Fin dove arriva la mia libertà?

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Vorrei tanto capire dove sta tutta questa “evoluzione” del genere umano di cui tanto sento parlare. Non vorrei cadere nei luoghi comuni degli umarels che parlano di quanto si stesse meglio prima, mentre criticano senza sosta il lavoro degli operai all’interno dei cantieri o lo stile di vita dei giovani d’oggi; ma allo stesso tempo vorrei davvero cercare di comprendere, per evitare di lanciare fiamme dagli occhi e fumo dal naso ogni qual volta mi trovo nella stessa situazione di sempre: mi accade spesso che, camminando per strada, qualche esemplare del genere maschile mi noti e proprio non riesca a fare a meno di buttare lì una parola o due come fosse mangime per le galline, noncurante di dove andrà a cascare, ne’ di cosa io ne possa pensare.  E’ come se quel soggetto si sentisse nel pieno diritto di sputare ciò che gli passa per la testa senza l’accortezza di porre il benché minimo filtro tra il cervello (ammesso che ce ne sia uno) e la lingua.

Sono doverose un paio di premesse:

  1. Non sono una figa da paura, una di quelle alte, slanciate, con gli occhi azzurri e un sedere da urlo.
  2. Specialmente quando so di dover andare in giro da sola (per fare delle commissioni o anche soltanto una semplice passeggiata), sto molto attenta a non indossare capi d’abbigliamento che possano risultare troppo appariscenti, o che scoprano troppo le gambe o il seno.
  3. Quando cammino in mezzo alla gente, tendo a tenere lo sguardo basso per evitare di incrociare troppi sguardi e non rischiare di attirare l’attenzione.

Tutti questi accorgimenti, però, sembrano non servire a molto.

Puntualmente, infatti, trovo l’imbecille di turno che mi lancia contro apprezzamenti (spesso anche di pessimo gusto) assolutamente non richiesti, quasi si sentisse in dovere di farlo.

La cosa che più mi manda in bestia, è che non lo fa guardandoti negli occhi, dopo averti stretto la mano e aver provato a fare la tua conoscenza. No. Lui vigliaccamente butta lì una frase  a bassa voce mentre ti passa di fianco, guardando dritto davanti a se’ o, peggio ancora, voltandosi per rimirarti a pieno, con la stessa bramosia di una persona che prenda una boccata d’aria quando poco prima le era mancato il respiro. Nel caso tu gli rispondessi, potrebbe dirti che non è con te che parlava, mentre sapreste bene entrambe quale sia la verità.

In quel momento non soltanto mi sento trattata alla stregua di un oggetto inanimato e senza sentimenti, ma in più mi sale una rabbia feroce che ogni volta mi porterebbe ad inveire contro questi garbatissimi cavalieri per fargli sapere che i loro apprezzamenti del cavolo se li possono infilare su per il posto in cui non batte il sole, perché io non li voglio.

Ma non è pensabile che io, ogni volta, tenti di spiegare a costoro che quello che fanno non è gentile ne’ educato; non voglio necessariamente farne la missione della mia vita.

Qualcuno in passato, in risposta all’esternazione di quello che io avverto come un problema reale, si è permesso di rispondermi: “che esagerata! Per un complimento poi! E che sarà mai?”

Caro mio, abbiamo per caso lo stesso nome, la stessa faccia e lo stesso vissuto? No. Questo significa che abbiamo anche una diversa sensibilità, e che ciò che per te non è degno di nota, per me può rappresentare una grossa seccatura.

Non voglio dovermi rassegnare ad una situazione che è per me fonte di ansia e che non mi permette di sentirmi libera davvero. Non voglio permettere a certe persone, specialmente se del tutto sconosciute, di urtare la mia sensibilità e lasciare che poi la passino liscia.

Mi è stato detto che “devo lasciarli perdere, farmi scivolare tutto addosso, che è un problema mio e che devo imparare a conviverci”, ma io non ci riesco, perché certe parole, specialmente per il modo in cui vengono dette, mi bruciano addosso come sale su una ferita ancora aperta. Il fatto che certa gente senta di avere tutto il diritto di vomitarmi addosso parole più o meno sconce, mi spaventa, e la paura mi fa sentire in trappola. E il risultato è che non mi piace più andare in giro da sola, perdo la voglia di indossare vestiti che esaltino le mie forme, cammino guardando l’asfalto perdendo così tutto il bello che potrei scorgere intorno a me (ammesso che ce ne sia).

Non so come uscirne, ma voglio farlo. Non è giusto che degli estranei portati al guinzaglio dai loro istinti primordiali decidano dove debba cominciare e finire la mia libertà di essere ciò che sono.

Non so se a qualcuno di voi sia mai capitato di provare sentimenti simili nei confronti di una situazione o di un atteggiamento. Come lo avete affrontato?

 

Non voglio sembrare bella, mi ci voglio sentire.

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“Anna stringe la cintura e più la stringe più le fa male
Sua madre dice “se bella vuoi apparire amore un po’ devi soffrire”
Ma lei in cuor suo sa benissimo quello che deve fare
Io bella non voglio sembrare
Io mi ci voglio sentire”

E’ una citazione tratta dal testo della canzone “La stagione”, dei The Zen Circus. Per chi non li conoscesse, sono un gruppo di Livorno della sfera indipendente che da molti anni tratta tematiche sociali ma anche più personali, con testi molto intensi e sinceri. Vi lascio qui il link alla canzone nel caso siate curiosi di ascoltarla: https://www.youtube.com/watch?v=JeNGfOmQCT8

La prima volta che ho sentito queste parole, ho subito pensato che centrassero in pieno un disagio che è comune a tantissime ragazze e donne di ogni età, me inclusa: fare di tutto per apparire belle ed impeccabili ma senza riuscirci mai, perché gli occhi che non riusciamo ad accontentare sono i nostri. Ci sentiamo incitate dalla società e dagli esempi che questa ci propone di seguire, ci danniamo per somigliare il più possibile a modelle e fashion blogger che hanno fatto dell’apparenza il loro mestiere, ma poi ci guardiamo allo specchio e pensiamo di non aver fatto abbastanza, di non valere niente; e quindi ricominciamo con un nuovo tentativo, una nuova crema, un nuovo taglio di capelli. Ma per quanto proveremo a fare, non ci vedremo mai belle abbastanza, perché noi, belle, non riusciamo proprio a sentirci.

I motivi sono sempre gli stessi: i media che ci bombardano con immagini perfette, photoshoppate – che poi noi lo sappiamo benissimo che di reale in quelle foto non c’è un bel niente, ma il nostro inconscio ha credenze tutte sue che ci spingono a snobbare la ragione – facendoci credere che il nostro valore intrinseco dipenda dal nostro aspetto esteriore (non potrebbero fare altrimenti: i libri di psicologia non vendono quanto le creme antirughe). Aggiungiamoci il senso di inadeguatezza che a volte ereditiamo da una storia familiare travagliata o dalle brutte esperienze della vita, ed ecco servite delle donne insicure e prive di autostima pronte a tutto pur di “apparire” perfette.

Ma se invece di correre dall’estetista, dal parrucchiere e dalla dietista ci fermassimo a riflettere anche solo un momento, ci renderemmo conto che tutto questo affannarsi dietro alla ricerca della perfezione non serve assolutamente a niente, se non a svuotare i nostri portafogli e far calare ulteriormente la nostra autostima.

Ho provato a rispondere a queste due semplici domande, e sono rimasta spiazzata dalla risposta banale che ne scaturisce:

  1. Quanto conta l’aspetto fisico delle persone che amo?
  2. Quante sono le persone che stimo soltanto perché hanno un bell’aspetto fisico?

Non si scelgono gli amici in base al loro aspetto, né amiamo meno nostra madre o il nostro compagno di vita perché non ha un fisico perfetto. Tutt’altro; spesso ci scopriamo segretamente ad impazzire per i loro difetti.

Certo, se ciò a cui si aspira nella vita è calamitare gli sguardi superficiali dei passanti facendosi gridare dietro sequele di apprezzamenti (a volte anche poco carini), allora la strada giusta è presto trovata: è sufficiente spendere tutte le proprie energie per ottenere addominali scolpiti e glutei sodi, e sperperare soldi in continui trattamenti anti cellulite, labbra finte e seni rifatti. So di donne infelici nonostante abbiano quasi raggiunto la perfezione che cercavano, ma non voglio spoilerare niente.

Probabilmente dovremmo semplicemente ficcarci in testa due o tre mantra da ripetere in continuazione per arrivare a convincerci che siamo già belle così come siamo, ma non credo che possa essere una soluzione definitiva. Inoltre, sentirsi dire “sei bella come sei” da donne che troviamo bellissime, non solo non ci aiuta, ma addirittura ci fa sentire sbeffeggiate e derise.

Credo che il punto focale non sia la bellezza, ma la convinzione che questa bellezza sia la bilancia del nostro valore: più siamo attraenti, più valiamo, meno lo siamo, più ci sentiamo insignificanti.  E’ piuttosto il contrario! Il nostro aspetto dovrebbe passare in secondo piano rispetto al mondo che abbiamo dentro e che è immenso (e spesso inesplorato). Conosco persone che hanno fatto dei difetti fisici il proprio punto di forza, persone amate e stimate nonostante la loro apparenza non rasenti neanche minimamente la perfezione tanto acclamata e ricercata dalla società odierna. Che poi, tutto sommato, al loro aspetto chi c’aveva neanche fatto caso?

Il tuo anno perfetto inizia qui – Recensione

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Ho terminato oggi la lettura del libro in formato ebook “Il tuo anno perfetto inizia qui”, di Charlotte Lucas.

Per il mio compleanno ho ricevuto un bellissimo Kindle su cui sto accumulando più libri di quanti io ne riesca a leggere in un anno intero; ma non credo che sia tutto sommato qualcosa di negativo. “Il tuo anno perfetto inizia qui” rappresenta la lettura di inaugurazione del mio nuovo Kindle, e mi ritrovo dentro sentimenti un po’ contrastanti a riguardo.

L’idea alla base del libro, a mio avviso, è abbastanza carina (se parliamo di una lettura poco impegnativa, da fare a scappa tempo tra “Novecento” di Baricco e “Memorie di una Geisha” di Arthur Golden). Senza spoilerare i colpi di scena (tutti, del resto, molto prevedibili), ecco la sintesi della storia: è la mattina del primo dell’anno, e l’editore Jonathan N. Grief sta portando a termine il suo allentamento mattutino lungo le sponde di un lago nella fredda Germania; quando torna alla sua bicicletta per riprendere la corsa, trova una borsa appesa al manubrio e, al suo interno, solo un’agenda. Intorno non c’è anima viva. L’agenda è già piena di appunti e appuntamenti…dell’anno che deve ancora cominciare. Con l’intento di restituire l’agenda al legittimo proprietario, Jonathan si ritrova a seguire istruzioni e consigli di un perfetto sconosciuto: dire sì ai segni del destino cambierà la vita di Jonathan e non soltanto la sua.

So che da questo breve riassunto poco concreto si intuirà molto poco della storia, ma se vi svelassi ogni dettaglio, tutta la magia sparirebbe.

E adesso cercherò di spiegarvi (e spiegarmi) il perché dei miei sentimenti contrastanti che vi accennavo poco sopra: l’idea alla base del romanzo è molto carina ed accattivante, e la si segue volentieri per capire se le cose andranno come ce le immaginiamo (ovviamente sì). Peccato, però, che questa idea (secondo il mio parere modesto ed assolutamente non richiesto), sia stata buttata lì con un po’ di leggerezza, senza il giusto peso. Avete presente quando siete a lavoro, mancano due minuti alle 20.00, vi resta un’ultima cosa da fare, e cercate di sbrigarvi per togliervi quest’ultima incombenza senza porre la minima cura nei dettagli? Ecco, questa è la sensazione che ho avuto. Sensazione peraltro confermata dagli errori di battitura che ho incontrato qua e là durante la lettura del romanzo.  Un po’ di attenzione in più, sia nella forma che nel contenuto, avrebbe certamente potuto soddisfare le mie aspettative.

Un escamotage a mio avviso molto furbo utilizzato dalla scrittrice, è stato senza dubbio l’utilizzo di frasi fatte e citazioni famose, di quelle che finiscono sul mio “Caro Diario” sotto la categoria “Senso della vita”:

“Non si possono aggiungere più giorni alla vita, ma si può aggiungere più vita ai giorni – Massima cinese”.

Oppure

“Esistono solo due giorni all’anno in cui non si può fare niente. Uno è ieri, l’altro è domani”

E’ presente inoltre un rimando continuo alla famosa “Legge di attrazione”  (per chi non sapesse di cosa sto parlando, lascio qui un link per curiosare in proposito:La legge di attrazione), che negli ultimi anni sta più che mai prendendo piede in tutto il mondo. Il riferimento più esplicito è probabilmente questo:

“Ogni volta che dirigiamo i nostri pensieri su ciò che desideriamo, la probabilità di ottenerlo è molto più forte di quando continuiamo a prendercela con le cose che non vogliamo. Perché noi dirigiamo la nostra attenzione proprio su quelle cose che vorremmo evitare”.

Potrei continuare per una buona mezz’ora a riportare citazioni famose e non, tratte da questo romanzo, ma non ne sento la necessità, e sono certa che non la sentiate neanche voi.

L’idea che mi sono fatta di questo racconto, è che si tratti di un racconto molto “furbo”, creato ad hoc per vendere molte copie più che per rimanere nella storia. Non mi sento di dare un giudizio in merito; ognuno è libero di scrivere come e per quello che gli pare, che siano i soldi, la gloria, o la mera soddisfazione personale.

In definitiva, mi sento di consigliare questa lettura solo nel caso in cui abbiate voglia di qualcosa di leggero e affatto impegnativo, in un momento della vostra vita in cui possiate essere tolleranti nei riguardi di scenette poco realistiche ed errori di battitura.

Buona lettura.

Invasioni

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E’ ormai risaputo che la nostra libertà finisca dove inizia quella altrui. E’ un po’ come se ognuno di noi fosse al centro di un cerchio, esattamente come i giocatori di calcio della Playstation: se qualcuno entra nel tuo cerchio, commette fallo. Qualcuno che possa entrare all’interno del nostro cerchio esiste, ma soltanto nel momento in cui glielo permettiamo: solo in questo caso non è considerato fallo.

Ok, lo devo ammettere, il mio cerchio forse è un tantino più grande rispetto ad un qualsiasi altro cerchio, ma non posso e non voglio farci niente. Quando ero più piccola, l’area del mio cerchio era talmente sconfinata che le persone intorno dovevano urlare per riuscire a comunicare con me; era un’arena talmente vasta che dovevo sforzare terribilmente gli occhi per vedere cosa ci fosse al di là, tanto che adesso mi ritrovo ad essere miope da entrambi gli occhi.

Crescendo mi sono accorta che così proprio non andava, e allora mi sono impegnata e ci ho lavorato, tanto da rendere il mio cerchio poco più grande di un hula hoop.

Peccato che poi abbia dovuto fare i conti con chi ha approfittato di questa vicinanza, con chi non ha avuto rispetto del mio spazio, pensando di poterci fare tutto quello che voleva.

E quindi eccomi qui, costretta a riprendermi il posto di cui ho sempre avuto bisogno, sparando a vista ai possibili invasori se necessario.

So bene quali siano gli atteggiamenti che non posso sopportare, quegli atteggiamenti che  rischiano di invadere il mio territorio. Ma per quanto io possa essere preparata su quello che mi riguarda, mi sento inesperta per quanto concerne lo spazio altrui. Quando mi trovo in un momento di difficoltà, uno di quei momenti in cui avrei soltanto voglia di starmene sdraiata per giorni a crogiolarmi nell’apatia più totale, sono solita ringhiare, lanciare occhiate fulminee e nascondere il mio sguardo alle irruzioni altrui. Ma non vedo mai gli altri comportasi in questo modo…immagino che abbiano modi più eleganti ed efficaci per tenere alla larga le persone…ma quali sono?

Mettiamo che ci sia una persona che vi è molto cara, e che questa persona stia attraversando uno di quei “simpatici” momenti che la vita ti regala senza che tu glielo abbia chiesto, uno di quei periodi infiniti e senza mezze misure, da cui puoi uscire in frantumi oppure più forte di prima. Mettiamo che voi vi foste accorti di questo temporale e vogliate star vicino a questa persona: come lo fareste?

Le chiedereste se ha voglia di parlare? – Io credo che se ne avesse voglia lo farebbe, e non avreste bisogno di domandarlo.

Cerchereste di darle dei consigli? – Io credo che le esperienze di vita di ciascuno siano talmente soggettive e particolari da non poter essere equiparate in nessunissimo caso.

Direste semplicemente “se hai bisogno ci sono” e poi aspettereste nell’ombra? – Chissà che quella persona non pensi che avete onestamente svolto il vostro compitino e che in realtà non ve ne importi un bel niente.

Avverto la presenza di margini aleatori e sottilissimi tra il rispetto degli spazi altrui e la barbara invasione di quegli stessi spazi. Servirebbero le istruzioni, ma so che non esistono. Dovrei trovarla da me la soluzione, il punto di incontro, ma ho troppa paura di far male e farmi male.

La mia cellulite

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Ci sono momenti in cui mi ritrovo improvvisamente ad annaspare tra i flutti agitati dei miei pensieri, come una bottiglia che venga trascinata dalle correnti del mare senza possibilità di replica.  Non ricordo mai il tragitto che mi ha condotto fin lì, ed ogni volta fatico enormemente a trovare un’appiglio che mi salvi dal mare in tempesta e mi permetta di tornare a riva. Ma poi alla fine quella via di fuga la trovo sempre, e una volta in salvo rimprovero me stessa per aver perso il controllo: basta un momento di disattenzione, e la trappola è lì che mi attende a braccia aperte, instancabile.

E non mi rimprovero certo per i sogni ad occhi aperti…quelli non li faccio ormai da molto tempo….ma piuttosto per il biasimo ed i sensi di colpa a cui permetto di sopraffarmi, a cui permetto di farmi sentire inutile e sbagliata.

E pensare che tutto succede soltanto per mancanza di attenzione. Sì, è vero, ho molti difetti. Sì, a volte vorrei essere diversa rispetto a quello che sono (ma mai un’altra persona). Sì, spesso desidero di più o soltanto di meglio. Ma tutto questo accade soltanto quando lascio i pensieri liberi di fluire senza una direzione ben precisa. E in mezzo a quelle onde, senza nessuno al comando del timone, io mi perdo senza neanche rendermene conto.

E’ stancante dover sempre stare  sul pezzo, correre in avanti senza mollare mai, essere costantemente forti per non lasciarsi sopraffare dalla pigrizia, dalla malinconia, dalla rabbia o dai ricordi. Probabilmente quello che manca a me è un po’ di tenacia, un po’ di forza di volontà per andare avanti anche quando avrei soltanto voglia di fermarmi davanti ad un acquario silente e guardare l’inutile andirivieni dei pesci con i loro occhi sempre dischiusi verso il niente.

Solo ultimamente mi sono resa conto di quanto gli stimoli esterni che ho ricevuto negli ultimi 30 anni siano stati insulsi e privi di qualsivoglia contenuto. Dannosi perfino.

Per anni mi hanno esortato ad essere più pratica ed incisiva, più disincantata. Mi hanno indotto esigenze che probabilmente non mi sono mai realmente appartenute, come quella di entrare in una taglia 42 (non riuscendoci) o di essere sempre impeccabile e attenta al giudizio altrui.  Mi hanno istigato all’odio nei confronti di altre donne e di me stessa. Mi hanno convinto che non potevo accettarmi per quella che ero, che avevo bisogno di fare la dieta, di comprare il mascara che allungasse le ciglia all’infinito, di spendere centinaia d’euro in creme che cancellassero le mie smagliature e la mia cellulite. Ero persuasa dall’idea di poter diventare un’altra (più spigliata, più amichevole, più simpatica, più sicura di me, più apprezzata), e dall’idea che solo gli altri sapessero cosa fosse giusto per me e cosa invece non lo era.

E io come una cretina ho sempre seguito ogni indicazione, ogni segnale, ogni sentiero, neanche fossi Alice nel Paese delle Meraviglie. Mi ripetevo: “se lo dicono i grandi, allora sarà vero. Se lo dice la televisione, chi sono io per dissentire? Se tutti lo fanno, perché io non dovrei?”

Poi ho capito. Rendere le persone più simili tra loro, rende anche la vita e le relazioni apparentemente più omologate, semplici e prevedibili; e questo a noi umani, spesso codardi ed insicuri, fa molta gola. Siamo tutti terrorizzati dall’idea di essere considerati diversi e sbagliati, fino al punto di rischiare la solitudine.

Eppure, fare ciò che gli altri mi dicevano di fare mi ha condotto soltanto fino ai lidi più solitari che potessi mai pensare di raggiungere. Adattarmi a ciò che pareva essere perfetto per me, mi ha portato soltanto a rapporti superficiali, a conversazioni banali, a perdere interesse di fronte a  donne che parlavano della ritenzione idrica come del male assoluto in terra.

A questo punto della mia vita, ho deciso che cercherò la mia strada senza aspettarmi che sia qualcun altro a dirmi cosa fare. Ho messo in conto che la strada giusta per me possa non esistere. In quel caso, ho qui pronto un rastrello con cui segnare un nuovo sentiero sul quale condurre me e la mia cellulite.

 

Memorie di una Geisha – Recensione

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Memorie di una Geisha – Arthur Golden

 

Erano anni che aspettavo il momento giusto per leggere questo libro, e finalmente, non so per quale ragione, finalmente è arrivato. Come e perché le storie di certi libri arrivino a noi proprio nei momenti più opportuni, resterà sempre un mistero.

L’attesa di questo romanzo è stata largamente ripagata, ma c’è un però. Purtroppo, proprio mentre leggevo la prima metà del libro, sono incappata nella pubblicità del film tratto proprio da questo romanzo, e la tentazione è stata così forte che non ho potuto far altro che cedere, mettere sul Canale 8 e guardarlo in preda ad una feroce curiosità. Questo ha significato conoscere l’intera vicenda (finale incluso) in poco più di un’ora, e tutto questo moltissime ore prima che potessi terminare la lettura. E’ stato un errore di gioventù che non credo ripeterò; anche perché, proprio a causa di questa debolezza, mi sono privata della curiosità che solitamente mi accompagna pagina dopo pagina, e mi sono sobbarcata una fatica immane oltre alla smania di arrivare presto alla fine per cominciare un nuovo libro di cui non conoscessi già il finale. Mi è dispiaciuto davvero, ma debolezze a parte, ho davvero amato moltissimo questo libro. Adoro il modo in cui è stato scritto, l’abbondanza di dettagli, le metafore assurdamente nitide e azzeccate usate dall’autore. Pur trovandomi di fronte ad un mondo a me totalmente sconosciuto, grazie a poche chiare immagini ho trovato la chiave per accedervi e sentirmi a mio agio, come se invece, quel mondo, lo conoscessi da sempre. E’ una sensazione strana, che non so spiegare con precisione, ma non credo ce ne sia bisogno: sono certa che se avete letto (o leggerete) questo libro, sapete (o saprete) esattamente di cosa sto parlando.

Ad ogni modo, tralasciando il racconto dei voli pindarici tra i miei pensieri, vi vado a narrare brevemente la storia (senza ovviamente svelare niente che possa togliervi la curiosità 😉

Memorie di una Geisha è il racconto fatto in prima persona della piccola Chiyo, una bambina dagli occhi color ghiaccio che vive a Yoroido, una cittadina di pescatori. A causa della povertà e della malattia della madre, Chiyo e sua sorella vengono vendute e condotte a Gyon, uno dei maggiori quartieri del piacere a pagamento del Giappone.

Dopo un primo periodo passato a lavorare come domestica in una casa per appuntamenti, Chiyo si ritrova inaspettatamente lungo il sentiero arduo e tortuoso che potrebbe condurla a diventare una geisha. Grazie all’aiuto di Mameha e ad una rigida disciplina, anche se non senza impedimenti, Chiyo si trasformerà in Sayuri, una delle donne più desiderate di Kyoto.

Hatsumomo, quella che fino ad allora era stata considerata la perla del quartiere di Gyon, farà di tutto per screditarla ed ostacolarla.

Ci saranno momenti in cui Sayuri penserà di non riuscire a diventare una geisha, altri in cui capirà di non poter scegliere per se stessa, altri ancora in cui sarà soltanto grazie al pensiero del “Presidente” che potrà dare una direzione esatta alla propria vita. Sullo sfondo, intanto, si avvicina pericolosa e inarrestabile la guerra che non risparmierà neppure l’okiya.

Per dare vita alla protagonista, Golden si è ispirato alla geisha Mineko Iwasaki, con la quale ebbe tuttavia un’accesa controversia: essa accusava Golden di perpetuare il mito comune delle geishe come prostitute d’élite, mentre affermava che nella realtà le geishe non sono altro che artiste altamente preparate, dedite al ballo e al canto.

Golden ha senza dubbio dato seguito all’immaginario collettivo sul mondo delle geishe, ma ciò non toglie nulla all’eleganza irresistibile di questo romanzo. Entrare in contatto con questo universo parallelo, è come star seduti sulla bocca di un vulcano addormentato ma, al contempo, sentire sotto la terra, sotto ai piedi, qualcosa che ribolle, che vive e pulsa, come il cuore di una geisha sotto i tanti strati di fruscianti kimono. Pur collocandosi in una precisa epoca storica, ho trovato Memorie di una Geisha  un racconto senza tempo, una memoria accurata di una realtà che vive di rituali e tradizioni millenarie e che riesce ad impressionare ed emozionare.

Visto che davvero non so, con le mie parole, essere persuasiva, tutto ciò che posso fare per darvi un assaggio di questo romanzo è regalarvi alcune delle mie citazioni e “immagini” preferite. Buona lettura!

“Il rimpianto è un tipo di dolore molto particolare; di fronte a esso siamo impotenti. E’ come una finestra che si apra di sua iniziativa: la stanza diventa gelida e noi non possiamo fare altro che rabbrividire. Ma ogni volta si apre sempre un po’ meno, finché non arriva il giorno in cui ci chiediamo che fine abbia fatto”


“Le avversità somigliano a un forte vento, che non soltanto ci tiene lontani dai luoghi in cui altrimenti saremmo potuti andare, ma ci strappa anche di dosso tutto il superfluo cosicché in seguito ci vediamo come realmente siamo, e non come ci piacerebbe essere”


“Le avversità possono essere superate solo immaginando come sarebbe il mondo se i nostri sogni finalmente di avverassero”


“Ma non pensavo a nulla di tutto ciò; anzi, non ragionavo affatto, tentavo soltanto di riordinare almeno in parte i miei pensieri, perché mi cadevano addosso come chicchi di riso che franassero da un sacco bucato”


” Non avrei mai raggiunto Zucca se lei non fosse stata così sfinita da non poter fare altro che vagare per strada alla velocità con cui il fango scivola giù da una collina e più o meno con la stessa determinazione”


” non credo che nessuno di noi possa parlare del dolore finché non ne è fuori”

Voglia di scrivere…ma cosa?

Da quando stamattina ho aperto gli occhi al fastidioso suono della sveglia, ho sentito un’irrefrenabile voglia di scrivere. Non vedevo l’ora di tornare a casa dal lavoro e mettermi davanti al computer avvolta dall’ovattato silenzio della sera.

Il bello è che cinque minuti fa, seduta davanti a questo computer, mi son ritrovata a pensare: “e adesso cosa diavolo scrivo?”.

Conoscete quella sensazione che vi invade quando sentite il vostro corpo fremere nell’attesa di qualcosa di straordinario, e alla fine non era affatto come ve lo aspettavate? Ecco, quello che sto provando adesso somiglia molto ad una delusione tagliente e sottile come un foglio di carta.

Non ho voglia di fermarmi a riflettere ne’ tanto meno inventare un argomento di discussione soltanto per accontentare questa smania senza senso. Magari dovrei scrivere e basta. Probabilmente quel qualcosa che mi sento spingere da dentro ha solo bisogno di prendere in prestito le mie mani per dire qualcosa.

Dai! Ora le mie mani le hai. Fammi vedere cos’hai di tanto importante da dirmi!

Sono passati dieci minuti. Quel “qualcosa” che sentivo spingere e scalciare si è assopito, e adesso avverto solo un senso di vuoto.

Gran bel modo di comunicare! Complimentoni! Volevi che scrivessi, e io mi sono prestata al tuo gioco! Volevi condividere qualcosa con qualcuno, e adesso mi lasci qui da sola, come una cretina, a dire parole senza senso a quella che forse era soltanto una semplice agitazione di stomaco!

Dolce anima mia, mi vuoi far credere che ti sei agitata tanto tutto il giorno soltanto per farmi capire che da qualche parte, dentro di me, c’è uno spazio troppo vuoto? Be’, se è questo quello che volevi dirmi, arrivi tardi. So che a volte ci metto un po’ a fare miei certi concetti, ma quello del vuoto contro cui vuoi combattere, mi è piuttosto chiaro da diversi mesi.

Probabilmente dovrei smettere di pensare a “come” riempirlo e provarci e basta. Al diavolo questa testa critica e spaventata che non mi porta da nessuna parte che non sia “l’indietro”. Scusate, so che non si dice, ma mi prenderò almeno questa licenza poetica dato che quello di cui ho bisogno veramente non riesco a prendermelo.

Al diavolo la smania, me ne vado a dormire.

Buona notte a tutti.

 

Tu, il mio equilibrio

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L’amore non muore di morte naturale. Muore per abbandono e negligenza. Muore per cecità e per indifferenza. E avendolo dato per scontato. Spesso le omissioni sono più letali degli errori consumati.

Alla fine, l’amore si estingue per inanità. Per non essere stato coltivato. In effetti, non cessiamo di amare più di quanto l’amore sboccia. Quando l’amore muore, uno o entrambi i partner lo hanno trascurato, non hanno saputo nutrirlo e rinnovarlo. Al pari di ogni altra entità che vive e cresce, per mantenerlo vitale l’amore esige sforzo.

A questa celebre citazione di Anaïs Nin, figlia del compositore cubano Joaquín Nin, potrebbe esserci tutto o niente da aggiungere. D’altronde il detto parla chiaro:”a buon intenditor, poche parole”. E del resto, capita spesso che ad aggiungere qualcosa, vengano meno l’essenza e la bellezza a cui poco prima eravamo riusciti a dar vita. Ma visto che il blog è mio e che posso scriverci quello che mi pare, sento di doverci mettere del mio, per quanto personalmente già mi sia chiaro il significato profondo di quelle parole.

Mi piace pensare all’amore come ad un figlio, ad una sorta di creatura che nasce e cresce tenendo per mano le due persone che le hanno dato la vita (che poi siano un lui e una lei, due lei o due lui, questo poco importa). Come un bambino che ancora non sa capire il mondo, così l’amore ha bisogno di scoprire a fondo la propria natura, ha bisogno di essere nutrito ogni giorno, di essere coltivato e coccolato. Avete mai conosciuto un bambino sereno, i cui genitori siano stati sempre e soltanto capaci di maltrattarlo e trascurarlo? Io no. E allo stesso modo, un amore che nasce per essere poi dato per scontato, non è un amore sano.

Quando ero più piccola, davanti a parole come queste immaginavo di dover ripetere come un mantra a me stessa e agli altri “sono innamorata, sono innamorata”; e qualsiasi discorso o accadimento mettesse in dubbio il mio sentimento, andava subito calpestato senza neanche essere preso in considerazione. Avevo una fottuta paura, una mattina qualunque, di svegliarmi e sentire di non essere più innamorata della persona che avevo a fianco. Ma “coltivare” l’amore non è questo. E’ piuttosto essere parte attiva di un gioco di squadra, il cui campo è sempre e soltanto quello del confronto, mai dello scontro. Perché quando due compagni di squadra cominciano a sfidarsi tra loro senza cercare di comprendersi, la partita è persa in partenza. Quando si è fuori dal campo di gioco, ognuno singolarmente ha il dovere di lavorare su se stesso come individuo, al fine di capirsi a fondo e poter donare all’altro, e all’amore che li unisce, una persona ogni giorno sempre più forte e stabile, capace comunque di mettersi sempre in discussione, ma mai di farsi scendiletto o zerbino che dir si voglia.

Per me, l’amore è tutta una questione di equilibrio: non troveremo mai un’altra persona in tutto e per tutto identica a noi, con lo stesso “peso specifico”, da mettere seduta ad una precisa distanza soltanto per non correre il rischio di cadere e farsi male. Certamente possiamo trovare una persona con un peso specifico diverso, ma che sia disposta, come lo siamo noi, a venirci incontro o fare un passo indietro nel momento opportuno, al fine di mantenere l’equilibrio perfetto che consenta ad entrambi di non cadere mai. E per ottenere questo equilibro, servono impegno e attenzione. In caso contrario, nel caso in cui mancassero l’impegno e la dedizione necessari, il salto nel vuoto potrebbe fare molto male.

Quanto l’apparenza inganna e quanto ci si può sentire soli

Brunori Sas – Kurt Cobain

Brunori Sas mi piace moltissimo, apprezzo molte delle sue canzoni per la musica e per le parole. Questa è una delle mie preferite (nel video malamente strimpellata da me al pianoforte). Vi lascio qui il testo, nel caso vi venisse la curiosità di sapere cosa dice:

Vivere come volare

Ci si può riuscire soltanto poggiando su cose leggere

Del resto non si può ignorare

La voce che dice che oltre le stelle c’è un posto migliore

E un giorno qualunque ti viene la voglia

Di andare a vedere

Di andare a scoprire se è vero

Che non sei soltanto una scatola vuota

O l’ultima ruota del carro più grande che c’è

Ma chiedilo a Kurt Cobain

Come ci si sente a stare sopra un piedistallo e a non cadere

Chiedilo a Marilyn

Quanto l’apparenza inganna

E quanto ci si può sentire soli

E non provare più niente

Non provare più niente

E non avere più niente

Da dire Vivere come nuotare

Ci si può riuscire soltanto restando sul pelo del mare

D’altronde non si può tacere

La voce che dice

Che in fondo a quel mare c’è un mondo migliore

E proprio quel giorno ti viene la voglia

Di andare a vedere

Di andare a scoprire se è vero

Che il senso profondo di tutte le cose

Lo puoi ritrovare soltanto guardandoti in fondo

Ma chiedilo a Kurt Cobain

Come ci si sente a stare

Sopra un piedistallo e a non cadere

Chiedilo a Marilyn

Quanto l’apparenza inganna

E quanto ci si può sentire soli E non provare più niente

Non provare più niente

E non avere più niente

Da dire

Vivere come sognare

Ci si può riuscire

Spegnendo la luce e tornando a dormire

Nausea

anima in penaVi capita mai di avere la nausea?

Non so se sia un fatto psicosomatico oppure no, fatto sta che a me la nausea viene davvero molto spesso.

Al posto dello stomaco mi sembra di avere un’anima disperata in cerca di un sollievo che non sa trovare; la fame sparisce (il che, normalmente, è cosa assai rara), ogni senso del mio corpo è concentrato su quel malessere che non si allevia mai, e avrei soltanto voglia di starmene accartocciata sul divano nell’attesa che quella se ne vada.

E come quando si ha la nausea non si ha voglia di mangiare, allo stesso modo, nelle ultime settimane non ho avuto voglia di condividere alcunchè con nessuno. Ho soltanto sentito la necessità di starmene un po’ per conto mio, senza parlare e senza ascoltare, senza mostrare e senza guardare.

Mi sono resa conto che non riesco a stare costantemente in sella, anche se la società odierna non chiede altro che costanza, pena la scomparsa nell’oblio. Il fatto è che ogni tanto ho proprio bisogno di scendere, di riposare le mie braccia stanche, di sgranchirmi le gambe, di fermarmi ad ammirare il paesaggio, riflettere sul tratto appena percorso e capire la direzione che voglio prendere per il futuro.

Probabilmente non è un comportamento da persona equilibrata e normale, ma non ho mai detto di esserlo.