2° giorno a New York

25 Dicembre 2019 – Giorno di Natale, nonchè giorno del mio compleanno e della seconda giornata passata a New York.

La mattina appena sveglia ho ricevuto da Francesco un bellissimo regalo di compleanno: i biglietti per il musical The Lion King di Broadway! Avevo desiderato davvero tanto vedere un musical a Broadway (ho visto 3 volte Notre Dame de Paris qui in Italia nel giro di 5 anni, e alla Sanremo Production Academy avevo avuto come insegnante di canto nientemeno che Matteo Setti, che molti di voi conosceranno come “Gringoire”…un portento!). Ma ahimè i prezzi dei biglietti erano davvero inavvicinabili: si parlava di circa 250 euro a testa, e visti i costi già sostenuti per l’intero viaggio, non me la sono sentita di investirne così tanti in qualcosa che immaginavo sarebbe piaciuto a me soltanto. Quindi vi lascio immaginare l’emozione di trovarmi tra le mani due biglietti per il 2 Gennaio!

Vista la bella giornata di sole, abbiamo deciso di fare un giro a Central Park, a due minuti a piedi dall’albergo. E’ più grande di quanto avessi mai immaginato, e soltanto nell’infinitesimale pezzetto percorso a piedi abbiamo incontrato: una pista di pattinaggio sul ghiaccio, carrozze trainate da cavalli o da ragazzi che pedalavano (alla modica cifra di 3.99 $ al minuto), baracchini con gelati e noccioline tostate in vendita ma, soprattutto, scoiattoli! In una città in cui è impossibile incontrare un gatto, rarissimo incontrare cani, è stato emozionante vedere tantissimi scoiattoli giocare tra loro e rincorrersi nella vastità del parco, a debita distanza dalle persone.

La cosa più bella di Central Park probabilmente non è neanche il parco in se’ quanto la cornice che lo circonda, perchè appena alzi lo sguardo al disopra di rocce e alberi vedi svettare grattacieli talmente alti da chiederti come riescano a stare su.

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All’altezza del Dakota Building (dove assassinarono John Lennon nel 1980) siamo usciti da Central Park per prendere la metro. Ci siamo fatti tentare da un baracchino che vendeva Pretzel al formaggio, ma ce ne siamo pentiti amaramente, tanto che dopo qualche morso dato malvolentieri abbiamo dovuto buttarlo. Per rifarci la bocca, abbiamo preso un Hot Dog in un posto a cui da fuori non avevamo dato una lira perchè rimasto fermo agli anni ’80, tutto pieno di scritte gialle e rosse, ma consigliato da moltissimi: Gray’s Papaya. Con 9$ abbiamo preso 2 hot dog e 2 bevande, e siamo usciti soddisfatti al di là di ogni nostra aspettativa!

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I würstel hanno un sapore molto diverso da quello a cui siamo abituati in Italia, ed è proprio quello a renderli speciali! Dopo un pranzo fugace fatto in piedi (non sperate di trovare posti in cui sedersi a NY) abbiamo preso la metro e ci siamo diretti al Rockefeller Center per vedere il famoso albero di natale, quello per cui la gente parte apposta da ogni parte del mondo per assistere all’accensione.

Ad essere sincera in se’ per se’ l’albero non è neanche tutta questa specialità (sì, certo, è molto grande e ha la stella sulla punta fatta completamente di Swarovski), e anche la pista di pattinaggio sul ghiaccio sottostante è davvero piccina, però anche qui la cornice di grattacieli riesce a rendere il tutto più speciale e magico. Aspettando l’ora del tramonto per salire al Top of The Rock, abbiamo partecipato al tour guidato del Radio City Music Hall (incluso nel NY City pass).

Siamo stati dietro le quinte di questo bellissimo teatro e abbiamo sbirciato il numero natalizio delle Rockettes da una cabina di regia. Il teatro in sè, pur rispecchiando l’antiquato arredamento degli anni ’30, è davvero affascinante, specialmente quando il soffitto diventa parte integrante dello spettacolo attraverso proiezioni e giochi di luce.

Con l’intento di ripose un po’ i piedi, abbiamo cercato una Bakery nelle vicinanze in cui poter assaggiare la famosa cheese cake di NY: nella realtà abbiamo dovuto fare 20 minuti di fila solo per entrare al Magnolia Bakery per poi mangiare rigorosamente in piedi  una Red Velvet Cupcake (che personalmente non ho amato, de gustibus) e una cheese cake davvero squisita! Quando siamo tornati al Rockefeller Center per capire come salire al Top of The Rock, abbiamo avuto una brutta sorpresa: raggiunta la biglietteria convinti di goderci il tramonto (che nel periodo natalizio avviene intorno alle 16.30 del pomeriggio), abbiamo dovuto prenotare per le 15.00 del 27 dicembre, due giorni dopo, in quanto prima non c’era disponibilità!

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Dopo qualche peripezia per trovare la linea della metro giusta siamo finalmente rientrati in albergo. Abbiamo potuto riposare solo mezz’ora però, perchè poi Francesco mi ha annunciato che dovevamo prepararci per andare a cena: un’altra sorpresa di compleanno, oltre che un modo speciale di festeggiare il Natale. Eravamo attesi al 35° piano di un albergo in Columbus Circle, doveva avevamo una prenotazione presso il ristorante Asiate.

La vista dal tavolo era meravigliosa, specialmente quando un cameriere molto carino ci ha spostato al tavolo davanti alla vetrata: sembrava di avere davanti lo schermo di un gigante cinema, ma la differenza era che Central Park e i grattacieli che gli si stagliavano intorno erano veri, e nel buio della notte con le loro luci davano vita ad un panorama mozzafiato. Una vista capace di riempirti gli occhi anche a distanza di giorni, e di cui oggi mi emoziona il solo ricordo. E’ stata un’esperienza perfetta ed indimenticabile (non ci crederete, ma abbiamo mangiato uno dei migliori risotti mai assaggiati!). Da molti avevo sentito dire che a NY si mangiasse davvero male: devo dissentire fortemente! Se eviti i baracchini lungo le strade (ma neanche tutti) e ti affidi a Tripadvisor, puoi mangiare piatti davvero sfiziosi. Dietetiche no, ma buone sì 😉

 

 

1° giorno a New York

In questi giorni tristi, tanto pesanti quanto inconsistenti, forse più che alla vana speranza credo sarebbe meglio aggrapparsi ai bei ricordi, che quelli almeno non li distrugge il Telegiornale con la conta inesorabile delle morti dovute al Covid-19.

È per questo che ho ripreso in mano il diario del viaggio di New York: avevo bisogno di pensare ad un ricordo felice, anche se non sono Harry Potter e non devo lanciare nessun Expecto Patronum; avevo solo voglia di ricordare com’era la vita appena prima che questo maledetto virus cominciasse a spezzare anime e rallentare il mondo attorno e dentro di noi.

Ripartirò da quel 23 Dicembre, quando un volo Norwegian ci ha portati indietro di 6 ore regalandoci, poco prima dell’atterraggio, lo spettacolo della più grande distesa di luci che io abbia mai visto da un aereo.

Una volta atterrati a NY, uno shuttle di Go Airlink (prenotato dall’Italia qualche settimana prima) ci ha condotti all’albergo. In quel viaggio durato all’incirca un’ora mi sono resa conto che se sei in grado di guidare a NY, puoi farlo ovunque, persino a Napoli (chi come me ha origini partenopee, o meglio ancora ci vive, può capire cosa intendo).

Già soltanto incontrare i primi grattacieli e scorgere da lontano Manhattan lungo il corso dell’East River è stato emozionante: per quanto artificiale esso sia, è uno spettacolo che non esiste altrove.

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E vogliamo parlare del fumo bianco che esala dai tombini o delle divise dei poliziotti che ti catapultano in un attimo sul set televisivo di Gostbusther o Scuola di Polizia? Quasi volevo piangere dall’emozione.

Finalmente verso mezzanotte abbiamo raggiunto l’Aka Central Park, un albergo moderno, spazioso e pulito al di là di ogni aspettativa.

Già storditi da un primo incontro fugace con la Grande Mela, ci siamo concessi un bel sonno ristoratore che ci preparasse ad una prima giornata di scoperte.

Quindi la mattina del 24 Dicembre siamo scesi in strada tutti bardati con cappello, sciarpa e guanti, ma fortunatamente non abbiamo trovato il freddo glaciale che ci eravamo aspettati (anche se in certi momenti il vento era piuttosto pungente). Ci siamo diretti verso Sarabeth, di fronte a Central Park a due passi dall’albergo, per il primo brunch newyorkese: uova, formaggi, acqua servita in bicchieri pieni di ghiaccio e 97 $ di conto mance incluse che ci ha dato un primo assaggio del costo della vita a NY!

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Per provare a smaltire gli enormi piatti golosi di Sarabeth, abbiamo deciso di incamminarci verso Times Square e Broadway: ogni cosa ci è sembrata incredibile, dai grattacieli alla vivacità delle strade agli addobbi natalizi e fin’anche ai Sabrett puzzolenti che vendevano Pretzel e hot dog lungo i marciapiedi di tutte le strade. Times Square è bella da farti restare a bocca aperta: schermi giganti talmente luminosi da illuminare il cielo, gente ferma sui marciapiedi col naso all’insù e il Ball Drop pronto per il nuovo anno in arrivo.

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Nonostante ci trovassimo in una delle metropoli più grandi e affollate del mondo, non ci siamo sentiti stranieri o insicuri: ci pareva piuttosto di passeggiare nel centro di un grande paesone capace di farti sentire a casa tua anche a migliaia di chilometri di distanza. Credo che sarà questa la sensazione che più fortemente ricorderò di questo viaggio a NY.

Dopo tanto camminare, abbiamo deciso di sbirciare dentro Macy’s, un mall (centro commerciale per chi parla come mangia) di 9 piani che non siamo riusciti a vedere tutto neanche in 2 ore di permanenza! Anche perché dopo un po’ i piedi iniziavano davvero a fare male e una pausa da Starbuck’s è stata doverosa, con tanto di caffè lungo al cioccolato. Seguendo l’usanza di molti giovani newyorkesi, abbiamo raggiunto il nostro albergo con la metro (per 33$ è possibile fare un biglietto illimitato della durata di 7 giorni) e abbiamo passato un paio d’ore in camera a riposare. Dopo di che siamo ripartiti, passo dopo passo, alla volta del The Roof, una terrazza panoramica al coperto al 25° piano di un albergo in cui abbiamo preso una bevuta e mangiato un piatto di Meatball al sugo in due: buone al di là di ogni aspettativa! Il conto invece è stato caro esattamente come ce lo aspettavamo: 70 $ mance incluse.

Abbiamo voluto spendere così la nostra prima giornata a NY: bighellonando per le strade, senza mete precise, prendendoci tutto il tempo per godere del paesaggio metropolitano, degli odori, delle stranezze e della bellissima giornata di sole. Normalmente è meglio pianificare nel dettaglio un viaggio come quello nella Grande Mela, ma avendo a disposizione due settimane, almeno per i primissimi giorni abbiamo deciso di prendercela comoda.

NY fai da te – La Pianificazione

New York fai da te – la pianificazione

Eccomi finalmente con una mezz’ora scarsa a disposizione per raccontarvi dello splendido viaggio a New York che ho intrapreso nel periodo natalizio con la mia dolce metà.

Avevamo pianificato questo viaggio da molto, troppo tempo. Considerate che a febbraio 2019 avevamo già prenotato sia i voli che l’albergo per Dicembre! Visto che, come si intuisce dal titolo del post, si é trattato di un viaggio totalmente “fai da te” (sia perché volevamo essere del tutto autonomi e indipendenti, sia per una questione di budget), condividerò con piacere i nostri sforzi nella speranza che possano tornare utili a chi, come noi, vorrebbe partire ma non sa da dove cominciare. Per ovvie ragioni di tempo e per non risultare troppo tediosa, dividerò il resoconto in varie parti così che possiate leggere solo quelle che vi interessano.

LA PIANIFICAZIONE

La primissima cosa che abbiamo fatto è stata individuare i giorni a disposizione, cosa che per noi è stata davvero semplice dal momento che lavoriamo nello stesso ufficio e che ogni anno abbiamo sempre le stesse due settimane di ferie nel periodo natalizio.

Inizialmente temevamo che la spesa sarebbe stata quasi insostenibile, motivo per cui per tutto il 2019 abbiamo cercato di risparmiare il più possibile per non arrivare impiccati a Natale tra spese di viaggio, regali e varie. Siamo partiti il 23 Dicembre e siamo rientrati il 7 Gennaio 2020: 2 settimane intense e bellissime!

Più che il volo, ciò che incide considerevolmente sulla spesa finale è sicuramente il numero di pernottamenti se si parla di una città come New York. Va da se’ che anche il periodo dell’anno (a patto che possiate sceglierlo) va valutato attentamente se la disponibilità che si ha è molto limitata. Noi ad esempio siamo stati molto svantaggiati da questo punto di vista dato che NY sotto Natale è carissima (ma col senno di poi devo dire che ne è valsa la pena perché è davvero magica!).

Partendo dalla Toscana, la soluzione più economica per i trasporti è stata raggiungere l’aeroporto di Roma Fiumicino col treno per poi prendere un volo diretto (con Norwegian) fino a New York JFK.

Costo totale dei voli (andata e ritorno per 2 persone) 1.260 euro, inclusi pasti a bordo, una valigia da stiva ciascuno e un bagaglio a mano a testa.

Relativamente ai voli, devo fare una doverosa premessa: se prenotate con molto anticipo e siete persone composte come me al 75% da ansia, arrivare indenni al giorno della partenza non sarà semplice, soprattutto sapendo che la compagnia aerea potrà variare orari e persino giorni di arrivo e partenza in qualsiasi momento! E non pensate che sia un caso straordinario: a noi è successo…e per ben due volte!

La prima volta, un mesetto dopo aver effettuato la prenotazione, Norwegian ci ha avvisati con una mail che i nostri voli avevano subito una modifica, e ci ha invitati a “cliccare qui per confermare”. In sintesi il volo di ritorno che avevamo prenotato era stato cancellato, e l’alternativa consisteva nel ripartire da New York con un giorno di anticipo. Prima però di buttare via i soldi già pagati per l’ultima notte in albergo, abbiamo contattato Norwegian telefonicamente (parlando esclusivamente in inglese) e abbiamo scoperto che esisteva la possibilità di ripartire un giorno dopo anziché quello prima (ovviamente se non li avessimo chiamati non lo avremmo mai saputo!). Anche perché a quel punto, per scusarsi del “danno” causato, Norwegian ha dovuto prenotare a proprie spese una stanza d’albergo per l’ultima notte (quella in più) nei pressi dell’aeroporto….peccato che un mese e mezzo prima della partenza siano cambiati gli aeroporti di arrivo e partenza! Comunque tutto sommato abbiamo guadagnato un giorno intero in più a New York e spostarsi da una parte all’altra per raggiungere l’aeroporto giusto non è stato poi così terribile come lo sarebbe stato con i mezzi pubblici in Italia.

Qualsiasi cosa succeda, per non rischiare di buttare via soldi inutilmente, è fondamentale fin da subito assicurare il viaggio: 10 mesi sono tanti e non ci è dato sapere cosa potrebbe accadere fino al giorno della partenza! Il costo si aggira intorno ai 230 euro a testa: potrebbero sembrare tanti, ma consentono di recuperare intorno all’80% della cifra spesa nel caso in cui per qualche imprevisto non riusciate a partire!

Ad essere del tutto sinceri, prima di decidere di organizzare il viaggio in autonomia ci eravamo fatti un’idea sui voli e sugli alberghi presso alcune Agenzie di Viaggio. E in realtà stavamo anche per prenotare, pensando che avere un punto di riferimento in Italia non sarebbe stata una cattiva idea, ma niente di quello che ci avevano offerto soddisfaceva a pieno le nostre esigenze. Le sistemazioni proposte erano abbastanza centrali ma molto piccole e “antiquate”, un trionfo di moquette e di vasche da bagno con la tendina in plastica, di quelle che ti si attaccano addosso mentre fai la doccia (che odio!). Abbiamo passato serate intere a girare tutti i siti di prenotazione possibile, e dopo un mese di ricerche (con l’ansia a palla dal momento che vedevamo i prezzi lievitare ogni giorno di più), abbiamo prenotato all’Aka Central Park tramite Booking.com.

Attenzione quando prenotate gli alberghi, innanzitutto perché a New York è pieno di catene e con lo stesso nome potreste trovare più alberghi (o anche più ristoranti), ma situati in zone opposte di Manhattan! Altra cosa fondamentale: che voi siate al centro di Manhattan o in uno dei quartieri limitrofi (Brooklyn, Queens, ecc…), è fondamentale che ci sia una metro vicina all’hotel per potersi spostare: potreste impiegare anche venti minuti ad attraversare un solo isolato a piedi!

Sinceramente siamo stati felicissimi della scelta per moltissime ragioni: prenotare in anticipo spendendo soltanto poco più di 200 euro a notte per dormire a New York tra Natale e Capodanno è stata davvero una mossa vincente, la posizione era davvero strategica (non eravamo nel casino di Times Square, ma con un paio di fermate della metro potevamo raggiungerla), l’ampiezza della camera (che loro definiscono “studio” dal momento che aveva anche un cucinino) era strabiliante rispetto agli standard di Ny, la pulizia non era male, e i servizi erano ottimi (nelle giornate di pioggia trovavi dei bellissimi ombrelli gentilmente offerti dall’albergo all’uscita, c’erano la palestra e la sala cinema, oltre che una lavanderia con lavatrice e asciugatrice completamente gratuite. Ovviamente per avere questo prezzo, oltre all’anticipo abbiamo dovuto accettare il compromesso di prenotare ad una tariffa non rimborsabile e senza colazione: il “non rimborsabile” può farvi risparmiare anche 1000 $ su un soggiorno di due settimane, e non fare la colazione in albergo ve ne farà risparmiare almeno 30$ al giorno (che poi, onestamente, non sarebbe servita a niente visto il tipo di alimentazione che abbiamo seguito in quelle settimane!).

Altra spesa da affrontare poco prima della partenza, è quella che riguarda l’assicurazione medica: come saprete in America l’assistenza sanitaria ha dei costi strabilianti, e in caso di bisogno potrebbero lasciarvi morire se non aveste con voi la vostra copertura medica. Il costo si aggira intorno ai 120 euro a testa.

FONDAMENTALE: se non ne avete già una, dovete assolutamente munirvi di carta di credito. Serve sempre e comunque!

Una volta prenotate le cose basilari, è il momento di pianificare le vostre giornate a Ny: non pensate di uscire dall’albergo e andare “a braccio” perché questa scelta potrebbe farvi perdere intere giornate! A seconda dei giorni che si hanno a disposizione, vi consiglio di comprare un Pass che vi permetta di accedere alle attrazioni di NY a prezzi scontati rispetto a quelli che paghereste sul posto. Il mondo dei Pass è pressoché infinito, ma quelli più quotati sono il City Pass ed il New York Pass. Vi elenco qui sotto le principali differenze.

CITY PASS: al costo di 132 $, avete l’accesso gratuito a 6 attrazioni già stabilite.

NEW YORK PASS: al costo di 329 $, avete l’accesso a centinaia di attrazioni, e ha una durata di 10 giorni.

Ovviamente la scelta va fatta in base ai giorni a disposizione: noi abbiamo scelto il New York Pass e lo abbiamo sfruttato il più possibile, riuscendo a visitare almeno le attrazioni principali che ci eravamo prefissati di visitare.

Anche l’abbigliamento fa parte della preparazione: se ci andate d’inverno, fate conto di dovervi preparare per la montagna! Temperature bassissime, vento, pioggia a e neve sono ciò che NY potrebbe regalarvi. Col meteo noi stiamo stati decisamente fortunati: abbiamo scampato la bufera di neve della settimana precedente a quella della nostra partenza, e abbiamo beccato solo 2 o 3 giorni di pioggia. E’ fondamentale avere una giacca calda, antivento ed impermeabile. Per le scarpe scegliete qualcosa di caldo ed estremamente comodo, perché i vostri piedi non verranno risparmiati: noi che siamo soliti spostarci da una sedia all’altra e dalle sedie al divano, a NY abbiamo fatto una media di 10 Km al giorno! Non dimenticate sciarpa, cappello e guanti. E sotto vestitevi a “cipolla”: se fuori la temperatura è sotto zero, all’interno di musei e grattacieli potreste trovare anche 28°!

Almeno una settimana prima di partire, dovete richiedere il Visto per entrare a NY: vi basterà andare sul sito ufficiale dell’ESTA e compilare tutti i campi  con dati anagrafici, passaporto e indirizzo del primo albergo in cui soggiornerete). Avete tempo fino a 24h prima della partenza per poterlo richiedere, ma non azzarderei tanto, anche perché dovrete ricevere per mail la conferma alla vostra richiesta.

Tra le cose da acquistare prima della partenza ci sono sicuramente i lucchetti TSA (che, in caso di controllo, la sicurezza aeroportuale può aprire con una sorta di chiave universale), e almeno un adattatore universale per la corrente elettrica. Piccolo appunto specialmente per le donne che sono (giustamente) solite mettere in vaglia intere case per ogni minimo spostamento: controllate che il vostro phon, la vostra piastra o il vostro Silk Epil vadano d’accordo con la correte a 115-120V, altrimenti acquistateli per l’occasione.

Per il telefono, vi consiglio di acquistare direttamente a NY una sim che vi permetta di avere Giga illimitati (assolutamente indispensabili se volete utilizzare Google Maps per gli spostamenti e per orientarvi) da At&T o da T-Mobile. Noi abbiamo speso circa 50$, e abbiamo utilizzato le nostre sim personali soltanto in albergo o comunque nei posti in cui fosse presente il wi-fi (che è praticamente ovunque).

Ultima accortezza: prenotate dall’Italia una navetta che, all’arrivo in aeroporto, vi accompagni all’albergo. Abbiamo sentito di molti turisti che sono stati truffati perché, stanchi dal viaggio, si sono affidati al primo autista disponibile e hanno speso centinaia di dollari per uno spostamento che, se prenotato un anticipo, può costare al massimo 40$ a testa.

Ok, mi sembra di non aver dimenticato niente. Nel caso aveste qualche domanda o curiosità, chiedete pure! Non appena troverò il tempo per farlo, pubblicherò qualche post col racconto vero e proprio del nostro viaggio a New York così che possiate trovare degli spunti interessanti sui luoghi che vale la pena visitare.

A presto!

 

 

 

Racconti privati

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Qualche giorno fa ho raccontato ad una persona amica una tra quelle che rientrano nella Top 5 delle più brutte esperienze della mia vita.

E’ uscita fuori per caso, parlando di argomenti affini che me l’hanno riportata alla mente.

Niente di strano in questo: ci faccio i conti almeno una volta al mese da 17 anni a questa parte.

Ma un conto è che debba farci i conti la me stessa razionale, quella che affolla la testa di parole senza sosta, quella che alla Marzullo maniera si pone le domande e si da anche le risposte, quella che crede di riuscire a tenere tutto sempre sotto controllo. Un altro conto è che debba affrontarlo la me stessa meno vigile, meno attenta, quella istintiva e che trasforma istantaneamente le emozioni in fitte violente alla bocca dello stomaco, senza che il filtro della mente possa attutirle in alcun modo.

Ho iniziato a raccontare, profondamente certa che quel ricordo non potesse più scalfirmi in alcun modo tanto era stato trito e ritrito dai miei pensieri.

Ma descrivere dettagliatamente quell’esperienza ad alta voce ha avuto effetti che non mi sarei aspettata. E’ stato come riviverla, come essere di nuovo in quel tempo e in quel luogo, con lo stesso terrore vivido intriso di incredulità.

Ho provato ad alzare gli occhi al cielo – a volte basta per ricacciare indietro una lacrima che si affaccia lenta – ma non avevo fatto i conti con l’entità del dolore che mi avrebbe pervaso. Non sono riuscita ad arginare il pianto o i singhiozzi, e contemporaneamente sentivo la parte razionale di me gridare in imbarazzo:”Ma che fai? Perchè diavolo stai piangendo per una cosa successa quasi vent’anni fa? Ne abbiamo parlato mille volte! Che figure ci fai fare! Ormai è passata, siamo vive e siamo riuscite ad andare avanti. Adesso basta frignare!”.

Stamattina ho cercato di ricordare quante volte in passato avessi effettivamente raccontanto a voce alta quell’episodio a qualcuno.

“Di sicuro alle mie migliori amiche il giorno stesso che successe!” – ho pensato. No, non è così, a loro ho solo scritto un brevissimo messaggio mentre prendevo il treno per scappare lontano.

“Di certo a mia sorella!” – ho pensato. In realtà no. Sapevo che, se pure dal piano superiore, aveva in sentito e immaginato quello che stava accadendo, e dunque poi erano sempre bastate poche parole per far riferimento a quell’evento.

“Per scritto!” – ho pensato. Sì, in effetti ricordo di avrne scritto un paio di volte, ma probabilmente scrivere non basta.

Forse per liberarsi del peso di certe esperienze sarebbe davvero cosa buona e giusta raccontarle ad alta voce a qualcuno che ci ascolti, anche soltanto per vedere l’effetto che ci fanno dopo poco o tanto tempo. Ma vi immaginate ammorbare le persone care con il racconto di tutte le nostre brutte esperienze?

Capisco da sola che si tratta di un’idea malsana, e che porbabilmente toglierebbe gran parte del lavoro a molti psicanalisti, quindi lascerò che muoia tra queste righe al pari di un ricordo che ha smesso di farci soffrire.

 

 

 

In America il Covid-19 fa ancora più paura

Ieri mattina per caso mi sono imbattuta in queste stories di Clio Zammatteo (più famosa come Clio Make-up), che é stata costretta a lasciare casa sua con una bambina piccola e una nella pancia in procinto di nascere, perché la gente intorno a lei, più che correre a comprare i beni di prima necessità, corre a comprare le armi per potersi difendere. “Morte tua vita mia”. Ho pianto per loro, e ho pensato che tutto sommato in Italia possiamo ritenerci davvero fortunati.

L’amica Geniale e Storia del nuovo Cognome – Elena Ferrante

Ho appena terminato l’ascolto di “Storia del nuovo cognome”, il sequel de “L’amica Geniale” di Elena Ferrante.

Non avendo molto tempo a disposizione per stare in poltrona a leggere, impegno volentieri i tragitti casa-lavoro con l’ascolto di nuovi libri tramite un’applicazione che li legga per me (Storytell), e questi due romanzi della Ferrante in particolare sono stati davvero una bella scoperta, come non ne facevo da tempo (complice ovviamente la lettura intensa e mai monotona di Anna Bonaiuto).

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Sarà che Napoli è stata un po’ anche casa mia in un lontano passato, sarà che certi modi di fare e di pensare ce li ho talmente cuciti sotto la pelle che, pur non approvandoli, mi viene spontaneo accoglierli con tenerezza perché sanno in qualche modo di famiglia; fatto sta che mi sono talmente calata nella storia di Elena e Raffaella, o per meglio dire Lenù e Lina, da confondere spesso le mie sensazioni con le loro.

Entrambi i libri raccontano la storia di un’amicizia che nasce nel degrado di un quartiere popolare della Napoli degli  anni ’50. Elena Greco e Raffaella Cerullo sono due ragazzine estremamente diverse, una più taciturna ed introversa, l’altra brillante ed intraprendente, ma con un desiderio in comune: diventare qualcuno, sfuggire alla miseria e alle leggi secolari del rione che come in un girone infernale tiene avvinti i suoi abitanti ribadendo giorno dopo giorno che a chi viene dal basso non è concesso sperare in un futuro migliore.

Ho trovato scrupoloso e attento il modo di raccontare della Ferrante, tanto intimo e ricco di metafore calzanti da riuscire a far vedere i colori, sentire gli odori e percepire le sensazioni dei personaggi. Il suo è un racconto per immagini, che mi ha permesso di assistere alle vicende narrate come se fossi lì a spiarle nascosta in un angolo della salumeria o del negozio dello scarparo: mi è sembrato di percepire l’atmosfera del rione, di avvertire l’aria fresca della notte ai Maronti, e poi l’odore forte di bestia del salumificio di Bruno Soccavo a San Giovanni.

Si tratta di una storia di una semplicità disarmante ma che è al contempo ricca di colpi di scena: la narrazione è fatta sempre dalla stessa persona (Elena), ma incredibilmente sembra avere mille punti di vista proprio perché scruta a fondo l’anima di ogni personaggio. E i tratti caratteriali di ciascuno sono talmente curati da lasciar confusi, da non dare modo, così come accade nella vita reale, di poter classificare qualcuno come bianco o nero: chi avevamo dapprima preso in simpatia, si è poi dimostrato odioso, per poi deviare ancora bruscamente verso altre derive e sfumature tipiche delle persone reali, mai uguali a se stesse. Dunque non resta che naufragare in un turbinio di vicende emotive e non che sono capaci di lasciare senza fiato.

Se non si fosse intuito, ammetto chiaramente di aver adorato entrambi i libri della Ferrante. Non vedo l’ora di sapere come proseguirà questa storia di amore e rassegnazione, di legami indissolubili con la terra d’appartenenza e con chi si credeva ormai lontano.

Buona lettura.

 

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Quando acqua e cibo non bastano

Probabilmente risulterà strano che scriva qualcosa che non abbia a che fare con questo maledetto Corona Virus, ma credo che tutto quello che c’era da dire sia stato detto, e che adesso non ci resti che ricorrere ad una buona dose di senso civico e cercare di salvare il salvabile. Speriamo che nel giro di poco vada tutto per il meglio.

Ciò di cui volevo scrivere per imprimermelo bene in testa, è semplicemente questo: pensare qualcosa non basta ad interiorizzarla.

Tantissime volte ho parlato della mia infanzia e di quella dei miei fratelli come di un fatto da riderci su.

“A casa nostra non potevamo sbagliare niente, altrimenti erano botte da orbi! Pensa che quando mia madre, girando per casa, ci passava accanto, d’istinto portavamo le mani al viso per proteggerci da uno schiaffo sicuro! E dovevi vedere lei come ne rideva!”. E giù grasse risate.

“Quando con mia sorella combinavamo qualche marachella, ovviamente senza la consapevolezza che lo fosse, e mia madre lo veniva a sapere, ce le dava di santa ragione, e dopo averci picchiato ben bene prometteva che lo avrebbe detto al babbo, che al suo rientro ce le avrebbe date a sua volta. E ci fosse una volta che non manteneva la promessa!”. E giù altre grasse risate.

Soltanto adesso che sono grande mi sono resa conto di aver dovuto raschiare l’affetto dalle pareti di un barile quasi vuoto, tanto che ricordo una me quindicenne che scriveva sul suo diario segreto:

“ieri sera siamo tornati da Napoli e io, come sempre, dormivo già da qualche ora. Quando la macchina si è fermata sotto casa me ne sono accorta appena, ma avevo così tanto sonno che ho continuato a far finta di dormire. In realtà dentro di me speravo che babbo mi prendesse in braccio per portarmi a dormire. Ne’ lui ne mamma ci abbracciano mai.”

E oggi raccontando questo episodio ad una persona, mi sono ritrovata a piangere e singhiozzare forte come non mi capitava da tempo. E’ qualcosa che è avvenuto più di quindici anni fa, che ricordo perfettamente e che non mi aveva mai suscitato reazioni di alcun tipo.

Eppure oggi mi sono resa conto che ricordarlo non è raccontarlo: riviverlo a voce alta mi ha catapultato indietro nel tempo a quella macchina e a quell’età, a quella lunga parentesi infelice che è stata la mia infanzia. Avevo acqua, cibo, una casa. Ma questi non sono gli unici beni di primaria necessità. Sicuramente avrei avuto bisogno di essere nutrita con cose che non si possono comprare: il calore di un abbraccio, la tenerezza di un bacio o di una carezza, l’importanza di un complimento. Io sulla mia pelle di bambina non li ho mai provati, e adesso che sono grande evidentemente ho un vuoto incolmabile che non posso continuare ad ignorare.

Addirittura la scienza mi dà ragione, con esperimenti comprovati fatti in materia di attaccamento. Mi è rimasto impresso l’esperimento che mi hanno raccontato e che porta la firma di Harry Harlow. Lo scienziato decise di testare sui macachi (per molti aspetti simili all’uomo), l’importanza della protezione: nel giro di tre anni, più di 60 piccoli di macaco vennero separati dalla madre a 6-12 ore dalla nascita e allevati con latte artificiale contenente sostanze nutritive adeguate per essere osservati e studiati.

Nella stessa gabbia, erano stati messi dei pezzi di stoffa al fine di rendere il loro habitat più confortevole: ogni qualvolta i panni venivano rimossi per essere lavati, i macachi protestavano, si arrabbiavano e diventano violenti. Di fronte a questi dati, lo studioso costruì una madre surrogata composta da un’anima di legno ricoperta da un panno caldo. Nella gabbia venne riposta anche una sagoma del tutto identica, solo non ricoperta con il panno, dotata di un meccanismo atto a nutrire i piccoli.  Harlow si accorse che i piccoli tendevano a passare la maggior parte del tempo con la loro “mamma morbida”, calda e accogliente, spostandosi verso l’altra figura solo il tempo necessario a nutrirsi.

esperimento di Harlow

Come quei macachi, anche io mi rifugiavo nei complimenti di persone esterne alla mia famiglia, nelle storie dei libri che leggevo e nel calore delle poesie che scrivevo. Attingevo cibo e acqua da casa mia, per poi cercare altrove una ‘coccola’ che mi facesse sentire protetta. Evidentemente, vista la reazione spropositata che ho avuto oggi, i miei sforzi non sono stati sufficienti.

La trappola di avere sempre un programma

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Alla maggior parte di noi, capita di pianificare la propria vita prevedendo che negli anni a venire ciò che stiamo decidendo “adesso” andrà sempre bene: a 25 anni voglio sposarmi, fare un figlio a 30, andare in pensione a 60. Tendiamo a controllare “la nostra agenda” per capire a che punto siamo o a quale dovremmo essere, e ci sentiamo dei falliti se non riusciamo a rispettare questa tabella di marcia.

Sicuramente l’atteggiamento più sano sarebbe quello di prendere nuove decisioni al momento debito, avendo abbastanza fiducia in noi stessi da permetterci di cambiare programma. Del resto la sicurezza in se stessi è l’unica sicurezza durevole, anche perché nessuno potrà mai garantirci alcunché per il futuro. Ma quanti di noi possono vantare una cieca sicurezza in sé stessi?

Purtroppo nella nostra società il timore di sbagliare viene inculcato sin dall’infanzia, eppure Dyer nel suo libro “Le vostre zone erronee” spiega che il fallimento di per sé non esiste, e che si tratta solo di un’opinione altrui su come una certa cosa avrebbe dovuto essere portata a termine. Se si fallisce, lo si può fare soltanto secondo il proprio criterio di valutazione, non secondo quello degli altri. E come se non bastasse, oltre a pensare di aver fallito nella tal cosa, siamo soliti assimilare quel fallimento alla stima di se’: ma fallire in qualcosa non significa aver fallito come persona. D’altronde veniamo continuamente spinti a fare le cose al meglio delle nostre possibilità, ma chi ha detto che non si possono fare le cose con naturalezza e mediocrità? Anche perché per paura di non riuscire a fare una cosa al meglio, il più delle volte finisce che non la facciamo affatto, e abbandoniamo prima ancora di aver provato.

Winston Churchill disse sulla mania della perfezione:”Perché dovresti fare tutto bene? Chi deve metterti il voto?”

Perfezione vuol dire immobilità: se hai esigenze di perfezione, non tentarai mai nulla, perché il concetto di perfezione non è applicabile agli essere umani. Nelle attività che non ci piacciono, il solo fare è più importante del riuscire. Purtroppo i bimbi imparano subito il messaggio che li induce a misurare il proprio valore sulla base dei propri insuccessi, dunque tendono ad evitare le attività in cui non eccellono. Sono portati ad arrendersi dopo il primo fallimento, perché non hanno stima in se’. Ma la verità è che non si impara nulla dal successo, mentre invece si impara molto dai fallimenti.

Di seguito Dyer ci propone degli esempi di comportamento dettati dalla paura per l’ignoto e del fallimento:

  • mangiare sempre le stesse cose, evitando sapori diversi ed esotici: anche se ognuno ha i propri gusti, rifiutare di assaggiare cibi che non si conoscono è pura rigidità;
  • indossare lo stesso tipo di abiti, non provare mai un nuovo taglio, non cambiare stile;
  • leggere sempre gli stessi giornali e riviste e non ammettere il punto di vista contrario;
  • avere paura di andare altrove perché la gente, la lingua, i costumi sono differenti;
  • temere di non saper fare bene una cosa e per questo evitarla;
  • evitare chiunque venga definito “deviante” anziché cercare di conoscerlo meglio;
  • tenersi un impiego che non ci piace per paura di non trovare altro o per le incognite di un nuovo lavoro;
  • restare imprigionati in un matrimonio infelice per paura di ciò che gli altri potrebbero pensare e per paura di non trovare un’altra persona che sia adatta a noi;
  • passare le ferie sempre nel solito posto, nella stessa stagione;
  • fare le cose in funzione del risultato e non del godimento, e quindi fare solo quelle che si fanno bene ed evitare quelle in cui si potrebbe fallire e risultare mediocri;
  • essere incapaci di cambiare programma se si presenta un’alternativa interessante;
  • preoccuparci del tempo e lasciare che siano gli orologi a regolare la nostra vita;
  • nei rapporti sessuali, fare sempre le stesse cose nelle stesse posizioni;
  • nascondersi sempre dietro agli stessi amici;
  • tenersi in disparte per paura di avventurarsi in conversazioni con estranei;
  • condannarsi se non si riesce in tutto ciò che si intraprende.

Tutti questi atteggiamenti ci permettono di tenere a bada la paura dell’ignoto, anche se ciò è costoso in termini di crescita e soddisfazioni. E’ più facile percorrere un sentiero battuto che esplorare, perché le sfide possono costituire una minaccia.

Con la scusa di posporre la soddisfazione personale (comportamento che abbiamo sempre sentito definire “maturo”), restiamo con ciò a cui siamo avvezzi e giustifichiamo quel comportamento: in realtà restiamo come siamo per non affrontare ciò che non conosciamo.

Di seguito un breve elenco con alcune strategie per affrontare l’ignoto.

  • Cercare, in maniera selettiva, di sperimentare nuove cose (banalmente anche al ristorante o in palestra);
  • frequentare persone che non conosciamo;
  • rinunciare a volere sempre una ragione per tutto ciò che facciamo: possiamo fare le cose semplicemente perché lo desideriamo;
  • cominciare a correre rischi che ci facciano uscire dalla routine;
  • interiorizzare il concetto che possiamo essere efficienti non grazie alle circostanze esterne ma grazie alla nostra forza interiore: le nostre capacità ci consentono di far fronte all’ignoto se glielo permettiamo;
  • quando ci sorprendiamo ad evitare ciò che non conosciamo, domandiamoci “Qual è la cosa peggiore che potrebbe capitarmi?”. Probabilmente scopriremo che le paure che abbiamo sono sproporzionate rispetto alle conseguenze reali
  • fare qualcosa di sciocco e non ben visto: spesso la paura di sbagliare equivale alla paura di risultare ridicoli o venire disapprovati. Se lasciamo che gli altri si tengano le loro opinioni, le quali non hanno nulla a che fare con noi, possiamo cominciare a valutare il nostro comportamento secondo i nostri (e non altrui) criteri di giudizio. In questo modo potremo stimare le nostre capacità non come migliori o peggiori,  ma semplicemente come diverse da quelle degli altri;
  • Valutare il nostro comportamento non sulla base di ciò in cui crediamo (e quindi del passato) ma di quello che scaturisce dall’esperienza presente. Possiamo essere quello che vogliamo. Quando ricaschiamo nel tipico comportamento evasivo ed esente da rischi, prendiamone coscienza e ripetiamoci che non c’è nulla di male a non sapere dove si stia andando in ogni momento della propria vita. La consapevolezza di una vita di routine è il primo passo per uscirne.

Non è importante sapere esattamente dove stiamo andando, ma è fondamentale essere sulla nostra strada e non su quella che qualcun ha deciso essere adatta a noi.