Miniature…fine!

Ho finito il mio piccolo capolavoro! Un po’ imperfetto, questo sì, ma per essere la prima volta non è andata poi così male!

Miniature…work in progress

Per questo Natale 2020 ho voluto farmi un regalo: un kit per la realizzazione di una pasticceria in miniatura. In certi momenti mi dico “ma chi me l’ha fatto fare?”, perché ci sono pezzetti talmente minuscoli che si fa fatica a maneggiarli, ma il risultato mi sta piacendo tantissimo! Ecco qualche foto per i più curiosi 😉

Ho dimenticato di scrivere

Sembrerà impossibile ma questo è letteralmente ciò che è accaduto: ho semplicemente dimenticato di scrivere.

Verso la fine dello scorso anno ho cominciato ad addentrarmi in una palude scura e sinistra, circondata da alberi senza foglie i cui rami mi graffiavano la pelle del viso, delle gambe, della pancia e delle braccia ad ogni passo. E sono stata talmente intenta a cercare di difendermi da quei rami che mi sono completamente persa.

Mi sono sentita sola, abbandonata, sconfitta. Ma ciò che mi ha spaventato di più non è stata la certezza di essermi smarrita, ma la convinzione che non avesse più senso cercare una qualunque via d’uscita. Mi sono detta che se mi fossi lasciata morire, per nessuno avrebbe fatto differenza.

Le domande arrivavano come nuvoloni grigi carichi di pioggia ad adombrare ogni altro pensiero.

Perchè dovrei continuare ad alzarmi ogni mattina alla stessa ora?

Perchè dovrei continuare a lavorare 9 o 10 ore al giorno senza mai un momento per me e le persone che amo?

Cosa mi resta se non il fegato logorato dallo stress di un lavoro che non mi da’ niente se non mal di pancia e cattivo umore?

Che senso ha questa vita triste e mediocre?

Che senso ha questo desiderio di materinità che non può essere esaudito?

E se non ho più voglia di ridere, di truccarmi, di cantare o di fare l’amore, cosa resta di bello in questa vita che valga la pena di essere vissuto?

Per chi o per che cosa dovrei continuare a soffrire ad ogni passo?

Mentre vedevo la vita sbocciare nel ventre di altre donne, mi sono convinta che nel mio potesse esserci spazio soltanto per il vuoto. Un vuoto fatto di dolore impossibile da riempire.

Mi sarei lasciata morire pur di non vivere un’altra giornata inutile e senza speranza.

Solo all’ultimo secondo, un instante prima della resa finale, ho gridato cercando aiuto, e l’aiuto fortunatamente è arrivato. Ho cominciato un percorso di terapia che fra alti e bassi mi ha dato una mano a tirarmi fuori dalla melma più densa e a scansare i rami più sporgenti.

Ancora oggi non so quali siano i dilemmi mentali e inconsci che mi hanno spinto ad addentrarmi in una palude senza vita, ma qualcosa mi dice che ha avuto a che fare col senso dell’orientamento che avevo perduto correndo dietro al tempo, al lavoro, alle scadenze, alla spesa, alle lavatrici, alle incombenze quotidiane, al concentrarmi sull’essere ciò che gli altri si aspettavano che fossi. Sicuramente ha a che fare con l’idea sbagliata e malsana che ho di me, che non mi consente di prendere una critica come un mattoncino utile a costruire, ma piuttosto come un’ulteriore scossa alle pareti già traballanti che tengono su la mia anima a malfatica.

Il fatto è che quando per anni ti hanno ripetuto che non valevi niente, per quanto provi a scostarti dalle ingiuste considerazioni che altri si sono arrogati il diritto di pronunciare a voce alta su di te, ogni passo falso ti arriva comunque come una stilettata al cuore che grida “te l’avevo detto che non ce l’avresti fatta?”.

Infatti il prossimo step della terapia consisterà nel lavorare su meccanismi vecchi di 30 anni, assecondare pian piano le risposte inconsce portandole alla luce, sradicanto la cattiva abitudine di buttarsi palate di merda addosso prima ancora che possano farlo gli altri.

Entro qualche mese spero di riuscire ad abbandonare i condizionamenti marci e malati che mi sono stati lasciati in eredità, e più di ogni altra cosa vorrei lasciare per strada la zavorra del senso di colpa e dell’ansia che incombono sulla mia testa come mannaie pronte a cadere.

Durante i mesi passati è come se fossi entrata in trance e avessi dimenticato che esistono cose, come il canto o la scrittura, che riescono a farmi stare a galla anche nei momenti più bui. Ecco perchè non ho più scritto, perchè non ho più cantato, perchè mi sono chiusa nel bordello informe generato dei miei pensieri. Prometto che non lo dimenticherò più.

Come ci si dedica del tempo?

Quante volte vi è capitato di sentire qualcuno dire: “come vorrei tornare bambino per passare le giornate a giocare e non avere pensieri”? Sicuramente almeno una, e probabilmente voi stessi lo avete fatto. Non che ci sia niente di male.

Ma per quanto mi riguarda, della mia infanzia non rivivrei niente; in primis perché non ricordo nulla di straordinario, se non i pomeriggi passati a scrivere poesie pensando che le parole “sole, notte e luna” avrebbero fatto di me una scrittrice famosa; e poi perché sopra ogni cosa avverto vivo e cocente il terrore che mi causa il solo pensare di dover rivivere quegli anni. Questo viaggio indietro nel tempo mi costringerebbe a rivivere anche la mia adolescenza, con tutti i suoi bassi…e bassi, con tutta la disperazione di allora e quella sensazione di non avere vie d’uscita. Mai periodo fu peggiore.

Quando avevo 14/15 anni (ma a ben ricordare il supplizio era cominciato già qualche anno addietro), a casa mia non era concesso “perdere tempo” dedicandosi a se stessi. Prima di ogni altra cosa venivano i doveri: pulire, stirare, far fare i compiti ai fratelli più piccoli, studiare, lavorare. Il retaggio maschilista secondo cui la donna deve soltanto badare ai figli e prendersi cura della casa, andava decisamente per la maggiore nella mia famiglia. Sicuramente la mentalità ottusa dei miei genitori di origini partenopee non aiutava, e desiderare “altro” era considerato un atteggiamento assolutamente deviato. Per giunta, secondo mia madre io “non ero buona a nulla”, ero una “mezzoservizio” capace a stento di fare un buon caffè con la Moka (non so quanto fosse vero, o quanto invece fosse una considerazione di convenienza, utile per le volte in cui non aveva voglia di farlo lei), e ciò comportava (secondo il suo modo di vedere che era l’unico ammissibile) che avrei dovuto impiegare molto più tempo nelle faccende domestiche per imparare a farle come si deve, senza assecondare i grilli per la testa che mi facevano desiderare di cantare o leggere un libro.

Più in generale appare evidente che l’ozio non fosse ben visto, tanto che per dedicarci a ciò che amavamo dovevamo nasconderci, stando attenti a non essere beccati in flagrante; le conseguenze sarebbero state la derisione e le botte, perché sicuramente mia madre avrebbe trovato qualcosa da ridire per farci sentire in colpa, del tipo: “non avete stirato per dedicarvi a quelle cazzate, e domani i bimbi non avranno un grembiule pulito  per la scuola”.

Non è stato un caso che in quel periodo non riuscissi a legarmi ad altre persone: avevo sempre troppo da fare e rimandavo a domani ciò che avrei voluto fare per me. Non mi era concesso avere un’idea personale, e quelle poche che nascevano spontanee venivano prontamente derise ed estirpate con la stessa crudeltà e tenacia che si usa sulle erbacce infestanti.

E’ stato naturale per me crescere con l’idea che l’ozio fosse qualcosa di inutile e nocivo, di cui vergognarsi, capace solo di distogliere la mente dai doveri quotidiani e dagli obblighi che avevo nei confronti della mia famiglia.

Sono cresciuta così, dando credito a ciò che avevo appreso, senza mai rielaborare quel passato non propriamente sereno e coerente. E non utilizzo a caso la parola “coerenza”: dovete sapere infatti che mentre io stavo a casa a sfaccendare e crescere i fratelli piccoli, mia madre prendeva di nascosto i miei vestiti dall’armadio e andava a ballare una sera sì e l’altra pure. Le giornate le passava chiusa nello studiolo che aveva adibito a centro estetico, rimarcando continuamente che lei lì ci lavorava, e che per questo non doveva essere disturbata per nessun motivo. Soltanto qualche anno dopo mi giunsero all’orecchio pettegolezzi che non stentai a prendere per veri, e che avevano come protagonisti delle sue attività lavorative uomini di mezza età che gradivano particolarmente i suoi massaggi.

Voi direte: ok, ma adesso sei grande, sai che quello che hai vissuto non rispecchia il modo “sano” di intendere il tempo per se stessi, quindi ti basterà non pensarci più e il gioco sarà fatto.

Purtroppo devo deludere le vostre aspettative e ammettere che a tutt’oggi non sono in grado di dedicarmi a ciò che amo, tanto più che ho difficoltà ad ammettere che qualcosa mi piace e qualcos’altro no. Aver individuato le radici profonde di questo mio blocco emotivo non é stato sufficiente.

Ne ho parlato con una persona che di blocchi emotivi se ne intende, e quello che mi ha suggerito di fare è semplicemente PROVARE. Dovrei sforzarmi di sperimentare l’ozio (inteso come tempo e attenzioni da dedicarmi) proprio per convincere la bambina che è dentro di me che non le succederà niente di male se passerà un’ora a cantare o se ammetterà di aver voglia di sdraiarsi a leggere un libro anziché dedicarsi alle faccende domestiche.

Percepisco la sua vergogna, il suo senso di colpa che cresce prima ancora di aver anche soltanto pensato di dedicarsi del tempo; sotto voce mi dice “ok, posso provarci, però non voglio che nessuno mi veda o mi senta”. E capisco che la strada sarà in salita.