Liberarsi del passato

Mi ricollego al mio ultimo post sul libro “Le vostre zone erronee – Guida all’indipendenza dello spirito” di Wayne W.Dyer per approfondire uno dei comportamenti “erronei” che ostacolano la nostra autodeterminazione, ovvero il rapporto malsano che abbiamo con il nostro passato.

Tutti noi ci definiamo in base al nostro passato e alle etichette che noi stessi e gli altri ci hanno affibbiato nel tempo. Questo però non ci consente di crescere, perché a definirci sempre nello stesso ne consegue che resteremo immobili e che niente cambierà. Ovviamente non tutte le etichette sono di ostacolo; ma per quelle che lo sono, possiamo decidere in ogni momento di mettere in atto un cambiamento.

passato

Noi tutti ogni giorno etichettiamo ed incaselliamo gli altri, perché metterli all’interno di una determinata categoria ci rendere tutto più semplice, e una volta che qualcuno è etichettato, siamo scettici all’idea che in qualche modo possa cambiare. Ma le etichette peggiori sono quelle che noi diamo a noi stessi, perché spesso anziché semplici categorie, diventano vere e proprie scuse dietro cui nasconderci per motivare qualcosa che non vogliamo o riusciamo a fare. Avete presente le classiche frasi del tipo: “Sono troppo vecchio per questo”; oppure:”Sono troppo pigra per uscire la sera”? Sono tutti meri pretesti, dei comportamenti arrendevoli che ci mettono al riparo da ogni rischio.

Dyer propone una lista di dieci tipiche auto connotazioni per dimostrare quanto questo meccanismo sia subdolo e cementato nella personalità di ciascuno di noi. Eccole in sintesi:

  1. NON SONO BRAVO IN MATEMATICA/LINGUE/GEOGRAFIA: questo sono auto connotazioni di tipo scolastico, e pronunciarle garantisce che non metteremo mai il dovuto impegno in cose in cui diciamo di non essere bravi;
  2. SONO UNA SCHIAPPA IN CUCINA/IN DISEGNO/A CANTARE: fare questo tipo di affermazione garantisce che in futuro non avremo mai a che fare con questi campi, perché in passato abbiamo provato e abbiamo fallito. Questo ragionamento è altresì legato all’errata convinzione che non si debba fare niente che non sia fatto davvero bene.
  3. SONO TIMIDO/RISERVATO/ANSIOSO/HO PAURA: sono tutte auto connotazioni che chiamano in causa la genetica; anziché sfidarle, le accettiamo passivamente dando al contempo la colpa ai nostri genitori. Con queste esternazioni ci sentiremo sempre giustificati a non affermare la nostra personalità in situazioni che consideriamo ostiche. Ma tutto ciò è soltanto un residuo dell’infanzia in cui gli altri avevano tutto l’interessa a farti credere che eravamo incapace di pensare con la nostra testa. Ciò che facciamo è annullare il concetto che possiamo scegliere la nostra personalità, adagiandoci sul fatto che non possiamo essere diversi da come siamo sempre stati.
  4. SONO GOFFO, SCOORDINATO IMBRANATO: auto connotazioni imparate da piccoli che ci evitano di cadere nel ridicolo. In realtà non si tratta di un limite reale, perché probabilmente se lo siamo, è soltanto perché non ci siamo mai esercitati abbastanza.
  5. SONO POCO ATTRAENTE/BRUTTA/PIATTA/GRASSA: le auto connotazioni inerenti l’aspetto fisico servono a non farci correre rischi con l’altro sesso, ma la realtà è che vediamo soltanto già che vogliamo vedere, persino nello specchio.
  6. SONO DISORGANIZZATO/METICOLOSO: auto connotazioni che servono a giustificare il nostro modo di fare certe cose, e servono ad evitarci il rischio di comportarci diversamente dal solito.
  7. DIMENTICO TUTTO/SONO IMPRUDENTE/SONO APATICO: diciamo queste cose per punirci per la nostra inefficienza e non sentirci tenuti a cambiare, risparmiandoci di correggere le nostre distrazioni.
  8. SONO ITALIANO/TEDESCO/EBREO/CRISTIANO: sono etichette etniche che usiamo quando ci comportiamo in modi stereotipati connessi alla nostra cultura.
  9. SONO PREPOTENTE/AGGRESSIVO/AUTORITARIO: etichette che utilizziamo per evitare di disciplinarci.
  10. SONO VECCHIO/SONO STANCO: auto connotazioni che utilizziamo quando non vogliamo fare cose nuove che possano comportare dei rischi. Ma questo ferma la nostra crescita e ci preclude la possibilità di provare emozioni.

Il brutto delle etichette che diamo a noi stessi, è che hanno dei notevoli vantaggi a cui non sempre siamo disposti a fare a meno. Essenzialmente ci forniscono in ogni situazione una possibilità di fuga. Il problema è che, dopo esserci serviti a lungo di certe etichette, arriviamo a crederci ciecamente, e da quel momento diventiamo un “prodotto finito”, destinato a rimanere invariato per il resto della nostra vita.

Senza rendercene conto, siamo vittime di un circolo vizioso che non è semplice interrompere: se facciamo qualcosa credendo ad esempio di essere goffi, ci comporteremo anche di conseguenza, e la spiacevole esperienza che ne conseguirà non farà che rafforzare ciò che già credevamo in partenza.

D’altronde la paura di provare davvero, lasciando da parte i pregiudizi, è talmente forte da impedirci di tentare. Definirsi è più facile che provare e cambiare.

Alcune strategie per liberarsi del passato ed eliminare auto connotazioni opprimenti

  • Abolire “Io sono (così e così)” e sostituirlo con frasi come “Fino ad oggi ho scelto di essere così”. Sostituire “Questo sono io” con “Questo ero io“, “Non posso farci nulla” con “Posso cambiare se voglio“, “Sono sempre stato così” con “Ho intenzione di essere diverso“, “E’ la mia natura” con “E’ quella che credevo essere la mia natura”.
  • Stabilire dei traguardi comportamentali per agire in maniera diversa da quella consueta (ad esempio andare a parlare con chi normalmente avremmo evitato)
  • Tenere un diario su cui segnare gli episodi di auto connotazione, tentando di diminuirli sempre di più
  • Dedicare un pomeriggio ad una nuova attività che avevamo sempre evitato, per vedere se l’etichetta che eravamo soliti darci resta invariata

Ovviamente si tratta di un misero concentrato dei concetti che Dyer propone con semplicità, arricchiti da parole scelte con cura ed esempi calzanti. D’altronde il bello di questi libri è che puoi parlarne quanto vuoi perché tanto non c’è alcun finale che si rischia di spoilerare 😉

Le vostre zone erronee – Una lettura illuminante

Mentre mi interrogavo per capire quali fossero le mie reali passioni, quelle che davvero desiderassi coltivare nel prossimo futuro, mi sono resa conto che oltre alla musica, alla lettura e alla scrittura, non avrei potuto fare a meno di continuare ad indagare i misteri  della psiche umana, un po’ per capire me stessa, un po’ per capire (e magari smettere di temere) le persone che mi circondano.

E cercando online qualche testo di psicologia da tenere sul comodino per colmare i tempi morti tra un romanzo rosa e un giallo, mi sono imbattuta in un libro che, con estrema semplicità, mi ha aperto nuove frontiere dell’introspezione, oltre a fornirmi delle interessanti chiavi di lettura sui rapporti interpersonali.

81QwdX0WAsLIl libro “LE VOSTRE ZONE ERRONEE – Guida all’indipendenza dello spirito” dello psicologo e scrittore Wayne W.Dyer, tratta essenzialmente le fragilità umane riscontrabili nella stragrande maggioranza delle persone, e non solo ne spiega le origini e i risvolti nella vita di ogni giorno, ma regala anche qualche prezioso consiglio per aiutarci a migliorare lasciandoci queste “zone erronee” alle spalle.

Era tanto che aspettavo una lettura di questo tipo, e il fatto di essermici imbattuta per caso in un momento di forte fragilità, mi ha davvero impressionata. Non si tratta di uno di quei libri mirati a venderti l’illusione della felicità e a propinarti frasi motivazionali che, senza una buona base di comprensione, lasciano un po’ il tempo che trovano. Gli 8,50 € meglio spesi delle ultime settimane! Ne consiglio la lettura a chiunque si trovasse in un momento di smarrimento, ma anche a chi volesse capire meglio i meccanismi (spesso inconsci) che portano l’essere umano a reagire e comportarsi in un determinato modo e sfruttare queste nuove conoscenze per fare un percorso di crescita personale.

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Dyer comincia il suo saggio (tra l’altro pensato e scritto per persone assolutamente digiune di psicologia e termini medici specifici) con l’ammissione che “cambiare costa fatica“. È questo uno dei principali motivi che ci spinge all’inerzia, a perseverare nei nostri comportamenti “erronei”. E badate bene: con “erronei”non intende comportamenti “sbagliati” e disapprovati dalla società, tutt’altro! Nella maggior parte dei casi qui si parla di comportamenti che la società non solo approva, ma addirittura incoraggia, ma che sono estremamente dannosi per noi stessi sotto tutti i punti di vista: per la nostra parte razionale, per quella emozionale e, nei casi più spinti, per il nostro stato di salute. Non si tratta di “aggiustare qualcosa di rotto”, ma bensì di comprendere e addirittura crescere se lo si vuole.

Potrebbe sembrare assurdo, ma se ci pensiamo bene nella quotidianità ci sentiamo spesso molto più sicuri ad attenerci ad un modo di reagire che conosciamo, benché autodistruttivo, piuttosto che a cambiare le nostre abitudini. Quali saranno mai queste abitudini autodistruttive che non riusciamo a cambiare? Non siamo mica degli automi senza cervello che continuano a perseverare in qualcosa che ci fa del male? In effetti no, non siamo degli automi, ma ciò non toglie che, senza esserne davvero consapevoli, spesso ci comportiamo come se lo fossimo. Chi, ad esempio, può dirsi privo di rimpianti, di ansie, di preoccupazioni, di desideri che forse non si realizzeranno mai? Se non tutti, quanto meno la maggior parte di noi. Questo prova che qualcosa nei nostri meccanismi profondi non funziona come sarebbe naturale che funzionasse.

Dyer spiega che qualsiasi comportamento autodistruttivo che mettiamo in atto, è un modo per evitare il presente, l’adesso. Eppure non ha senso, visto che il presente è l’unico momento in cui possiamo fare esperienza. A cosa serve rimuginare continuamente sulle esperienze passate o su quelle future? La domanda è ovviamente retorica.

La vita è nostra, e dovremmo farla così come noi la vogliamo. Ma spesso non sappiamo neanche cosa vorremmo davvero, e allora potrebbe essere davvero arrivato il momento di scendere nel profondo per comprenderne i motivi e abbracciare nuovi processi mentali che ci consentano di dirigere noi stessi esattamente lì dove vogliamo. Ovviamente non è semplicissimo dal momento che veramente tantissime forze cospirano contro la responsabilità individuale, ma ciò non significa che con le conoscenze giuste e un po’ di impegno sia impossibile.

Tendenzialmente le nostre giornate sono fatte di passaggi tra un determinato stato d’animo e un altro: un momento ti senti sereno, quello dopo qualcosa ti turba e ti arrabbi, poi ti senti ansioso per qualcosa che dovrà accadere, e non poterlo comandare ti fa sentire frustrato. Eppure è possibile controllare tutti questi stati d’animo. Il sillogismo che usa Dyer è molto semplice:

Io posso controllare i miei pensieri

I miei stati d’animo discendono dai miei pensieri

Posso controllare i miei stati d’animo

Ogni emozione non è altro che la reazione fisica ad un pensiero, ed è proprio sui pensieri che dovremmo agire per cambiare noi stessi e la nostra vita. E quando possiamo farlo? Soltanto adesso, nel momento in cui ogni cosa accade. Non possiamo cambiare i nostri pensieri di ieri, eppure quella di non tenere in considerazione il presente è una vera e propria malattia della nostra cultura: ciascuno di noi, infatti, viene continuamente condizionato a sacrificarla per il futuro. La felicità, sempre rimandata all’indomani, ci sfugge. Vi è mai capitato di dire a voi stessi:”Quando mi sposerò/quando sarò più magra/quando mi sarò laureato/quando avrò un figlio/quando guadagnerò di più la mia vita cambierà”. Poi quell’evento si verifica, e restiamo delusi perché capiamo di averlo idealizzato, e che niente è realmente cambiato. Ciò significa che non dovremmo lasciare che le circostanze pilotino la nostra vita: se vogliamo qualcosa, dobbiamo agire per ottenerla, senza aspettare che circostanze esterne lo facciano per noi….anche perché potete star certi che non avverrà.

Spesso restiamo immobili per il timore di sbagliare, ma se ci lasciamo paralizzare dalla paura non cambieremo mai, e di conseguenza anche la nostra vita resterà tale e quale.

Fra i comportamenti “immobilizzanti” che non ci permettono di crescere e cambiare, c’è sicuramente l’approccio “erroneo” all’amore verso noi stessi e gli altri, accompagnato dal comune errore di confondere il proprio valore con il proprio comportamento: siamo soliti pensare che quel tale sia “cattivo”, anziché pensare semplicemente “si è comportato male”; e così ragioniamo anche per noi stessi. Quando non siamo capaci di fare qualcosa, sentiamo di valere poco “in generale”, senza riflettere sul fatto che se non siamo riusciamo in qualcosa, potrebbe essere semplicemente perché non ci siamo “allenati” abbastanza: le nostre capacità non sono scritte nei nostri geni, ma sono piuttosto il frutto di scelte che abbiamo compiuto in passato. Se ad esempio in età adulta siete delle schiappe nella corsa o nel gioco del golf, questo non fa di voi delle persone che valgono meno rispetto a quelle che invece in questi campi vanno forte: semplicemente, in passato, avrete ritenuto di dedicare il vostro tempo e i vostri sforzi ad altre attività. Che quelle decisioni si siano rivelate “sbagliate” per voi (e solo voi e nessun altro può dirlo), l’unica alternativa che avete è lavorare per cambiare il presente, visto che tanto per il passato non potete più fare niente. D’altronde niente e nessuno potrà mai darvi la garanzia che una decisione dia i risultati che speravate, tanto vale provare e, nel caso in cui il risultato non ci soddisfi, cambiare e provare una nuova strada.

E se a limitarci fossero degli aspetti di noi stessi che consideriamo “sbagliati”? Be’, a questo punto è necessario capire se si tratta di aspetti che possono essere modificati (ad es. qualcosa che consideriamo un difetto caratteriale), o meno (ad es. la lunghezza delle nostre gambe); nel secondo caso, dobbiamo lavorare per imparare ad accettare noi stessi, tenendo sempre ben presente che l’amore per sé stessi non esige l’amore e l’opinione altrui.

Ma che senso ha scegliere per noi stessi questi comportamenti autodistruttivi? Principalmente perché abbassare il nostro valore e metterci al di sotto degli altri, ci evita molti rischi. Così facendo, possiamo ricevere compassione e attenzione, con lo svantaggio di dare contemporaneamente agli altri un potere sterminato sulla nostra vita. Aver bisogno di essere approvati, è un po’ come dire “Vale più il tuo pensiero su di me, che l’opinione che ho di me stesso”. In questo modo saremo tutto ciò che gli altri vogliono che noi siamo, a discapito della nostra vera personalità. D’altronde secondo la nostra cultura è sempre meglio consultare gli altri che fidarsi di se stessi. Non a caso l’approvazione viene usata come potente strumento di manipolazione: l’indipendenza e l’auto-approvazione allontanano dal controllo altrui, ma vengono definiti comportamenti egocentrici ed irriguardosi. E ciò è così da sempre: fin da quando siamo bambini ci insegnano a chiedere prima ai genitori (che trattano i figli come fossero un loro possesso), ci spingono a non pensare con la nostra testa e a stare al nostro posto (soprattutto a scuola), e la religione non aiuta di certo: devi piuttosto comportarti in un certo modo per ottenere l’approvazione del tuo Dio, altrimenti ciò che ti spetta sono punizioni e dannazione eterna.

La ricerca dell’approvazione altrui è altresì nociva perché tendiamo generalmente ad assimilare il rifiuto di una nostra idea, al rifiuto di tutti noi stessi. Ma dobbiamo imparare a convivere col fatto che esisterà sempre qualcuno che ci disapproverà. Tutto sommato, ci va bene anche così, e preferiamo affidarci all’approvazione altrui per poi avere la possibilità di addossargli la colpa dei nostri stati d’animo, senza pensare che la conseguenza di questo comportamento è che non cambieremo mai.

La strada giusta da percorrere è quella di esercitarsi ad ignorare la disapprovazione, e Dyer ci da’ qua e là qualche escamotage da mettere in pratica per perseguire questo obiettivo:

  • Smettere di stare sulla difensiva accampando scuse o cercando di difendersi
  • Ringraziare l’altro per la sua opinione e dirgli che continuiamo ad essere convinti di ciò che pensiamo
  • Smettere di voler convincere l’interlocutore a tutti i costi della giustezza della nostra posizione
  • Cominciare a fidarsi un po’ di più di noi stessi e delle nostre decisioni (se fatte con criterio, e non prese per ansia o paura).

Questa è soltanto un’infarinatura generale e affatto esaustiva del libro di Dyer (che ovviamente vi invito a leggere), ma mi piacerebbe comunque approfondire determinati aspetti per darmi e darvi ulteriori spunti di riflessione che in un modo fortemente omologato come quello di oggi sono merce rara.

Quindi prossimamente mi impegno a pubblicare alcuni post che scendano nel dettaglio di ciascuna “zona erronea” per cercare di comprenderla a pieno e condividere con voi gli strumenti per potersene liberare. Stay tuned 😉

– II parte – Liberarsi del passato

Tu sei il risultato di tutte le immagini che hai dipinto di te stesso […] e ne puoi sempre dipingere di nuove.

L’ennesima opinione non richiesta

Finalmente (per me) dopo più di un mese di latitanza riesco nuovamente ad aprire WordPress e condividere con voi l’ennesima opinione non richiesta.

E proprio di opinione non richiesta si parla, perché il succo del discorso è un po’ questo:”qualunque sia la tua opinione riguardo ad un fatto o ad una persona, non necessariamente devi aprir bocca e gridarla ai quattro venti”.

Durante il mio viaggio a New York (un viaggio peraltro meraviglioso di cui vorrei parlarvi prossimamente), è accaduto un fatto alquanto spiacevole che mi ha lasciato l’amaro in bocca, un saporaccio di quelli che non se ne vanno neanche se ti lavi i denti cinque volte al giorno e provi a non pensarci più.

“Ah, questi americani”! Penserete voi. Ebbene devo smentirvi, perché il protagonista di questa storiella non è un americano, ne un bengalese, ne un giapponese: il mongolino d’oro per la peggior performance di “turista all’estero”, va proprio ad una bella famigliola italiana.

La premessa è la seguente: Francesco, il mio ragazzo, è generalmente considerato un tipo intelligente, sveglio e socievole. E oltre che per queste qualità, è spesso individuato come “quello coi capelli strani”. Effettivamente sì, ha un taglio che definire ‘particolare’ sarebbe un eufemismo, ma se a lui piace così non vedo perché qualcun altro dovrebbe farsene un cruccio. Se a te quel taglio non piace, semplicemente hai tutto il diritto di pensarlo e decidere che tu, quel taglio di capelli, non lo farai mai. Stop.

E invece no.

La situa si è svolta più o meno così: eravamo su Liberty Island (l’isola da cui svetta la Statua della Libertà per intenderci), e da lì ammiravamo estasiati il bellissimo skyline di New York. Cominciamo a fare  decine di foto al panorama, io con la macchina fotografica e Francesco col telefono, IMG_5177.JPGma mentre sposto lo sguardo per cambiare punto di vista, noto un tizio sulla cinquantina che, ridendo sotto i baffi (ma neanche troppo sotto visto che me ne sono accorta subito), punta il cellulare nella direzione di Francesco vantandosi con la figlia di quanto sia ganzo (per i non toscani: “divertente, scaltro, astuto”) quello che sta facendo. Dopo aver fatto il video, padre e figlia se lo riguardano insieme ridendo, al che mi posiziono accanto a loro e, mentre scatto un’altra foto, a voce alta esclamo “molto divertente!”. Loro non sembrano accorgersi di me, o quanto meno non sembrano capire che la mia esclamazione sia rivolta a loro. Se non che, non ancora pienamente soddisfatti, fanno accorrere l’altra figlia e la moglie per vantarsi ulteriormente della loro bravata. Quando la moglie si accorge che il soggetto del video è un ragazzo che sta innocuamente scattando foto al panorama a due passi da loro, dice sottovoce:”E se vi vede?!”. E’ stato più forte di me: ho preso la palla al balzo, mi sono girata verso la famigliola allegra e ho esclamato:”Lui spero di no, ma vi ho visti io”.

E’ bastata questa semplice affermazione a far spegnere tutti i sorrisi compiaciuti sui loro volti. Non hanno neanche avuto la decenza di scusarsi: si sono limitati ad ammutolire, e mentre Francesco mi chiedeva cosa fosse successo, si sono silenziosamente dileguati al pari della nebbia d’estate.

Spero che si siano vergognati profondamente (e ho pochi dubbi a riguardo vista l’espressione di spaventoso rimprovero che dovevano avere i miei occhi), ma spero sopra ogni cosa che la lezione gli servirà come monito a non ripetere più lo stesso stupido errore in futuro.

Diversamente da quanto sono abituata a fare, mi sono frenata e ho evitato di partire in quarta: se avessi lasciato il mio istinto libero di agire, li avrei sbranati e umiliati davanti al mondo come una leonessa che difende i propri piccoli.

Sarà che fin da piccola sono stata vittima di fenomeni di bullismo, sarà che per anni sono rimasta in silenzio mentre mi prendevano in giro e mi calpestavano, fatto sta che sono estremamente sensibile ad episodi di questo tipo. Ma pure per chi non lo fosse particolarmente, credo che il solo buon senso dovrebbe bastare a considerar stupido e vigliacco prendersi gioco di qualcuno in questo modo. Evidentemente mi sbaglio e ripongo decisamente troppe aspettative nel genere umano.

A quel tizio avrei voluto chiedere: “come ti sentiresti se qualcuno trattasse così te o le persone che ami? Ma soprattutto, cosa stracavolo insegni ai tuoi figli? Credi che prendersi gioco degli altri sia un atto che ti fa onore? Complimenti! Complimenti davvero!”

E alla madre di famiglia avrei voluto ricordare: “il problema non risiede nella possibilità che ‘il ragazzo si volti e se ne accorga’, ma nel fatto che l’uomo che hai sposato sia artefice di tanta stupidità”.

Mi piacerebbe far provare a chiunque la sensazione di essere come in gabbia, mentre la gente intorno punta il dito verso di te e ti deride, neanche tu fossi il peggiore degli assassini; se non altro sarebbe un ottimo spunto di riflessione nel futuro rapporto con l’altro. Se avessi saputo prima che chi si comporta così lo fa per insicurezza, avrei avuto centinaia di problemi in meno. Meglio tardi che mai.

Io non dico che non si possa avere un’opinione su una determinata persona, o che non la si possa esprimere in nessun caso, ma sicuramente se l’opinione in questione non fosse stata minimamente richiesta dal diretto interessato, dovremmo assolutamente tenerla per noi evitando di ferire o mortificare chicchessia: nessuno dovrebbe sentirsi meno di ciò che è soltanto perché gli altri lo credono.

 

Ho preso una decisione

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Da mesi ormai sto vivendo un periodo che definire “no” è un eufemismo, uno di quei momenti (capaci di durare mesi) in cui senti di non essere la persona che vorresti o che avevi immaginato saresti diventata. Mi sono trincerata dietro scuse del tipo “questo non posso cambiarlo”, “da sola non riesco”, “la mia vita è monotona ma d’altronde tra lavoro e impegni non mi resta tempo per altro”.

Alcune amiche hanno percepito il mio silenzioso grido d’aiuto e mi hanno spronata a parlare, ad aprirmi e ad esporre a voce alta ciò che mi faceva sentire a terra.

Sicuramente confrontarmi con loro mi ha consentito di interiorizzare che anche nella vita degli altri non tutto è perfetto come sembra (in questo l’utilizzo che facciamo dei social può davvero portare fuori strada), e che non abbiamo scelta se non continuare a lottare per rialzarci (visto che lamentarsi e piangersi addosso ha la stessa utilità di una forchetta in un piatto di brodo caldo).

Ammetto di non essere ancora riuscita a ritrovare l’entusiasmo di un tempo, ma senza dubbio questa situazione mi ha portata a riflettere su tanti aspetti della mia vita, tra cui quello che forse mi spaventa più di ogni altro e che sottostà a questa domanda:”Allora, cara Giulia, adesso che sei grande e di tempo per decidere ne hai avuto abbastanza, cosa vuoi fare realmente della tua esistenza?”.

Da quando posso ricordare, sono sempre stata affascinata dalle cose nuove, dallo sperimentare e dal cimentarmi in attività di ogni tipo. Su ogni altra, leggere, scrivere e cantare (e la musica in generale) hanno sempre avuto un posto sul podio delle mie passioni. Ma c’è un’altra cosa, saldamente intrecciata a queste tre, che posso considerare un fil rouge delle mie giornate: la curiosità per la psiche umana.

Al tempo di decidere cosa avrei fatto dopo le scuole superiori, la scelta naturale sarebbe stata la Facoltà di Psicologia, ma a causa di problemi economici e familiari mi sono dovuta accontentare di una misera laurea triennale in aria fritta con contorno di patate (che al tempo veniva chiamata “Media e Giornalismo”, poi smantellata l’anno successivo alla mia laurea).

Eppure mi dico sempre che sarei diventata una brava psicologa (dopo una quindicina d’anni di studio e pratica, s’intende), forse principalmente perché il mio cervello è il primo ad essere particolarmente “macchinoso” e bisognoso di un tagliando una volta ogni tanto. Ma più in generale, perché mi piace capire i meccanismi della mente, e per la mia indole da crocerossina che mi porta a sentirmi felice quando posso aiutare qualcuno in difficoltà. Non so se siano ragioni abbastanza valide per decidere di cimentarsi negli studi della carriera di psicologo, ma comunque giunti a questo punto penso che non lo sapremo mai.

Ad ogni modo, mentre attendevo che la nebbia che vedevo tutta intorno a me si diradasse, ho capito che non potevo continuare ad idealizzare i miei sogni di bambina di diventare cantante, psicologa o scrittrice; così ho deciso di perseguire comunque le mie passioni, ma senza la pretesa di farne un lavoro. “E che sarà mai!” penserete voi. Per me è stata una vera e propria presa di coscienza, e in quanto tale qualcosa di  prezioso (non posso ancora parlare di traguardo ma spero di arrivarci presto). Sono diventata (quasi del tutto) consapevole del fatto che certe aspettative risalenti al periodo in cui avevo 6 o 12 anni vanno ridimensionate, e che non raggiungere l’obiettivo che mi ero prefissa allora non significa che non potrò essere felice: piuttosto, se sono arrivata a questo punto, è stato per le scelte che ho fatto in passato, e i tempi sono maturi per prendere una nuova decisione che sia più consona e vicina alla persona che sono diventata.

Sostanzialmente, ho deciso di smetterla di pensare che la mia vita sia inutile solo perché non ho fatto niente di grandioso, o perché non ho fatto ciò che avevo sempre sognato di fare. E ho deciso così di dedicarmi comunque alle mie passioni con naturalezza, approcciandomi a ciascun interesse così come viene, per curiosità, senza strane pretese di diventarne padrona o schiava. Ho deciso di smettere di mettermi pressione, che tanto l’autodistruzione troverà altre strade per raggiungermi comunque 😉

Sondaggio

Domanda estemporanea delle 23:13.

Quando girovagate su Internet (Social inclusi), cosa cercate? C’è qualcosa che vorreste trovare, che vi appassiona o che vi incuriosisce, e che magari Internet non riesce a soddisfare a pieno?

Grazie per chi vorrà soddisfare la mia curiosità 😊

La fine dei vent’anni

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Non so se capiti a tutti di subire una battuta d’arresto intorno ai trent’anni, ma a me certamente sta accadendo e non so davvero se riuscirò a ripartire.

Per me è tempo di realizzare che non salterà fuori alcun super potere che non pensavo di avere, nessun talento nascosto in grado di rendermi ricca e famosa, nessuno zio d’America che possa lasciarmi in eredità il suo impero milionario. Tutto ciò che ho (ammesso che qualcosa ci sia), l’ho ottenuto con le mie sole forze, nessuno mi ha mai regalato niente, e se quello che vorrei davvero è ancora lontano, significa che non ci ho creduto abbastanza o che la strada che sto percorrendo non è quella giusta. 

E’ dura fare i conti con un tempo che sembrava infinito, che mi faceva sentire così potente da poter rimandare qualsiasi cosa, e che invece adesso si mostra per quello che è veramente: qualcosa di effimero e che non ho mai davvero posseduto. 

Inizio a chiedermi chi sono diventata, se ho rispettato i sogni e le speranze della bambina che ero. Ma se me lo sto chiedendo, forse la risposta è no. 

Sono solo in parte d’accordo con quelli che portano alta la bandiera del “Se vuoi, puoi”, perché credo più fortemente che ci sia un tempo per tutto. Ad esempio: ho sempre pensato che sarei diventata madre prima dei trent’anni, non tanto per l’idea della famiglia in sé, quanto perché adoro i bambini e ciò che mi fanno provare. Adesso che di anni ne ho 33, di figli neanche l’ombra; vuoi perché la vita che avevo costruito è andata a rotoli, vuoi perché la nuova vita ha bisogno dei suoi spazi, vuoi perché non mi sento ancora pronta a dedicare ad un altro essere umano ogni cellula del mio corpo ed ogni istante delle mie giornate. 

Sarà che sulle cose ci rimugino troppo, sarà quel che vi pare, ma reputo che certi passi siano talmente importanti da necessitare tutta l’attenzione e la riflessione di cui sono capace. Il problema poi è che per quanto io tenti di pianificare (anche solo sommariamente) gli anni che spero di avere ancora davanti, ecco che l’ansia arriva a mettermi pressione. “Perché aspettare ancora? Una casa e un lavoro ce li hai, una persona che ami e che ti ama pure, di cos’altro hai bisogno?”. “E se poi quando provassi ad avere un figlio scoprissi che non puoi averne?”. “Tra sette anni sarai una quarantenne, e allora un figlio potrai pure scordartelo”. 

Come dare torto alla mia ansia?

Spero non me ne voglia, ma la questione è ancora più complicata di così. 

Sono sempre stata una persona viva e attiva, passionale ed istintiva (non che l’istintività sia necessariamente una buona cosa, ma certamente mi caratterizzava). Ho sempre sentito dentro un fuoco ardente, una fontana zampillante in grado di spingermi ad essere curiosa, a creare, sperimentare, imparare. Ma da qualche tempo a questa parte è come se quella fiamma avesse perso forza, come se non ci fosse più niente a spingermi in avanti. E così adesso mi ritrovo qui, in questo preciso istante, a parlare con me stessa e a chiedermi:”Cosa c’è che non va? Cos’è che ti manca?”.

Forse speravo che sarei diventata “qualcuno”, che avrei fatto della mia vita una gran meraviglia, e dover fare i conti con una quotidianità del tutto anonima e priva di brio mi ferisce più di quanto qualsiasi altra cosa possa fare. 

Quindi aveva ragione mia madre quando mi diceva che non avrei mai combinato niente di buono. Quando le annuncia che mi sarei iscritta all’università, mi disse senza mezzi termini:”Che studi a fare? Tanto cosa vuoi combinare tu?”.

E solo adesso mi rendo conto di essermi spinta nella direzione opposta a quella che sarebbe stata consona per me. Pur di allontanarmi da lei (e di non diventare come lei) ho fatto esattamente ciò si aspettava, diventando ciò che mi hai sempre accusato di essere: un’inutile, una “mezzoservizio”, un’idiota, una “mammalucca”. 

Avrei voluto studiare architettura, o magari psicologia. Avrei voluto aprire un blog di successo, avere tanti amici, sposarmi e avere almeno due figli con la persona che avrei avuto accanto per la vita. E invece la mia realtà non somiglia affatto ai sogni che avevo fino a qualche anno fa.

Complimenti mamma, hai vinto. So che la cosa non ti tocca minimamente, ma in ogni caso non è con te che ce l’ho. 

Per rialzarmi dovrei solo riuscire a perdonare me stessa per la persona piena di dubbi e paure che sono diventata. Vorrei ripetermi che c’è ancora tempo, che c’è ancora spazio, che se mi impegno e comincio ad amarmi posso davvero cambiarla questa vita, anche se i vent’anni sono andati.

Il problema è che per farlo dovrei almeno crederci. Almeno un po’.

La verità sul caso Harry Quebert – Una lettura avvincente!

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Io e la suspence viaggiamo decisamente su due binari paralleli che non si incontreranno mai: nel solo titolo ho già anticipato sia il titolo del libro che il mio spassionato parere in merito. Perché mai qualcuno dovrebbe quindi voler leggere tutta la manfrina scritta qui sotto? Un motivo in effetti non c’è, ma sono certa che, se qualche curioso come me ancora esiste, vorrà capire il perché del mio entusiasmo.

Premetto di aver soltanto “ascoltato” su Storytel il romanzo di Joël Dicker, letto ad alta voce da Gioele Dix (bravissimo). Il tempo di ascolto non lo definirei piccolissimo: 19 ore e 30 minuti. Ma nessun minuto è stato superfluo o scontato, e probabilmente l’aspetto che più ho apprezzato di questo giallo è proprio quello che riguarda la la struttura: è articolata, complessa, intrecciata, attenta.

A tenerci per mano durante un viaggio che ci conduce indietro e di nuovo avanti nel tempo, è il giovane scrittore Markus Goldman. Nella sconosciuta cittadina americana di Aurora, nel 1975, una ragazza scompare. Poi, nel 2008, quando tutti credevano che quel caso sarebbe rimasto ormai irrisolto, qualcosa sconvolge l’apparente tranquillità di Aurora e dei suoi cittadini, e l’America intera comincia ad interessarsi ad una storia che sembrava ormai dimenticata.

La storia di Nola Kellergan, appena sedicenne nell’estate 1975 in cui è scomparsa, torna prepotentemente a scuotere gli animi di chi la conosceva e a cambiare la vita di Markus Goldman, ormai da mesi alle prese con “il blocco dello scrittore”. Al tempo dei fatti, il suo amico nonché scrittore di fama mondiale Harry Quebert aveva soltanto 34 anni, e al termine di quell’estate rimasta indelebile nella memoria di Aurora, dette alla luce il suo romanzo più riuscito: “Le origini del male”.

Ma cosa ne è stato di Nola Kellergan? E cosa c’entra con lei Harry Quebert? I cittadini di Aurora sanno davvero così poco come raccontano?

Un passo dietro l’altro, Markus Goldman ci accompagna in un’indagine piena di colpi di scena, in cui niente viene dato per scontato. L’intreccio è talmente curato nei minimi dettagli, che già dopo un’ora di ascolto mi sono ritrovata a digitare su Google “la verità sul caso Harry Quebert si basa su una storia vera?”. Mi sono sentita meno stupida quando ho constatato che già migliaia di persone avevano fatto quella stessa ricerca. E non sono soltanto i “fatti” a scuotere il lettore, ma anche (e soprattutto) la psicologia dei personaggi che man mano vanno a dare corpo ad una storia che ha davvero dell’incredibile. Quindi, senza dilungarmi ulteriormente in particolari che potrebbero rovinare la suspence, tutto ciò che mi sento di dire è che consiglio vivamente la lettura di questo romanzo a tutte le persone dall’animo curioso, a cui piace restare col fiato sospeso e vivere con trepidante attesa il momento in cui finalmente, dopo una giornata di lavoro, tutto si ferma e ci si immerge nuovamente in un mondo a cui in fondo non avevamo comunque mai smesso di pensare.

Buona lettura!