Le peggiori persone che abbia mai conosciuto

ottusità

Il 30 Marzo si è tenuto a Verona il Congresso in favore della famiglia tradizionale. Lo so, mi sto infilando in un ginepraio da cui faticherò ad uscire, ma non posso esimermi dal farlo se voglio dare un senso ai ragionamenti che mi stanno affollando la testa da un paio di giorni.

“La famiglia è quella composta da un padre, una madre e un figlio, non da due madri o due padri”. – Madre di famiglia intervistata durate il Congresso di Verona.

Nel sentire queste parole, mi sorgono spontanee alcune domande che porrei volentieri a questa rispettabile signora:”Chi ha mai messo in dubbio che quella composta da un padre, una madre ed un figlio non sia una famiglia? Perché ti senti in dovere di ribadire un concetto vecchio quanto il pianeta terra? Da cosa ti senti minacciata? Forse dall’amore di due persone dello stesso sesso? Credi che quell’amore possa in qualche modo nuocere alla tua famiglia?”. Ma la risposta a queste domande poco mi importa, mentre vorrei davvero sapere perché certa gente si prenda, come in un violento colpo di stato, il diritto di decidere per la vita di qualcun altro.

E non entrerò ulteriormente nel merito di questa diatriba che va avanti ormai da anni, e che mi porterebbe inevitabilmente a raccontare delle cosiddette famiglie tradizionali che predicano bene e razzolano male, che distruggono le proprie famiglie, che si fanno gli amanti, che maltrattano i propri figli, che fanno prostituire le proprie figlie, che abbandonano in un sacchetto della spazzatura un bambino indesiderato, che si sfregiano con l’acido per vendetta o si uccidono per gelosia.

Prendendo spunto da questo evento, mi sono resa conto che le persone peggiori che abbia mai conosciuto, parteciperebbero a congressi come questo senza il minimo senso di colpa, senza pensare affatto ai danni che il loro gesto potrebbe causare al prossimo. Non si rendono conto che cercano di difendere la propria libertà (che per altro nessuno ha minacciato), schiacciando quella altrui.

In molti casi si tratta di persone tendenzialmente ottuse, che non sanno mettersi in discussione, che credono di avere sempre in mano la verità, e che si lamentano continuamente della vita attribuendo la colpa di ciò che non funziona agli altri, o comunque a qualsiasi essere vivente o evento al di fuori di loro.

E non si tratta sempre, come si potrebbe pensare, di persone anziane che si portano appresso valori cementificati dal tempo.

Tra quelle che conosco personalmente, due di loro hanno poco più di 40 anni, e non si sono fatte scrupoli nel privare la propria figlia, per pura ripicca personale, dell’amore di una persona a cui era profondamente legata.

Un’altra ha poco più di 30 anni, e non si tira mai indietro quando trova il modo di rendere più emozionante la propria vita andando a ficcare il naso in quella altrui. E’ un lui che è pronto a giudicare e sputare sentenze, senza mai mettere in discussione il proprio pensiero, per poi maledirsi e deprimersi alla scoperta di aspettare un altro figlio.

Un’altra ha poco più di 50 anni, e nonostante nessuno dei suoi figli voglia includerla nella propria vita, continua strenuamente a difendersi affermando di non avere niente da rimproverarsi.

Certo, queste sono soltanto alcune delle peggiori persone che abbia mai conosciuto, ma il nesso comune a tutte è lo stesso: l’illusione di essere giudici della vita altrui, in grado di discernere cosa è giusto e cosa non lo è, e il miraggio di sentirsi superiori agli altri, per un motivo o per un altro. Si tratta di persone insoddisfatte della propria vita, che cercano continuamente l’approvazione degli altri, gli stessi altri a cui danno sempre la colpa di tutto e alle spalle di cui sparlano senza remora alcuna; sottostanno alle regole sociali, ma invidiano fortemente chi fa soltanto ciò che gli porta felicità, proprio quella felicità che rincorrono con escamotage socialmente approvati (matrimonio, dei figli, un nuovo lavoro), ma che continua inesorabilmente a sfuggirgli dalle mani come fa il tempo.

Chi mi spaventa maggiormente non è chi non sbaglia mai, ma chi lo fa nell’assurda convinzione di essere nel giusto sempre e comunque.

 

 

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Le 5 ferite emotive: come guarirle

E’ interessante capire da dove vengono determinati comportamenti e modi di pensare che credevamo solo nostri, e scoprire che invece abbiamo molti tratti comuni a chi indossa le nostre stesse maschere per le nostre stesse ferite.

Una volta appurato che qualche ferita, anche se piccola, ce la portiamo dentro tutti, il passo successivo è capire come guarire da queste ferite.

Nel suo libro “Le 5 ferite e come guarirle”, l’autrice Lise Bourbeau da’ qualche indicazione di massima che vi vado subito a riassumere.

La prima tappa per guarire una ferita consiste nel riconoscerla e nell’accettarla. Accettare significa guardarla, osservarla, sapendo che il fatto di avere ancora qualcosa da risolvere fa parte dell’esperienza dell’essere umano. Nessuna trasformazione è possibile senza accettazione. Nel caso in cui  ancora non siamo stati capaci di riconoscere le ferite che ci hanno fatto (e tutt’ora ci fanno) soffrire, ci basterà far caso a ciò che non accettiamo negli altri: corriponderà esattamente a quelle parti di noi che non vogliamo vedere per paura di doverlo ammettere e guarire.

L’ego fa tutto il possibile per non farci rivivere le nostre ferite, perchè teme che non saremo in grado di gestire il dolore che ne deriverà. D’altronde è stato proprio l’ego a convincerci a creare le maschere allo scopo di evitarci la sofferenza. L’ego crede sempre di prendere la strada più facile, ma in realtà ci complica la vita, e più aspettiamo a risolvere le ferite, più queste si aggraveranno e più avremo paura di toccarle, dando vita ad un circolo vizioso che solo noi potremo interrompere con la consapevolezza e l’accettazione. Dobbiamo prendere coscienza del fatto che tutti comportamenti associati a una data maschera, sono soltanto delle reazioni legate alla “difesa”, e non hanno niente a che fare con l’amore per noi stessi e al comportamento che sarebbe in realtà più giusto adottare per il nostro benessere.

La seconda tappa consiste nell’accettare la nostra responsabilità, smettendo di accusare gli altri per le nostre sofferenze.

Un altro modo per capire a fondo le ferite che ci portiamo dentro, consiste nell’interrogarsi sul rapporto che abbiamo con gli altri: più queste ferite fanno male, più proveremo risentimento per il genitore che riteniamo responsabile di avercele imposte; dunque, in seguito, trasferiremo l’odio e il reancore sulle persone dello stesso sesso del genitore accusato di averci fatto del male. La Bourbeau spiega infatti che le ferite non potranno guarire se non in presenza di un vero perdono nei confronti di noi stessi e dei nostri genitori.

Questa terza tappa si basa sull’idea che al mondo non ci sono cattivi, ma soltanto persone sofferenti, e i nostri genitori fanno parte di queste. Non si tratta qui di scusarli, ma di imparare ad avere compassione per loro. D’altronde non sarà condannandoli o accusandoli che li aiuteremo; possiamo avere compassione per lor anche se non siamo d’accordo con quello che fanno grazie alla consapevolezza delle ferite nostre e altrui.

Non si tratta di un percorso semplice, ne’ tanto meno rapido, ma ci accorgeremo di essere ad un buon punto della nostra guarigione quando inizieremo a dirci: “ecco ho indossato questa maschera, ed è per questa ragione che ho reagito in questo modo”.

E’ essenziale capire che la fonte del nostro benessere sta in ciò che siamo e facciamo, e non nei complimenti, nella gratitudine, nei riconoscimenti e nel sostegno che ci vengono dall’esterno: l’autonomia affettiva è la capacità di sapere ciò che vogliamo e di fare le azioni necessarie per concretizzarlo, e quando abbiamo bisogno di aiuto sappiamo chiederlo senza troppi problemi.

Per velocizzare questo processo di guarigione, è fondamentale smettere di alimentare le proprie ferite per quanto possibile: bisogna smettere di darsi degli incompetenti, dei buoni a nulla, degli inutili, e soprattutto smettere di fuggire dalle situazioni che ci fanno paura. E’ essenziale provare ad affrontarle e capire quanto le nostre reazioni siano dettate dalle maschere che indossiamo. A quel punto dovremo perdonarci, e concederci di aver potuto usare una maschera, sapendo che in quel momento credevevamo davvero che fosse l’unico modo per proteggerci.

La quarta tappa, infine, sarà quella in cui torneremo ad essere noi stessi, in cui sentiremo di non avere più bisogno di indossare delle maschere che ci proteggano. Questo non è altro che un modo per descrivere l’AMORE PER SE STESSI. Amarci è concederci talvolta di ferire gli altri rifiutandoli, abbandonandoli, umiliandoli, tradendoli o essendo ingiusti con loro, sebbene non lo facciamo di proposito. Questa è la più importante delle tappe per guarire le nostre ferite. D’altronde scopriremo che più ci consentiremo di tradire, rifiutare, abbandonare, umiliare ed essere ingiusti, meno lo faremo. Concedendo a noi stessi di fare agli altri ciò che temiamo di vivere (al punto da aver creato una o più maschere per proteggerci), ci sarà molto più facile concedere anche agli altri di agire nell’identico modo e di avere, a volte, dei comportamenti che risvegliano le nostre ferite.

 Come consiglio pratico, la scrittrice consiglia di fare un bilancio alla fine di ogni giornata, in cui ci si domanda quali maschere abbiano preso il sopravvento inducendoci a reagire in un determinato modo, sia nei confronti degli altri che di noi stessi.

Il ibro si conclude con la poesia dello svedese Hjalmar Söderberg:

Tutti vogliamo essere amati,

se questo non accade, essere ammirati,

se questo non accade, essere temuti,

se questo non accade essere odiati e disprezzati.

Vogliamo risvegliare un’emozione nell’altro, quale che sia.

L’anima rabbrividisce davanti al vuoto e cerca il contatto a qualsiasi prezzo.

 

Approfondiamo la ferita da ingiustizia e la maschera del rigido.

Per riprendere le fila del primo post che tratta questa ferita, ricorderemo che le persone che soffrono di ingiustizia sono quelle che non si sentono apprezzate o non credono di ricevere quanto meritano. Vivono questa ferita soprattutto con il genitore dello stesso sesso: hanno sofferto per la sua freddezza e per la sua incapacità di sentire ed esprimersi, oltre che per l’autoritarismo di questo genitore, per le sue critiche frequenti, la sua severità, la sua intolleranza o il suo conformismo.

La reazione del bambino di fronte all’ingiustizia, consiste nel tagliare i ponti con il proprio sentire, credendo, così, di proteggersi: la maschera che si crea in questo caso è quella del rigido.

Le persone rigide sono in realtà molto sensibili, ma sviluppano la capacità di non percepire questa sensibilità e di non mostrarla agli altri, autoconvincendosi che nulla possa toccarle. Cercano la giustizia e l’esattezza ad ogni costo, e sarà diventando perfezioniste che crederanno di essere sempre nel giusto. Credono erroneamente che se qualcosa è perfetto, sarà necessariamente anche giusto.

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La maschera del rigido si riconosce dal corpo dritto, rigido e il più possibile perfetto. E’ un corpo ben proporzionato, con spalle dritte, larghe quanto le anche. Può accadere che il rigido prenda peso durante la vita, ma continuerà a mantenere un corpo ben proporzionato. Tra tutte le altre personalità, è quella che ha più paura ingrassare e farà di tutto perché non accada. Ha spesso la natiche rotonde e le donne hanno la vita stretta (amano infatti gli abiti serrati in vita e le cinture che la sottolineino).

Fin da bambino, il rigido si rende conto di essere apprezzato più per ciò che fa che per ciò che è. Ecco perché diventa estremamente efficace e incomincia a far da sé molto precocemente. E’ molto ottimista, spesso troppo; crede che dicendo spesso “non c’è problema” le situazioni problematiche si risolveranno più in fretta. D’altronde, fa del suo meglio per risolverle da sé, senza chiedere aiuto a nessuno. Addirittura arriva a volersi curare da sé, senza parlarne con altri, perché ha troppa difficoltà a confessare che può aver bisogno di aiuto.

Teme l’autorità perché, da piccolo, ha imparato che le persone investite di autorità (i suoi genitori in primis) avevano sempre ragione. Quando gli altri sembrano dubitare di lui, vive la cosa come un’inquisizione, alimentando così il senso di ingiustizia che si porta dentro. Per lui il merito è importante, infatti è spesso incline a provare invidia nei confronti di chi ha più di lui e che, a suo avviso, non lo merita.

Chi soffre della ferita da ingiustizia, appare freddo e insensibile nonostante utilizzi spesso la risata per nascondere la sua sensibilità e le sue emozioni.

Non si rende conto di essere ingiusto nei propri confronti, pretendendo troppo da se’ stesso. Vorrebbe risolvere tutto e subito, senza concedersi il tempo di sentire a fondo la situazione e la possibilità di avere ancora qualcosa da risolvere.

E’ una persona disciplinata, che non abbandona un progetto solo perché non ha rispettato i suoi pioani per un giorno o perché c’è qualche cambiamento.

L’emozione più frequente del rigido è la collera, soprattutto nei confronti di se stesso. La sua prima reazione quando è in collera è aggredire qualcun altro, anche se ce l’ha con se stesso. Inoltre ha spesso difficoltà a lasciarsi amare e a dimostrare il suo amore.

E’ incline a paragonarsi con persone che considera migliori e soprattutto più perfette di lui: questo svalutarsi è una forma di ingiustizia e di rifiuto che adopera nei propri confronti.

La più grande paura del rigido è la freddezza. Ha tanta difficoltà ad accettare la sua freddezza quanto quella altrui, e fa del suo meglio per mostrarsi caloroso senza rendersi conto che in realtà gli altri possono trovarlo insensibile e freddo.

Le malattie a cui è più soggetto chi indossa questa maschera sono: il torcicollo (per la difficoltà che ha nel vedere tutti gli aspetti di una situazione che considera ingiusta); i problemi di stitichezza ed emorroidi (perché nella vita ha difficoltà a mollare la presa, e tende a trattenere ogni emozione); i problemi di vista (preferisce non vedere tutto ciò che ritiene imperfetto così non dove soffrire); la psoriasi. Capita che si provochi da se’ problemi come la psoriasi  per non stare troppo bene e non essere troppo felice, il che risulterebbe ingiusto nei confronti degli altri.

Se ci si riconosce in questa ferita, è importante ricordare che il genitore del nostro stesso sesso ha vissuto (e probabilmente vive ancora) la medesima ferita con il proprio genitore dello stesso sesso.

Approfondiamo la ferita da tradimento e la maschera del controllore.

La ferita del tradimento, è quella che viene vissuta dal bambino col genitore del sesso opposto. Spesso infatti ne soffre chi non è riuscito a superare a pieno la fase edipica, e più in generale chi, quando era bambino, ha creduto che il genitore del sesso opposto non stesse mantenendo “la parola” in base alle proprie aspettative del “genitore ideale”.

La maschera indossata da chi soffre della ferita da tradimento, è quella del controllore.

tradimento controlloreIl controllore ha un corpo possente che esibisce forza e attraverso il quale vuole comunicare il proprio senso di responsabilità. La donna-controllore concentra questa forza all’altezza dei fianchi, delle natiche, del ventre e delle cosce (le famose culotte de cheval). È dunque la parte inferiore del corpo ad essere più larga delle spalle: la forma de corpo è simile a quella di una pera, e più la parte grossa della pera è sviluppata, più la ferita da tradimento è profonda.

Il controllore nutre alte aspettative nei confronti degli altri, e tende a verificare continuamente il loro operato per capire se può fidarsi di modo: questo è uno dei tanti metodi con cui cerca di tenere le cose sotto controllo. Vuole che tutto accada precisamente come le ha pianificate (non a caso preferisce arrivare sempre in anticipo per scongiurare qualsiasi imprevisto), e questo comporta una grossa difficoltà a delegare un compito, anche quando si fida dell’altro. La diretta conseguenza è che il controllore deve essere molto veloce visto che vuole fare quasi tutto in autonomia: vorrebbe guarire in fretta o comprendere le cose rapidamente, e ha difficoltà quando la gente impiega troppo tempo a spiegare o raccontare qualcosa. Non è raro che interrompa gli altri o che risponda prima che il suo interlocutore abbia finito. Tuttavia, non accetterà che gli altri riservino a lui questo trattamento. Certamente parliamo di una persona che dovrebbe sviluppare la pazienza e la tolleranza, soprattutto quando si presentano situazioni che gli impediscono di fare le cose a modo suo.

Il controllore si forma rapidamente un’opinione sulle altre persona o su una data situazione, ed è convinto di avere ragione: emette la sua opinione in modo categorico e vuole ad ogni costo convincere gli altri.

Il suo rapporto con le persone non è molto sano in quanto teme costantemente il confronto, e fa di tutto per evitarlo per paura di non essere all’altezza. Inoltre non riesce a fidarsi, tanto che per lui è anche difficile confidarsi: teme che le sue confidenze, un giorno, possano venire usate contro di lui. Nonostante ciò, lui è il primo a riportare agli altri ciò che gli è stato detto in confidenza, ma naturalmente avrà sempre un’ottima ragione per farlo. Non sopporta che qualcuno gli menta, ma se lui  mente lo fa sempre per un valido motivo (o così crede): trova facilmente molte buone ragioni per deformare la realtà. Paradossalmente, va in escandescenza quando si accorge che qualcuno non crede a ciò che dice, e si sente tradito da tutte le persone che non ripongono la propria fiducia in lui. Crede che non mantenere la parola e disimpegnarsi sia sinonimo di tradimento, e si crede quindi obbligato a mantenere sempre le promesse, anche se assume troppi impegni contemporaneamente e finisce per sentirsi in gabbia. Infatti, piuttosto che doversi disimpegnare, solitamente preferisce non impegnarsi affatto.

E’ il tipo di persona che vive con maggiori difficoltà una separazione all’interno della coppia, perché gli ricorda di non aver mantenuto a sufficienza il controllo sulla relazione. E non è strano che spesso siano proprio i controllori ad essere maggiormente esposti alle separazioni e alla rottura di un rapporto. 

Un’altra caratteristica del controllore è la sua grossa difficoltà nel fare una scelta quando crede che essa possa fargli perdere qualcosa: questo spiega perché a volte abbia difficoltà a decidersi. Sembra strano visto che il genitore “controllore” decidere facilmente al posto dei figli, senza prima verificare con loro cosa li renderebbe felici.

L’ego del controllore prende facilmente il sopravvento quando qualcuno lo rimprovera per qualcosa che ha fatto, in quanto non gli va di essere sorvegliato, soprattutto da un altro controllore, e si sente addirittura insultato quando qualcuno mette il naso nei suoi affari senza avergli chiesto il permesso.

Il controllore ha paura del rinnegamento: per lui venire rinnegato significa essere tradito; ma non si rende conto di quanto spesso sia lui stesso a rinnegare gli altri, eliminandoli dalla sua vita. E’ capace di non rivolgere più la parola ad una persona nella quale ha perso fiducia, e difficilmente offre una seconda occasione.

Tra le malattie che maggiormente affliggono una persona “tradita”, ci sono l’agorafobia, i problemi alle articolazioni, e quelli all’apparato digerente (più spesso a fegato e stomaco). Gli capita spesso di perdere il controllo e di mangiare molto più di quando il suo corpo riuscirebbe ad assimilare.

Più la ferita da tradimento è profonda, più la persona che ne soffre tende a tradire gli altri o se stessa (non riponendo fiducia in se stessa o non mantenendo le promesse che si fa).

 

Tutti vogliamo essere amati

amore

Tutti vogliamo essere amati,

se questo non accade, essere ammirati,

se questo non accade, essere temuti,

se questo non accade, essere odiati e disprezzati.

Vogliamo risvegliare un’emozione nell’altro, quale che sia.

L’anima rabbrividisce davanti al vuoto e cerca il contatto a qualsiasi prezzo.

 

Del poeta svedese Hjalmar Söderberg

 

Approfondiamo la ferita da umiliazione e la maschera del masochista.

In questo post avevo già accennato alla ferita da umiliazione e alla sua maschera, quella del masochista, ma ho preferito approfondire il discorso andando direttamente all’origine grazie al libro “Le 5 ferite e come guarirle” di Lise Bourbeau.

Quindi, ricapitolando, la ferita da umiliazione si risveglia tra il primo e il terzo anno di età, con il genitore che si è occupato del nostro sviluppo fisico (solitamente la madre).

masochistaLa maschera di chi soffre di questa ferita, è quella del masochista, che presenta un corpo cicciottello, tondo, non molto alto, ed un viso rotondo e aperto. Caratterialmente, ci troviamo di fronte ad una persona empatica, ipersensibile, che si sente ferita con poco, che facilmente arriva a sentirsi umiliata e sminuita, e proprio per questo si comporta in modo da non ferire gli altri. Anche perché, quando si accorge che una persona (specialmente tra quelle che ama), sta passando un periodo spiacevole, si sente infelice e crede di esserne responsabile…anche quando non c’entra assolutamente niente.

Spesso viene riconosciuto per le sue capacità di far ridere gli altri ridendo di sé. E’ molto espressivo quando racconta un aneddoto, e trova sempre un modo per rendere divertenti le cose che racconta: il fatto di prendere se stesso di mira per fare ridere gli altri, è un modo inconscio di umiliarsi, di sminuirsi, di modo che nessuno possa accorgersi che la paura di provare vergogna sia nascosta sotto parole che mettono di buon umore.

Le persone che soffrono di umiliazione sono spesso indotte a rimproverarsi per tutto, fino ad addossarsi le colpe altrui: è il loro modo di sentirsi “brave persone”.

Per il masochista la libertà è il valore più importante: per lui essere libero significa non dover rendere conto a nessuno, non essere controllato e fare quello che vuole quando vuole. Ma allo stesso tempo la libertà rappresenta anche la sua più grande paura, perchè genera il lui la convinzione di non saperla gestire. Inconsciamente, dunque, fa il possibile per non essere libero, ed è quasi sempre lui a deciderlo. Probabilmente da bambino non si è mai sentito libero, soprattutto con i suoi genitori, che potrebbero avergli impedito di uscire o di instaurare un rapporto con determinati amici, o che ancora potrebbero averlo subissato di compiti e responsabilità in casa (come ad esempio la cura dei fratelli minori). Va precisato però che il masochista è anche molto incline a crearsi da solo degli obblighi e ad auto-unirsi prima che lo facciano gli altri: è come se volesse somministrarsi il primo colpo, preparandosi affinchè i copi degli altri gli facciano meno male.

Il senso del dovere è molto importante per le persone masochiste, ma mai in relazione a se stesse. Prendiamo ad esempio una donna che aspetta ospiti per cena: farà pulizie accurate affinchè la casa risplenda, ma non farà mai la stessa cosa unicamente per se stessa, nonostante preferisca avere una casa pulita e ordinata; questo perchè non si ritiene abbastanza importante da meritarlo.

Si tratta di una persona che prova vergogna facilmente, perchè fin da piccola è stata influenzata dalle nozioni di peccato, di sporco e di porcheria spesso collegate alla sessualità. Nonostante sia spesso una persona molto sensuale, prova vergogna sul piano sessuale e tende a non ascoltare i propri bisogni. Oltre a provare vergogna di sé, prova spesso vergogna degli altri o ha paura che gli altri si vergognino di lui.

I riflessi di questa ferita, oltre che nella forma del corpo, si possono manifestare in disturbi respiratori (per il fatto che si lascia soffocare dai problemi altrui), disturbi a gambe e piedi (varici storte, fratture), momenti di bulimia (in cui mangerà di nascosto, senza però rendersi veramente conto di cosa mangia), disturbi alla schiena, alle spalle, alla gola e alla tiroide. Normalmente prova sensi di colpa e vergogna nel mangiare più o meno qualsiasi cosa, ma soprattutto con gli altrimenti che ritiene responsabili dell’eccesso di peso come il cioccolato. Più una persona pensa di aver mangiato troppo e si sente per questo colpevole, più il cibo ingurgitato la farà ingrassare. Ma il cibo è una delle principali consolazioni per il masochista, e da una parte è la sua ancora di salvezza perchè attraverso di esso riesce a gratificarsi. Quando comincerà a gratificarsi anche con altri mezzi, proverà meno necessità di ricorrere al cibo. Normalmente si condanna per la sua dipendenza dal cibo, ma non dovrebbe prendersela con se stesso per questo suo comportamento perché è sicuramente questo comportamento ad averlo salvato fin qui.

Come per le altre ferite, anche per quella da umiliazione la causa principale proviene dall’incapacità di perdonarsi quello che si fa a se stessi o che si fa subire agli altri: ci è difficile perdonarci perché in generale siamo inconsapevoli di avercela con noi stessi. Più profonda è la ferita da umiliazione, più la persona che ne è affetta si umilia sminuendosi o paragonandosi agli altri; è solita umiliare anche le altre persone, vergognandosi di loro o volendo far troppo per loro.

Quando rimproveriamo qualcosa agli altri, facciamoci attenzione: probabilmente gli stiamo rimproverando esattamente ciò che noi facciamo e che vogliamo vedere.

 

 

Approfondiamo la ferita da abbandono e la maschera del dipendente

Vi è mai capitato, durante una conversazione, di bloccarvi improvvisamente (per rabbia o delusione) quando vi siete accorti che il vostro interlocutore buttava l’occhio all’orologio proprio mentre voi stavate parlando? Per caso in passato siete stati dei bambini deboli e cagionevoli? Siete miopi? Oppure ancora: odiate mangiare da soli e non vi sognate neanche di lasciare qualcosa nel piatto? Se una o più di queste situazioni vi sono familiari, potreste soffrire della ferita da abbandono.

E’ tra il primo ed il terzo anno di età che il bambino vive la ferita da abbandono con il genitore del sesso opposto. Non è raro che ci soffre di abbandono, soffra anche per il rifiuto: un bambino può sentirsi rifiutato dal genitore dello stesso sesso, e abbandonato da quello di sesso opposto che (secondo lui) avrebbe dovuto impedire all’altro genitore di rifiutarlo. Un po’ un cane che si morde la coda a leggerlo così: ma quando siamo piccolissimi, non abbiamo riferimenti e punti saldi che ci consentano di razionalizzare ciò che succede intorno a noi, e quindi mano a mano ci costruiamo una maschera che ci aiuti ad alleggerire la sofferenze che proviamo: in questo caso, la maschera del dipendente. Quella da abbandono è una ferita che dovremmo cercare di guarire al più presto, perché finché continueremo a soffrirne e ad essere in collera (inconsciamente o meno) con uno dei nostri genitori, le relazioni con le persone dello stesso sesso di quel genitore saranno complicate anche in età adulta.

Ma di cosa soffre un dipendente? Del non sentirsi “nutrito” dal punto di vista affettivo. Questa mancanza, paradossalmente, si riflette spesso nell’ostentazione di un apparente sicurezza: chirurgia estetica e sviluppo eccessivo dei muscoli attraverso il body-bulding sono i mezzi più utilizzati. Ma più semplicemente, in ogni situazione in cui cerchiamo di nascondere il nostro corpo agli altri, stiamo in realtà cercando di nasconderlo a noi stessi, insieme alle ferite che esso riflette.

Il dipendente lo si può riconoscere spesso nei panni di “salvatore”; non è inusuale che si comporti da genitore nei confronti dei fratelli, o che cerchi in tutti i modi di salvare dalle difficoltà la persona che ama; in ogni caso cerca di farsi carico di responsabilità che non sono sue, e questo gli provoca spesso forti mal di schiena.

Altra caratteristica del dipendente, sono gli “alti e bassi”: per un periodo è felice e spensierato, poi improvvisamente si sente triste e abbattuto; il fatto che non ci sia una causa scatenante lo porta a riflettere (il che non vuol dire che arrivi alla risposta che sta cercando). Potrebbe essere forse la paura della solitudine la spiegazione dei suoi crolli? Di certo, il dipendente avverte più di qualunque altra maschera il senso profondo della tristezza, senza poter minimamente indovinare da dove essa scaturisca. Cercare la presenza degli altri può aiutarlo a ricacciarla, così come abbandonare la persona o la situazione che (secondo lui), è causa di questa tristezza.

Ciò che più anela, è il sostegno, l’approvazione altrui. Spesso può passare per uno che ha difficoltà a prendere decisioni, ma in realtà se dubita della propria scelta è perché ha paura di non trovare il consenso degli altri.

Coloro che soffrono della ferita da abbandono, sono spesso in conflitto con se stessi perché, se da un lato vorrebbero molte attenzioni, dall’altro temono che chiedendone troppe possano disturbare ed essere per questo definitivamente abbandonati. La stessa cosa succede quando sono in coppia: molto spesso preferiscono credere che tutto vada a gonfie vele solo per la paura di essere abbandonati, o addirittura lasciare per non essere lasciati (sembra assurdo vero?).

Il “brutto vizio” di chi soffre di abbandono, è credere che comportandosi in modo sempre carino e gentile con gli altri, anche gli altri si comporteranno di conseguenza, cercando di non risultare freddi o autoritari nei suoi confronti. Ma mai credenza fu più sbagliata, e ogni atteggiamento “brusco” che inevitabilmente gli si presenta davanti, fa scoppiare il lacrime il dipendente. Tra i pro, c’è sicuramente la forte empatia che riesce a provare nei confronti degli altri; ma anche questa può diventare un arma a doppio taglio quando si lascia invadere del tutto dalle emozioni altrui.

Chi soffre di ferita da abbandono potrebbe soffrire anche di agorafobia: spesso definita “fobia degli spazi aperti e della folla” (anche un supermercato rientra in questa definizione). Gli agorafobici hanno il timore del giudizio degli altri in relazione allo stare male in pubblico, oppure temono di stare male in situazioni o luoghi in cui non potrebbero essere soccorsi o da cui non possono fuggire; di conseguenza, si attivano meccanismi di evitamento delle situazioni ansiogene al fine di escludere la possibilità dell’insorgenza del panico.

abbandono

Chi soffre di questa ferita, può avere un corpo allungato, sottile, ipotonico, floscio, con gambe deboli e schiena curva, nonché occhi grandi e tristi. Potrebbe soffrire anche di bulimia.

Ovviamente, a seconda dell’intensità della ferita che ci portiamo dentro, tutte le caratteristiche fisiche e comportamentali descritte fino ad ora potrebbero presentarsi in maniera più o meno evidente. Infatti, oltre ad osservare il nostro fisico e i nostri atteggiamenti, dovremmo fare molta attenzione a ciò che ci disturba: molto spesso rimproveriamo agli altri tutto ciò che noi stessi facciamo e non vogliamo vedere.

(Qui il primo post sulla ferita da abbandono).

Approfondiamo la Ferita da Rifiuto e la maschera del Fuggitivo

Come accennato in questo post, possiamo subire la ferita del rifiuto nel periodo che va dal concepimento al primo anno di età. Non è qualcosa che possiamo ricordare, ed è quindi per questo Lise Bourbeau, scrittrice di “Le 5 ferite e come guarirle”, invita sovente il lettore ad osservare il proprio aspetto fisico per individuare le proprie ferite emotive.

Per il bambino la ferita del rifiuto consiste nel non sentirsi in diritto di esistere col genitore dello stesso sesso, colui o colei che ha il ruolo di insegnarci ad amare ed amarci (il genitore del sesso opposto ci insegna invece a lasciarci amare dagli altri, a ricevere amore). Praticamente quello ferito da rifiuto è un bambino che non si è concesso di essere tale, e che si è sforzato di maturare in fretta pensando che sarebbe stato meno rifiutato.

ferita del rifiuto

Abbiamo già detto che la maschera indossata da chi ha subito la ferita da rifiuto è quella del fuggitivo, e che il corpo di chi la indossa è spesso contratto e striminzito, smilzo o frammentato. Anche gli occhi si presentano piccoli e caratterizzati da un’espressione di paura (a volte si ha come l’impressione che ci sia una vera e propria maschera intorno agli occhi).

Il fuggitivo cerca la solitudine perché, nel caso in cui ricevesse troppe attenzioni, avrebbe paura di trovarsi in difficoltà e non sapere cosa fare. Non è un caso che a scuola (ma anche dopo, nella vita e sul lavoro) abbia pochissimi amici. È il classico tipo solitario con la testa fra le nuvole. Se qualcuno lo interrompe mentre parla, la sua prima reazione è pensare che questo accade perché lui non è importante, e di solito smette di parlare. Ha difficoltà ad esprimere la propria opinione proprio perché si sente insulso e pensa che gli altri la respingeranno. Non è un caso che ricerchi la perfezione in tutto ciò che fa, giacché crede che se compirà un errore verrà giudicato, e per lui essere giudicato equivale a essere respinto.

Il fuggitivo tende continuamente a sminuirsi, paragonandosi a persone che trova migliori e convincendosi di essere peggiore di molti altri. Ha difficoltà a credere che qualcuno possa sceglierlo per amico o che possa amarlo, tant’è che quando viene scelto non è raro che saboti (involontariamente) la relazione. Se invece è qualcun altro a rifiutarlo (il genitore, un amico, un compagno), si autoaccusa pensando che se l’altro lo ha rifiutato è per colpa sua. Purtroppo, più la ferita da rifiuto è forte, più la persona attira a sé circostanze tali da venire rifiutata (o comunque situazioni in cui si trova egli stesso a dover rifiutare qualcuno).

 “Le persone che ci rifiutano entrano nella nostra vita per mostrarci fino a che punto noi rifiutiamo noi stessi.”

La sua più grande paura è di essere colto dal panico (spesso infatti soffre di agorafobia). Se pensa che una data situazione possa provocargli il panico, la sua prima reazione è di scappare e nascondersi. Può cercare di fuggire anche tramite il cibo, ma solitamente predilige alcol e droga.

Come precisato nel post introduttivo, non è detto che chi soffre della ferita da rifiuto abbia TUTTE le caratteristiche qui descritte: tutto dipende dalla profondità di questa ferita.

La piastra per boccoli miracolosa?

Anche i maschietti ormai lo sanno: se siamo lisce vogliamo i capelli mossi, se li abbiamo mossi li vogliamo lisci. E d’altronde la nostra bellezza sta anche in questo, nell’essere “dolcemente complicate”.

Io in realtà faccio parte della schiera che sta nel mezzo, di quelle con i capelli “mossi”, crespi, che con l’umidità assumono le sembianze di un cespuglio di cui nessuno si cura ormai da anni.

Quindi qualche anno fa ho acquistato una favolosa piastra della GHD che mi consente di diventare liscia in un quarto d’ora e di non ritrovarmi la stoppa al posto dei capelli.

Se non che, intorno ad Ottobre dello scorso anno, su Instagram hanno iniziato a bombardarmi con i video dimostrativi di una piastra apparentemente portentosa che sembrava avesse il potere di realizzare splendidi boccoli in meno di 5 secondi. Mi sono fiondata sul sito per acquistarla: 120 €. “Questi sono scemi”, ho pensato. Ma quel video continuava a comparire ovunque, e il mio desiderio di avere onde perfette nonostante la mia discutibile manualità stava iniziando a prendere il sopravvento. Fortunatamente, con mio grande sollievo, per via delle feste Natalizie era in corso una promozione su soli 200 pezzi che mi avrebbe permesso di acquistarla alla modica cifra di 35 euro. Se poi fosse una reale promozione o soltanto un escamotage per sbarazzarsi delle piastre invendute, resterà sempre un mistero.

Dopo tre settimane (non pensavo che il viaggio da un posto indefinito dall’Inghilterra richiedesse tanto tempo), la mia piastra nuova fiammante é arrivata!

Devo essere onesta: la prima volta che l’ho provata su una ciocca, giusto per vedere se funzionava, ho avuto la forte tentazione di lanciarla dalla finestra. Ma mi sono trattenuta. La seconda volta è andata meglio, anche se ho capito che un po’ di manualità, a differenza di quanto millantato nel video dimostrativo, era in realtà richiesta.

Il risultato finale non è stato malvagio, ma ho un paio di appunti da fare: la spina della piastra è inglese e, se pur fornita di adattatore, mette sempre un po’ d’ansia usarla. Per chi ha i capelli colorati o sciupati per qualche motivo, non è assolutamente adatta, in quanto fatta di materiali che assolutamente non proteggono il capello dalle alte temperature, piuttosto lo bruciano e lo danneggiano ulteriormente.

Quindi, se avete dei capelli sani e la vostra intenzione é di utilizzare questa piastra 5 volte l’anno, la consiglio; nel caso in cui invece vogliate farne un uso molto più massiccio (es. tre volte a settimana come nel mio caso), vi consiglio di affidarvi a piastre di migliore qualità che non minaccino di distruggere la vostra bella chioma.

Ad ogni modo, giusto per togliervi la curiosità, questo è stato il risultato finale (che comunque, da quanto si evince dalla mia faccia soddisfatta, non mi è affatto dispiaciuto):

Le 5 ferite emozionali: perché si generano le maschere?

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Ho già parlato sinteticamente delle 5 ferite e delle relative 5 maschere, ma l’ho fatto in maniera abbastanza superficiale, mettendo insieme le informazioni trovate qua e là su forum e articoli di psicologia. Visto che l’argomento mi ha incuriosito, ho deciso di andare più a fondo e di leggere il libro che sta alla base di questa teoria: “Le 5 ferite e come guarirle”, di Lise Bourbeau.

Il libro parte dall’origine delle ferite e delle rispettive maschere, e si conclude con qualche indicazione di massima che possa aiutarci a comprenderle meglio e, nel migliore dei casi, a curarle.

Ho trovato la lettura scorrevole ed interessante, se pure mi abbia fatto storcere il naso in un paio di punti. Quindi, tralasciando l’idea della scrittrice secondo la quale l’anima si reincarnerebbe ogni volta in un nuovo corpo fino alla completa risoluzione delle proprie ferite, direi che per il resto le sue teorie, dedotte da anni di studi e sedute pratiche, trovano un buon fondamento nella realtà, tanto che io per prima mi sono riconosciuta nelle maschere che descrive.

Mi ha turbata la teoria secondo la quale l’essere umano continuerebbe ad attrarre a sé circostanze e persone che gli fanno rivivere continuamente le proprie ferite più profonde: non perché la trovi infondata, tutt’altro. Pensando alla mia esperienza personale, mi sono resa conto che fino a che non sono arrivata ad elaborare profondamente certe mie paure, per quanto io provassi a rifuggirle queste mi si materializzavano davanti continuamente. Per alcune di esse, in seguito ad esperienze significative e ad una presa di coscienza importante, sono riuscita ad interrompere il circolo vizioso e questo mi ha permesso di potermi concentrare su nuovi aspetti della mia crescita personale.

Partendo dall’assunzione di questo principio, mi sono chiesta come mai, pur possedendo un’intelligenza emotiva nella media, ci servano delle batoste davvero considerevoli prima di arrivare a comprendere determinate cose. La risposta della Bourbeau è che la “colpa” è del nostro ego, che a sua volta è alimentato dalle nostre credenze. L’ego non vuole ammettere che tutte le esperienze sgradevoli che viviamo hanno l’unico scopo di mostrarci le nostre ferite, ma non lo fa per cattiveria: è piuttosto una sorta di difesa, la stessa che ci ha portato a creare le maschere che portiamo al fine di proteggerci fin da quando eravamo bambini e ancora non avevamo armi a disposizione per difenderci in altro modo.

Ma da cosa ha dovuto difenderci l’ego? Non tutti i bambini (per fortuna) vivono esperienze particolarmente traumatiche nei primi anni di età: pare che in ogni caso pare ogni bambino passi comunque attraverso queste 4 fasi:

– 1° tappa: la tappa dell’esistenza, in cui il bambino scopre la gioia di essere sé stesso;

– 2° tappa: il bambino scopre il dolore di non poter essere sé stesso (lo capisce dai continui rimproveri che riceve dagli adulti)

– 3° tappa: è il periodo della ribellione, in cui il bambino cerca di opporsi alle regole;

– 4° tappa: per ridurre il dolore che sente, il bambino si rassegna e finisce per crearsi una nuova personalità, in modo da diventare ciò che gli altri vogliono che sia.

È quindi in queste ultime due fasi che l’ego, per difendersi dal dolore, dà vita alle nostre maschere, che come abbiamo anticipato sono 5 e corrispondono a 5 grandi ferite.

Ma come si fa a capire di quale ferita soffriamo maggiormente?

La scrittrice invita costantemente a focalizzarsi sul proprio aspetto fisico perchè sarebbe proprio quello a dare le maggiori indicazioni in questo senso. Leggendo le caratteristiche di ogni ferita e della relativa maschera, potremmo essere influenzati dalle nostre stesse credenze e lasciarci portare fuori strada: quindi dovremmo ossservare attentamente ciò che il nostro fisico ci rivela; potremmo scoprire di soffrire di una ferita emotiva che razionalmente credevamo molto lontana dal nostro sentire.

Durante questa ricerca, è importante ricordare sempre che nessuno di noi presenta TUTTE le caratteristiche relative ad una ferita e alla sua maschera: a seconda della profondità della ferita, ci ritroveremo in una o più caratterisitche. Non è raro che una persona celi in sè più di una ferita, e che possa quindi aver elaborato più maschere da utilizzare di volta in volta a seconda della ferita che riapre. Sì perchè la colpa non è degli altri: è il nostro modo di reagire agli eventi della vita a riaccendere il dolore delle nostre ferite; non tutti infatti reagiamo allo stesso modo di fronte alla stessa situazione.

Un buon modo per capire se siamo affetti da una determinata ferita, è far caso a ciò che gli altri fanno e che ci disturba:

“Rimproveriamo agli altri tutto ciò che facciamo a noi stessi e che non vogliamo vedere”.

Nei prossimi giorni, per chi fosse interessato, approfondirò nel dettaglio le sfaccettature di ogni maschera. A presto 😉