SOMEONE YOU LOVED – Strimpellamenti notturni

 

SOMEONE YOU LOVED

I’m going under and this time I fear there’s no one to save me
This all or nothing really got a way of driving me crazy
I need somebody to heal
Somebody to know
Somebody to have
Somebody to hold
It’s easy to say
But it’s never the same
I guess I kinda liked the way you numbed all the pain
Now the day bleeds
Into nightfall
And you’re not here
To get me through it all
I let my guard down
And then you pulled the rug
I was getting kinda used to being someone you loved
I’m going under and this time I fear there’s no one to turn to
This all or nothing way of loving got me sleeping without you
Now, I need somebody to know
Somebody to heal
Somebody to have
Just to know how it feels
It’s easy to say but it’s never the same
I guess I kinda liked the way you helped me escape
Now the day bleeds
Into nightfall
And you’re not here
To get me through it all
I let my guard down
And then you pulled the rug
I was getting kinda used to being someone you loved
And I tend to close my eyes when it hurts sometimes
I fall into your arms
I’ll be safe in your sound ‘til I come back around
For now the day bleeds
Into nightfall
And you’re not here
To get me through it all
I let my guard down
And then you pulled the rug
I was getting kinda used to being someone you loved
But now the day bleeds
Into nightfall
And you’re not here
To get me through it all
I let my guard down
And then you pulled the rug
I was getting kinda used to being someone you loved
I let my guard down
And then you pulled the rug
I was getting kinda used to being someone you loved
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La mia ansia – Daria Bignardi

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Questa cosa degli audiolibri mi sta definitivamente sfuggendo di mano.

Nel giro di due settimane ho finito “L’amica geniale” di Elena Ferrante (circa 13 ore di ascolto), “La mia ansia” di Daria Bignardi (circa 3 ore di ascolto), e cominciato “La sovrana lettrice” di Adam Bennett (circa 2 ore di ascolto).

Ormai vivo di audiolibri: li ascolto durante le solite corsette in pineta del lunedì e del giovedì dopo il lavoro, mentre guido in macchina, e anche a casa mentre faccio cose noiose tipo la ceretta o piegare i panni. Mi piace questa nuova abitudine, perchè mi da l’illusione di impiegare il tempo in maniera costruttiva e piacevole.

Non voglio ammorbarvi ulteriormente con informazioni inutili, perciò ecco cosa mi è rimasto di “La mia ansia” di Daria Bignardi. L’ho ascoltato su Storytel, attratta particolarmente dal titolo che ha evocato immediatamente i momenti della mia quotidianità in cui il cervello va in tilt preso dal panico, e non posso fare niente per tranquillizzarlo. L’ansia è davvero una brutta bestia.

Chi ha letto per me questo libro? La stessa Daria Bignardi. E avrei per l’appunto un po’ di remore a riguardo: ho trovato il suo tono di voce troppo basso, troppo delicato, ai limiti della monotonia. Sembra quasi che le sue corde vocali siano lì lì per rompersi quando, in fondo ad ogni periodo, la voce si fa calante e lascia morire il senso del discorso in un flebile filo di voce. E’ stato un ascolto che mi ha affaticato molto. Eppure mi ero detta:”chi meglio della scrittrice stessa può esaltare e dare il giusto senso e accento a ciò che ha scritto”. Un preconcetto che mi si è rivoltato contro.

Di cosa parla il romanzo: è la storia di Lea, una donna prossima alla cinquantina che si ritrova ad affrontare una quotidianità fatta di amori conflittuali, rapporti familiari non sempre facili da gestire, il lavoro, le passioni e la malattia con tutti i pro e i contro che essa porta con se’. Una vita come quella di chiunque altro, penserete. Ebbene sì, è esattamente così. Non ho avvertito alcuna curiosità nel proseguire il racconto, e non so se questo dipenda dalla storia in se’, o dalla difficoltà che ho riscontrato nell’ascolto. Visto il titolo, mi aspettavo di dover condividere l’ansia della protagonista, di riconoscerla e avvertirla forte e chiara , mentre invece l’ho vista far capolino due o tre volte per poi passare in secondo piano. L’ansia non è qualcosa che compare e scompare come per magia: certo può essere più o meno forte, ma non ti abbandona mai. E’ qualcosa che ti attanaglia, che non ti lascia via di scampo e che condiziona la quotidianità in maniera imprescindibile, senza che tu possa avere la minima speranza di diventare padrone della tua stessa vita. In “La mia ansia”, tutto questo non l’ho trovato.

E se devo essere sincera fino in fondo, devo ammettere che la protagonista della storia mi sta pure un po’ antipatica. Non vorrei, però, che questa antipatia sia dovuta ad una sorta di difesa personale: temo che quella Lea mi sogmili molto più di quanto io sia disposta ad accettare. In particolar modo il suo modo di amare mi ha ricordato la me di qualche anno fa, quella convinta che l’amore potesse tutto, anche si trattasse di far sopravvivere (finchè morte non vi separi) un legame totalmente sbilanciato ed insanabile.

Quindi è tutto da buttare? Non proprio. Qua e là sono sparsi degli spunti di riflessione che mi hanno fatto pentire di non poter interrompere la “lettura”, sottolineare e tornarci sopra per approfondire le sensazioni istintive che mi hanno pervaso nell’istante stesso in cui li ascoltavo.

Ricordo distintamente il passaggio che recita “Non si prendono decisioni in tempo di guerra”. L’ho trovato un concetto molto indovinato.

E mi ha colpito anche la parte in cui Lea si rende conto che prima di amare gli altri, prima di pretendere che qualcuno ci ami esattamente come vorremmo, è indispensabile trovare il coraggio di amare se stessi, e per farlo non è sufficiente pensarlo: bisogna dimostrarselo regalandosi del tempo per fare ciò che davvero ci fa star bene.

Consiglierei l’audiolibro? No.

Consiglierei il libro? Non a chi, come me, avesse davvero poco tempo da dedicare alla lettura.

 

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L’amica geniale – Elena Ferrante

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Dire di “aver letto” questo libro sarebbe un po’ come barare. Eppure è come se l’avessi fatto, solo che la voce nella testa non era la mia, ma quella di Anna Bonaiuto.

Non potendo dedicare molto tempo alla lettura (almeno non fino a quando la stagione estiva sarà terminata), ho voluto dare una chance agli audiolibri. Non credevo mi sarebbero piaciuti visto che ho sempre preferito leggere in prima persona piuttosto che sentire qualcun altro farlo al posto mio. Ricordo che alle elementari e alle medie non vedevo addirittura l’ora che arrivasse il mio turno di leggere ad alta voce davanti al resto della classe: erano gli unici momenti in cui amavo essere al centro dell’attenzione.

Ma tornando agli audiolibri, devo ammettere di essermi ricreduta. Mi da’ uno strano sollievo rendermi conto che posso ancora cambiare idea; al giorno d’oggi non è cosa da tutti.

L’applicazione per smartphone più famosa per audiolibri al momento credo che sia Audible (di Amazon), ma per puro caso sono incappata in “Storytel” (del tutto simile ad Audible) perchè attratta dal titolo “L’amica geniale” di Elena Ferrante, di cui recentemente mi è arrivata l’eco di una mini serie tv sulla Rai. Ho avviato il mese di prova gratuito, convinta che non avrei proseguito, e invece mi sono scoperta entusiasta nel rinnovare l’abbonamento al costo di 10 euro al mese (che è possibile interrompere in qualsiasi momento).

Durante la prima settimana, “L’amica geniale” è stato il mio fedele compagno durante le corse in pineta dopo il lavoro. Inizialmente sono stata indecisa se proseguire o mollarlo, perché non riuscivo a capire se mi stesse prendendo oppure no. Ma alla fine mi ha preso più di quanto pensassi, tanto che ho cominciato ad ascoltarlo anche durante i viaggi in macchina nel tragitto casa-lavoro-casa.

“L’amica geniale” racconta le storie di vita quotidiana di un “rione” nella periferia di Napoli. Siamo negli anni in cui solo i più benestanti hanno la tv, dove i vestiti sono passati di fratello in fratello, dove l’auto rappresenta un vero e proprio lusso, e dove il peso delle consuetudini sociali è in grado di schiacciare e plasmare le persone sin dalla tenera età senza che neanche se ne rendano conto.

E in una fitta rete di trame singole che si intrecciano per poi separarsi ed incontrarsi nuovamente quando ormai non ce lo aspettavamo, Elena (Lenù) e Lila sembrano le uniche, anche se per brevi momenti di lucidità, a rendersi conto dell’esistenza di rigide imposizioni sociali e credenze così cementate nel bagaglio personale di ognuno da poterlo pilotare come un burattino: ci sono momomenti in cui si sentono perse, soffocate da qualcosa che ancora non sanno definire e che le spinge a scappare con passo incerto; ma poi il richiamo alla quotidianità volgare e cafona del rione, fatta di madri che urlano dal balcone, di “borse nere”, scarpe bucate e povertà, le risucchia nuovamente in una ruota che continuerà a girare fino ad un nuovo punto di rottura.

Assistiamo ad una sorta di danza tra due amiche apparentemente incompatibili e di cui Elena Ferrante fa un ritratto accurato e attento. Non è un caso che, adesso che ho terminato il romanzo, quelle due ragazze mi manchino come potrebbe mancarmi un’amica reale. E questo nonostante non abbia particolarmente amato il finale. O meglio, ad essere onesta, lì per lì ci sono rimasta male, perchè avrei voluto sapere di più, chiudere quel cerchio che era stato aperto nelle prime pagine. Ma qualche minuto dopo la seccatura iniziale, ho dovuto ammettere a me stessa che tutto è risultato assolutamente chiaro anche senza che l’autrice lo spiegasse per filo e per segno.

Mi scuso per questa che, mi rendo conto, è azzardato definire “recensione”. Ma preferisco restare sul vago, buttare lì qualche impressione a caldo e un parere di massima, di modo da non annoiare e non rischiare spoiler.

Consiglierei questo libro: sì.

 

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Latitanza

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L’estate per me rappresenta in assoluto il periodo più stressante dell’anno. E dire che è sempre stata la mia stagione preferita.

Da 10 anni a questa parte la vivo come una parentesi pesante ed impalpabile allo stesso tempo, in cui i ritmi lavorativi portano via le mie giornate lasciandomi affaticata e stordita, tanto che, paradossalmente, ho l’impressione di non vivere affatto. Non trovo il tempo di svagarmi, di leggere o pensare. Mi limito ad andare avanti spinta da una forza maggiore, e mi sento come se viaggiassi costantemente su un treno veloce che non mi permette di comprendere i contorni del panorama che scorre al di là del finestrino.

Non so se dare la colpa a questo clima di tensione che mi gravita attorno, o se attribuire semplicemente tutto al caso, ma nel dubbio devo comunque prendere atto di certi cambiamenti che mi sento dentro, che mi vedo addosso, e che stento ad accettare.

Con la semplice “accettazione” quante cose potremmo risolvere dentro di noi. Eppure è un meccanismo che non riesco a decifrare e che mi sfugge ogni volta che penso di essere ad un passo dall’afferrarlo.

Ho provato a fare lunghe riflessioni, nella speranza che le mie deduzioni sciogliessero i nodi che mi attorcigliano, ma come disse saggiamente Pascal:“Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”.

E’ un po’ come se tentassi di farmi passare la paura per i film horror ripetendomi:” Sai che è tutto finto, perché dovrebbe spaventarti?”. Dio solo sa quante volte ci ho (inutilmente) provato.

Un po’ mi affascina e un po’ mi spaventa l’idea di non poter raggiungere e “sovrascrivere” certe convinzioni che mi porto dietro da quando ho memoria. E se la ragione non basta a capire e sciogliere questi nodi, forse è all’esperienza che dovrei ricorrere. Ma se l’esperienza mi terrorizzasse più di quanto un fil horror non riesca a fare?

Temo che per me la via per l’accettazione non sia neanche cominciata.

 

Tic

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Per motivi a me del tutto sconosciuti, senza la benché minima coerenza con gli argomenti che giusto ieri pomeriggio passavano in radio, mentre guidavo assorta verso casa ho avuto un flash improvviso risalente a quando avevo circa 10/12 anni. Mi sono resa conto che si trattava di qualcosa “di grosso” che avevo completamente rimosso, o meglio che avevo smesso di riportare alla memoria ogni tanto come si fa per le cose molto belle o per quelle molto brutte. Che poi vai a capire perché.

Mi sono ricordata che allora le mie giornate erano scandite da una moltitudine di tic. Sì, esatto, quei tic nervosi che  siamo soliti associare alle persone con evidenti problemi mentali. Eppure di problemi (diagnosticati) non ne avevo, e per la mia testa quegli scatti ritmici e sempre uguali non rappresentavano niente di strano. Era un bisogno che mi saliva forte e improvviso, un richiamo al quale non potevo permettermi di non rispondere. Probabilmente, in un presente che stava cambiando drasticamente, avevo bisogno di aggrapparmi a qualcosa che fosse sempre stabile e uguale a se stesso, qualcosa che non cambiasse mai a meno che non fossi io a volerlo.

Non ricordo quale fosse la reazione delle persone che avevo intorno, anche perché specialmente nei primi tempi non mi rendevo conto di fare qualcosa di “strano” e che gli altri avrebbero potuto giudicare male.

Ma prontamente arrivò mia madre a farmelo notare. Ricordo frasi del tipo:”smettila di fare quei versi con la testa, sembri scema”; “Ma sei mongoloide?”; “La gente penserà che ho una figlia handicappata”. “Tu non sei normale”.

E così cominciai a sentirmi sbagliata e a fare di quei movimenti un rituale sempre più impercettibile e nascosto agli occhi degli altri.

Non si chiese (e mai mi chiese) a cosa fossero dovuti tutti quei tic nervosi che periodicamente, durante la giornata, bloccavano il flusso dei miei pensieri per qualche secondo alla stregua di una paralisi. Sì lo so, sembrerà un controsenso, ma se dovessi descrivere quei tic nervosi, li definirei proprio “paralisi in movimento”. Non pensavo più a niente, se non a tenere il conto di quei gesti che dovevano essere sempre identici: muovevo la testa velocemente dall’alto verso il basso e viceversa (non ricordo il numero esatto di volte), e poi una sola volta da sinistra verso destra e ritorno. Avevo la sensazione che se non lo avessi fatto, qualcosa di catastrofico sarebbe successo.

Ad oggi non conosco le reali motivazioni di quel comportamento, e allora ero davvero troppo piccola per capire che il mio corpo lanciava dei segnali di allarme affinché io o qualsiasi altra persona capisse che qualcosa non andava, che avevo bisogno di aiuto.

Ripenso a quella fase della mia vita con tenerezza mista a tristezza: vorrei poter tornare indietro nel tempo, abbracciare quella bambina e parlare con lei; vorrei fare per lei tutto ciò che mia madre non ha fatto, e magari chissà, addirittura salvarla.

Ses(S)o-lo non fosse un tabù

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Avete mai giocato a “Taboo”?

Per chi non lo conoscesse, si tratta di un gioco in scatola molto simpatico da fare in compagnia (due o più squadre, sempre a coppia di due), in cui a turno una persona deve far indovinare una parola (oggetto, emozione, concetto) al proprio compagno di squadra. Ovviamente le parole non sono scelte a caso, ma stampate su carte da gioco “speciali”. Vince la squadra che indovina più parole nel tempo di una clessidra da 1 minuto. La difficoltà non sta tanto nel poco tempo a disposizione, e neanche nel non poter mimare le parole in questione. Su ogni carta è stampata, in alto, la parola da indovinare; sotto, ci sono altre 5 parole (sinonimi o comunque vocaboli molto affini a quella parola), che non devono assolutamente essere pronunciate. Vi faccio un esempio.

Mettiamo che la parola che dovremo far indovinare al nostro compagno di squadra sia “NONNO”, e che le parole da non pronunciare pena la squalifica siano: “padre, genitore, anziano, nipote, figlio”; cosa vi inventereste? Sarà divertente scoprire come il vostro cervello riesca ad uscire dagli schemi e ad inventarsi nuove strade! Ad esempio potremmo dire:”quello di Heidi viveva in una casa in montagna”. Oppure ancora :”è il nome di una coppa gelato”. Sicuramente esistono centinaia di altre vie percorribili dall’immaginazione di ciascuno, e il bello è proprio questo.

Oltre che divertente, sembra però anche un gioco abbastanza faticoso se fatto troppo a lungo. Eppure non ci accorgiamo di farlo quotidianamente (e di farlo tutti, da secoli) per tutto ciò che concerne la sfera sessuale. Tutt’oggi l’argomento “sesso” viene difficilmente affrontato in pubblico, e in linea di massima viene toccato soltanto con allusioni e risate sotto ai baffi.

In casa mia, fin da quando ero bambina, di sesso non si è mai parlato apertamente: l’argomento è sempre stato avvolto da un alone di mistero. Ciò che sapevo, e che avrebbe dovuto bastarmi, era che si trattava di qualcosa di sporco, di inaccessibile e che non doveva riguardarmi.

E forse sarebbe stato meglio se davvero non mi fosse riguardato affatto.

Ho sempre avuto il sonno pesante, tanto che una volta cascai dal secondo piano di un letto a castello picchiando forte la testa sul pavimento e lo seppi soltanto al risveglio dai racconti di mia madre. Eppure una notte qualcosa riuscì a svegliarmi. Non appena i sensi si aprirono al mondo, avvertii un rumore ripetitivo, incessante, simile al rumore di uno straccio bagnato che viene sbattuto contro un muro. In sottofondo, gemiti e parole sussurrate (e dopo un po’ neanche più troppo sussurrate) che non riuscivo a decifrare. Non ricordo cosa provai quella notte, ma certamente cominciai a capire che era proprio di notte, e (non sempre) sotto voce, che i miei genitori facevano in gran segreto quella cosa chiamata “sesso”.

A quel tempo avrò avuto si e no 6 anni, e fino a che i miei genitori (11 anni dopo) non si separarono, mi capitò spesso di svegliarmi senza motivo nel bel mezzo della notte con la giugulare che pulsava come se improvvisamente il flusso del sangue fosse aumentato, e con una sorta di torpore che mi percorreva il corpo fino in fondo alle gambe. E ogni volta, non appena i miei sensi riuscivano ad aprirsi al mondo circostante, ecco di nuovo quel rumore ripetitivo di straccio bagnato, ecco di nuovo gli stessi gemiti e le stesse frasi “sporche”. Stavo male, ed era un male sia fisico che mentale. Poi finalmente arrivava il  rumore della chiave nella toppa a mettere fine a quel supplizio: qualcuno andava in bagno, e dopo poco ne usciva per permettere anche all’altro di entrare.

Ma forse la parte peggiore era l’attesa. Avevo imparato a carpire i “segnali” del sesso, il che mi lasciava presagire una nottata che sarebbe stata tutt’altro che serena. Sì perché dopo la fine di ogni amplesso, continuavo a rimanere prigioniera di un corpo che reagiva in modo sempre più strano a qualcosa che ormai conosceva da anni. Il battito del cuore diventava rapido e assordante, e il torpore si concentrava nella parte bassa della pancia, divenendo più pungente.

Di solito la mia disperazione cominciava all’ora di cena, quando vedevo mio padre riempire un bicchiere di vino bianco frizzante sia per lui che per mia madre. Si guardavano in “quel” modo che avevo imparato a riconoscere, si dicevano cose sotto voce, e quando noi figli andavamo a letto mio padre passava in rassegna le stanze, chiudeva le nostre porte (che normalmente restavano aperte) e poi chiudeva anche la loro, a chiave. Quella chiave che girava nella toppa era contemporaneamente il segnale d’inizio della mia angoscia prima, e segnale della fine dopo.

Quando avevo circa 15 anni, il rapporto tra i miei genitori cominciò a sgretolarsi sotto il peso del tempo e di responsabilità a cui non sapevano più far fronte. Non vi nego che da una parte ne fui felice, perché speravo che i loro incontri amorosi sarebbero spariti per sempre.

Come se tutto quello che avevo sopportato fino ad allora non fosse stato abbastanza, la situazione peggiorò. Una mattina scesi in cucina per preparare la colazione, e trovai un giornalino porno (esistono ancora?) aperto, gettato sul pavimento della cucina davanti al divano. Poi trovai nel gabinetto una diapositiva che ritraeva un pene. Supposi si trattasse di quello di mio padre, e ne ebbi la conferma quando mi affacciai nella camera dei miei genitori e trovai uno dei miei fratelli più piccoli (che al tempo non aveva ancora 3 anni) circondato da diapositive inequivocabili di parti intime e cetrioli che entravano in luoghi diversi dalla bocca.

Non so perché il mio corpo e la mia mente prendessero così male un qualcosa di così naturale: forse perché erano i miei genitori a farlo, o forse proprio perché si trattava di un argomento che era sempre stato tabù, qualcosa di scottante e sporco (così ci insegnarono), a cui noi figlie femmine, a sentire mio padre, non avremmo mai dovuto avvicinarci. Niente era detto apertamente, questo è ovvio. Ma tra le righe tutto era invece chiarissimo. Talmente chiaro che quando i miei scoprirono che avevo fatto l’amore con un ragazzo, mi lasciarono riversa a terra, in pigiama, con gli occhi totalmente accecati dalle lacrime e molti lividi nella pancia, sul naso e sulle gambe.

Adesso che ormai ho fatto mio l’argomento che tanto mi ha pietrificato e repulso durante gli anni della mia infanzia e della mia adolescenza, dovrei essere più serena a riguardo. E invece mi sento pervadere dallo stesso fortissimo senso di disagio ogni volta che i vicini di casa o la tv mi rimandano quegli stessi rumori molesti, quegli stessi gemiti, quegli stessi sussurri. In quei momenti vorrei gridare, o semplicemente sparire, e vorrei che i miei genitori non mi avessero a tal punto traumatizzata.

Ricordo che una volta scrissi una lettera che lasciai in bella vista sul loro letto. Non ricordo precisamente cosa ci fosse scritto, ma il senso generale rimandava ad una specifica richiesta: per favore, potreste stare più attenti e non costringerci (parlavo al plurale includendo anche i miei fratelli, pur non sapendo se a loro capitasse la stessa cosa) ad assistere ad ogni vostro amplesso? Non ebbi mai alcuna risposta, e niente nelle loro abitudini variò minimamente.

Credo che questa sia la terza volta che mi capita di raccontare questo aspetto della mia vita passata. La prima volta che l’ho fatto, non con poca vergogna, mi è stato risposto: “è qualcosa che può capitare, non ne farei un dramma. Sono cose naturali, d’altronde anche i tuoi genitori avevano le loro esigenze”. La seconda volta, invece, mi è stato risposto:”per fortuna non mi è mai capitato di sentire i miei genitori in quei frangenti, eppure avevamo le camere una di fronte all’altra. Immagino che non debba essere stato piacevole per te”.

E voi cosa mi rispondereste?

Vorrei davvero saperlo, perché mi sento combattuta tra:

  • sei tu ad essere strana. Il sesso è qualcosa di normale che anche i tuoi genitori avevano bisogno di fare. Probabilmente sei troppo sensibile e ne stai facendo un dramma. E’ capitato a tutti.

Oppure

  • i tuoi genitori avrebbero dovuto fare più attenzione, non è giusto che i figli debbano essere costretti ad assistere agli amplessi dei propri genitori. Non hanno avuto rispetto per te.

Razionalmente vorrei incolpare loro, sentirmi dire che sono stata una povera vittima; inconsciamente mi sento io quella sbagliata, quella che non avrebbe dovuto lamentarsi, quella che avrebbe dovuto “starne fuori” e che invece si è voluta impicciare in qualcosa che non la riguardava minimamente.

Vorrei salvarmi da questa lotta intestina che non mi permette di affrontare il sesso con serenità, ma contemporaneamente temo che dovrò rassegnarmi a sopportarla per sempre.

 

Uomini che (NON) amano le donne

Tempo fa avevo pubblicato questo stesso post. Probabilmente nessuno si è accorto che, così come era apparso, dopo poco è improvvisamente sparito senza lasciare traccia. Ebbene eccolo qui, di nuovo, più sfacciato che mai.

Per chi se lo stesse chiedendo, il motivo della sparizione non è da imputare a me (o almeno non direttamente). Ecco quanto è accaduto: una persona con cui stavo insieme tempo fa (e che ho volutamente escluso dalla mia vita per ragioni che potrebbero avere a che fare o meno con quanto scritto in questo post), mi ha contattata chiedendomi di cancellarlo. Mi ha spiegato che “qualcuno” gli aveva parlato dell’esistenza di questo blog, che quindi aveva deciso di curiosare e leggere qualcosa, e che era rimasto colpito da questo post. Mi ha chiesto di cancellarlo con la seguente (assurda) motivazione:”non vorrei che le persone che conosco mi riconducano alle cose che hai scritto e pensino male di me”.

Lì per lì ho lasciato (come sempre) che l’ansia prendesse il sopravvento, e pur di non dover più avere a che fare con lui mi sono detta “Ma sì, che mi frega, posso pure cancellarlo, se non altro perchè non ho voglia di stare a discutere con lui”. E così, senza pensarci ulteriormente, gli ho risposto che mi sembrava assurdo ma che avrei fatto sparire questo articoletto.

E’ stato qualche ora dopo averlo fatto che me ne sono pentita amaramente. E non perché sia scritto particolarmente bene, ma semplicemente per il messaggio che porta con se’.  E ho pensato che questa vicenda potesse rappresentare un ulteriore punto della lista sottostante che non avevo affatto preso in considerazione.

Perché se prendiamo in esame ciò che c’è scritto, non troverete traccia di nomi, cognomi, o riferimenti personali.

Ho preso spunto dalla mia vita personale per stilare questa lista? Sì.

Ho preso spunto esclusivamente dalla relazione avuta con lui? No.

La vita che ci circonda è già essa stessa spunto di riflessione per argomenti come quello dell’amore per la persona che si ha accanto. Basta osservare il rapporto che c’è o c’è stato tra i propri genitori, quello che c’è tra le persone che abbiamo accanto, quello che si vede in tv, e certamente anche quello che si prova in prima persona.

Vorrei aggiungere soltanto che se pensi che una persona a te cara possa improvvisamente cambiare idea su di te per un post che non è detto che qualcuno legga, e che non riporta nomi o riferimenti personali, forse è giunto il momento di chiederti “da che tipo di persone sono circondato”, oppure più semplicemente “non starò esagerando un po’ ?”. Anche l’opzione “coda di paglia” è molto gettonata, ma non sono io a dover rispondere in merito.

Quindi bando alle ciance, ed ecco qui (per la seconda e ultima volta), un post a cui mi sono resa conto di tenere moltissimo, perché la libertà di espressione, che tu sia uomo o donna, non deve essere toccata da nessuno e per nessun motivo al mondo. Buona ri-lettura.

L’amor che move il sole e l’altre stelle

(ultimo verso del Paradiso, XXXIII, v. 145) – Dante Alighieri.

Non avrei voluto scomodare il sommo poeta per un insulso post di questo minuscolo blog, ma non riuscivo a trovare un’altra frase che riuscisse con la stessa semplicità e la stessa forza a descrivere l’importanza che l’amore ha nel mondo.  Certo è che DEFINIRE l’amore nella sua totalità è cosa assai ardua, e non sarò di certo io quella che ci riuscirà.

Posso però raccontare il NON AMORE, quello che ho provato sulla mia pelle e che d’ora in avanti saprò sempre riconoscere lontano un miglio.

Vorrei mettervi subito in guardia: la prima volta che il NON AMORE ci tocca, spesso non siamo in grado di riconoscerlo, e per elencare le ragioni di questa cecità non bastano le dita di una mano. Ci può capitare di amare profondamente la persona che abbiamo accanto (che sia un genitore, un fratello, un fidanzato o amico), e di essere accecati dal nostro stesso sentimento tanto da non riuscire a vedere oltre il nostro petto; può darsi che il NON AMORE sia il meglio che la vita ci ha concesso fino a quel momento; può darsi che la fragilità (momentanea o costante) ci porti ad accontentarci, o che la paura di restare soli ci pietrifichi e non ci consenta di ribellarci.

Qualunque sia la ragione, che avvenga presto oppure tardi, l’importante è aprire gli occhi e accorgersi che meritiamo di meglio.

NON E’ AMORE…

  • quando non riesce a dirti TI AMO, perchè non è nelle sue corde; (ha una paura fottuta di dirtelo e glielo si legge negli occhi)
  • quando non riesce a dirti che sei bella, nascondendosi dietro alla scusa che lo fa sentire in imbarazzo (ma quando vede una bella ragazza passare per strada o in tv, improvvisamente ogni imbarazzo svanisce)
  • quando non ti lascia libera di vestirti come meglio credi (perché se no gli altri ti guardano e non va bene, come se un jeans e una maglia a collo alto facessero di te un’entità invisibile o un cesso inguardabile, o come se non coprire ogni centimetro di pelle corrispondesse ad un’occhiolino malizioso al genere maschile)
  • quando non ti lascia libera di fare le esperienze di cui senti di aver bisogno (che sia una serata in discoteca o una semplice cena con le amiche)
  • quando non ti ascolta e ostenta la sua seccatura alzando gli occhi al cielo
  • quando da’ per scontato che in casa sia la donna a dover fare tutto e non crede di dover dare il suo contributo (e se capita che lo faccia, se ne vanta come di un regalo prezioso)
  • quando scherza con tutti ma non con te, e non ci prova neanche a farti ridere
  • quando non cerca mail il tuo sguardo o la tua mano in mezzo ad altra gente
  • quando nell’intimità ricerca sempre il suo piacere e mai il tuo
  • quando sottolinea continuamente le tue debolezze e i tuoi difetti
  • quando si lamenta di ciò che fai per lui, perché non è come lo avrebbe voluto, o semplicemente non è abbastanza
  • quando ti esclude da ogni decisione
  • quando cerca di cambiarti (e tu, stupidamente, glielo permetti)
  • quando non si fida di te e ti tartassa di domande quando torni tardi dal lavoro o dalla palestra
  • quando non trova tempo da dedicarti perché vengono prima tutte le sue necessità, tutti i suoi hobby, e poi in fondo tu.
  • quando alza le mani su di te (lo dirò in francese: in questo caso, non è amore manco per il cazzo!)

La lista sta aumentando a vista d’occhio, quindi forse è il caso di fermarsi qui.

Se anche non sono stata esaustiva, spero di aver comunque reso il concetto, e di aver dato anche soltanto ad una persona un buono spunto di riflessione sul proprio rapporto di coppia.

Vi siete mai rispecchiati in qualcuna di queste circostanze? Ne avete altre da suggerire? Chissà che non possano essere d’aiuto ad un/a distratto/a passante che non sa di meritare di meglio.

Se solo…

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Se solo fossi più bella…

Se solo fossi più magra…

Se solo fossi più alta…

Se solo avessi più seno…

Se solo avessi labbra più grandi…

Se solo avessi una fronte più alta…

Se solo avessi le gambe più affusolate…

Se solo avessi gli occhi chiari…

Se solo avessi i capelli ricci per natura, o se solo li avessi lisci per natura…

Se solo avessi più autostima…

Se solo avessi più coraggio…

Se solo guarissi dai problemi di salute…

Se solo capissi cosa voglio dalla vita…

Se solo avessi un obiettivo…

Se solo avessi pazienza…

Se solo riuscissi ad accontentarmi di ciò che ho…

Se solo fossi più decisa…

Se solo fossi ricca…

Se solo avessi più amici…

Se solo capissi i miei stati d’animo…

Se solo fossi più fortunata…

Se solo fossi meno egoista…

Se solo smettessi di punirmi col cibo…

Se solo smettessi di consolarmi col cibo…

Se solo smettessi di tenermi tutto dentro…

Se solo mi mettessi al primo posto…

Se solo avessi un dono speciale…

Se solo potessi cambiare il passato…

 

…allora sarei un’altra persona e non me. Eppure non vorrei essere nessuno che io conosca. Ma neanche me. Vorrei essere tutto ciò che non sono. Vorrei sperimentare altre vie per la felicità, quella felicità che al momento mi sembra preclusa. Ma la colpa non è di ciò che sono, ne tanto meno di quello che non sono.

Avverto distintamente il fruscio di pensieri cupi e pesanti che prendono lentamente vita da un angolo buio della mia mente; mi accorgo di nuovi punti di domanda che prima non c’erano e che come ombre crescono e s’allungano man mano che sfiorisce il giorno. In poco tempo tutto diventa scuro, anche le cose più belle e che a mente fredda non cambierei mai.

E’ in questi momenti che l’ego prende il sopravvento: teme che io possa soffrire ancora, e per far sì che io evada al più presto da questa gabbia di prepotenti pensieri, mi propone:”perché non ti fai una bel selfie (o semplice autoscatto) e aspetti che ti facciano un sacco di complimenti, a conferma del fatto che sei fantastica così come sei?”. Lui però non sa che per ottenere una foto quasi figa, mille altre devono essere scartate: respingo istintivamente le mille altre versioni di me che (sono convinta) “gli altri” non gradirebbero. E non è ancora più deprimente rendersi conto che soltanto una versione su mille ha passato l’esame finale (per il rotto della cuffia e con l’aiuto di Prisma, aggiungerei) ?

O ancora, non lo sa il mio ego (così come lo sa la mia coscienza) che ciò che gli altri pensano di me lascia un po’ il tempo che trova? Perché un’ora dopo, o al più tardi il giorno seguente, mi ritroverò ancora lì, immobile, irretita da quegli stessi cupi pensieri; perché per cercare l’approvazione “degli altri” non mi sarò mossa affatto dal baratro in cui mi sono lasciata trascinare.

 

 

 

 

Chi ha paura della sera?

sentiero

Che io sia strana, ormai è assodato; ma forse è bene ribadirlo per chi non mi conosce e potrebbe imbattersi in queste righe sconclusionate senza capirne il senso.

E nella mia stranezza, c’è qualcosa che mi demolisce, perché azzera la mia volontà e mi rende succube di pensieri e paure immotivate: l’arrivo della sera.

Fino a qualche anno fa, la sera rappresentava la speranza che qualcosa di bello potesse accadere; d’altronde le giornate scorrevano tutte identiche e senza variazioni: sveglia, colazione, lavoro, spesa, rientro a casa. Dal momento in cui varcavo la soglia di casa, potevo sperare in un abbraccio, in una sorpresa, in una novità (anche se puntualmente tutte le mie speranze venivano deluse). Così, sempre di più, devo aver cominciato a perdere quella speranza, e con quella, ogni sera si è gradualmente trasformata in una mera estensione del giorno, con l’aggravante di essere priva di obblighi o doveri che potessero impegnare i miei pensieri.

Non so bene come spiegarlo…è come se l’angoscia si facesse strada dentro di me senza una ragione, e trasformasse in simil-depressione ciò che fino a qualche ora prima era solo un velo di malinconia. Ma non è solo questo: mi accorgo di cambiare lentamente umore, di perdere la “spinta in avanti”, di sentirmi stanca come se non dormissi da giorni. E la cosa peggiore è che vedo trasformarsi in un terribile mostro ogni innocente pensiero che si affaccia nella mia mente.

Per fare un esempio stupido (e permettervi di decifrare il delirio di cui sopra), qualche settimana fa mi sono accorta che un’amica tardava a rispondere ad un mio messaggio. Durante il giorno, il pensiero si sarebbe trasformato in un semplice pensiero logico:”sarà indaffarata, quando vedrà il messaggio mi risponderà”; ma riflettendoci di sera, si è trasformato in un mostro a tre teste:”di solito risponde subito. E se le fosse successo qualcosa? Che faccio, la chiamo? No, meglio di no, non vorrei passare per paranoica. Quasi quasi scrivo al suo ragazzo per sapere se è tutto a posto. E se invece non rispondesse perché ce l’ha con me per qualche motivo? Non avrebbe tutti i torti: chi vorrebbe avermi come amica? Resterò sola per sempre”.

Risposta che tarda ad arrivare = senso di solitudine e pensieri autodistruttivi.

E’ incredibile come la sensazione di poter spaccare il mondo di giorno, si trasformi nel pessimismo più profondo al calar della sera. E’ un po’ come se il mio inconscio tirasse le somme della giornata e mi accusasse di non aver combinato niente neanche oggi, togliendomi di conseguenza ogni tipo di speranza nel domani. Se non ci sei riuscita oggi, perché domani dovrebbe essere diverso?

Poi finalmente vado a dormire, resetto la mia mente passando da sogni catastrofici e deliranti, e finalmente un nuovo giorno pieno di aspettative e speranze ha inizio. Ogni mattina mi alzo con l’illusione di poter “spaccare il mondo”, ma poi non faccio niente di concreto e ricomincia tutto da capo, passando per il tormento serale che prosciuga ogni emozione.

E’ per questo che ho paura del volgere del giorno: temo l’arrivo di quella infelicità immotivata che mi assalirà come ogni sera; e odio quella voglia insensata di piangere e rannicchiarmi sotto le lenzuola, senza nessuno intorno che mi costringa ad interagire col mondo.

Vorrei che la sera tornasse ad essere “speranza” e “possibilità“, e non l’estenuante attesa del giorno seguente. Vorrei smettere di sentirmi fallita, di sentirmi inutile, come se ogni giorno passato fosse soltanto un pezzetto in più, un altro mattoncino di un muro che si fonda sul nulla più totale.

Sulla scrittura

Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo. Scrivi di amore senza nominarlo, la precisione sta nell’evitare.

Distràiti dal vocabolo solenne, già abbuffato, punta al bordo, costeggia,

il lanciatore di coltelli tocca da lontano,

l’errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di mancarlo.

Poesia di Erri De Luca