Approfondiamo la ferita da abbandono e la maschera del dipendente

Vi è mai capitato, durante una conversazione, di bloccarvi improvvisamente (per rabbia o delusione) quando vi siete accorti che il vostro interlocutore buttava l’occhio all’orologio proprio mentre voi stavate parlando? Per caso in passato siete stati dei bambini deboli e cagionevoli? Siete miopi? Oppure ancora: odiate mangiare da soli e non vi sognate neanche di lasciare qualcosa nel piatto? Se una o più di queste situazioni vi sono familiari, potreste soffrire della ferita da abbandono.

E’ tra il primo ed il terzo anno di età che il bambino vive la ferita da abbandono con il genitore del sesso opposto. Non è raro che ci soffre di abbandono, soffra anche per il rifiuto: un bambino può sentirsi rifiutato dal genitore dello stesso sesso, e abbandonato da quello di sesso opposto che (secondo lui) avrebbe dovuto impedire all’altro genitore di rifiutarlo. Un po’ un cane che si morde la coda a leggerlo così: ma quando siamo piccolissimi, non abbiamo riferimenti e punti saldi che ci consentano di razionalizzare ciò che succede intorno a noi, e quindi mano a mano ci costruiamo una maschera che ci aiuti ad alleggerire la sofferenze che proviamo: in questo caso, la maschera del dipendente. Quella da abbandono è una ferita che dovremmo cercare di guarire al più presto, perché finché continueremo a soffrirne e ad essere in collera (inconsciamente o meno) con uno dei nostri genitori, le relazioni con le persone dello stesso sesso di quel genitore saranno complicate anche in età adulta.

Ma di cosa soffre un dipendente? Del non sentirsi “nutrito” dal punto di vista affettivo. Questa mancanza, paradossalmente, si riflette spesso nell’ostentazione di un apparente sicurezza: chirurgia estetica e sviluppo eccessivo dei muscoli attraverso il body-bulding sono i mezzi più utilizzati. Ma più semplicemente, in ogni situazione in cui cerchiamo di nascondere il nostro corpo agli altri, stiamo in realtà cercando di nasconderlo a noi stessi, insieme alle ferite che esso riflette.

Il dipendente lo si può riconoscere spesso nei panni di “salvatore”; non è inusuale che si comporti da genitore nei confronti dei fratelli, o che cerchi in tutti i modi di salvare dalle difficoltà la persona che ama; in ogni caso cerca di farsi carico di responsabilità che non sono sue, e questo gli provoca spesso forti mal di schiena.

Altra caratteristica del dipendente, sono gli “alti e bassi”: per un periodo è felice e spensierato, poi improvvisamente si sente triste e abbattuto; il fatto che non ci sia una causa scatenante lo porta a riflettere (il che non vuol dire che arrivi alla risposta che sta cercando). Potrebbe essere forse la paura della solitudine la spiegazione dei suoi crolli? Di certo, il dipendente avverte più di qualunque altra maschera il senso profondo della tristezza, senza poter minimamente indovinare da dove essa scaturisca. Cercare la presenza degli altri può aiutarlo a ricacciarla, così come abbandonare la persona o la situazione che (secondo lui), è causa di questa tristezza.

Ciò che più anela, è il sostegno, l’approvazione altrui. Spesso può passare per uno che ha difficoltà a prendere decisioni, ma in realtà se dubita della propria scelta è perché ha paura di non trovare il consenso degli altri.

Coloro che soffrono della ferita da abbandono, sono spesso in conflitto con se stessi perché, se da un lato vorrebbero molte attenzioni, dall’altro temono che chiedendone troppe possano disturbare ed essere per questo definitivamente abbandonati. La stessa cosa succede quando sono in coppia: molto spesso preferiscono credere che tutto vada a gonfie vele solo per la paura di essere abbandonati, o addirittura lasciare per non essere lasciati (sembra assurdo vero?).

Il “brutto vizio” di chi soffre di abbandono, è credere che comportandosi in modo sempre carino e gentile con gli altri, anche gli altri si comporteranno di conseguenza, cercando di non risultare freddi o autoritari nei suoi confronti. Ma mai credenza fu più sbagliata, e ogni atteggiamento “brusco” che inevitabilmente gli si presenta davanti, fa scoppiare il lacrime il dipendente. Tra i pro, c’è sicuramente la forte empatia che riesce a provare nei confronti degli altri; ma anche questa può diventare un arma a doppio taglio quando si lascia invadere del tutto dalle emozioni altrui.

Chi soffre di ferita da abbandono potrebbe soffrire anche di agorafobia: spesso definita “fobia degli spazi aperti e della folla” (anche un supermercato rientra in questa definizione). Gli agorafobici hanno il timore del giudizio degli altri in relazione allo stare male in pubblico, oppure temono di stare male in situazioni o luoghi in cui non potrebbero essere soccorsi o da cui non possono fuggire; di conseguenza, si attivano meccanismi di evitamento delle situazioni ansiogene al fine di escludere la possibilità dell’insorgenza del panico.

abbandono

Chi soffre di questa ferita, può avere un corpo allungato, sottile, ipotonico, floscio, con gambe deboli e schiena curva, nonché occhi grandi e tristi. Potrebbe soffrire anche di bulimia.

Ovviamente, a seconda dell’intensità della ferita che ci portiamo dentro, tutte le caratteristiche fisiche e comportamentali descritte fino ad ora potrebbero presentarsi in maniera più o meno evidente. Infatti, oltre ad osservare il nostro fisico e i nostri atteggiamenti, dovremmo fare molta attenzione a ciò che ci disturba: molto spesso rimproveriamo agli altri tutto ciò che noi stessi facciamo e non vogliamo vedere.

(Qui il primo post sulla ferita da abbandono).

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Approfondiamo la Ferita da Rifiuto e la maschera del Fuggitivo

Come accennato in questo post, possiamo subire la ferita del rifiuto nel periodo che va dal concepimento al primo anno di età. Non è qualcosa che possiamo ricordare, ed è quindi per questo Lise Bourbeau, scrittrice di “Le 5 ferite e come guarirle”, invita sovente il lettore ad osservare il proprio aspetto fisico per individuare le proprie ferite emotive.

Per il bambino la ferita del rifiuto consiste nel non sentirsi in diritto di esistere col genitore dello stesso sesso, colui o colei che ha il ruolo di insegnarci ad amare ed amarci (il genitore del sesso opposto ci insegna invece a lasciarci amare dagli altri, a ricevere amore). Praticamente quello ferito da rifiuto è un bambino che non si è concesso di essere tale, e che si è sforzato di maturare in fretta pensando che sarebbe stato meno rifiutato.

ferita del rifiuto

Abbiamo già detto che la maschera indossata da chi ha subito la ferita da rifiuto è quella del fuggitivo, e che il corpo di chi la indossa è spesso contratto e striminzito, smilzo o frammentato. Anche gli occhi si presentano piccoli e caratterizzati da un’espressione di paura (a volte si ha come l’impressione che ci sia una vera e propria maschera intorno agli occhi).

Il fuggitivo cerca la solitudine perché, nel caso in cui ricevesse troppe attenzioni, avrebbe paura di trovarsi in difficoltà e non sapere cosa fare. Non è un caso che a scuola (ma anche dopo, nella vita e sul lavoro) abbia pochissimi amici. È il classico tipo solitario con la testa fra le nuvole. Se qualcuno lo interrompe mentre parla, la sua prima reazione è pensare che questo accade perché lui non è importante, e di solito smette di parlare. Ha difficoltà ad esprimere la propria opinione proprio perché si sente insulso e pensa che gli altri la respingeranno. Non è un caso che ricerchi la perfezione in tutto ciò che fa, giacché crede che se compirà un errore verrà giudicato, e per lui essere giudicato equivale a essere respinto.

Il fuggitivo tende continuamente a sminuirsi, paragonandosi a persone che trova migliori e convincendosi di essere peggiore di molti altri. Ha difficoltà a credere che qualcuno possa sceglierlo per amico o che possa amarlo, tant’è che quando viene scelto non è raro che saboti (involontariamente) la relazione. Se invece è qualcun altro a rifiutarlo (il genitore, un amico, un compagno), si autoaccusa pensando che se l’altro lo ha rifiutato è per colpa sua. Purtroppo, più la ferita da rifiuto è forte, più la persona attira a sé circostanze tali da venire rifiutata (o comunque situazioni in cui si trova egli stesso a dover rifiutare qualcuno).

 “Le persone che ci rifiutano entrano nella nostra vita per mostrarci fino a che punto noi rifiutiamo noi stessi.”

La sua più grande paura è di essere colto dal panico (spesso infatti soffre di agorafobia). Se pensa che una data situazione possa provocargli il panico, la sua prima reazione è di scappare e nascondersi. Può cercare di fuggire anche tramite il cibo, ma solitamente predilige alcol e droga.

Come precisato nel post introduttivo, non è detto che chi soffre della ferita da rifiuto abbia TUTTE le caratteristiche qui descritte: tutto dipende dalla profondità di questa ferita.

La piastra per boccoli miracolosa?

Anche i maschietti ormai lo sanno: se siamo lisce vogliamo i capelli mossi, se li abbiamo mossi li vogliamo lisci. E d’altronde la nostra bellezza sta anche in questo, nell’essere “dolcemente complicate”.

Io in realtà faccio parte della schiera che sta nel mezzo, di quelle con i capelli “mossi”, crespi, che con l’umidità assumono le sembianze di un cespuglio di cui nessuno si cura ormai da anni.

Quindi qualche anno fa ho acquistato una favolosa piastra della GHD che mi consente di diventare liscia in un quarto d’ora e di non ritrovarmi la stoppa al posto dei capelli.

Se non che, intorno ad Ottobre dello scorso anno, su Instagram hanno iniziato a bombardarmi con i video dimostrativi di una piastra apparentemente portentosa che sembrava avesse il potere di realizzare splendidi boccoli in meno di 5 secondi. Mi sono fiondata sul sito per acquistarla: 120 €. “Questi sono scemi”, ho pensato. Ma quel video continuava a comparire ovunque, e il mio desiderio di avere onde perfette nonostante la mia discutibile manualità stava iniziando a prendere il sopravvento. Fortunatamente, con mio grande sollievo, per via delle feste Natalizie era in corso una promozione su soli 200 pezzi che mi avrebbe permesso di acquistarla alla modica cifra di 35 euro. Se poi fosse una reale promozione o soltanto un escamotage per sbarazzarsi delle piastre invendute, resterà sempre un mistero.

Dopo tre settimane (non pensavo che il viaggio da un posto indefinito dall’Inghilterra richiedesse tanto tempo), la mia piastra nuova fiammante é arrivata!

Devo essere onesta: la prima volta che l’ho provata su una ciocca, giusto per vedere se funzionava, ho avuto la forte tentazione di lanciarla dalla finestra. Ma mi sono trattenuta. La seconda volta è andata meglio, anche se ho capito che un po’ di manualità, a differenza di quanto millantato nel video dimostrativo, era in realtà richiesta.

Il risultato finale non è stato malvagio, ma ho un paio di appunti da fare: la spina della piastra è inglese e, se pur fornita di adattatore, mette sempre un po’ d’ansia usarla. Per chi ha i capelli colorati o sciupati per qualche motivo, non è assolutamente adatta, in quanto fatta di materiali che assolutamente non proteggono il capello dalle alte temperature, piuttosto lo bruciano e lo danneggiano ulteriormente.

Quindi, se avete dei capelli sani e la vostra intenzione é di utilizzare questa piastra 5 volte l’anno, la consiglio; nel caso in cui invece vogliate farne un uso molto più massiccio (es. tre volte a settimana come nel mio caso), vi consiglio di affidarvi a piastre di migliore qualità che non minaccino di distruggere la vostra bella chioma.

Ad ogni modo, giusto per togliervi la curiosità, questo è stato il risultato finale (che comunque, da quanto si evince dalla mia faccia soddisfatta, non mi è affatto dispiaciuto):

Le 5 ferite emozionali: perché si generano le maschere?

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Ho già parlato sinteticamente delle 5 ferite e delle relative 5 maschere, ma l’ho fatto in maniera abbastanza superficiale, mettendo insieme le informazioni trovate qua e là su forum e articoli di psicologia. Visto che l’argomento mi ha incuriosito, ho deciso di andare più a fondo e di leggere il libro che sta alla base di questa teoria: “Le 5 ferite e come guarirle”, di Lise Bourbeau.

Il libro parte dall’origine delle ferite e delle rispettive maschere, e si conclude con qualche indicazione di massima che possa aiutarci a comprenderle meglio e, nel migliore dei casi, a curarle.

Ho trovato la lettura scorrevole ed interessante, se pure mi abbia fatto storcere il naso in un paio di punti. Quindi, tralasciando l’idea della scrittrice secondo la quale l’anima si reincarnerebbe ogni volta in un nuovo corpo fino alla completa risoluzione delle proprie ferite, direi che per il resto le sue teorie, dedotte da anni di studi e sedute pratiche, trovano un buon fondamento nella realtà, tanto che io per prima mi sono riconosciuta nelle maschere che descrive.

Mi ha turbata la teoria secondo la quale l’essere umano continuerebbe ad attrarre a sé circostanze e persone che gli fanno rivivere continuamente le proprie ferite più profonde: non perché la trovi infondata, tutt’altro. Pensando alla mia esperienza personale, mi sono resa conto che fino a che non sono arrivata ad elaborare profondamente certe mie paure, per quanto io provassi a rifuggirle queste mi si materializzavano davanti continuamente. Per alcune di esse, in seguito ad esperienze significative e ad una presa di coscienza importante, sono riuscita ad interrompere il circolo vizioso e questo mi ha permesso di potermi concentrare su nuovi aspetti della mia crescita personale.

Partendo dall’assunzione di questo principio, mi sono chiesta come mai, pur possedendo un’intelligenza emotiva nella media, ci servano delle batoste davvero considerevoli prima di arrivare a comprendere determinate cose. La risposta della Bourbeau è che la “colpa” è del nostro ego, che a sua volta è alimentato dalle nostre credenze. L’ego non vuole ammettere che tutte le esperienze sgradevoli che viviamo hanno l’unico scopo di mostrarci le nostre ferite, ma non lo fa per cattiveria: è piuttosto una sorta di difesa, la stessa che ci ha portato a creare le maschere che portiamo al fine di proteggerci fin da quando eravamo bambini e ancora non avevamo armi a disposizione per difenderci in altro modo.

Ma da cosa ha dovuto difenderci l’ego? Non tutti i bambini (per fortuna) vivono esperienze particolarmente traumatiche nei primi anni di età: pare che in ogni caso pare ogni bambino passi comunque attraverso queste 4 fasi:

– 1° tappa: la tappa dell’esistenza, in cui il bambino scopre la gioia di essere sé stesso;

– 2° tappa: il bambino scopre il dolore di non poter essere sé stesso (lo capisce dai continui rimproveri che riceve dagli adulti)

– 3° tappa: è il periodo della ribellione, in cui il bambino cerca di opporsi alle regole;

– 4° tappa: per ridurre il dolore che sente, il bambino si rassegna e finisce per crearsi una nuova personalità, in modo da diventare ciò che gli altri vogliono che sia.

È quindi in queste ultime due fasi che l’ego, per difendersi dal dolore, dà vita alle nostre maschere, che come abbiamo anticipato sono 5 e corrispondono a 5 grandi ferite.

Ma come si fa a capire di quale ferita soffriamo maggiormente?

La scrittrice invita costantemente a focalizzarsi sul proprio aspetto fisico perchè sarebbe proprio quello a dare le maggiori indicazioni in questo senso. Leggendo le caratteristiche di ogni ferita e della relativa maschera, potremmo essere influenzati dalle nostre stesse credenze e lasciarci portare fuori strada: quindi dovremmo ossservare attentamente ciò che il nostro fisico ci rivela; potremmo scoprire di soffrire di una ferita emotiva che razionalmente credevamo molto lontana dal nostro sentire.

Durante questa ricerca, è importante ricordare sempre che nessuno di noi presenta TUTTE le caratteristiche relative ad una ferita e alla sua maschera: a seconda della profondità della ferita, ci ritroveremo in una o più caratterisitche. Non è raro che una persona celi in sè più di una ferita, e che possa quindi aver elaborato più maschere da utilizzare di volta in volta a seconda della ferita che riapre. Sì perchè la colpa non è degli altri: è il nostro modo di reagire agli eventi della vita a riaccendere il dolore delle nostre ferite; non tutti infatti reagiamo allo stesso modo di fronte alla stessa situazione.

Un buon modo per capire se siamo affetti da una determinata ferita, è far caso a ciò che gli altri fanno e che ci disturba:

“Rimproveriamo agli altri tutto ciò che facciamo a noi stessi e che non vogliamo vedere”.

Nei prossimi giorni, per chi fosse interessato, approfondirò nel dettaglio le sfaccettature di ogni maschera. A presto 😉

Papilloma Virus – La mia esperienza

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Negli ultimi anni mi sono resa conto di quanto si parli davvero troppo poco di certi problemi principalmente femminili. Certo, se ti impegni e cominci a setacciare Internet e ad indagare, qualche articolo e qualche forum sull’argomento lo trovi, ma è difficile entrare in contatto con certi argomenti se non sei tu ad andarteli a cercare. Ecco perché vorrei condividere con più persone possibili la mia recente esperienza nella speranza che possa diventare una piccola cassa di risonanza sull’argomento.

Premetto che è più o meno dall’età di 20 anni che ho cominciato, una volta ogni due anni, ad eseguire il Pap-Test preventivo durante le visite di controllo ginecologico. Ho sempre affrontato la cosa come un obbligo imposto dalla mia famiglia e come una sorta di tortura di cui avrei volentieri fatto a meno (data la mia forte insicurezza e la mia dose massiccia di timidezza, tendevo volentieri a scansare visite troppo “intime” come quelle ginecologiche se proprio non indispensabili).

Per 10 anni è sempre andato tutto bene, perché i risultati hanno sempre dato esito negativo (anche se ci ho messo un po’ ad assimilare che in gergo medicale i termini “negativo” e “positivo” avevano significato opposto rispetto a quello che gli viene attribuito nell’uso comune); tanto che avevo cominciato a dubitare che questo fantomatico “papilloma virus” potesse realmente esistere e far paura. Ormai mi sentivo immune, e ogni due anni ripetevo il test per pura scaramanzia.

Questo, fino ad un anno fa, quando l’esito del Pap-Test mi informava che c’era un’anomalia nel mio esame.

Per chi come me fino ad ora non si fosse mai preoccupata troppo di capire cosa fosse questo virus dal nome buffo, riporterò parte di un articolo che mi ha permesso di capirlo in termini molto semplici:

HPV, o Human Papilloma Virus, è un virus che infetta pelle e mucose, nello specifico in zone come vulva, cervice, vagina, ano ma anche gola e bocca. Ne esistono circa 150 tipologie differenti, che generalmente il nostro sistema immunitario riesce a combattere, e di cui 30 sono sessualmente trasmissibili.
Tra queste, circa 12 tipologie di HPV sono definite a “basso rischio” (i più comuni sono HPV6 e HPV11) e sono spesso causa dei codilomi, delle escrescenze molli di pelle che compaiono nelle zone genitali sia maschili che femminili. I codilomi appaiono proprio quando il nostro sistema immunitario non riesce a fronteggiare da solo il virus, e ci avverte tramite queste escrescenze che, nella maggior parte dei casi, scompaiono da sole, altrimenti necessitano di un trattamento adeguato.
Esistono poi circa 15 tipologie di HPV ritenute ad “alto rischio” (tra cui frequenti HPV 16, HPV 18), che possono causare il cancro cervicale, o della cervice uterina, che appunto colpisce il collo dell’utero, un tumore molto diffuso che è bene combattere attraverso la prevenzione e i controlli di routine come il Pap test.

Dal sito alfemminile.com. Vi lascio qui di seguito il link per maggiori approfondimenti: Papilloma Virus – cause, prevenzione e cura

Tornando a me, ecco com’è andata. Il risultato del primo test, effettuato durante una visita di controllo ginecologica, recitava quanto segue: “Lesione intraepiteliale squamosa a basso grado (LSIL)”. A quel punto, dopo una settimana di trattamento con una crema antinfiammatoria, ho ripetuto il test per capire se la lesione fosse ancora presente e, soprattutto, quale fosse il tipo specifico di lesione. E’ stata rilevata la presenza di DNA da HPV (Human Papilloma Virus), genotipo di HPC identificato P3 (ovvero positività ad uno dei ceppi 35,39 e 68). Non scenderò ulteriormente in dettagli e spiegazioni, che potrete tranquillamente trovare anche su internet.

Sul momento sono andata un po’ nel panico, in primis perché non avendo sintomi di alcun tipo sono letteralmente cascata dal pero; e poi perché, non essendo molto informata sull’argomento, ho immediatamente associato HPV a CANCRO. Fortunatamente non è detto, perché a seconda della gravità dell’HPV contratto c’è comunque tempo per correre ai ripari, quando più quando meno. Ho passato settimane a domandarmi come lo avessi contratto, e a domandarlo a tutti i dottori con cui avevo a che fare, ma le variabili sono talmente tante che ho dovuto rinunciare. Avrei potuto prenderlo anche in un albergo, dagli asciugamani non perfettamente disinfettati di un’ospite affetta dal virus che aveva soggiornato in quell’albergo prima di me.

Passando subito alla parte pratica, è stato necessario effettuare una colposcopia, un esame ambulatoriale che permette di individuare eventuali alterazioni a livello della cervice uterina attraverso la visualizzazione ingrandita dei tessuti. Se necessario, in questa sede si effettuano anche biopsie mirate per ottenere analisi più approfondite.

Durante la visita, si sono aperte per me due strade per contrastare il virus:

  • fare una biopsia: viene prelevata una piccolissima parte del collo dell’utero e mandata ad analizzare. I tempi di attesa per la risposta sono di circa 1 mese. Se la biopsia conferma ancora una volta una lesione di “basso grado”, non si fa niente: si attende fiduciosi che il virus scompaia da solo (come accade nel 70% dei casi), ma potrebbero volerci anche due anni.
  • diatermocoagulazione: conosciuta più comunemente col nome di “bruciatura”, consiste nell’applicazione, tramite un un macchinario, di corrente elettrica ad alta frequenza sui tessuti del collo uterino, limitatamente alla zona da trattare, provocando una lesione simile ad un’ustione, che guarisce però piuttosto rapidamente, perché la stessa diatermocoagulazione provoca la perfetta sterilizzazione della ferita. La zona cauterizzata viene ricoperta da un’escara, cioè da una crosta secca formata da frammenti di tessuto morto, sotto la quale si sviluppa del tessuto perfettamente sano. La diatermocoagulazione è abbastanza dolorosa (ma non così tanto da necessitare anestesia), e potrebbe definitivamente “guarire” il collo dell’utero dall’infezione da HPV.

Sul momento ho avuto un po’ di paura; in primis perché mi ero recata alla visita da sola, pensando che dovesse trattarsi, appunto, di una semplice visita; e poi perché il solo pensiero del dolore fisico mi spaventava a morte. Ma poi non me la sono sentita di convivere con il pensiero fisso che questo virus potesse continuare ad infestare il mio collo uterino senza intervenire minimamente, così mi sono decisa per la diatermocoagulazione. E’ stato abbastanza doloroso, ma devo ammettere di aver affrontato operazioni molto peggiori. Costo: 100 euro circa.

Dopo circa 3 mesi, ho rifatto il test dell’HPV: speravo fortemente di averlo sconfitto definitivamente, e invece era ancora lì. Vi lascio immaginare lo sconforto.

A quel punto, dietro consiglio della mia ginecologa, ho intrapreso la strada del vaccino. Quando me ne ha parlato la prima volta, mi sono resa conto di non averne mai sentito parlare, e la cosa mi ha sconfortata non poco; se esiste un modo per abbassare le probabilità di contrarre l’HPV, perché non se ne sente parlare? Per le bambine intorno agli 11/12 anni di età, questi vaccini sono gratuiti, diventando a pagamento dopo i 18 anni. Per la regione Toscana, il costo è di circa 98 euro per ciascuna dose, per un totale di circa 300 euro (per 3 dosi totali, da somministrare in lassi temporali ben definiti).

Ovviamente, nel mio caso il vaccino non sarebbe stato d’obbligo, ma c’era la possibilità che desse una mano al mio sistema immunitario a debellare quel maledetto virus. E in ogni caso non sarebbero stati soldi buttati: l’HPV non è come la varicella che presa una volta, non si può più contrarre! Tutt’altro!

Quindi ho fatto le prime due dosi del vaccino a distanza di tre mesi l’una dall’altra, e per scrupolo qualche settimana fa ho ripetuto il pap-test. Non potete capire l’immensa gioia nello scoprire che non c’era più! E’ stato un sollievo di quelli grossi: sapere di non avere più un virus che avrebbe potuto dar vita ad un cancro, mi ha davvero rimessa al mondo. Il prossimo mese farò l’ultima dose del vaccino (che, si sappia, non copre tutti i ceppi dell’HPV ma soltanto quelli più “cattivi”).

Se ho scritto questo post è principalmente per “pubblicizzare” questo vaccino: quando si parla di salute, la cosa in assoluto più importante di cui dobbiamo farci carico è senz’altro la prevenzione. Pensare: “tanto a me non succederà mai niente” non vi preserverà da virus o malattie, ma se farete la prevenzione necessaria, potrete certamente trovare presto una cura. So che è faticoso, che prendere appuntamenti e spendere soldi in prevenzione non è proprio il massimo dello sballo, ma in molti casi può salvarci la vita.

 

Non è come sembra

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Visto che ultimamente sono in fissa con le foto, eccone tre di scarsa qualità risalenti a quattro anni fa.

Avevo postato su Facebook questa stessa sequenza in occasione del giorno di San Valentino, festa che ogni anno fa molto parlare di se’, che se ne dica bene o che se ne dica male.

A voi cosa suscitano queste tre foto? Anche se già lo immagino, vi spiego quello che avrei voluto suscitassero, così che possiate darmene conferma o meno: volevo far credere che i protagonisti della storia fossero un lui e una lei in procinto di festeggiare un San Valentino speciale, e che lui le avesse fatto un invito a cena con tanto di rosa per sorprenderla e farla sentire speciale.

Ma cosa c’è di vero dietro a tutto questo? Ben poco a dire il vero, e ormai posso svelarlo.

Non fu il mio compagno di allora a regalarmi quella rosa: l’avevo ricevuta il giorno stesso da un anziano cliente che, in occasione di San Valentino, aveva voluto omaggiare tutte le donne dell’azienda in cui lavoro.

Mancando spesso i momenti di complicità, era stata mia l’idea di prenotare in un ristorante non lontano da casa, che per l’occasione aveva imbandito il locale con fiocchi e tovaglioli a forma di cuore.

Mi feci bella (o almeno ci provai), e avrei davvero voluto che quella serata fosse speciale, diversa dal tipo “cena-film-pigiama” di tutte le sere, ma il risultato fu disastroso su tutti i fronti.

Il mio ex non fu molto felice della proposta, ma si adattò e acconsentì ad andare al ristorante. Visto che l’idea era stata mia, pagai la cena nonostante fossi assolutamente insoddisfatta: non ero riuscita a mangiare il piatto che avevo ordinato da tanto era cattivo, e i momenti di silenzio erano stati molti. Nessun “come sei bella stasera”, nessuna risata complice, nessuna conversazioni interessante. La serata si concluse con aspre critiche nei confronti del ristorante che si estesero alla falsità della giornata di San Valentino.

E’ incredibile, col senno di poi, rendersi conto di quanto possiamo essere abili nel modificare e plasmare la realtà a nostro piacimento (senza accorgerci che a volte è anche a nostro discapito). Che per gli altri quella storia che avevo imbastito fosse vera o no, non era importante: la stavo creando per me stessa, per auto-convincermi che la mia vita fosse favolosa e assolutamente invidiabile.

Le mie storie, quelle che inconsapevolmente costruivo nella mia testa e che spacciavo per reali, convincevano le persone che avevo intorno tanto che mi convinsi corrispondessero a verità. E’ sconcertante comprendere a pieno quanto l’apparire sia diventato fondamentale e quanta priorità abbia su ogni altro aspetto della nostra vita.

Da qualche tempo per me non è più così in realtà, ma non ho impiegato meno di 30 anni per capire, al contrario, quando poco conti nella scala dei valori di un individuo.

E quindi diffido sempre di più da chi mette continuamente in luce la propria vita senza mai accennare alle proprie debolezze e ai propri fallimenti. Anche perché, così facendo, nasconde quelle debolezze e quei fallimenti anche ai propri occhi, esattamente come ho fatto io per moltissimi anni.

Ho acquisito questa nuova consapevolezza soltanto dopo una cocente batosta, e mi sono accorta che l’istinto di mostrare le cose belle che mi accadono è quasi sparito; non sento più la necessità di far vedere agli altri se e quanto sono felice: piuttosto custodisco gelosamente ogni risata, ogni sorpresa, ogni momento di felicità.

Probabilmente neanche questo è perfettamente sano, perché non ci trovo assolutamente niente di male nel mostrare la propria felicità; ma so bene che lo faccio per paura. Paura che l’invidia altrui possa nuocermi in qualche modo, paura che mostrare la mia felicità possa in qualche modo portarmela via, paura che mostrare le mie debolezze mi si possa ritorce contro nel caso in cui qualcuno cercasse di approfittarsene, per il proprio tornaconto o semplicemente per deridermi.

Ah…quanta importanza continuo a dare a questi “altri”, gli stessi a cui devo la mia totale mancanza di fiducia in me stessa e nel mondo che mi circonda. Sono fiduciosa che prima o poi imparerò a fare a meno di loro, o almeno della maggior parte di loro, per dar valore soltanto a me stessa e alle persone che mi amano e che amo.

 

 

 

Aiuto! Problema tecnico!

Mi rivolgo al popolo di WordPress: spero possiate venire in mio soccorso per aiutarmi a risolvere un problema tecnico che mi sta pian piano conducendo all’isteria!!

Da circa tre mesi, WordPress non mi permette più di “seguire” nuovi blogger. Cliccando sul tasto “Segui”, la procedura sembra andare a buon fine, la scritta diventa verde ed é tutto bellissimo. Un secondo dopo, la scritta torna grigia. Ho provato su decine di profili diversi, dal cellulare, dal computer, dai commenti e andando sui singoli blog: niente di fatto.

A voi é mai successo? Sapreste suggerirmi come risolvere il problema? (Tenendo conto che il mio rapporto con la tecnologia è quello che è, vi prego di usare clemenza e termini che siano più semplici possibili, grazie 😊)

—–Aggiornamento del 19/02/19: dopo giorni di silenzio, vedo finalmente una mail da WordPress nella mia casella di posta. Speravo fosse la soluzione al mio problema, invece era soltanto una mail automatica che mi chiedeva cosa pensassi del loro servizio di customer care. Ho carinamente risposto che non posso pensarne bene visto che nessuno mi ha considerata. Attendo fiduciosa una risposta concreta…

—Aggiornamento del 02/03/2019: dopo settimane di silenzio, ho appena provato ad inviare una nuova richiesta di supporto all’assistenza tecnica, scrivendola sia in italiano che in inglese. Questa volta spero di essere più fortunata.

E’ solo una foto

20151006_113009 copia Ricordo questo momento perfettamente.

Era il 2015 e mi trovato in Polinesia, a Bora Bora, e più precisamente su una delle spiagge considerate tra le più belle al mondo, Matira.

Ovviamente non ero sola, ma era come se lo fossi. E questa foto, ritrovata per caso in una cartella del pc che non aprivo da anni, mi ha riportato alla mente quel periodo in cui mi convincevo di star bene e allo stesso tempo cercavo di convincere anche le persone intorno a me. Se gli altri avessero visto quanto ero felice, non sarebbe potuto essere vero il contrario. D’altronde avevo tutto ciò che avevo sempre desiderato, cosa mai poteva mancarmi?

E’ impressionante quanto una foto, un oggetto o un piccolo frammento possano travolgerti nel momento esatto in cui ti ci imbatti. Non hai il tempo di pensare o di decidere: è un attimo e sei già nel luogo dove magari vorresti tornare, oppure dove non vorresti essere stato mai.

Ricordo che i selfie iniziavano ad andare di moda, ma che allo stesso tempo mi creavano imbarazzo: quanto ego sconsiderato in una persona che non fa che scattare foto di se stessa? Quindi non volevo che sembrasse un selfie; piuttosto avrei voluto che la gente pensasse che avevo un compagno di viaggio che non poteva fare a meno di immortalarmi in foto bellissime con paesaggi mozzafiato come sottofondo. La realtà però  era ben diversa: ero io la fotografa ufficiale, e l’obiettivo non faceva altro che passare da lui al paesaggio, dal paesaggio a lui. Chissà se se ne rendeva conto? Ormai non ha più importanza, o forse per me ne ha, perché finalmente sto provando cosa significa stare anche dall’altra parte della barricata: per quanto mi imbarazzi stare in posa o rivedermi fissata sulla pellicola, sento tutta l’importanza delle parole “ferma lì, voglio farti una foto”. E non è per la foto in sé, ne per quello che poi ne faremo. E’ per l’importanza di quel momento, di quell’attimo in cui ci stiamo dicendo:”è un paesaggio bellissimo, ma se ci sei tu lo è ancora di più”, oppure “voglio fare un video proprio adesso, mentre stiamo ridendo insieme, perché è un momento che voglio rivedere e custodire per sempre”.

Che poi quella foto o quel video non li veda nessun altro all’infuori di noi, poco importa.

Se a qualcuno non interessa immortalare con noi i momenti più belli, è il caso di domandarsi il perché?

Non lo so, probabilmente è soltanto una sciocchezza priva di fondamento, ma sotto sotto credo che qualcosa di vero ci sia.

 

Qualcosa dovremo pur fare

sgridare

Vi avviso: questo sarà un post un abbastanza polemico. A mia discolpa, posso dire soltanto che non si tratterà di una polemica sterile; la definirei piuttosto “propositiva”…o almeno così mi piace pensare.

Mi vado subito a spiegare. Ogni volta che durante il mio giorno di festa decido di restarmene a casa (per fare qualche lavatrice, suonare, leggere o semplicemente poltrire mentre guardo Netflix), non passano mai troppe ore prima che arrivi a pentirmene amaramente.

Dovete sapere che sono una persona poco tollerante nei confronti delle situazioni troppo chiassose (specialmente se protratte per lunghi periodi di tempo) e dei rumori molesti. Colpa mia e di nessun altro, ma tant’è, devo cercare di convivere col mondo circostante senza far vincere il mio istinto di piazzare una bomba e far esplodere tutto. Faccio questa precisazione per riuscire a spiegare al meglio il nervosismo che mi assale mentre sto leggendo tranquillamente, e salto letteralmente sulla sedia all’ennesimo urlo di Tarzan lanciato dalla mia vicina alle figlie di uno e 6 anni.

Io un po’ la capisco, perché gestire due bambine piccole non è proprio una passeggiata di salute, e quindi una bella sgridata come si deve, se fatta nei momenti giusti, è davvero quello che ci vuole. Ma quello che non capisco è come si possa riuscire ad urlare settecento volte al giorno, ogni giorno della settimana, senza alcuna interruzione. A dire il vero un giorno di risposo se lo prende: la Domenica, lo stesso giorno del Signore, perché il marito resta a casa dal lavoro e lei si guarda bene dal mostrargli il modo nient’affatto amorevole con cui sta crescendo le loro figlie.

Breve premessa: io ho cresciuto tre dei miei fratelli, che all’epoca avevano 2, 4 e 7 anni mentre io non ne avevo neanche 18. I miei genitori erano completamente assenti (per cause più o meno valide con cui non starò qui a tediarvi), e quindi so perfettamente che è difficile mantenere la calma, dare dei buoni insegnamenti e al contempo cercare di non impazzire mentre provi comunque a portare avanti i tuoi impegni e le tue passioni. Tanto di cappello a chi riesce a tener su tutto come il migliore degli equilibristi. Ma qui la faccenda è un’altra, perchè si parla di una madre esasperata e che non conosce altri metodi per farsi ascoltare, se non quello di urlare alle sue figlie dalla mattina fino alla sera (dalle 18 in poi la situazione fortunatamente si tranquillizza perché il marito torna da lavoro e il leone si trasforma magicamente in agnello).

Tralasciando la polemica diretta alla mia amorevole vicina (che comunque non fa mancare anche rumori decisamente molesti durante tutto l’arco della giornata, tanto da farti pensare che probabilmente in casa con lei vivano anche un elefante e un ballerino di tip tap), quello che mi domando è come sia possibile che la società sia in grado di formarti su qualsiasi cosa, tranne che sul lavoro più importante al mondo: quello del genitore.

E’ vero, probabilmente la maggior parte delle persone “fa del suo meglio”, ma ad oggi mi rendo conto che questo non basta. Il penoso risultato è sotto gli occhi di tutti: abbiamo a che fare con una nuova generazione che non ha più rispetto per gli adulti e per gli insegnanti, che non conosce più il valore dei soldi, della fatica, del lavoro. Non credo di dover precisare che non si fa di tutta l’erba un fascio e che fortunatamente esistono tantissime eccezioni, ma lo farò a scanso di equivoci.

D’accordo che non siamo tutti uguali (è piuttosto vero il contrario), d’accordo che ogni famiglia ha le sue caratteristiche, d’accordo che ogni nuovo nato è diverso da quello nato ieri e diverso da quello che nascerà domani, d’accordo che il contesto in cui si vive ha un’enorme influenza sul modo di pensare oltre che sui pensieri stessi; ma dico io: possibile non si riesca a dare ai bambini, futuri adulti e possibili genitori, qualche indicazione di massima su come tirare su una creatura senza farla diventare nociva per se stessa e per gli altri?

A volte rabbrividisco quando vedo coppie formate da individui totalmente avulsi dal mondo reale, che non sanno far altro se non postare video stupidi sui social e parlare di borse firmate e dieta. Sono individui che non hanno mai letto un libro, che quando in tv passa il telegiornale, istintivamente portano la mano al telecomando per mettere su “Uomini & Donne Over”. Individui che non sanno fare una moltiplicazione, che l’inglese “tanto a che mi serve, io vivo in Italia”; individui con cui non riesci a portare avanti una conversazione che non sia basata sul niente condito con Eau de Parfum e bollettini meteo. Sono quelle persone che aprono la bocca tanto per farlo, anche se nessuno glielo ha chiesto, anche se quello che dicono farebbe venir voglia di sperare nell’estinzione della specie. E ancora, sono quelle persone che fumano nei posti in cui non dovrebbero farlo, fregandosene altamente se le persone che li circondano non vogliono morire di cancro ai polmoni, quelle persone che buttano rifiuti dove gli capita, e che se la prendono sempre con gli altri perché il problema sono sempre “gli altri”.

Ecco, quando penso che individui del genere possano mettere al mondo un figlio in qualsiasi momento e soprattutto insegnargli chissà quali profondi valori e quali sane abitudini, allora rabbrividisco. Perché poi quando metti al mondo un figlio, ti senti un po’ Creatore anche tu, e quindi nessuno ha il diritto di dirti cosa dovresti o non dovresti fare: se hai il potere di creare, allora tutto ti è concesso.

Ci rendiamo conto che il futuro dell’umanità viene lasciato “anche” nelle mani di persone assolutamente incompetenti ed incapaci a crescere dei figli? Persone che possono fare danni enormi a cui spesso non si può porre rimedio?

Credo che dovremmo riflettere su questo problema, e cominciare a pensare a delle possibili soluzioni. Potremmo iniziare rendendo obbligatori (per chi fosse intenzionato a diventare genitore) dei corsi che consentano la comunicazione tra genitori e futuri tali, tra genitori e figli, tra tutti gli individui appena citati e psicologi, una sorta di gruppo d’aiuto ma anche di ascolto, in cui non necessariamente venga imposto un metodo: ognuno sarebbe comunque libero di recepire quello che vuole, e farne assolutamente il cavolo che gli pare.

Gli ottusi e i presuntuosi resterebbero tali, ma forse qualche piccola scintilla potrebbe accendere qualche fiammella e salvare il futuro di un solo bambino o dell’intera umanità.

Il discorso sarebbe davvero molto ampio e articolato, ma per adesso mi fermo qui e aspetto i vostri pareri e suggerimenti in merito. Da qualche parte dovremo pur cominciare 😉

Solo una canzone – Prove al piano

Resta con me
Anche se è una vita che usciamo insieme
Dormir con te stanotte è importante
Perché ci vogliamo bene
Non è semplice
Restare complici
Un amante credibile
Quando l’amore non è giovane
Non è semplice
Scoprire nuove tenebre
Tra le tue cosce dietro le orecchie
Quando l’amore non è giovane

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È solo una canzone
Abbracciami per favore
A te posso dire tutto
Tutto ciò che sento
Tutti cantano l’amore
Quando nasce quando prende bene
Quando tremano le gambe
Quando non c’è niente che lo può fermare

Ma tutte quelle storie
Che hanno visto almeno dieci primavere
Cento casini cento grandi scene
Mille pagine attaccate ancora insieme Non è semplice
Restare complici
Un amante credibile
Quando l’amore non è giovane
Non è semplice
Scoprire nuove tenebre
Tra le tue cosce dietro le orecchie
Quando l’amore non è giovane

È solo una canzone
Abbracciami per favore A te posso dire tutto
Tutto ciò che sento

È solo una canzone
Abbracciami per favore
Con te voglio fare tutto
Tutto ciò che immagino Resta con me
Perché da solo non ho fame
Poi non è bello cucinare
Solo per me
Solo per me

È solo una canzone
Abbracciami per favore
A te posso dire tutto
Tutto ciò che sento È solo una canzone
Abbracciami per favore

Solo una canzone – Ex-Otago

Sanremo 2019