La ferita da umiliazione e la maschera del masochista

Se non vi siete ritrovati in nessuna delle ferite emotive di cui abbiamo parlato sino ad ora (ferita da abbandono e ferita da rifiuto), potreste trovare dei punti in comune con le persone che si portano dentro la ferita da umiliazione, subìta tra il primo e il terzo anno di età a causa del genitore che si è occupato del loro sviluppo fisico (solitamente la madre): “l’umiliato” si sente privato della libertà a causa del controllo troppo ossessivo e soffocante del genitore.

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Spesso le persone che convivono con questa ferita hanno un corpo cicciottello, non molto alto e grandi occhi rotondi spalancati ed innocenti, esattamente come quelli di un bambino. Hanno spesso disturbi alla schiena, alle spalle, alla gola, problemi respiratori, alle gambe e ai piedi, oltre che disturbi cardiaci.

La maschera che il bambino ha indossato per superare “l’umiliazione” subìta, è quella del masochista: si sente indegno e si vergogna di sé e degli altri. Teme anche che gli altri si vergognino di lui, infatti preferisce piuttosto reprimere le proprie necessità e tentare di controllare tutto ciò che lo circonda al fine di evitare la vergogna.

Capita spesso che punisca sé stesso credendo così di punire l’altro, e ha l’abitudine di gratificarsi con il cibo (prediligendo soprattutto alimenti molto grassi e golosi, anche se prova vergogna nel farsi scoprire a comprare o mangiare dolci).

Potrebbe sembrare un paradosso, ma ciò che più lo spaventa è la libertà.

Il masochista finge spesso con la voce di provare dei sentimenti che in realtà non prova pur di dimostrare un interesse che in realtà non sta provando. Mette inconsapevolmente da parte i suoi bisogni per far spazio a quelli altrui e mostrarsi a tutti gli effetti una brava persona, generosa e sempre pronta a rendersi utile, anche al di là dei suoi stessi limiti. Non è raro che carichi sulle proprie spalle responsabilità e impegni che non gli appartengono: questo gli evita essere libero di fare ciò che desidera, di agire e sperimentare, e di conseguenza rischiare di provare vergogna per se stesso e i suoi fallimenti. Quindi semplicemente non fa, così da non rischiare di sentirsi umiliato o sminuito.

Chi soffre di umiliazione alimenta la propria ferita ogni volta che si sminuisce, che si paragona agli altri e che si accusa di essere troppo grasso, cattivo, senza volontà, e altri aggettivi poco carini. Fa soffrire il corpo dandogli troppo cibo da digerire e da assimilare. Aumenta le sue sofferenze sobbarcandosi le responsabilità altrui, e privandosi così della sua libertà e del tempo da dedicare a se stesso.

Possiamo capire che la ferita da umiliazione è in fase di guarigione quando il masochista comincia a dare priorità alle proprie necessità prima che a quelle degli altri; quando, facendosi carico di meno cose, comincia a sentirsi più libero, anche nei confronti delle persone, e smette di pensare continuamente di essere una “rottura di scatole” per le persone che ha intorno.

 

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La ferita da abbandono e la maschera del dipendente

Dopo la ferita da rifiuto, passiamo ad analizzare la ferita da abbandono, che può essere involontariamente inferta al bambino dal genitore di sesso opposto tra il primo e il terzo anno di età. Solitamente la motivazione è la mancanza di nutrimento affettivo, o comunque del nutrimento di cui il bambino sente di aver bisogno.

La maschera messa su per autodifesa contro la ferita da abbandono, è quella del dipendente.

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Spesso le persone segnate da questo tipo di ferita, hanno un corpo allungato e sottile, ipotonico, con gambe deboli, schiena curva e braccia più lunghe rispetto alle “giuste” proporzioni del corpo. Gli occhi si presentano grandi e tristi, la voce un po’ infantile e lamentosa.

I “dipendenti” hanno spesso l’atteggiamento della vittima, ma sanno essere anche molto sensitivi ed empatici, perché sono i primi ad aver bisogno di attenzione e sostegno da parte degli altri. Si trovano in estrema difficoltà nel fare o nel decidere qualcosa in piena autonomia, ad accettare un no come risposta senza considerarlo un rifiuto più generale nei confronti della propria persona. E’ possibile scorgere in loro un velo di tristezza che li porta a piangere facilmente, fino ad attirare la pietà di chi hanno intorno.  Desiderano essere protagonisti ed avere la propria indipendenza, ma allo stesso tempo sono terrorizzati dalla solitudine.

Tra le patologie che si riscontrano con più frequenza in una persona che ha subìto la ferita da abbandono, ci sono problemi alla schiena, asma, bronchite, emicrania, ipoglicemia, agorafobia, diabete, miopia, isteria, depressione e alcune malattie rare.

La maschera del dipendente trasforma anche l’adulto in un bambino piccolo in cerca di attenzioni e con il terrore di essere lasciato solo, anche se come facciata cerca di risultare forte e indipendente. Questa ferita viene alimentata ogni volta che la persona che soffre di abbandono lascia per strada un progetto che gli stava a cuore, o semplicemente quando non si prende cura di se e dei propri bisogni.

Anche in questo caso non è possibile proporre un elenco di soluzioni che ci permettano di curare la ferita, ma possiamo facilmente capire quando è in via di guarigione: se si comincia stare bene anche da soli, quando si smette di cercare insistentemente l’approvazione altrui e si ha il coraggio di cominciare e portare a termine nuovi progetti pur se non appoggiati dagli altri, allora siamo sulla buona strada.

 

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La ferita da rifiuto e la maschera del fuggitivo

Nell’ultimo post “E tu che maschera indossi?” ho parlato delle 5 ferite principali che spesso e volentieri condizionano la nostra vita adulta, pur risalendo al periodo in cui eravamo soltanto dei bambini.

Quindi comincerei a scendere nel dettaglio per capire, come riconoscere uno ad una queste ferite e quali sono le caratteristiche delle rispettive “maschere”, attuate dal bambino come autodifesa.

La Ferita da Rifiuto

Per trovare l’origine di questa ferita, dovremmo scavare in un passato talmente remoto da andare contro le leggi della psicologia; infatti la si potrebbe individuare soltanto se riuscissimo a ricordare il periodo che va dalla nostra nascita al primo anno di età.

La maschera relativa a questo tipo di ferita è quella del fuggitivo, e viene in automatico attivata da quei bambini che, per un motivo o per un altro, di sono sentiti rifiutati dai proprio genitori (in special mondo da quelli dello stesso sesso e da cui tendono quindi a scappare per paura di essere colti dal panico e sentirsi impotenti).

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Spesso chi indossa questa maschera ha un corpo contratto, piccolo, una voce debole e spenta, e negli occhi un’espressione di paura. Avverte se stesso come una nullità, un incompreso senza valore, e per questo non crede di aver diritto ad esistere. Non è un caso che cerchi spesso la solitudine e ogni modo possibile per fuggire dalle situazioni.

Ha un carattere distaccato rispetto alle cose materiali, è un perfezionista, un intellettuale e passa attraverso fasi di grande amore alternate a odio profondo.

Le persone che indossano la maschera del fuggitivo possono soffrire di attacchi di panico e mancanza di appetito; non è raro infatti che si rifugino negli “zuccheri”, o che nei casi peggiori cadano del baratro dell’anoressia, dell’alcool e delle droghe.

Sembrano comunemente riscontrate, nelle persone con la ferita del rifiuto, le seguenti patologie: diarrea, aritmia, problemi respiratori, allergie, vomito, svenimenti, ipoglicemia, diabete, psicosi e finanche periodi di depressione con intenti suicidi.

I “fuggitivi” tendono a chiudersi in se stessi per evitare di fare o dire qualsiasi cosa possa farli sentire ulteriormente respinti dagli altri: è il classico comportamento di chi non ha stima di sé e, consciamente o meno, sente di non essere così importate da avere il diritto di vivere. Non è un caso che un “fuggitivo” ripeta continuamente a sé stesso di essere inutile, incompetente e buono a nulla, convinto che le cose funzionino meglio senza di lui.

Non esiste una formula magica per guarire la ferita del rifiuto, così come ogni altra ferita, ma già prenderne atto può aiutarci a capire la nostra natura e il perché di certi nostri atteggiamenti.

Quando si può ritenere guarita la ferita da rifiuto? Semplicemente quando la persona in questione prende consapevolmente il proprio posto nel mondo, affermando sè stesso ai propri occhi e a quelli di chi gli sta intorno.

 

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E tu che maschera indossi?

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Si fa tanto parlare di autostima, di come accrescerla e rafforzarla, di quali siano le strategie, i trucchi e le pseudo-magie che dovrebbero, finalmente, farci sentire sicuri ed in armonia con noi stessi e con il mondo circostante.

Non so se anche a voi è capitato di provarci e quali siano stati poi i risultati: per quanto mi riguarda, i miei tentativi sono miseramente falliti.

Poi qualche giorno fa, per puro caso, mi sono imbattuta in qualcosa che mi ha regalato un nuovo punto di vista da cui ripartire.

Un’amica mi ha chiesto la cortesia di acquistare un libro su Amazon per suo conto; una volta messo nel carrello, è comparso il seguente avviso: “con l’acquisto di questo libro, la spedizione è gratuita se raggiungi la cifra di 25,00 euro”. Mi sono accorta che effettivamente mancavano pochi euro, quindi ho pensato di approfittarne per comprare un libricino per me. Tra i libri suggeriti (in base alle ultime letture acquistate e alle tendenze del momento), compariva il libro “Le 5 ferite e come guarirle” di Lise Bourbeau. Ho letto le recensioni degli utenti che lo avevano acquistato, e il responso era più o meno sempre quello:” offre spunti di riflessione molto interessanti, adatto a chi ha intrapreso un percorso di crescita interiore, ma non fornisce alcuna soluzione”. Quindi, incuriosita, ho cominciato a girovagare per il web in cerca di qualche informazione in più, e ho trovato migliaia di riferimenti a queste 5 fantomatiche ferite.

Il succo è questo: molti di noi, in età infantile, hanno subito dei “torti”, se così vogliamo chiamarli, ricavandone in seguito ferite emotive molto profonde che non sono riusciti a sanare. Queste ferite sono state procurate in modo inconsapevole (si spera) dai nostri genitori o da persone a noi molto vicine, probabilmente perché loro stessi sono stati oggetto di questa dinamica in tenera età (ma non avendola individuata e “curata”, l’hanno riproposta automaticamente senza saperlo).

Nel momento in cui la ferita è stata inferta, il bambino ha attuato un meccanismo di difesa: la maschera, che è appunto la risposta che il bambino ha trovato a suo tempo per sopravvivere nel modo migliore alla ferita.

Secondo la psicoanalisi, si possono distinguere 5 ferite principali, con le rispettive 5 maschere:

  1. la ferita del rifiuto e la corrispettiva maschera da fuggitivo
  2. la ferita da abbandono e la maschera da dipendente
  3. la ferita dell’umiliazione con la corrispondente maschera da masochista
  4. la ferita del tradimento e la maschera del controllo
  5. la ferita dell’ingiustizia e la maschera del rigido.

La maschera dà vita ad un vero e proprio personaggio, con modi di pensare, di parlare, di muoversi, di respirare, ecc. Pare infatti che si possa fare una diagnosi approssimativa di una persona basandosi sull’osservazione di tutte queste variabili: pare sia possibile scoprire quale sia la nostra ferita “prevalente” (in ogni persona possono esserci più ferite aperte) anche soltanto osservando la nostra “forma” fisica.

Nei prossimi giorni posterò, uno per volta, i profili relativi alle 5 ferite: non sarà certamente la risposta a tutti i dubbi che ci siamo sempre posti, ma può sicuramente rappresentare un buono spunto di riflessione, una diversa prospettiva per avere uno sguardo rinnovato e curioso su aspetti che, magari, avevamo sempre dato per scontato. Per me, almeno, è stato così.

Rotonde e felici a chi?

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Vi va di fare un gioco?

Se avete un momento libero, vi invito a partecipare al gioco delle associazioni!

Guardate la foto qui accanto e ditemi le prime tre parole che vi vengono in mente.

Le mie sono state: “Baywatch”, “gnocche”, “vorrei essere anch’io ad Ibiza spiaggiata sul bordo piscina”. Sì ok, l’ultima più che una parola è un pensiero fatto e finito, ma ai fini del gioco lo considererò comunque valido.

Qualsiasi cosa sia venuta in mente a voi, dubito fortemente che abbia a che fare con concetti come “tondo”, “grasso”, “fuori forma”. Per cui, quando ho letto che il Corriere della Sera aveva titolato il suo articolo “Chiara Ferragni, i capelli rosa e le amiche “sosia” (rotonde e felici)”, sono rimasta alquanto sconcertata.

In primis, perché di tondo in questa foto io non vedo proprio niente.

E poi perché da una testata come il Corriere della Sera uno scivolone così grosso proprio non me lo sarei mai aspettato. Ma chiamiamo le cose col loro nome: altro che scivolone, qui parliamo di una penosa figura di m****, che poteva essere del tutto evitata.

Ovviamente su tutti i social si è scatenata una bufera di polemiche che ha completamente investito il Corriere della Sera; un urgano estivo che ha strappato dalla sabbia una situazione imbarazzante portandola in superficie all’attenzione del mondo intero. Tutto questo succedeva sabato 14 Luglio, giorno in cui è stato pubblicato l’infelice articolo sul web.

Finalmente cosciente della grossa “sciocchezza” appena commessa, la redazione web del Corriere della Sera ha ben pensato di nascondere nuovamente le prove sotto la sabbia mentre l’uragano ancora infuriava, e alle 15.00 del giorno seguente il titolo dell’articolo era magicamente cambiato in “Chiara Ferragni, i capelli rosa e le amiche “sosia” (atletiche e felici)”.

Adesso io mi chiedo: ma che problemi avete? Voi che non sapete distinguere una persona in forma smagliante da una persona con qualche chilo di troppo; voi che a quel chilo di troppo date talmente tanto peso da titolarci un articolo di rilevanza nazionale; voi che non sapete limitarvi a vedere una foto per quella che è: una felice riunione tra amiche in procinto di festeggiare la futura sposa. Come pretendete di estirpare dalla mentalità delle persone il concetto malato che “magro è bello”, e tutto il resto è soltanto da denigrare?

Resto basita, e perdo ogni speranza nel futuro della nostra specie.

Finché a fare questi discorsi insensati sono persone superficiali e prive di qualsivoglia traccia di raziocinio, è un conto; ma quando a farli è una testata giornalistica che dovrebbe contribuire a diffondere notizie oggettive oltre che buon senso, sento che il coraggio di aprir bocca mi viene meno, temendo di essere ormai irrimediabilmente contagiata dalla faciloneria con cui la maggior parte della gente si approccia alla vita e al suo senso più profondo.

D’altra parte, devo ammettere che ho trovato di grande effetto le parole della stessa Chiara Ferragni, che insieme a quelle di milioni di utenti Instagram (e non solo) hanno tirato su un muro di gomma su cui la parola “rotondo” è rimbalzata proprio come una palla dovrebbe fare, tornando a bomba dritta dritta in faccia al mittente.

Se anche all’indomani delle polemiche potrebbe non essere più di alcun aiuto, vorrei contribuire a rafforzare quel muro di gomma con un vero e proprio atto di coraggio: mostrare una delle parti di me che quotidianamente tendo a nascondere proprio perchè decisamente malvista dalla società. E quindi eccomi qui, in una splendida piscina, con le mie cosce e la mia pancia rotonde, affatto atletica ma decisamente felice.

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Il riparatore – Recensione

Mi capita spesso di essere attratta da un libro per il suo titolo o la sua copertina: se sono persa tra gli scaffali di una libreria, anziché divorare la trama del libro in cinque secondi netti, mi limito ad aprire il romanzo e leggerne la prima pagina. Se il contenuto o lo stile dello scrittore mi incuriosisco, lo prendo! Quando però acquisto un eBook su Internet, la storia cambia perché non è scontato riuscire a trovare l’anteprima della prima pagina per farsi un’idea. Allora baso tutto sul primo impatto, e come spesso accade nella vita di ogni giorno quando si fa affidamento sugli aspetti più superficiali, prendo delle grosse fregature.

Non vorrei dire che “Il riparatore” di F. Paul Wilson lo sia stato del tutto, ma di certo ricordo bene di aver provato una certa delusione nel momento in cui il “soprannaturale” ha fatto il suo spettacolare ingresso in un racconto che tutto sommato mi stava davvero intrigando. La colpa, si intende, non è certamente del libro, ma soltanto mia e della mia insensata fobia delle trame: ho sempre il terrore che mi svelino più di quanto la mia curiosità non possa tollerare.

Ad ogni modo, vi vado a spiegare brevemente di cosa si tratta: Jack è un ragazzone sulla trentina che ha volutamente preso la decisione di emarginarsi dalla società. Lavora da anni nel campo delle riparazioni, un campo che nella maggior parte delle persone non desterebbe il minimo interesse, ma che per i pochi che sanno bene cosa cercare, è un ambito davvero molto apprezzato. Sì perché Jack non si limita a riparare oggetti ed elettrodomestici: lui ripara “situazioni complicate”.

La sua stessa fidanzata è all’oscuro di tutto, e non ha dubbi sulla decisione di lasciare Jack  quando scopre i suoi ‘attrezzi del mestiere’: armi, passaporti falsi e strumenti di tortura.

Dal canto suo, Jack ha i suoi buoni motivi per difendere le proprie scelte di vita, e mentre cerca di capire quali dovranno essere le sue prossime mosse, riceve un nuovo incarico: un indiano privo di un braccio lo ingaggia per

recuperare una collana rubata alla sua vecchia zia che si trova già in ospedale sul punto di morire. La missione lo conduce nei pressi di un mercantile arrugginito nel West Side di Manhattan, e le presenze che ne abitano la stiva sembrano non avere niente a che fare con la realtà che ha sempre conosciuto. Jack si troverà ad affrontare una vendetta che ha viaggiato indenne attraverso i secoli e che rischia di coinvolgere le persone che più ama al mondo.

Molto probabilmente, se avessi letto la trama prima di precipitare le mie dita impazienti sul tasto “Acquista”, la mia delusione non avrebbe avuto ragione di esistere; sarei stata pronta e quasi in trepidante attesa di scoprire che razza di presenza potesse infestare lo scafo di una nave. Ma visto che così non è stato, mi limiterò a qualche breve osservazione che possa aiutare gli ultimi indecisi a prendere una decisione: lo leggo o non lo leggo?

Non ho fatto “orecchie” ne sottolineature durante la lettura, il che significa che non ci sono state frasi o concetti degni di nota e che abbiano colpito nel segno. Il racconto scorre veloce, con le giuste dosi di ansia ed attesa. Se si riesce a far pace con l’ingresso del fantascientifico in una storia che pareva avere fin dal principio i piedi ben piantati per terra, il romanzo ha il suo fascino. La cosa che veramente mi ha colpito e che mi ha lasciato un’impressione finale positiva di questo libro, è stata la presenza dei colpi di scena. Ce ne sono moltissimi, e più si va avanti con la lettura e più quelli aumentano.

Spesso riesco ad indovinare cosa succederà ai protagonisti, come se lo scrittore avesse lasciato troppi indizi lungo il cammino, togliendomi il regalo della sorpresa, ma con Il Riparatore questo non è successo, in nessun momento: caratteristica assolutamente da apprezzare.

Non so se sarò riuscita ad orientare la vostra scelta o se avrò semplicemente creato più confusione, ma in ogni caso vi ringrazio per aver dedicato qualche minuto del vostro tempo alla lettura della mia simil-recensione un po’ sconclusionata.

Il blog senza faccia cambia nome

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Quando ho aperto questo blog un anno e mezzo fa, non pensavo sarebbe durato a lungo. Mi era già capitato in passato di aprire altri blog, ma ogni nuovo tentativo aveva perso senso e spinta nel giro di poche settimane.

Ricordo i pomeriggi spesi a realizzare una grafica accattivante che fosse in grado di incuriosire i passanti, i continui accessi alle statistiche del blog sperando in nuove visualizzazioni, l’estenuante ricerca di contenuti usa e getta che mi garantissero di pubblicare un post dietro l’altro senza la minima personalizzazione, “tanto di quello che penso io non frega a nessuno”.

Poi, nel Gennaio del 2017, ho preso una decisione che ha stravolto la mia vita, e insieme a quella sono cambiate molte cose; io sono cambiata, le mie necessità sono cambiate. Ho cominciato a scrivere per me, nascondendomi dietro a parole senza volto e senza nome: Il blog senza faccia.

Sentivo il bisogno di sfogarmi e lasciare traccia dei miei pensieri, inveire contro certa gente per poi capire che ero stata io a permettere che mi facessero del male.

Ad ogni passo mi sono voltata indietro per guardare che forma avessero le impronte lasciate dalla mia anima in metamorfosi, e così facendo ho continuato a camminare e tutt’ora il mio vagabondare alla ricerca del giusto percorso continua.

Durante il cammino ho scoperto quanto fosse importante condividere paure e riflessioni: ho ricevuto consigli, incoraggiamenti, gratitudine da parte di chi, leggendo le mie prole, ha scoperto di non essere solo nelle sue difficoltà. E’ stato lì che ho deciso di fare coming out e di mostrare il volto della pazza squinternata che stava dietro a questo fiume di parole spesso senza senso: da quel momento ho capito che qualcosa stava cambiando, e che il blog avrebbe dovuto cambiare con me, anche se soltanto nel nome.

È importante non prendersi troppo sul serio, fare della leggerezza (che non è superficialità) il proprio mantra, ma è altrettanto importante imparare a fare sul serio, e non lasciare che il mondo intorno decida per noi quale debba essere la forma della nostra anima.

Quindi per chi già mi legge da un po’ e per chi prima o poi mi leggerà: “benvenuti sul mio blog La forma dell’anima”.

www.laformadellanima.blog

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Voglio scusarmi con tutte le donne

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Voglio scusarmi con tutte le donne
che ho definito belle
prima di definirle intelligenti o coraggiose
scusate se ho fatto figurare
le vostre semplicissime qualità innate
come le prime di cui andare fiere quando il vostro
spirito ha sbriciolato montagne
d’ora in poi dirò cose come
siete resilienti o siete straordinarie
non perchè non vi ritenga belle
ma perchè siete ben più di questo

Poesia tratta da Milk and Honey

di Rupi Kaur

Fin dove arriva la mia libertà?

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Vorrei tanto capire dove sta tutta questa “evoluzione” del genere umano di cui tanto sento parlare. Non vorrei cadere nei luoghi comuni degli umarels che parlano di quanto si stesse meglio prima, mentre criticano senza sosta il lavoro degli operai all’interno dei cantieri o lo stile di vita dei giovani d’oggi; ma allo stesso tempo vorrei davvero cercare di comprendere, per evitare di lanciare fiamme dagli occhi e fumo dal naso ogni qual volta mi trovo nella stessa situazione di sempre: mi accade spesso che, camminando per strada, qualche esemplare del genere maschile mi noti e proprio non riesca a fare a meno di buttare lì una parola o due come fosse mangime per le galline, noncurante di dove andrà a cascare, ne’ di cosa io ne possa pensare.  E’ come se quel soggetto si sentisse nel pieno diritto di sputare ciò che gli passa per la testa senza l’accortezza di porre il benché minimo filtro tra il cervello (ammesso che ce ne sia uno) e la lingua.

Sono doverose un paio di premesse:

  1. Non sono una figa da paura, una di quelle alte, slanciate, con gli occhi azzurri e un sedere da urlo.
  2. Specialmente quando so di dover andare in giro da sola (per fare delle commissioni o anche soltanto una semplice passeggiata), sto molto attenta a non indossare capi d’abbigliamento che possano risultare troppo appariscenti, o che scoprano troppo le gambe o il seno.
  3. Quando cammino in mezzo alla gente, tendo a tenere lo sguardo basso per evitare di incrociare troppi sguardi e non rischiare di attirare l’attenzione.

Tutti questi accorgimenti, però, sembrano non servire a molto.

Puntualmente, infatti, trovo l’imbecille di turno che mi lancia contro apprezzamenti (spesso anche di pessimo gusto) assolutamente non richiesti, quasi si sentisse in dovere di farlo.

La cosa che più mi manda in bestia, è che non lo fa guardandoti negli occhi, dopo averti stretto la mano e aver provato a fare la tua conoscenza. No. Lui vigliaccamente butta lì una frase  a bassa voce mentre ti passa di fianco, guardando dritto davanti a se’ o, peggio ancora, voltandosi per rimirarti a pieno, con la stessa bramosia di una persona che prenda una boccata d’aria quando poco prima le era mancato il respiro. Nel caso tu gli rispondessi, potrebbe dirti che non è con te che parlava, mentre sapreste bene entrambe quale sia la verità.

In quel momento non soltanto mi sento trattata alla stregua di un oggetto inanimato e senza sentimenti, ma in più mi sale una rabbia feroce che ogni volta mi porterebbe ad inveire contro questi garbatissimi cavalieri per fargli sapere che i loro apprezzamenti del cavolo se li possono infilare su per il posto in cui non batte il sole, perché io non li voglio.

Ma non è pensabile che io, ogni volta, tenti di spiegare a costoro che quello che fanno non è gentile ne’ educato; non voglio necessariamente farne la missione della mia vita.

Qualcuno in passato, in risposta all’esternazione di quello che io avverto come un problema reale, si è permesso di rispondermi: “che esagerata! Per un complimento poi! E che sarà mai?”

Caro mio, abbiamo per caso lo stesso nome, la stessa faccia e lo stesso vissuto? No. Questo significa che abbiamo anche una diversa sensibilità, e che ciò che per te non è degno di nota, per me può rappresentare una grossa seccatura.

Non voglio dovermi rassegnare ad una situazione che è per me fonte di ansia e che non mi permette di sentirmi libera davvero. Non voglio permettere a certe persone, specialmente se del tutto sconosciute, di urtare la mia sensibilità e lasciare che poi la passino liscia.

Mi è stato detto che “devo lasciarli perdere, farmi scivolare tutto addosso, che è un problema mio e che devo imparare a conviverci”, ma io non ci riesco, perché certe parole, specialmente per il modo in cui vengono dette, mi bruciano addosso come sale su una ferita ancora aperta. Il fatto che certa gente senta di avere tutto il diritto di vomitarmi addosso parole più o meno sconce, mi spaventa, e la paura mi fa sentire in trappola. E il risultato è che non mi piace più andare in giro da sola, perdo la voglia di indossare vestiti che esaltino le mie forme, cammino guardando l’asfalto perdendo così tutto il bello che potrei scorgere intorno a me (ammesso che ce ne sia).

Non so come uscirne, ma voglio farlo. Non è giusto che degli estranei portati al guinzaglio dai loro istinti primordiali decidano dove debba cominciare e finire la mia libertà di essere ciò che sono.

Non so se a qualcuno di voi sia mai capitato di provare sentimenti simili nei confronti di una situazione o di un atteggiamento. Come lo avete affrontato?

 

Non voglio sembrare bella, mi ci voglio sentire.

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“Anna stringe la cintura e più la stringe più le fa male
Sua madre dice “se bella vuoi apparire amore un po’ devi soffrire”
Ma lei in cuor suo sa benissimo quello che deve fare
Io bella non voglio sembrare
Io mi ci voglio sentire”

E’ una citazione tratta dal testo della canzone “La stagione”, dei The Zen Circus. Per chi non li conoscesse, sono un gruppo di Livorno della sfera indipendente che da molti anni tratta tematiche sociali ma anche più personali, con testi molto intensi e sinceri. Vi lascio qui il link alla canzone nel caso siate curiosi di ascoltarla: https://www.youtube.com/watch?v=JeNGfOmQCT8

La prima volta che ho sentito queste parole, ho subito pensato che centrassero in pieno un disagio che è comune a tantissime ragazze e donne di ogni età, me inclusa: fare di tutto per apparire belle ed impeccabili ma senza riuscirci mai, perché gli occhi che non riusciamo ad accontentare sono i nostri. Ci sentiamo incitate dalla società e dagli esempi che questa ci propone di seguire, ci danniamo per somigliare il più possibile a modelle e fashion blogger che hanno fatto dell’apparenza il loro mestiere, ma poi ci guardiamo allo specchio e pensiamo di non aver fatto abbastanza, di non valere niente; e quindi ricominciamo con un nuovo tentativo, una nuova crema, un nuovo taglio di capelli. Ma per quanto proveremo a fare, non ci vedremo mai belle abbastanza, perché noi, belle, non riusciamo proprio a sentirci.

I motivi sono sempre gli stessi: i media che ci bombardano con immagini perfette, photoshoppate – che poi noi lo sappiamo benissimo che di reale in quelle foto non c’è un bel niente, ma il nostro inconscio ha credenze tutte sue che ci spingono a snobbare la ragione – facendoci credere che il nostro valore intrinseco dipenda dal nostro aspetto esteriore (non potrebbero fare altrimenti: i libri di psicologia non vendono quanto le creme antirughe). Aggiungiamoci il senso di inadeguatezza che a volte ereditiamo da una storia familiare travagliata o dalle brutte esperienze della vita, ed ecco servite delle donne insicure e prive di autostima pronte a tutto pur di “apparire” perfette.

Ma se invece di correre dall’estetista, dal parrucchiere e dalla dietista ci fermassimo a riflettere anche solo un momento, ci renderemmo conto che tutto questo affannarsi dietro alla ricerca della perfezione non serve assolutamente a niente, se non a svuotare i nostri portafogli e far calare ulteriormente la nostra autostima.

Ho provato a rispondere a queste due semplici domande, e sono rimasta spiazzata dalla risposta banale che ne scaturisce:

  1. Quanto conta l’aspetto fisico delle persone che amo?
  2. Quante sono le persone che stimo soltanto perché hanno un bell’aspetto fisico?

Non si scelgono gli amici in base al loro aspetto, né amiamo meno nostra madre o il nostro compagno di vita perché non ha un fisico perfetto. Tutt’altro; spesso ci scopriamo segretamente ad impazzire per i loro difetti.

Certo, se ciò a cui si aspira nella vita è calamitare gli sguardi superficiali dei passanti facendosi gridare dietro sequele di apprezzamenti (a volte anche poco carini), allora la strada giusta è presto trovata: è sufficiente spendere tutte le proprie energie per ottenere addominali scolpiti e glutei sodi, e sperperare soldi in continui trattamenti anti cellulite, labbra finte e seni rifatti. So di donne infelici nonostante abbiano quasi raggiunto la perfezione che cercavano, ma non voglio spoilerare niente.

Probabilmente dovremmo semplicemente ficcarci in testa due o tre mantra da ripetere in continuazione per arrivare a convincerci che siamo già belle così come siamo, ma non credo che possa essere una soluzione definitiva. Inoltre, sentirsi dire “sei bella come sei” da donne che troviamo bellissime, non solo non ci aiuta, ma addirittura ci fa sentire sbeffeggiate e derise.

Credo che il punto focale non sia la bellezza, ma la convinzione che questa bellezza sia la bilancia del nostro valore: più siamo attraenti, più valiamo, meno lo siamo, più ci sentiamo insignificanti.  E’ piuttosto il contrario! Il nostro aspetto dovrebbe passare in secondo piano rispetto al mondo che abbiamo dentro e che è immenso (e spesso inesplorato). Conosco persone che hanno fatto dei difetti fisici il proprio punto di forza, persone amate e stimate nonostante la loro apparenza non rasenti neanche minimamente la perfezione tanto acclamata e ricercata dalla società odierna. Che poi, tutto sommato, al loro aspetto chi c’aveva neanche fatto caso?