Come fermare il tempo – Non chiamiamola Recensione

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Quando mi sono imbattuta nella copertina di questo libro, sono letteralmente rimasta folgorata. In un attimo stavo già sognando sulle note di “E’ una storia sai” della Bella e la Bestia. La clessidra, la rosa, i petali caduti: tutto mi riportava alla storia d’amore che preferisco in assoluto, con tanto di atmosfere fiabesche e potenti incantesimi.

E invece no. Niente Bella. Niente Bestia. Niente incantesimo. Niente bacio del vero amore. Va be’, mi son detta, magari è bello comunque…

Sarò onesta: non consiglierei questa lettura a tutte quelle persone che, come me, hanno pochissimo tempo a disposizione da dedicare alla lettura, e che quindi da quel poco tempo vorrebbero trarre il massimo godimento.

“Come fermare il tempo”, edizioni E/O, è la storia di Tom, un uomo apparentemente sulla quarantina che nasconde uno scottante segreto, tanto più scottante quanto più si va indietro nel tempo agli anni della ghigliottina pubblica e della caccia alle streghe. In realtà, nel momento in cui racconta, Tom di anni ne ha più di quattrocento, un cumulo di giorni forse troppo pesante per l’anima e le spalle di un essere umano semplice. Il racconto è un po’ ridondante, pieno di Flash Back e Flash-forward, che portano il lettore avanti e indietro nel tempo senza  sosta, senza un momento o un luogo che si possano definire casa. Porbailmente è un effetto voluto, come se la storia non fosse altro che un pretesto per far sorgere interrogativi che, forse, normalmente non ci porremmo: cosa succederebbe se potessimo vivere per sempre? come ci sentiremmo se le persone che amiamo invecchiassero normalmente mentre noi restassimo sempre uguali a noi stessi?

Seguendo il filone dell’onestà, mi viene da dire: chi se ne frega! E’ pura fantascienza. E’ come chiedersi cosa faremmo se avessimo i superpoteri. Preferisco impiegare il mio tempo, che a differenza di quello di Tom non è infinito, a farmi domande su questioni più vicine alla realtà. Ma può darsi che sia stata io a prendere male l’intento dell’autore.

Come se non bastasse, la curiosità iniziale si è spenta definitivamente quando l’ebook mi indicava che avevo letto il 65% del libro e ancora non mi era chiaro quale fosse l’obiettivo di Tom oltre a quello di ricordare passivamente le sue vite passate.

Andando sempre per ipotesi, mi viene da pensare che questa sospensione rifletta esattamente lo stato d’animo del protagonista, che davvero non sa cosa fare, dire o pensare della propria vita. Potremmo vederci molte correlazioni con la vita reale, perchè i dubbi di Tom sono presenti anche nelle nostre vite infinitesimemente più brevi, ma resta il fatto che arrivare in fondo al libro, per me, è stato estremamente faticoso, tanto che ho avvertito forte la sensazione di aver perso il mio tempo.

Quindi complimenti per la copertina decisamente accattivante, ma per me è no.

Nota positiva: c’è una frase che mi ha colpito molto, e che vorrei condividere con voi. Rispecchia decisamente un mio pensiero, o più precisamente un modo di affrontare la vita:

È la gioia più semplice, la più pura del mondo, penso, far ridere qualcuno a cui vuoi bene.

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Le domande possono salvarci la vita

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Credo che capiti un po’ a tutti di lascirsi trasportare dagli eventi, giorno dopo giorno, per poi accorgersi che un altro mese ci è passato attraverso lasciandoci quasi invariati. Non sempre riusciamo ad essere presenti a noi stessi e a vivere la vita che vorremmo. Rimandiamo ciò che ci sta a cuore a “Poi”, quel tempo indefinito che viene dopo gli obblighi, i doveri e gli impegni della quotidianità. Prendiamo le nostre necessità e le calciamo in avanti in attesa di trovare il momento giusto per tirare in porta, ma spesso quel momento non arriva mai. E la cosa si fa più grave quando le situazioni in cui ci troviamo invischiati necessiterebbero proprio della nostra partecipazione attiva, di un ragionamento e di una decisione forte. Il fatto è che rimandare a domani ci viene molto più ‘naturale’ e semplice, e raccontarci scuse come “presto andrà meglio” ci basta per lasciare che le cose vadano avanti per inerzia.

Non so voi, ma io ho molta paura di perdere interi anni della mia vita senza neanche rendemene conto, e ancora di più temo di ripetere gli stessi terribili errori di un tempo: è per questo che ho pensato ad un escamotage che potesse tornarmi utile affinchè certe esperienze negative non mi toccassero più, ovvero quello di pormi delle domande.

Ma domande di che tipo? E quando?

Di qualsiasi tipo! Continuamente!

Dovremmo porci domande quando ci capita di sentirci insoddisfatti, ma apparentemente non ne conosciamo il motivo.

Dovremmo porci domande sulla persona che abbiamo accanto da molti anni, quella che abbiamo scelto quando noi stessi eravamo diversi da quello che siamo diventati.

Dovremmo porci domande quando ci troviamo a doverci confrontare con gli altri.

Dovremmo porci domande sulle questioni politiche e sociali, senza darle per scontate, senza pretendere di avere la scienza infusa.

Dovremmo porci domande su noi stessi e la nostra felicità.

Dovremmo porci domande continuamente, come se non ci fosse un domani, per capire, trovare risposte oppure soltanto altri interrogativi.

La domanda “giusta” non esiste, anche perchè una domanda non è fatta soltanto di parole in fila seguite da un punto interrogativo: qualsiasi esperienza, sensazione o reazione istintiva ed imprevista può funzionare alla stregua di un dubbio che ci assale e a cui possiamo decidere di far fronte o meno.

Ad alcuni interrogativi non troviamo una risposta, o quanto meno non senza impegno e fatica. Per altri dubbi invece ci appare ovvia la giusta soluzione.

Le domande peggiori, forse, sono proprio quelle che non vogliamo porci, per paura che facciano tremare le certezze e la terra sotto ai nostri piedi. Eppure dovremmo trovare il coraggio di porle, pena la perdita di anni preziosi della nostra vita e finanche di noi stessi.

Nella mia testa mi appare chiaro e cristallino ciò che vorrei esprimere, ma probabilmente soltanto perchè so ricondurlo ad esatti momenti della mia vita. Quindi ho pensato di dar vita ad una breve serie di post in cui puntare i riflettori su domande specifiche, le stesse che vorrei essermi posta molto tempo fa.

 

—– > Vai al post Chiediti come stai

—- > Vai al post Le persone sbagliate, e quelle giuste

La dignità è tua, ma anche un po’ mia.

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Hai lasciato o sei stato lasciato? Ecco alcuni atteggiamenti da evitare per non perdere la propria dignità.

Questo vuole ovviamente essere un post semi-serio su una calamità che affligge molti, sia in prima persona che in qualità di spettatori passivi: la fine di una relazione e le sue conseguenze.

Sì, perché quando qualcuno che conosci lascia o viene lasciato, te ne accorgi subito anche se non te lo ha detto nessuno. E non è sesto senso. Basta essere un assiduo frequentatore di Facebook o Instagram per notare che i post che Michela pubblicava fino a qualche settimana prima hanno subìto una trasmutazione genetica, evidente anche allo sguardo meno attento. Le foto che la ritraevano abbracciata “all’amore della sua vita” e le frasi sdolcinate con l’emoji dagli occhi a cuoricino, sono improvvisamente state sostituite da foto con capezzoli in evidenza (con aforismi del tipo “Ogni volta che lasci decidere il cuore, stai compiendo la più bella follia” nella didascalia) e post che inneggiano alla ritrovata libertà (e alla conseguente ritrovata voglia di fare la conoscenza di nuove “alabarde spaziali”). Se 2 + 2 fa sempre 4, la risposta è scontata: Michela ha lasciato il suo Riccardo e non si cura minimamente di quanto lui possa star male nel vederla così lasciva di fronte agli occhi critici della gente. Se non altro, Riccardo avrà modo di porsi alcune serie domande sulla natura della persona che aveva accanto.

E quindi veniamo a lui, il Riccardo della situazione, quel ragazzone che non parla mai con nessuno e che puoi incontrare soltanto il giovedì sera a calcetto perché lui è uno di quelli che:”i social sono il demonio! Non capisco come la gente possa passarci tutto quel tempo!”. Ma guardalo adesso che è stato lasciato dalla fidanzata: ha aperto contemporaneamente una pagina Facebook e una pagina Instagram. Pubblica foto imbarazzanti che lo ritraggono nello sforzo di sembrare felice, mentre fa cose che fino a qualche settimana prima non avrebbe mai neanche immaginato. A causa del dolore che sta provando, sente di odiare il genere femminile, e ripete come un mantra che d’ora in avanti per lui le donne saranno soltanto premi da collezionare. Crede di apparire spavaldo, giovanile e audace, ma risulta soltanto triste, ridicolo, e insopportabilmente goffo.

Michela e Riccardo stanno dando libero sfogo alla loro natura, oppure stanno soltanto cercando di costruirsi una bolla in cui sentirsi al sicuro dagli sguardi carichi di pietà delle persone che gli stanno intorno. Si stanno lasciando trasportare dai flutti agitati delle loro anime in subbuglio, decisione sacrosanta e assolutamente non discutibile. Il problema è che stanno dando in pasto ai social la loro debolezza (leggerezza), e molto probabilmente se ne vergogneranno moltissimo fra tre mesi o cinque anni.

Il problema resta loro, direte. Fino ad un certo punto, dico io.

Prendiamo ad esempio Michela: il fatto che usi il proprio corpo come mero oggetto “drizzabanane”, a me in quanto donna fa girare non poco le balle. Certo non posso impedirle di fare col suo corpo ciò che crede, ma di sicuro so che quello che a lei sembra un atteggiamento divertente e stimolante, non fa altro che rafforzare il terribile preconcetto secondo il quale una donna non è altro che un ammasso di forme lussuriose, riempite da un’anima porca e viziosa. Quindi, al di là della sua dignità che a mio parere va un po’ a farsi friggere, c’è senza dubbio un messaggio più profondo che va a fomentare proprio quella malsana idea che la società odierna ha delle donne e che fatichiamo così tanto ad estirpare. Il discorso sarebbe ancora lungo, ma eviterò di tediarvi con ulteriori polemiche in merito, mi basta aver reso il concetto.

Anche Riccardo dà decisamente un cattivo esempio; cattivo esempio che, ahimè, peserà sempre molto più di mille buone parole. Lui passerà da coglione, d’accordo, ma ancora una volta saranno le donne ad avere la peggio, passando per le “stronze” della situazione che lasciano senza curarsi del cuore altrui, passando per quelle a cui ci si può indirizzare con termini come “troia” o “puttana”, passando per quelle a cui si può urlare di tutto mentre camminano per strada indossando una minigonna.

Per l’uomo e per la donna, ancora oggi, esistono due pesi e due misure. Sembra assurdo doverlo ribadire nel 2018, eppure la società continua a lanciare segnali del tutto discutibili: la strada è ancora lunga, e ogni minuscolo tassello può essere d’aiuto nella costruzione di un mosaico ben più luminoso e positivo.

Si può sentire la mancanza di qualcosa che non si è mai avuto?

Essere stati amati tanto profondamente ci protegge per sempre, anche quando la persona che ci ha amato non c’è più. È una cosa che ti resta dentro, nella pelle.

K. Rowling, dal libro Harry Potter e la Pietra Filosofale

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Ogni volta che ritrovo per puro caso questa citazione, trascritta in fretta e furia in una pagina qualunque della mia agendina oppure scarabocchiata sul retro di uno scontrino nei meandri del mio portafogli, vengo travolta da una strana sensazione di conforto e sollievo, come se il concetto che le parole imprigionano fosse in grado di scaldarmi al pari di un abbraccio d’inverno dato sotto le coperte.

Sarà che io quell’amore profondo sulla mia pelle non l’ho provato mai, sarà che per l’ennesima beffa del destino riesco comunque a riconoscerlo ogni qual volta lo scorgo negli occhi di un genitore qualunque, sarà che ogni volta che mi passa vicino riesce a ridurmi in lacrime, sconfiggendo ogni mia resistenza: fatto sta che avverto l’assenza di un sostegno in grado di rendere ben dritte la mia testa e la mia schiena di fronte al mondo e alle persone che lo abitano. Pensate sia possibile avvertire la mancanza di qualcosa che non si è mai avuto? Per me stessa, sono certa di sì.

Tanto che in lungo e in largo ho vagato alla ricerca di un surrogato di quell’amore, inseguendolo nei complimenti della gente, negli sguardi di approvazione degli altri, negli abbracci di chi avevo accanto. Niente è riuscito a riempire il vuoto che sentivo dentro, tutt’altro: ogni nuova delusione, proprio quando mi sentivo vicina al traguardo, ha amplificato la voragine che tutt’ora fatico a colmare.

Certe volte mi faccio coraggio e provo a comportarmi come se io quell’amore dentro ce l’avessi già, ma forse la mia convinzione non è forte come credo visto che bastano una parola brusca o uno sguardo volto al cielo a far crollare ogni mio tentativo di spavalderia.

È un po’ come fare un passo avanti e due indietro, in un Gioco dell’Oca lungo una vita, già pieno di ostacoli e di carte “imprevisto”.

Sarei curiosa di sapere se altre persone a cui quell’amore incondizionato è mancato, riescono comunque a credere in sé stesse e a non temere il mondo nel suo complesso. Se ne conoscete qualcuna, ditegli che la sto cercando, se non altro per avere la dimostrazione che ciò che desidero può avversarsi nonostante tutto.

Radiomorte – Recensione

Se vi piacciono le storie dalle trame ingarbugliate ma ben studiate, di quelle che vi portano a divorare il libro per arrivare velocemente alla fine e trovare finalmente il bandolo della matassa, allora non vi potete perdere Radiomorte di Gianluca Morozzi (edito Guanda – Narratori della Fenice).

Ho amato il ritmo del racconto e l’idea di utilizzare un narratore “speciale” che sbuca all’improvviso come una sorta di sorpresa omaggio poco prima che il pettine sciolga anche l’ultimo dei nodi.

Non ho trovato niente di scontato e prevedibile, e la cosa mi ha procurato un piacere che non provavo ormai da molti libri.

Ma veniamo al dunque: la famiglia Colla rappresenta per molti la famiglia perfetta. Fabio, il capofamiglia, è uno scrittore famoso che crede di aver trovato la formula per dar vita ad una famiglia davvero felice. Molti lo seguono e ammirano sognanti i sorrisi prestampati di sua moglie e dei suoi figli, ma qualcuno pare non essere d’accordo. Certi di dover affrontare l’ennesima intervista radiofonica, i Colla si troveranno a vivere l’esperienza più sconvolgente della loro vita; le premesse non sono le migliori: uno di loro dovrà morire, e saranno loro stessi a dover decidere chi, non senza aver prima confessato, a turno, il peggiore dei loro segreti, lasciando cadere ogni maschera.

Non voglio svelare di più, vi auguro soltanto una buona lettura!

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Il Sognatore – Recensione

Il sognatore

Quando mi sono imbattuta casualmente nel titolo di questo romanzo, ho deciso che lo avrei comprato senza leggere la trama ne cercare informazioni circa il suo autore.

Quella dei sogni è per me una realtà spesso scomoda, in cui mi ritrovo senza bussola e possibilità di scelta: quasi ogni mattina riesco a ricordare cosa è successo durante la notte, e il più delle volte non è un bene. A volte sbucano mostri, animali feroci, fin anche il volto di Satana. Altre rivedo quella nipote che non posso più abbracciare nella vita reale. Certe notti le passo a piangere con lacrime immaginarie ma incessanti, incredula per la prematura scomparsa di quella o quell’altra persona a me cara. Mi dico spesso che dovrei andare da uno bravo che analizzi la mia anima attraverso quelli che sono più spesso incubi che sogni, ma poi mi sento ridicola e rinuncio.

Lazlo Strange, l’indiscusso protagonista de “Il Sognatore” (di Fazi Editore), un po’ mi somiglia: che gli occhi siano aperti oppure no, la vena sognante e fantasiosa riesce costantemente ad irrorare ogni suo organo e tessuto, fino a consentirgli di plasmare quei sogni come carta da origami. Lazlo non sa da dove viene, non sa chi è, e nel dubbio si convince di essere un insignificante bibliotecario senza alcuna aspirazione nella vita (l’ho già detto quanto mi somiglia?).

Seppure il suo corpo non lasci mai la biblioteca, grazie al potente intruglio di inchiostro e fantasia dei “suoi” libri e all’aiuto della sua stessa immaginazione, riesce ad evadere verso luoghi in cui la maggior parte degli uomini probabilmente non è mai stata e mai andrà.

In particolare, c’è un mistero che lo ha sempre affascinato fin dalla tenera età: quello di Pianto, una città lontana abitata da esseri straordinari, che dicono abbia smarrito il proprio vero nome, improvvisamente, in un passato non troppo lontano. Nessuno è mai riuscito a vedere Pianto o a tornare indietro per poterlo raccontare, tanto che viene relegata nella sfera della mitologia.

Al di là di ogni aspettativa, la vita di Lazlo e quella di Pianto si intrecceranno indissolubilmente, ed i sogni non saranno più soltanto il luogo in cui rifugiarsi per fantasticare un futuro stupefacente.

Il Sognatore è un racconto fantasy tessuto fra le trame di una realtà tutto sommato monotona e ordinaria, senza slanci o scopi degni di nota.

Ho apprezzato questo racconto per 3/4, perché parte da lontano e ti avvicina lentamente alla conoscenza con Lazlo e con i misteri che si porta nel cuore come il più grande dei tesori. Il ritmo è lento e a tratti snervante (ma quel modo positivo di essere snervante, nel senso che alimenta la curiosità), specialmente nella prima metà del romanzo (o forse qualcosina di più). Poi, verso il finale e senza alcun preavviso, tutto comincia a precipitare veloce togliendo spazio al contorno, che sbiadisce sempre più fino a scomparire.

Non ho gradito l’epilogo di questo romanzo, tanto più che quel “CONTINUA” scritto in stampatello in fondo all’ultima pagina del libro uccide tutta la curiosità che la “fuxya” Laini Taylor era stata in grado di creare con la sua narrazione.

Ho voglia di leggere il prosieguo della storia? Non molto. Mi ero affezionata a Lazlo, mi ero affezionata al mistero di Pianto; ma adesso che entrambi sono stati spogliati dei loro tratti “ordinari “, cancellando il legame seppur flebile con la vita “normale” e reale, anche la mia curiosità ha smarrito la sua dimensione, e dubito che riuscirebbe a ritrovarla nel seguito de “Il Sognatore”.

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Ciccioneggiando al San Martino 26 – San Gimignano

Per fuggire l’afa e le spiagge affollate tipiche di Ferragosto, mi sono rifugiata con la mia dolce metà in un piccolo agriturismo a conduzione familiare di San Gimignano, circondata da zanzare e colline verdeggianti. Dopo una rilssante giornata nella piscina dell’agriturismo, cosparsi di spray antizanzare e crema solare protezione 30, abbiamo sfoderato la nostra arma speciale per decidere quale sarebbe stata la nostra meta serale: Tripadvisor. Ormai siamo diventati esperti di punteggi e commenti più o meno veritieri, e riusciamo a carpire l’essenza di un ristorante anche solo scorrendo la galleria fotografica degli ospiti che lo hanno già visitato. Dopo un breve conclave di circa 20 minuti, la nostra scelta è ricaduta su San Martino 26, un ristorantino “gourmet” all’interno delle mura di San Gimignano.

Siamo rimasti affascinati dal posto e dalla maggior parte dei piatti che abbiamo assaggiato; ecco qualche foto:

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tartare di manzo con nocciole, gocce di yogurt bianco e riduzione di aceto balsamico

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Gemma di rosso d’uovo marinato nel tartufo su letto di tartufo a scaglie, e mousse al pecorino

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Tortelli di pasta fatta in casa ripieni di pappa al pomodoro su crema al pecorino, gocce di pappa al pomodoro e carpaccio di gambero rosso di Mazara del vallo

Già soltanto per questi tre piatti vale la pena fermarsi al San Martino 26, elegante perla nell’affascinante borgo di San Gimignano (Toscana).

Anzichè prendere due soli piatti alla carta, abbiamo deciso di fare la degustazione per assaggiare più ricette: un assaggio di antipasto, uno di primo e uno di secondo, sempre scelti dal menù, senza alcun vincolo imposto dallo chef. Aggiungendo due bicchieri di vino e un dolce a testa, abbiamo speso 110 euro totali. Non è certamente un posto economico, ma il rapporto qualità-prezzo è decisamente buono.

Buona degustazione 😉

La ferita da ingiustizia e la maschera del rigido

Siamo giunti all’ultima delle 5 ferite emotive: la ferita da ingiustizia. Questa può essere inferta al bambino dal genitore dello stesso sesso, tra i quattro e i sei anni di età. Nei casi in cui il genitore ha aspettative molto elevate nei confronti del figlio, quest’ultimo può essere vittima di una sorta di blocco emotivo nel momento in cui si rende conto di non poter soddisfare le alte aspettative del genitore, e di non riuscire ad essere perfetto.

La maschera indossata dal bambino per affrontare il dolore causato dalla ferita, è quella del rigido.

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Fisicamente una persona “rigida” presenta un corpo diritto e ben proporzionato, quasi privo di imperfezioni. Anche i movimenti possono risultare rigidi, così come la postura generale ed il portamento, diritto e fiero.

A livello caratteriale, siamo di fronte ad una persona perfezionista, invidiosa, che lascia poco spazio alle emozioni. Cerca di offrire prestazioni che mirano alla perfezione, e trova ogni giustificazione possibile nel caso in cui le sue stesse aspettative non siano rispettate. Ha difficoltà a chiedere aiuto e ricevere in generale, in primis perché non riesce ad ammettere di avere un problema; allo stesso tempo, dubita fortemente delle proprie scelte, e non fa altro che paragonarsi agli altri per capire se è migliore o peggiore rispetto a chi ha intorno. Si sente in difficoltà quando, raramente, si concede ciò che gli piace: questo lo fa sentire in colpa. Non rispetta i propri limiti e chiede troppo a sé stesso. È un tipo molto collerico e freddo, che ha difficoltà a mostrare il suo affetto, il che è strano visto che la sua maggiore paura è proprio quella di trovare, nelle altre persone, la stessa freddezza che lui riserva agli altri.

Le patologie più frequenti in una persona che si è sentita ferita ingiustamente, sono l’esaurimento nervoso professionale, l’anorgasmia (nella donna), l’eiaculazione precoce o l’impotenza nell’uomo, oltre che la stitichezza, le emorroidi, i crampi, i problemi di circolazione, il nervosismo, l’insonnia e i disturbi della vista.

Chi soffre “di ingiustizia” alimenta questa ferita diventando troppo esigente nei propri confronti, non rispettando i propri limiti, e imponendosi di conseguenza molto stress. Un “rigido” è critico e ingiusto con se stesso perché tende continuamente a criticarsi e a non vedere le proprie qualità positive. Dà più peso agli errori che non ai buoni risultati.

La ferita da ingiustizia è in via di guarigione quando la persona che ne soffre si permette di essere meno perfezionista, di fare errori senza andare in escandescenza e, soprattutto, di mostrare la propria sensibilità, senza paura del giudizio altrui.

 

Se ti sei perso le altre 5 ferite e le rispettive maschere, puoi trovarle qui.