ragione, e trasformasse in simil-depressione ciò che fino a qualche ora prima era solo un velo di malinconia. Ma non è solo questo: mi accorgo di cambiare lentamente umore, di perdere la “spinta in avanti”, di sentirmi stanca come se non dormissi da giorni. E la cosa peggiore è che vedo trasformarsi in un terribile mostro ogni innocente pensiero che si affaccia nella mia mente.

Per fare un esempio stupido (e permettervi di decifrare il delirio di cui sopra), qualche settimana fa mi sono accorta che un’amica tardava a rispondere ad un mio messaggio. Durante il giorno, il pensiero si sarebbe trasformato in un semplice pensiero logico:”sarà indaffarata, quando vedrà il messaggio mi risponderà”; ma riflettendoci di sera, si è trasformato in un mostro a tre teste:”di solito risponde subito. E se le fosse successo qualcosa? Che faccio, la chiamo? No, meglio di no, non vorrei passare per paranoica. Quasi quasi scrivo al suo ragazzo per sapere se è tutto a posto. E se invece non rispondesse perché ce l’ha con me per qualche motivo? Non avrebbe tutti i torti: chi vorrebbe avermi come amica? Resterò sola per sempre”.

Risposta che tarda ad arrivare = senso di solitudine e pensieri autodistruttivi.

E’ incredibile come la sensazione di poter spaccare il mondo di giorno, si trasformi nel pessimismo più profondo al calar della sera. E’ un po’ come se il mio inconscio tirasse le somme della giornata e mi accusasse di non aver combinato niente neanche oggi, togliendomi di conseguenza ogni tipo di speranza nel domani. Se non ci sei riuscita oggi, perché domani dovrebbe essere diverso?

Poi finalmente vado a dormire, resetto la mia mente passando da sogni catastrofici e deliranti, e finalmente un nuovo giorno pieno di aspettative e speranze ha inizio. Ogni mattina mi alzo con l’illusione di poter “spaccare il mondo”, ma poi non faccio niente di concreto e ricomincia tutto da capo, passando per il tormento serale che prosciuga ogni emozione.

E’ per questo che ho paura del volgere del giorno: temo l’arrivo di quella infelicità immotivata che mi assalirà come ogni sera; e odio quella voglia insensata di piangere e rannicchiarmi sotto le lenzuola, senza nessuno intorno che mi costringa ad interagire col mondo.

Vorrei che la sera tornasse ad essere “speranza” e “possibilità“, e non l’estenuante attesa del giorno seguente. Vorrei smettere di sentirmi fallita, di sentirmi inutile, come se ogni giorno passato fosse soltanto un pezzetto in più, un altro mattoncino di un muro che si fonda sul nulla più totale.

Sulla scrittura

Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo. Scrivi di amore senza nominarlo, la precisione sta nell’evitare.

Distràiti dal vocabolo solenne, già abbuffato, punta al bordo, costeggia,

il lanciatore di coltelli tocca da lontano,

l’errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di mancarlo.

Poesia di Erri De Luca

Le peggiori persone che abbia mai conosciuto

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Il 30 Marzo si è tenuto a Verona il Congresso in favore della famiglia tradizionale. Lo so, mi sto infilando in un ginepraio da cui faticherò ad uscire, ma non posso esimermi dal farlo se voglio dare un senso ai ragionamenti che mi stanno affollando la testa da un paio di giorni.

“La famiglia è quella composta da un padre, una madre e un figlio, non da due madri o due padri”. – Madre di famiglia intervistata durate il Congresso di Verona.

Nel sentire queste parole, mi sorgono spontanee alcune domande che porrei volentieri a questa rispettabile signora:”Chi ha mai messo in dubbio che quella composta da un padre, una madre ed un figlio non sia una famiglia? Perché ti senti in dovere di ribadire un concetto vecchio quanto il pianeta terra? Da cosa ti senti minacciata? Forse dall’amore di due persone dello stesso sesso? Credi che quell’amore possa in qualche modo nuocere alla tua famiglia?”. Ma la risposta a queste domande poco mi importa, mentre vorrei davvero sapere perché certa gente si prenda, come in un violento colpo di stato, il diritto di decidere per la vita di qualcun altro.

E non entrerò ulteriormente nel merito di questa diatriba che va avanti ormai da anni, e che mi porterebbe inevitabilmente a raccontare delle cosiddette famiglie tradizionali che predicano bene e razzolano male, che distruggono le proprie famiglie, che si fanno gli amanti, che maltrattano i propri figli, che fanno prostituire le proprie figlie, che abbandonano in un sacchetto della spazzatura un bambino indesiderato, che si sfregiano con l’acido per vendetta o si uccidono per gelosia.

Prendendo spunto da questo evento, mi sono resa conto che le persone peggiori che abbia mai conosciuto, parteciperebbero a congressi come questo senza il minimo senso di colpa, senza pensare affatto ai danni che il loro gesto potrebbe causare al prossimo. Non si rendono conto che cercano di difendere la propria libertà (che per altro nessuno ha minacciato), schiacciando quella altrui.

In molti casi si tratta di persone tendenzialmente ottuse, che non sanno mettersi in discussione, che credono di avere sempre in mano la verità, e che si lamentano continuamente della vita attribuendo la colpa di ciò che non funziona agli altri, o comunque a qualsiasi essere vivente o evento al di fuori di loro.

E non si tratta sempre, come si potrebbe pensare, di persone anziane che si portano appresso valori cementificati dal tempo.

Tra quelle che conosco personalmente, due di loro hanno poco più di 40 anni, e non si sono fatte scrupoli nel privare la propria figlia, per pura ripicca personale, dell’amore di una persona a cui era profondamente legata.

Un’altra ha poco più di 30 anni, e non si tira mai indietro quando trova il modo di rendere più emozionante la propria vita andando a ficcare il naso in quella altrui. E’ un lui che è pronto a giudicare e sputare sentenze, senza mai mettere in discussione il proprio pensiero, per poi maledirsi e deprimersi alla scoperta di aspettare un altro figlio.

Un’altra ha poco più di 50 anni, e nonostante nessuno dei suoi figli voglia includerla nella propria vita, continua strenuamente a difendersi affermando di non avere niente da rimproverarsi.

Certo, queste sono soltanto alcune delle peggiori persone che abbia mai conosciuto, ma il nesso comune a tutte è lo stesso: l’illusione di essere giudici della vita altrui, in grado di discernere cosa è giusto e cosa non lo è, e il miraggio di sentirsi superiori agli altri, per un motivo o per un altro. Si tratta di persone insoddisfatte della propria vita, che cercano continuamente l’approvazione degli altri, gli stessi altri a cui danno sempre la colpa di tutto e alle spalle di cui sparlano senza remora alcuna; sottostanno alle regole sociali, ma invidiano fortemente chi fa soltanto ciò che gli porta felicità, proprio quella felicità che rincorrono con escamotage socialmente approvati (matrimonio, dei figli, un nuovo lavoro), ma che continua inesorabilmente a sfuggirgli dalle mani come fa il tempo.

Chi mi spaventa maggiormente non è chi non sbaglia mai, ma chi lo fa nell’assurda convinzione di essere nel giusto sempre e comunque.

 

 

Le 5 ferite emotive: come guarirle

E’ interessante capire da dove vengono determinati comportamenti e modi di pensare che credevamo solo nostri, e scoprire che invece abbiamo molti tratti comuni a chi indossa le nostre stesse maschere per le nostre stesse ferite.

Una volta appurato che qualche ferita, anche se piccola, ce la portiamo dentro tutti, il passo successivo è capire come guarire da queste ferite.

Nel suo libro “Le 5 ferite e come guarirle”, l’autrice Lise Bourbeau da’ qualche indicazione di massima che vi vado subito a riassumere.

La prima tappa per guarire una ferita consiste nel riconoscerla e nell’accettarla. Accettare significa guardarla, osservarla, sapendo che il fatto di avere ancora qualcosa da risolvere fa parte dell’esperienza dell’essere umano. Nessuna trasformazione è possibile senza accettazione. Nel caso in cui  ancora non siamo stati capaci di riconoscere le ferite che ci hanno fatto (e tutt’ora ci fanno) soffrire, ci basterà far caso a ciò che non accettiamo negli altri: corriponderà esattamente a quelle parti di noi che non vogliamo vedere per paura di doverlo ammettere e guarire.

L’ego fa tutto il possibile per non farci rivivere le nostre ferite, perchè teme che non saremo in grado di gestire il dolore che ne deriverà. D’altronde è stato proprio l’ego a convincerci a creare le maschere allo scopo di evitarci la sofferenza. L’ego crede sempre di prendere la strada più facile, ma in realtà ci complica la vita, e più aspettiamo a risolvere le ferite, più queste si aggraveranno e più avremo paura di toccarle, dando vita ad un circolo vizioso che solo noi potremo interrompere con la consapevolezza e l’accettazione. Dobbiamo prendere coscienza del fatto che tutti comportamenti associati a una data maschera, sono soltanto delle reazioni legate alla “difesa”, e non hanno niente a che fare con l’amore per noi stessi e al comportamento che sarebbe in realtà più giusto adottare per il nostro benessere.

La seconda tappa consiste nell’accettare la nostra responsabilità, smettendo di accusare gli altri per le nostre sofferenze.

Un altro modo per capire a fondo le ferite che ci portiamo dentro, consiste nell’interrogarsi sul rapporto che abbiamo con gli altri: più queste ferite fanno male, più proveremo risentimento per il genitore che riteniamo responsabile di avercele imposte; dunque, in seguito, trasferiremo l’odio e il reancore sulle persone dello stesso sesso del genitore accusato di averci fatto del male. La Bourbeau spiega infatti che le ferite non potranno guarire se non in presenza di un vero perdono nei confronti di noi stessi e dei nostri genitori.

Questa terza tappa si basa sull’idea che al mondo non ci sono cattivi, ma soltanto persone sofferenti, e i nostri genitori fanno parte di queste. Non si tratta qui di scusarli, ma di imparare ad avere compassione per loro. D’altronde non sarà condannandoli o accusandoli che li aiuteremo; possiamo avere compassione per lor anche se non siamo d’accordo con quello che fanno grazie alla consapevolezza delle ferite nostre e altrui.

Non si tratta di un percorso semplice, ne’ tanto meno rapido, ma ci accorgeremo di essere ad un buon punto della nostra guarigione quando inizieremo a dirci: “ecco ho indossato questa maschera, ed è per questa ragione che ho reagito in questo modo”.

E’ essenziale capire che la fonte del nostro benessere sta in ciò che siamo e facciamo, e non nei complimenti, nella gratitudine, nei riconoscimenti e nel sostegno che ci vengono dall’esterno: l’autonomia affettiva è la capacità di sapere ciò che vogliamo e di fare le azioni necessarie per concretizzarlo, e quando abbiamo bisogno di aiuto sappiamo chiederlo senza troppi problemi.

Per velocizzare questo processo di guarigione, è fondamentale smettere di alimentare le proprie ferite per quanto possibile: bisogna smettere di darsi degli incompetenti, dei buoni a nulla, degli inutili, e soprattutto smettere di fuggire dalle situazioni che ci fanno paura. E’ essenziale provare ad affrontarle e capire quanto le nostre reazioni siano dettate dalle maschere che indossiamo. A quel punto dovremo perdonarci, e concederci di aver potuto usare una maschera, sapendo che in quel momento credevevamo davvero che fosse l’unico modo per proteggerci.

La quarta tappa, infine, sarà quella in cui torneremo ad essere noi stessi, in cui sentiremo di non avere più bisogno di indossare delle maschere che ci proteggano. Questo non è altro che un modo per descrivere l’AMORE PER SE STESSI. Amarci è concederci talvolta di ferire gli altri rifiutandoli, abbandonandoli, umiliandoli, tradendoli o essendo ingiusti con loro, sebbene non lo facciamo di proposito. Questa è la più importante delle tappe per guarire le nostre ferite. D’altronde scopriremo che più ci consentiremo di tradire, rifiutare, abbandonare, umiliare ed essere ingiusti, meno lo faremo. Concedendo a noi stessi di fare agli altri ciò che temiamo di vivere (al punto da aver creato una o più maschere per proteggerci), ci sarà molto più facile concedere anche agli altri di agire nell’identico modo e di avere, a volte, dei comportamenti che risvegliano le nostre ferite.

 Come consiglio pratico, la scrittrice consiglia di fare un bilancio alla fine di ogni giornata, in cui ci si domanda quali maschere abbiano preso il sopravvento inducendoci a reagire in un determinato modo, sia nei confronti degli altri che di noi stessi.

Il ibro si conclude con la poesia dello svedese Hjalmar Söderberg:

Tutti vogliamo essere amati,

se questo non accade, essere ammirati,

se questo non accade, essere temuti,

se questo non accade essere odiati e disprezzati.

Vogliamo risvegliare un’emozione nell’altro, quale che sia.

L’anima rabbrividisce davanti al vuoto e cerca il contatto a qualsiasi prezzo.

 

Approfondiamo la ferita da ingiustizia e la maschera del rigido.

Per riprendere le fila del primo post che tratta questa ferita, ricorderemo che le persone che soffrono di ingiustizia sono quelle che non si sentono apprezzate o non credono di ricevere quanto meritano. Vivono questa ferita soprattutto con il genitore dello stesso sesso: hanno sofferto per la sua freddezza e per la sua incapacità di sentire ed esprimersi, oltre che per l’autoritarismo di questo genitore, per le sue critiche frequenti, la sua severità, la sua intolleranza o il suo conformismo.

La reazione del bambino di fronte all’ingiustizia, consiste nel tagliare i ponti con il proprio sentire, credendo, così, di proteggersi: la maschera che si crea in questo caso è quella del rigido.

Le persone rigide sono in realtà molto sensibili, ma sviluppano la capacità di non percepire questa sensibilità e di non mostrarla agli altri, autoconvincendosi che nulla possa toccarle. Cercano la giustizia e l’esattezza ad ogni costo, e sarà diventando perfezioniste che crederanno di essere sempre nel giusto. Credono erroneamente che se qualcosa è perfetto, sarà necessariamente anche giusto.

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La maschera del rigido si riconosce dal corpo dritto, rigido e il più possibile perfetto. E’ un corpo ben proporzionato, con spalle dritte, larghe quanto le anche. Può accadere che il rigido prenda peso durante la vita, ma continuerà a mantenere un corpo ben proporzionato. Tra tutte le altre personalità, è quella che ha più paura ingrassare e farà di tutto perché non accada. Ha spesso la natiche rotonde e le donne hanno la vita stretta (amano infatti gli abiti serrati in vita e le cinture che la sottolineino).

Fin da bambino, il rigido si rende conto di essere apprezzato più per ciò che fa che per ciò che è. Ecco perché diventa estremamente efficace e incomincia a far da sé molto precocemente. E’ molto ottimista, spesso troppo; crede che dicendo spesso “non c’è problema” le situazioni problematiche si risolveranno più in fretta. D’altronde, fa del suo meglio per risolverle da sé, senza chiedere aiuto a nessuno. Addirittura arriva a volersi curare da sé, senza parlarne con altri, perché ha troppa difficoltà a confessare che può aver bisogno di aiuto.

Teme l’autorità perché, da piccolo, ha imparato che le persone investite di autorità (i suoi genitori in primis) avevano sempre ragione. Quando gli altri sembrano dubitare di lui, vive la cosa come un’inquisizione, alimentando così il senso di ingiustizia che si porta dentro. Per lui il merito è importante, infatti è spesso incline a provare invidia nei confronti di chi ha più di lui e che, a suo avviso, non lo merita.

Chi soffre della ferita da ingiustizia, appare freddo e insensibile nonostante utilizzi spesso la risata per nascondere la sua sensibilità e le sue emozioni.

Non si rende conto di essere ingiusto nei propri confronti, pretendendo troppo da se’ stesso. Vorrebbe risolvere tutto e subito, senza concedersi il tempo di sentire a fondo la situazione e la possibilità di avere ancora qualcosa da risolvere.

E’ una persona disciplinata, che non abbandona un progetto solo perché non ha rispettato i suoi pioani per un giorno o perché c’è qualche cambiamento.

L’emozione più frequente del rigido è la collera, soprattutto nei confronti di se stesso. La sua prima reazione quando è in collera è aggredire qualcun altro, anche se ce l’ha con se stesso. Inoltre ha spesso difficoltà a lasciarsi amare e a dimostrare il suo amore.

E’ incline a paragonarsi con persone che considera migliori e soprattutto più perfette di lui: questo svalutarsi è una forma di ingiustizia e di rifiuto che adopera nei propri confronti.

La più grande paura del rigido è la freddezza. Ha tanta difficoltà ad accettare la sua freddezza quanto quella altrui, e fa del suo meglio per mostrarsi caloroso senza rendersi conto che in realtà gli altri possono trovarlo insensibile e freddo.

Le malattie a cui è più soggetto chi indossa questa maschera sono: il torcicollo (per la difficoltà che ha nel vedere tutti gli aspetti di una situazione che considera ingiusta); i problemi di stitichezza ed emorroidi (perché nella vita ha difficoltà a mollare la presa, e tende a trattenere ogni emozione); i problemi di vista (preferisce non vedere tutto ciò che ritiene imperfetto così non dove soffrire); la psoriasi. Capita che si provochi da se’ problemi come la psoriasi  per non stare troppo bene e non essere troppo felice, il che risulterebbe ingiusto nei confronti degli altri.

Se ci si riconosce in questa ferita, è importante ricordare che il genitore del nostro stesso sesso ha vissuto (e probabilmente vive ancora) la medesima ferita con il proprio genitore dello stesso sesso.

Approfondiamo la ferita da tradimento e la maschera del controllore.

La ferita del tradimento, è quella che viene vissuta dal bambino col genitore del sesso opposto. Spesso infatti ne soffre chi non è riuscito a superare a pieno la fase edipica, e più in generale chi, quando era bambino, ha creduto che il genitore del sesso opposto non stesse mantenendo “la parola” in base alle proprie aspettative del “genitore ideale”.

La maschera indossata da chi soffre della ferita da tradimento, è quella del controllore.

tradimento controlloreIl controllore ha un corpo possente che esibisce forza e attraverso il quale vuole comunicare il proprio senso di responsabilità. La donna-controllore concentra questa forza all’altezza dei fianchi, delle natiche, del ventre e delle cosce (le famose culotte de cheval). È dunque la parte inferiore del corpo ad essere più larga delle spalle: la forma de corpo è simile a quella di una pera, e più la parte grossa della pera è sviluppata, più la ferita da tradimento è profonda.

Il controllore nutre alte aspettative nei confronti degli altri, e tende a verificare continuamente il loro operato per capire se può fidarsi di modo: questo è uno dei tanti metodi con cui cerca di tenere le cose sotto controllo. Vuole che tutto accada precisamente come le ha pianificate (non a caso preferisce arrivare sempre in anticipo per scongiurare qualsiasi imprevisto), e questo comporta una grossa difficoltà a delegare un compito, anche quando si fida dell’altro. La diretta conseguenza è che il controllore deve essere molto veloce visto che vuole fare quasi tutto in autonomia: vorrebbe guarire in fretta o comprendere le cose rapidamente, e ha difficoltà quando la gente impiega troppo tempo a spiegare o raccontare qualcosa. Non è raro che interrompa gli altri o che risponda prima che il suo interlocutore abbia finito. Tuttavia, non accetterà che gli altri riservino a lui questo trattamento. Certamente parliamo di una persona che dovrebbe sviluppare la pazienza e la tolleranza, soprattutto quando si presentano situazioni che gli impediscono di fare le cose a modo suo.

Il controllore si forma rapidamente un’opinione sulle altre persona o su una data situazione, ed è convinto di avere ragione: emette la sua opinione in modo categorico e vuole ad ogni costo convincere gli altri.

Il suo rapporto con le persone non è molto sano in quanto teme costantemente il confronto, e fa di tutto per evitarlo per paura di non essere all’altezza. Inoltre non riesce a fidarsi, tanto che per lui è anche difficile confidarsi: teme che le sue confidenze, un giorno, possano venire usate contro di lui. Nonostante ciò, lui è il primo a riportare agli altri ciò che gli è stato detto in confidenza, ma naturalmente avrà sempre un’ottima ragione per farlo. Non sopporta che qualcuno gli menta, ma se lui  mente lo fa sempre per un valido motivo (o così crede): trova facilmente molte buone ragioni per deformare la realtà. Paradossalmente, va in escandescenza quando si accorge che qualcuno non crede a ciò che dice, e si sente tradito da tutte le persone che non ripongono la propria fiducia in lui. Crede che non mantenere la parola e disimpegnarsi sia sinonimo di tradimento, e si crede quindi obbligato a mantenere sempre le promesse, anche se assume troppi impegni contemporaneamente e finisce per sentirsi in gabbia. Infatti, piuttosto che doversi disimpegnare, solitamente preferisce non impegnarsi affatto.

E’ il tipo di persona che vive con maggiori difficoltà una separazione all’interno della coppia, perché gli ricorda di non aver mantenuto a sufficienza il controllo sulla relazione. E non è strano che spesso siano proprio i controllori ad essere maggiormente esposti alle separazioni e alla rottura di un rapporto. 

Un’altra caratteristica del controllore è la sua grossa difficoltà nel fare una scelta quando crede che essa possa fargli perdere qualcosa: questo spiega perché a volte abbia difficoltà a decidersi. Sembra strano visto che il genitore “controllore” decidere facilmente al posto dei figli, senza prima verificare con loro cosa li renderebbe felici.

L’ego del controllore prende facilmente il sopravvento quando qualcuno lo rimprovera per qualcosa che ha fatto, in quanto non gli va di essere sorvegliato, soprattutto da un altro controllore, e si sente addirittura insultato quando qualcuno mette il naso nei suoi affari senza avergli chiesto il permesso.

Il controllore ha paura del rinnegamento: per lui venire rinnegato significa essere tradito; ma non si rende conto di quanto spesso sia lui stesso a rinnegare gli altri, eliminandoli dalla sua vita. E’ capace di non rivolgere più la parola ad una persona nella quale ha perso fiducia, e difficilmente offre una seconda occasione.

Tra le malattie che maggiormente affliggono una persona “tradita”, ci sono l’agorafobia, i problemi alle articolazioni, e quelli all’apparato digerente (più spesso a fegato e stomaco). Gli capita spesso di perdere il controllo e di mangiare molto più di quando il suo corpo riuscirebbe ad assimilare.

Più la ferita da tradimento è profonda, più la persona che ne soffre tende a tradire gli altri o se stessa (non riponendo fiducia in se stessa o non mantenendo le promesse che si fa).