Storia di Lin – Recensione

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Dopo aver terminato l’ultima (deludente) lettura di “Come fermare il tempo” (di Matt Haig), anziché affidarmi ai consigli di amici e conoscenti ho deciso di raccomandarmi completamente al fato.

Tra gli altri, il mio fidato Kindle mi ha proposto un libro (gratis) che di primo acchito non avrei mai scelto per la sua copertina: “Storia di Lin”, della scrittrice Giuseppina d’Amato di cui onestamente non avevo mai sentito parlare.

Premetto che, per essere stata una lettura “alla cieca”, non è andata poi così male: ho fatto molta più fatica a terminare libri che mi erano stati caldamente consigliati e pubblicizzati.

Ma veniamo al dunque. Il libro racconta, appunto, la storia di Lin, un’adolescente alle prese con le continue metamorfosi tipiche di quell’età, con le difficoltà scolastiche e i primi amori. Lin è una ragazzina taciturna, timida ed introversa; le compagne a scuola la prendono in giro per il suo strambo modo di vestire, e i suoi amici si contano sulle dita di una sola mano. Ah! Dimenticavo di dirvi che Lin non è italiana. Si è trasferita a Brescia con la madre dalla Cina, il paese in cui ha lasciato un padre fantasma e dei nonni amorevoli. Paradossalmente, ciò che aggiunge un pesante velo nero alla sua adolescenza è proprio la lontananza da Zhang Wei, sua madre, che ha deciso di buttarsi a capofitto nel lavoro per garantire alla figlia un futuro migliore di quello che è toccato a lei: se va bene, riescono a vedersi una volta ogni due mesi, e spesso anche quel raro incontro risulta impossibile.

Lin è costretta a vivere da sola e ad arrangiarsi in una Brescia che ancora fatica a definirsi multiculturale. Tutta la sua quotidianità gira intorno a qualche figura di riferimento e alla solitudine, all’incertezza, al senso di impotenza. E saranno proprio questi sentimenti a creare un solco profondo nell’anima e nella vita di Lin, portando un cambiamento repentino ed improvviso da cui non le sarà più possibile tornare indietro.

Ecco cosa mi è piaciuto di questo libro: sicuramente questa storia riesce a mettere l’accento su scorci culturale a cui (forse) normalmente non presteremmo la benché minima attenzione. Trovo che sia importante calarsi nei panni degli altri per arrivare almeno ad intuire vagamente quali siano i suoi trascorsi, le sue difficoltà, le sue aspirazioni. Vestire i panni di qualcun altro ci rende l’altro meno “diverso” e più vicino, e in questo il libro centra pienamente l’obiettivo. Non aspettatevi una storia piena di colpi di scena, perché non ce ne saranno. La storia di Lin potrebbe tranquillamente essere la bella prosa di un trafiletto tratto dal quotidiano locale di qualsiasi città, suscitando lo stesso identico disappunto. Devo confessare che alcuni passaggi mi hanno ridotto in lacrime: in un paio di momenti, la distanza tra me e Lin si è azzerata, tanto che le sue emozioni sembravano mie e viceversa.

Cosa non mi è piaciuto di questo libro: il linguaggio della scrittrice non è sempre fluido e scorrevole; ci sono momenti in cui ho dovuto fare marcia indietro e rileggere una parola se non addirittura un’intera frase per capirne bene il senso. Non perché la sintassi non sia corretta, ma semplicemente perché a volte la scrittrice fa uso di termini “difficili” e pesanti, che potrebbero risultare un po’ ostici per chi non dispone di un lessico molto più che completo.  Inoltre ho trovato imbarazzati alcuni passaggi in cui la narratrice tenta di scimmiottare i discorsi di Lin in un italiano stentato e un po’ caricaturale, ricreando la classica “macchietta” ben radicata nella mentalità di noi italiani. Trovo che questi discorsi, anziché palesare le difficoltà di una ragazza in cerca di integrazione, rendano il tutto un po’ troppo improbabile, facendo quasi perdere credibilità all’intera storia.

 

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Il desiderio di sentirsi importanti

Siete mai stati assaliti dal desiderio impellente di cambiare?

Cambiare look, cambiare lavoro, cambiare la persona che avevate accanto, cambiare vita?

Vi siete mai sentiti legati a terra, immobili come statue di marmo sepolte dal fango?

Io mi sono sentita così per lungo tempo, in trappola come un palloncino stretto nella mano di un bambino che proprio non voleva saperne di lasciarmi volare via. Quel bambino lo conosco bene: è il mio passato, l’insieme delle esperienze negative e delle brutte cose che mi sono state dette e di cui mi sono convinta man mano che diventavo grande.

Mi sono illusa, fino a non troppo tempo fa, che salire determinati gradini “sociali” fosse la chiave per raggiungere sogni ed obiettivi e, perché no, la felicità.

Probabilmente capita anche a voi di inseguire qualcosa che neanche voi sapete come definire: sapete solo che la volete a tutti i costi. Allora vi lanciate in mille nuove avventure, certi che sarà la volta buona. Un lavoro stabile, un fidanzamento, il matrimonio, dei figli, case, libri, viaggi, fogli di giornale…

Poi magari quegli “status” sociali riuscite davvero a raggiungerli, ma nonostante questo sentite che c’è qualcos’altro che vi sfugge passandovi tra le dita come un soffio di vento. 

Non dovremmo colpevolizzarci troppo per questo. D’altronde ci hanno da sempre persuasi che la felicità fosse una mera somma di “cose”: un lavoro + una casa + una macchina + un compagno di vita + dei figli + una pizza la domenica sera = felicità. Ma l’anima non si ciba soltanto di “cose”: ha bisogno anche e soprattutto di amore, di approvazione, di incoraggiamento. 

Un noto filosofo statunitense, un certo John Dewey, disse che il bisogno più sentito della natura umana è il desiderio di essere importanti, e che la gente lo persegue infaticabilmente al pari di procurarsi cibo, sonno e denaro. Eppure, quando si tratta di “prenderci cura” delle persone che amiamo, non soddisfiamo quasi mai questo bisogno primario. Non lasceremmo i nostri figli un solo giorno senza cibo, ma li lasciamo  per anni senza la gratificazione di cui hanno bisogno tanto quanto del cibo. Così hanno fatto con noi i nostri genitori perché così è stato fatto con loro quando erano solo dei bambini. Probabilmente il cibo non gli è mancato, ma forse la fiducia in loro stessi sì.

A volte gratificare qualcuno può cambiargli la vita, e credo che dovremmo spezzare questa catena ripartendo proprio dalla fiducia in noi stessi per cambiare DAVVERO una realtà che sentiamo un po’ stretta: è un sentiero nuovo, inesplorato, che può fare anche un po’ paura, ma che allo stesso tempo immagino costellato di momenti di felicità. Dicono che una volta imboccato quel sentiero non si avverta più il bisogno di correre, ma soltanto il piacere di godersi il viaggio. 

 

Ecco come dovrebbe essere ogni casa

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Da una pagina del mio diario del 15 Maggio 2017:

Nella prima casa in cui ho vissuto, venivo additata come quella brutta, cicciona, incapace, stupida, sbagliata. 

Nella seconda casa facevano di tutto per farmi sentire sbagliata ogni volta che provavo ad essere me stessa, ogni volta che non mi adeguavo agli standard di una mentalità vecchia e stantia.

Mentre la terza casa, quella che mi hai regalato tu, è una casa in cui posso essere me stessa e in cui sono amata per ciò che sono, e non per quello che dovrei essere. Mi hai regalato una casa in cui posso sentirmi libera, in cui trovare conforto, sorrisi, carezze, comprensione; una casa che non è una prigione, e in cui posso far ritorno ogni sera dopo aver fatto esperienza del mondo fuori. 

Adesso sei tu la mia casa e io voglio esserlo per te.

Uomini che (non) amano le donne

L’amor che move il sole e l’altre stelle

(ultimo verso del Paradiso, XXXIII, v. 145) – Dante Alighieri.

Non avrei voluto scomodare il sommo poeta per un insulso post di questo minuscolo blog, ma non riuscivo a trovare un’altra frase che riuscisse con la stessa semplicità e la stessa forza a descrivere l’importanza che l’amore ha nel mondo.  Certo è che DEFINIRE l’amore nella sua totalità è cosa assai ardua, e non sarò di certo io quella che ci riuscirà.

Posso però raccontare il NON AMORE, quello che ho provato sulla mia pelle e che d’ora in avanti saprò sempre riconoscere lontano un miglio.

Vorrei mettervi subito in guardia: la prima volta che il NON AMORE ci tocca, spesso non siamo in grado di riconoscerlo, e per elencare le ragioni di questa cecità non bastano le dita di una mano. Ci può capitare di amare profondamente la persona che abbiamo accanto (che sia un genitore, un fratello, un fidanzato o amico), e di essere accecati dal nostro stesso sentimento tanto da non riuscire a vedere oltre il nostro petto; può darsi che il NON AMORE sia il meglio che la vita ci ha concesso fino a quel momento; può darsi che la fragilità (momentanea o costante) ci porti ad accontentarci, o che la paura di restare soli ci pietrifichi e non ci consenta di ribellarci.

Qualunque sia la ragione, che avvenga presto oppure tardi, l’importante è aprire gli occhi e accorgersi che meritiamo di meglio.

Potrei scrivere un trattato sul NON AMORE in (quasi) tutte le sue forme, ma tranquilli, non sarò così prolissa e mi limiterò al NON AMORE in una coppia. Parlo al femminile ma credo fermamente che invertendo le parti, o con due parti entrambe al femminile, o con due parti entrambe al maschile,  il risultato non cambi affatto.

NON E’ AMORE…

  • quando non riesce a dirti TI AMO, perchè non è nelle sue corde; (ha una paura fottuta di dirtelo e glielo si legge negli occhi)
  • quando non riesce a dirti che sei bella, nascondendosi dietro alla scusa che lo fa sentire in imbarazzo (ma quando vede una bella ragazza passare per strada o in tv, improvvisamente ogni imbarazzo svanisce)
  • quando non ti lascia libera di vestirti come meglio credi (perchè se no gli altri ti guardano e non va bene, come se un jeans e una maglia a collo alto facessero di te un’entità invisibile o, peggio, un cesso inguardabile)
  • quando non ti lascia libera di fare le esperienze di cui senti di aver bisogno (“a ballare non ci vai perchè gli altri ragazzi potrebbero provarci con te; in giro con le amiche neanche perchè non è giusto che io rimanga a casa da solo; in giro con la sorella single benchè meno perchè potrebbe portarti sulla cattiva strada”. Ho per caso preso una macchina del tempo che mi ha riportato nel Medioevo?!)
  • quando non ti ascolta e ostenta la sua seccatura alzando gli occhi al cielo (tanto da farti venir voglia di dargli una testata su quel grosso naso che si ritrova)
  • quando da’ per scontato che in casa sia la donna a dover fare tutte le faccende mentre lui taglia il pratino in mezz’ora e poi sprofonda sul divano per ore a guardare Game of Thrones (tanto lui non sporca ne’ la casa, ne’ i vestiti, perchè mai dovrebbe contribuire?!?)
  • quando scherza con tutti ma non con te, e non ci prova neanche a farti ridere (che poi, detto tra noi, sarebbe complicato visto che suscita a tutti la simpatia di una cacca appena pestata con le scarpe nuove di zecca)
  • quando non cerca mail il tuo sguardo o la tua mano in mezzo ad altra gente (sia mai che pensassero che state insieme!)
  • quando nell’intimità ricerca sempre il suo piacere e mai il tuo (e lo fa così rapidamente da non lasciarti neanche il tempo di protestare)
  • quando sottolinea continuamente le tue debolezze e i tuoi difetti: “pensi sempre a mangiare; a te le gonne corte non stanno bene; smettila di piangere per le schiocchezze; sei troppo socievole” (un pregio almeno ce l’ho, o è tutto da buttare?!)
  • quando si lamenta di ciò che cucini (non hai mai fatto una volta la spesa, mai portato in casa una cassa d’acqua, mai acceso un fornello, e ha pure il coraggio di lamentarsi di quello che cucini!)
  • qando non gli passa neanche per l’anticamera del cervello di interpellarti per prendere una decisione, perchè ha già decisio per entrambi (come se si potesse anche solo lontanamente immaginare di sapere ciò che sente e pensa un’altra persona)
  • quando cerca di cambiarti (e tu, stupidamente, glielo permetti perchè credi che voglia solo il tuo bene…mentre non ti accorgi che in realtà vuole solamente il suo)
  • quando non si fida di te e ti tartassa di domande quando fai tardi a lavoro (e tu che pensavi a quale regalo comprargli con i soldi dello straordinario, che sciocca!)
  • quando non trova il tempo da dedicarti perchè vengono prima il lavoro, sua madre, il suo svago e poi in fondo tu.
  • quando alza le mani su di te (lo dirò in francese: non è amore manco per il caxxo!)

 

La lista sta aumentando a vista d’occhio, quindi forse è il caso di fermarsi qui.

Se anche non sono stata esaustiva, spero di aver comunque reso il concetto, e di aver dato anche soltanto ad una persona un buono spunto di riflessione sul proprio rapporto di coppia.

Vi siete mai rispecchiati in qualcuna di queste circostanze? Ne avete altre da suggerire? Chissà che non possano essere d’aiuto ad un/a distratto/a passante che non sa di meritare di meglio.

Non criticate, non condannate, non recriminate

Stamattina mi sono imbattuta per caso in questa semplice lettera scritta da un padre al proprio figlio, e non ho potuto fare a meno di emozionarmi profondamente e, cosa non meno importante, di imparare una lezione davvero importante. Ecco perché vorrei che dedicaste un minuto alla lettura di queste poche righe, che voi siate genitori oppure no.

Father Forgets – di W.   Livingstone Larned

“Ascolta, figlio: ti dico questo mentre stai dormendo con la manina sotto la
guancia e i capelli biondi appiccicati alla fronte. Mi sono introdotto nella tua camera da solo: pochi minuti fa, quando mi sono seduto a leggere in biblioteca, un’ondata di rimorso mi si è abbattuta addosso, e pieno di senso di colpa mi avvicino al tuo letto. E stavo pensando a queste cose: ti ho messo in croce, ti ho rimproverato mentre ti vestivi per andare a scuola perché invece di lavarti ti eri solo passato un asciugamani sulla faccia, perché non ti sei pulito le scarpe. Ti ho rimproverato aspramente quando hai buttato la roba sul pavimento.
A colazione, anche li ti ho trovato in difetto: hai fatto cadere cose sulla tovaglia, hai ingurgitato cibo come un affamato, hai messo i gomiti sul tavolo. Hai spalmato troppo burro sul pane e, quando hai cominciato a giocare e io sono uscito per andare a prendere il treno, ti sei girato, hai fatto ciao ciao con la manina e hai gridato: “Ciao, papino !” e io ho aggrottato le sopracciglia e ho risposto: “Su diritto con la schiena!” E tutto e ricominciato da capo nel tardo pomeriggio, perché quando sono arrivato eri in ginocchio sul pavimento a giocare alle biglie e si vedevano le calze bucate. Ti ho umiliato davanti agli amici, spedendoti a casa davanti a me. Le calze costano, e se le dovessi comperare tu, le tratteresti con più cura. Ti ricordi più tardi come sei entrato timidamente nel salotto dove leggevo, con uno sguardo che parlava dell’offesa subita? Quando ho alzato gli occhi dal giornale, impaziente per l’interruzione, sei rimasto esitante sulla porta. “Che vuoi?” ti ho aggredito brusco. Tu non hai detto niente, sei corso verso di me e mi hai buttato le braccia al collo e mi hai baciato e le tue braccine mi hanno stretto con l’affetto che Dio ti ha messo nel cuore e che, anche se non raccolto, non appassisce mai. Poi te ne sei andato sgambettando giù dalle scale. Be’, figlio, e stato subito dopo che mi e scivolato di mano il giornale e mi ha preso un’angoscia terribile. Cosa mi sta succedendo? Mi sto abituando a trovare colpe, a sgridare; e questa la ricompensa per il fatto che sei un bambino, non un adulto? Non che non ti volessi bene, beninteso: solo che mi aspettavo troppo dai tuoi pochi anni e insistevo stupidamente a misurarti col metro della mia età.
E c’era tanto di buono, di nobile, di vero, nel tuo carattere! i1 tuo piccolo cuore cosi grande come l’alba sulle colline. Lo dimostrava il generoso impulso di correre a darmi il bacio della buonanotte. Nient’altro per stanotte, figliolo. Solo che sono venuto qui vicino al tuo letto e mi sono inginocchiato, pieno di vergogna.
E una misera riparazione, lo so che non capiresti queste cose se te le dicessi quando sei sveglio. Ma domani s’aro per te un vero papa. Ti s’aro compagno, starò male quando tu starai male e riderò quando tu riderai, mi morderò la lingua quando mi saliranno alle labbra parole impazienti. Continuerò a ripetermi, come una formula di rito: “‘E ancora un bambino, un ragazzino!” Ho proprio paura di averti sempre trattato come un uomo. E invece come ti vedo adesso, figlio, tutto appallottolato nel tuo lettino, mi fa capire che sei ancora un bambino. Ieri eri dalla tua mamma, con la testa sulla sua spalla. Ti ho sempre chiesto troppo, troppo.”

Anziché criticare senza riflettere,dovremmo cercare di immaginare perché la gente fa quello che fa. Prima dicercare di cambiare gli altri, dovremmo almeno aver migliorato noi stessi.

Ridatemi Novembre

Novembre è considerato spesso un mese un po’ “pacco”, come dicono dalle mie parti, perché a questo mese pare non esser toccato niente di speciale: non è più estate, e non è ancora inverno; il periodo delle castagne è finito, ed è troppo presto per l’albero di Natale; l’anno ormai volge al termine e si sa, è tradizione attendere il nuovo anno per lanciarsi in nuove esperienze. A Novembre i buoi propositi non si fanno….oppure sì?

Sempre nelle zone in cui vivo io, popolate da gente di mare che lavora d’estate per poi riposare d’inverno, Novembre rappresenta forse il mese più bello dell’anno. La stagione è finita e si tira un respiro di sollievo. La decompressione iniziata il 15 di Settembre ha finalmente terminato il suo ciclo lasciando liberi gli occhi di riaprirsi piano al mondo; il corpo ricomincia a percepire sensazioni che credeva dimenticate, pensieri pigri e sonnolenti si godono il lusso di vagare senza una meta. Novembre è il mese in cui la gente di mare può riprendere in mano la propria vita da dove l’aveva lasciata, in quel lontano e tiepido Aprile; sei mesi sono passati veloci come una pellicola che corre avanti a folle velocità, perché tanto nei mesi di mezzo non c’è niente di interessante da vedere.

Anche l’amore è stato messo in stand by, perché non c’è stato il tempo di dargli attenzione. Vitto e alloggio, ecco tutto quello che gli è stato concesso affinché non morisse nell’attesa che Novembre arrivasse.

Adesso che finalmente è qui, Novembre ci darà l’opportunità di rinascere un po’, di ripartire e ricominciare, anche se a volte ricominciare può voler dire passare attraverso sofferenze e difficoltà. Novembre ha il potere di aggiustarci la vita, oppure di rovinarla. Novembre non è solo un mese; Novembre siamo noi.

Se vi va, date un’occhiata al video di “Ridatemi Novembre”, il nuovo singolo dei Vostok, uscito oggi in anteprima su Billbord Italia: Ridatemi Novembre – Vostok

Le persone sbagliate, e quelle giuste

amicizie-Non-instaurare-amicizie-inutiliQuando si ha poca autostima, è facile attrarre le persone sbagliate. Non che siano “sbagliate” in assoluto, ma sicuramente lo sono per noi.

Quando avevo diciassette anni, odiavo la mia vita. Non c’era niente, o quasi, che andasse per il verso giusto. E non parlo di semplice crisi adolescenziale, ma di mattoni ben più pesanti come il bullismo, la depressione, la solitudine, la violenza. E’ stato scontato, dalla ragazzina piena di problemi quale ero, diventare la persona ansiosa e priva di certezze che sono diventata. Odiavo me stessa anziché odiare che mi faceva del male, e mi aggrappai alla prima relazione che mi permise di intravedere una via di fuga da quella vita che consideravo sporca e desolante.

Ebbi l’occasione di ricominciare: un nuovo amore, una nuova città, dei nuovi amici.

La verità è che non scelsi consapevolmente nessuna di queste cose; l’unica decisione che presi, fu di lasciarmi alle spalle in blocco tutto quello che mi ero portata dietro per diciassette anni: qualsiasi cosa troverò, pensai, non potrà essere peggiore di quello che ho lasciato.

Ma allora ancora non sapevo che del passato non ci libera semplicemente facendo finta che non sia mai esistito, perché i problemi, le mancanze e le insicurezze rimangono ancorati dentro di noi ovunque decidiamo di andare.

Da allora, mi ci sono voluti quasi dodici anni per capire che la nuova vita che mi ero costruita era tutta una finzione. Tranne l’affetto che provavo per le persone che la abitavano, quello era reale e sincero.

Nonostante i legami affettivi mi avessero impedito di fare un ragionamento razionale per tutto quel tempo, ad un certo punto sentii che mi stavo ammalando e che i pericoli da cui ero scappata dodici anni prima stavano tornando a minacciarmi. Per impedirlo, ho dovuto fare una scelta consapevole e matura, la stessa che a diciassette anni non ero stata in grado di fare. Ho dovuto prendere coscienza di ogni mia debolezza e di ogni mia paura, e con il cuore in una mano e il cervello nell’altra, ho deciso di passare in rassegna una ad una le persone che mi circondavano. Mi ero adattata e modellata a loro piacimento, e questo aveva fatto sì che la vera me restasse nascosta sotto quintali di sensi di colpa, parole accondiscendenti e forzature. Portarla alla luce ha naturalmente allontanato tutte le persone che non erano affatto interessate a me e alla mia felicità.

E’ stato difficile, ma essenziale. Nonostante le lacrime e la fatica, so che lo rifarei ancora e ancora.

Per quanto possa spaventarci, dovremmo sempre domandarci se le persone che abbiamo accanto contribuiscano alla nostra felicità, se tengano realmente a noi o meno, se ci stiano accanto per chi siamo o soltanto per comodità. Allontanare anche solo una delle persone che non ci apprezzano, può aiutarci ad essere più liberi, a ritrovare noi stessi se ci eravamo persi, e a valutare la nostra vita da una nuova prospettiva. Provateci.

 

Vai al post —-> Le domande possono salvarci la vita

 

 

Più blogger, meno fashion

Negli ultimi mesi mi è capitato spesso di sentirmi fuori luogo, di pensare che il fatto di non essere costantemente online faccia di me una sorta di emarginata sociale. La scelta di non condividere con gli altri ogni aspetto della mia vita (alla stregua di chi pubblica Stories e foto su Instagram quotidianamente), mi fa sentire la “strana” del gruppo, come una donna spaesata capitata per caso nel 2018, reduce da un viaggio in avanti nel tempo. E’ come se stessi vivendo in un’epoca che non mi appartiene, ma probabilmente è più vero  il contrario: sono io a non essere adatta a questo presente così social e frenetico.

Mi ritengo una persona abbastanza taciturna e riservata, timida a livelli forse esagerati, e non mi sognerei mai di mettermi a fare video in cui parlo ad ipotetici spettatori che dovrei supporre interessati a qualsiasi cosa io abbia da dire.

Probabilmente l’assunto di base parte dalla precisa idea che ho di me stessa, ovvero dalla percezione di non essere una persona interessante. Eppure amo le persone interessanti e non so stare vicino a chi non mi da stimoli.

I momenti in cui mi sento più “inadatta” alla vita odierna, sono quelli in cui mi imbatto in foto e filmati di persone che si credono “arrivate”, che sono convinte di aver fatto la differenza ma che in realtà non sanno di illudersi: il mondo si dimenticherà ben presto di loro, così come dimenticherà me e la gran parte della popolazione mondiale. Vedere persone (anche a me vicine) comportarsi da fashion blogger “de noialtri” e convincersi ogni giorno di più di aver raggiunto il successo, mi mette a disagio, in imbarazzo. E’ la stessa identica sensazione che provavo a 17 anni quando mi accorgevo che mia madre aveva preso di nascosto i miei vestiti da adolescente per andare a ballare con le amiche. Mi sentivo sommergere da un’ondata di disagio nonostante io fossi chiusa in casa e quella in giro a fare una figuraccia fosse mia madre.

Perché espressioni come: “ciao ragazzi!”, “me lo chiedete in tanti”, “cosa ne pensate del mio make up?” mi imbarazzano a tal punto da dover interrompere la story che sto guardando? Davvero non capisco come facciano ad essere così convinti che la loro vita sia talmente interessante da sentirsi in dovere di renderne pubblico ogni più insipido particolare.

“Stasera siamo a cena qui” – E sti’ cazzi.

“Questo è il mio nuovo outfit” – E sti’ doppi cazzi.

Saremo tutti concordi nell’affermare che il problema è mio, e non certo di questi novelli fashion blogger che provano a farcela in un modo o nell’altro.

Cosa c’è di sbagliato nel ritenere interessante la propria vita e pensare che possa destare interesse in qualche altro essere umano? Probabilmente niente. Probabilmente deve esserci un passaggio che mi sfugge, e probabilmente quel passaggio sono io, come l’anello debole di una catena.

Pensandoci, un punto di incontro che mi piace c’è: seguo volentieri chi lo fa con ironia, con l’intento di far sorridere gli altri, o di mandare messaggi positivi che vadano oltre il make up o l’outfit.

Il punto di incontro ha più nomi (non moltissimi in realtà, ma qualcuno esiste), e forse i mio preferito è lei: camihawke . E’ una ragazza giovane e spigliata, che non si vergogna a mostrarsi struccata o in pigiama. Ha un modo di fare molto amichevole e spensierato, spesso ironico, ed è forse una delle poche persone “famose” sui social che riesce sempre a farmi ridere con estrema semplicità. Non di rado affronta tematiche importanti, che riguardano soprattutto l’accettazione di sé o il bullismo su internet: credo che dovrebbe essere questo, in parte, il ruolo di chi può godere di una buona visibilità tra i giovani e meno giovani. Se vi va di seguirla, vi lascio qui il link al suo profilo Facebook  😉

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Chiediti come stai

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“Come stai?”

Credo che sia la domanda più gettonata in un ristretto ventaglio di opzioni disponibili quando si incontra qualcuno che non si vede da molto tempo, e di cui non ricordiamo quasi più niente.

E quella domanda la pronunciamo con entusiasmo, col sorriso, come se ci importasse davvero. Eppure, da qualche parte dentro di noi, sappiamo benissimo che se davvero ci fosse interessato, quella persona l’avremmo cercata prima e non ci saremmo ridotti a domandarglielo soltanto dopo averla incontrata incidentalmente.

Ma non è neanche il caso di farsene una colpa: nella vita si cresce, si cambia, si sbaglia, ci si allontana, e se capita di avere incontri del terzo tipo con le persone che hanno abitato il nostro passato, forse è preferibile un “come stai?” di troppo alla totale indifferenza.

La cosa paradossale, in tutta questa faccenda, è che quel “come stai?” lo rivolgiamo spesso alle persone che non fanno più parte della nostra vita, raramente a quelle che ne fanno parte, ma mai a noi stesse.

“Perché tanto con me stessa ci sto tutto il giorno, in ogni secondo, in ogni istante; so come sto senza domandarmelo”

“Non mi manca niente, perché dovrei perdere tempo con certe domande?”

“Adesso ho da fare, se c’è qualcosa che non va, ci penserò dopo il lavoro, la spesa, dopo aver preso i bimbi all’asilo, averli portati in piscina e aver steso la lavatrice”.

E’ incredibile come cerchiamo continuamente di scappare dalla domanda più semplice e fondamentale di tutte.

Ogni volta che le esperienze, brutte o belle che siano, mi hanno insegnato qualcosa, sono caduta in una specie di trance che a volte è durata anche settimane, durante le quali mi sono data ininterrottamente dell’idiota per non aver capito prima, per aver buttato anni inutilmente, per non essere stata più saggia. E in ognuna di queste occasioni, mi sono resa conto di essermi salvata in extremis, proprio quando un piede già faceva capolino sull’abisso del “per sempre infelice e scontenta”. E tutto questo per cosa? Per una o più mancanze nei miei confronti, per essermi condotta dove in realtà non sarei voluta realmente andare.

Ok gli impegni, i doveri, gli appuntamenti, i problemi e le difficoltà a cui far fronte. Ok gli amici, la nostra dolce metà, i figli, la famiglia. Ognuna di queste cose, ognuna di queste persone, richiede la nostra presenza e il nostro impegno quotidiani, ma non dovremmo mai dimenticarci che NOI siamo la priorità, e che se non ci curiamo di noi stesse, nessun altro lo farà al posto nostro.

Probabilmente, una volta al giorno, sarebbe il caso di ritagliarsi un momento solo per noi, senza interferenze e distrazioni, un momento in cui mettersi davanti allo specchio e chiedersi “Come stai? Com’è andata la tua giornata?”. Al solo pensiero mi sento ridicola e rido come una cretina, quindi non è sicuramente questa la strada giusta per me. Ma una volta ogni tanto, senza impegno, senza specchi o altri oggetti che mi rimandino il mio imbarazzo, sarebbe proprio il caso che mi fermassi a domandarmi se mi sento serena, se il percorso che sto facendo sia o meno quello giusto per me, o se invece io senta la mancanza di qualcosa.

Visto che sono qui, ferma davanti al pc, visto che che mi sono ritagliata questo momento per scrivere, soltanto per me, potrei approfittarne per chiedermi come sto.

Ed è incredibile come tutto il mio corpo cerchi di ribellarsi ad un momento così confidenziale ed importante: all’improvviso sento brontolare lo stomaco per la fame, e a pensarci ho anche sete. Dovrei davvero alzarmi e andare a cucinare qualcosa. Per giunta dopo devo fare anche la doccia. Devo davvero sbrigarmi.

Perché tutti questi freni? Perché una domanda così banale dovrebbe spaventarmi?

Forse è paura. Paura di non sapermi ascoltare. Paura di prendere per me stessa le decisioni sbagliate. Paura di commettere gli stessi errori del passato. Paura di non sapere cosa sia giusto per me.

Ma se penso che domandare a me stessa qualcosa di semplice possa davvero farmi stare meglio, fanculo alla paura e a tutti questi freni!

Ciao, come stai?

Abbastanza bene, grazie. Ultimamente la salute non mi sta aiutando, e la cosa mi genera non poca ansia. Però, a giorni alterni, faccio forza sulla mia indomita speranza e vado avanti con la consapevolezza che i mali in grado di devastarti la vita sono altri. Ho accanto una persona che amo profondamente, che mi fa ridere, che si prende cura di me come nessuno ha mai fatto prima, e che vede di me tutto il bello che io non sempre riesco a vedere. Ho una famiglia un po’ pazza ma di cui non potrei fare a meno, che sento vicina nonostante la distanza. Ogni mattina mi alzo volentieri per andare a lavoro. Se però devo dar peso a quel “ABBASTANZA”, ammetto che qualcosa che mi manca c’è: gli amici. Vorrei trovarne di nuovi, sinceri, leali, e magari perché no, pure simpatici. Questa è probabilmente la cosa che più in assoluto mi manca e che darebbe molto più senso alla mia quotidianità. E se posso permettermi di scavare un po’ più a fondo, non posso nascondere il mio bisogno di trovare, dentro di me, l’amore e la sicurezza che la vita mi ha tolto. La nota positiva, è che su entrambe le cose posso lavorare, senza aspettare che mi arrivi un aiuto esterno da chicchessia.

E voi, come state?

 

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Prima di ogni cosa…pensate prima di aprir bocca

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E’ uscita stanotte, a mezzanotte, Prima di ogni cosa, la nuova canzone del pluri-tatuato Federico Leonardo Lucia (in arte Fedez) dedicata a Leone, il nuovo arrivato in casa #Ferragnez.

Premetto di non essere una fan ne’ del cantante ne’ della fashion blogger, ma certe cose fanno talmente tanto rumore da non poter far finta di niente.

Ho ascoltato la canzone, poi ho guardato il video uscito qualche ora più tardi, e ho pensato che fosse una dimostrazione d’amore molto tenera e comunque coraggiosa per uno come Fedez (che questo dannatissimo correttore automatico continua a modificarmi in “Fedex”), che è solito mostrarsi come un duro sulla scena mediatica.

Le parole del testo mi hanno sconvolta? No, ma non credo sia un problema. Diciamo che ho apprezzato molto il gesto, in un presente fatto in larga parte di manifestazioni di odio e violenza, e ho ritenuto giusto, fino a questo momento, conservare questo pensiero per me, certa del fatto che il mio parere non interessasse a nessuno (cosa di cui peraltro continuo ad essere fermamente convinta). Ma questa non è altro che una breve introduzione alla questione principale: pensate che il mondo dell’internet abbia fatto lo stesso? Pensate che la gente nascosta dietro allo schermo di un pc si sia limitata ad ascoltare e tenere per se la propria opinione in merito? Conosciamo tutti la risposta.

Molti follower (soprattutto donne) hanno invaso i profili dei #Ferragnez con cuori di ogni colore, emoji con gli occhi sognanti, complimenti, dimostrazioni di affetto ed esternazioni emotive. Se uno si fa prendere dal lato “umano” della cosa (e se non ha gusti musicali particolarmente sopraffini), direi che ci sta tutto. Purtroppo, però, ci sono stati molti altri follower (soprattutto uomini ma neanche le donne si sono risparmiate), che hanno attaccato la coppia con frasi del tipo:

“Molto noiosa e banale”

“Veramente un miracolato…io non so come abbia fatto questo a diventare un cantante…(e in risposta ad un utente che difendeva Prima di ogni cosa)”io con i napoletani non ci parlo perché fosse per me vi cancellerei dalla cartina geografica”.

“Chiara tesoro mio ma perché quelle scarpe demmerda per questo video?”

“Niente di speciale considerando tutta la pubblicità che avete fatto a questo brano”

“Come fare soldi anche con la faccia di vostro figlio, vi sta riuscendo bene ”

Potremmo passare ore a disquisire sul fatto che sia giusto/consigliabile/opportuno o meno condividere la propria vita e quella dei propri figli sui social, ma qui si sta parlando d’altro. Dando per assodato che la famiglia #Ferragenz questa scelta l’abbia presa da tempo e che la difenda a spada tratta (e non sarà certo il commento di un hater a fargli cambiare idea), dobbiamo renderci conto che si sta parlando semplicemente di un padre (che si chiami Fedez o Giampiero non fa alcuna differenza), che condivide col mondo un gesto d’amore nei confronti del proprio figlio. Certo, quando ti esponi a milioni di persone ti esponi anche al rischio che quello che dici o fai possano non piacere; ma la cosa che mi turba è rendermi conto di quanto basti poco alla gente, anche un appiglio di niente, per dare in escandescenza, offendere, sputare odio e invidia. Serpeggia tra le persone la voglia di aggredire, qualunque sia il motivo, e basta un niente a fargli perdere di vista qualsiasi valore. Per non dire che il loro parere non è stato minimamente richiesto.

Trovo che dovremmo fare molta più attenzione a quello che diciamo e che scriviamo, e che dovremmo parlare solo in due casi:

  • quando riteniamo di avere qualcosa di buono/bello da dire
  • quando riteniamo di avere qualcosa di costruttivo da dire.

In ogni altro caso, dovremmo imparare a tacere.

Per l’occasione vorrei condividere con voi un citazione attribuita a Socrate, grande filosofo dell’antica Grecia:

“quello che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile; perché volevi dirmelo?”