Racconti privati

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Qualche giorno fa ho raccontato ad una persona amica una tra quelle che rientrano nella Top 5 delle più brutte esperienze della mia vita.

E’ uscita fuori per caso, parlando di argomenti affini che me l’hanno riportata alla mente.

Niente di strano in questo: ci faccio i conti almeno una volta al mese da 17 anni a questa parte.

Ma un conto è che debba farci i conti la me stessa razionale, quella che affolla la testa di parole senza sosta, quella che alla Marzullo maniera si pone le domande e si da anche le risposte, quella che crede di riuscire a tenere tutto sempre sotto controllo. Un altro conto è che debba affrontarlo la me stessa meno vigile, meno attenta, quella istintiva e che trasforma istantaneamente le emozioni in fitte violente alla bocca dello stomaco, senza che il filtro della mente possa attutirle in alcun modo.

Ho iniziato a raccontare, profondamente certa che quel ricordo non potesse più scalfirmi in alcun modo tanto era stato trito e ritrito dai miei pensieri.

Ma descrivere dettagliatamente quell’esperienza ad alta voce ha avuto effetti che non mi sarei aspettata. E’ stato come riviverla, come essere di nuovo in quel tempo e in quel luogo, con lo stesso terrore vivido intriso di incredulità.

Ho provato ad alzare gli occhi al cielo – a volte basta per ricacciare indietro una lacrima che si affaccia lenta – ma non avevo fatto i conti con l’entità del dolore che mi avrebbe pervaso. Non sono riuscita ad arginare il pianto o i singhiozzi, e contemporaneamente sentivo la parte razionale di me gridare in imbarazzo:”Ma che fai? Perchè diavolo stai piangendo per una cosa successa quasi vent’anni fa? Ne abbiamo parlato mille volte! Che figure ci fai fare! Ormai è passata, siamo vive e siamo riuscite ad andare avanti. Adesso basta frignare!”.

Stamattina ho cercato di ricordare quante volte in passato avessi effettivamente raccontanto a voce alta quell’episodio a qualcuno.

“Di sicuro alle mie migliori amiche il giorno stesso che successe!” – ho pensato. No, non è così, a loro ho solo scritto un brevissimo messaggio mentre prendevo il treno per scappare lontano.

“Di certo a mia sorella!” – ho pensato. In realtà no. Sapevo che, se pure dal piano superiore, aveva in sentito e immaginato quello che stava accadendo, e dunque poi erano sempre bastate poche parole per far riferimento a quell’evento.

“Per scritto!” – ho pensato. Sì, in effetti ricordo di avrne scritto un paio di volte, ma probabilmente scrivere non basta.

Forse per liberarsi del peso di certe esperienze sarebbe davvero cosa buona e giusta raccontarle ad alta voce a qualcuno che ci ascolti, anche soltanto per vedere l’effetto che ci fanno dopo poco o tanto tempo. Ma vi immaginate ammorbare le persone care con il racconto di tutte le nostre brutte esperienze?

Capisco da sola che si tratta di un’idea malsana, e che porbabilmente toglierebbe gran parte del lavoro a molti psicanalisti, quindi lascerò che muoia tra queste righe al pari di un ricordo che ha smesso di farci soffrire.

 

 

 

In America il Covid-19 fa ancora più paura

Ieri mattina per caso mi sono imbattuta in queste stories di Clio Zammatteo (più famosa come Clio Make-up), che é stata costretta a lasciare casa sua con una bambina piccola e una nella pancia in procinto di nascere, perché la gente intorno a lei, più che correre a comprare i beni di prima necessità, corre a comprare le armi per potersi difendere. “Morte tua vita mia”. Ho pianto per loro, e ho pensato che tutto sommato in Italia possiamo ritenerci davvero fortunati.

La trappola di avere sempre un programma

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Alla maggior parte di noi, capita di pianificare la propria vita prevedendo che negli anni a venire ciò che stiamo decidendo “adesso” andrà sempre bene: a 25 anni voglio sposarmi, fare un figlio a 30, andare in pensione a 60. Tendiamo a controllare “la nostra agenda” per capire a che punto siamo o a quale dovremmo essere, e ci sentiamo dei falliti se non riusciamo a rispettare questa tabella di marcia.

Sicuramente l’atteggiamento più sano sarebbe quello di prendere nuove decisioni al momento debito, avendo abbastanza fiducia in noi stessi da permetterci di cambiare programma. Del resto la sicurezza in se stessi è l’unica sicurezza durevole, anche perché nessuno potrà mai garantirci alcunché per il futuro. Ma quanti di noi possono vantare una cieca sicurezza in sé stessi?

Purtroppo nella nostra società il timore di sbagliare viene inculcato sin dall’infanzia, eppure Dyer nel suo libro “Le vostre zone erronee” spiega che il fallimento di per sé non esiste, e che si tratta solo di un’opinione altrui su come una certa cosa avrebbe dovuto essere portata a termine. Se si fallisce, lo si può fare soltanto secondo il proprio criterio di valutazione, non secondo quello degli altri. E come se non bastasse, oltre a pensare di aver fallito nella tal cosa, siamo soliti assimilare quel fallimento alla stima di se’: ma fallire in qualcosa non significa aver fallito come persona. D’altronde veniamo continuamente spinti a fare le cose al meglio delle nostre possibilità, ma chi ha detto che non si possono fare le cose con naturalezza e mediocrità? Anche perché per paura di non riuscire a fare una cosa al meglio, il più delle volte finisce che non la facciamo affatto, e abbandoniamo prima ancora di aver provato.

Winston Churchill disse sulla mania della perfezione:”Perché dovresti fare tutto bene? Chi deve metterti il voto?”

Perfezione vuol dire immobilità: se hai esigenze di perfezione, non tentarai mai nulla, perché il concetto di perfezione non è applicabile agli essere umani. Nelle attività che non ci piacciono, il solo fare è più importante del riuscire. Purtroppo i bimbi imparano subito il messaggio che li induce a misurare il proprio valore sulla base dei propri insuccessi, dunque tendono ad evitare le attività in cui non eccellono. Sono portati ad arrendersi dopo il primo fallimento, perché non hanno stima in se’. Ma la verità è che non si impara nulla dal successo, mentre invece si impara molto dai fallimenti.

Di seguito Dyer ci propone degli esempi di comportamento dettati dalla paura per l’ignoto e del fallimento:

  • mangiare sempre le stesse cose, evitando sapori diversi ed esotici: anche se ognuno ha i propri gusti, rifiutare di assaggiare cibi che non si conoscono è pura rigidità;
  • indossare lo stesso tipo di abiti, non provare mai un nuovo taglio, non cambiare stile;
  • leggere sempre gli stessi giornali e riviste e non ammettere il punto di vista contrario;
  • avere paura di andare altrove perché la gente, la lingua, i costumi sono differenti;
  • temere di non saper fare bene una cosa e per questo evitarla;
  • evitare chiunque venga definito “deviante” anziché cercare di conoscerlo meglio;
  • tenersi un impiego che non ci piace per paura di non trovare altro o per le incognite di un nuovo lavoro;
  • restare imprigionati in un matrimonio infelice per paura di ciò che gli altri potrebbero pensare e per paura di non trovare un’altra persona che sia adatta a noi;
  • passare le ferie sempre nel solito posto, nella stessa stagione;
  • fare le cose in funzione del risultato e non del godimento, e quindi fare solo quelle che si fanno bene ed evitare quelle in cui si potrebbe fallire e risultare mediocri;
  • essere incapaci di cambiare programma se si presenta un’alternativa interessante;
  • preoccuparci del tempo e lasciare che siano gli orologi a regolare la nostra vita;
  • nei rapporti sessuali, fare sempre le stesse cose nelle stesse posizioni;
  • nascondersi sempre dietro agli stessi amici;
  • tenersi in disparte per paura di avventurarsi in conversazioni con estranei;
  • condannarsi se non si riesce in tutto ciò che si intraprende.

Tutti questi atteggiamenti ci permettono di tenere a bada la paura dell’ignoto, anche se ciò è costoso in termini di crescita e soddisfazioni. E’ più facile percorrere un sentiero battuto che esplorare, perché le sfide possono costituire una minaccia.

Con la scusa di posporre la soddisfazione personale (comportamento che abbiamo sempre sentito definire “maturo”), restiamo con ciò a cui siamo avvezzi e giustifichiamo quel comportamento: in realtà restiamo come siamo per non affrontare ciò che non conosciamo.

Di seguito un breve elenco con alcune strategie per affrontare l’ignoto.

  • Cercare, in maniera selettiva, di sperimentare nuove cose (banalmente anche al ristorante o in palestra);
  • frequentare persone che non conosciamo;
  • rinunciare a volere sempre una ragione per tutto ciò che facciamo: possiamo fare le cose semplicemente perché lo desideriamo;
  • cominciare a correre rischi che ci facciano uscire dalla routine;
  • interiorizzare il concetto che possiamo essere efficienti non grazie alle circostanze esterne ma grazie alla nostra forza interiore: le nostre capacità ci consentono di far fronte all’ignoto se glielo permettiamo;
  • quando ci sorprendiamo ad evitare ciò che non conosciamo, domandiamoci “Qual è la cosa peggiore che potrebbe capitarmi?”. Probabilmente scopriremo che le paure che abbiamo sono sproporzionate rispetto alle conseguenze reali
  • fare qualcosa di sciocco e non ben visto: spesso la paura di sbagliare equivale alla paura di risultare ridicoli o venire disapprovati. Se lasciamo che gli altri si tengano le loro opinioni, le quali non hanno nulla a che fare con noi, possiamo cominciare a valutare il nostro comportamento secondo i nostri (e non altrui) criteri di giudizio. In questo modo potremo stimare le nostre capacità non come migliori o peggiori,  ma semplicemente come diverse da quelle degli altri;
  • Valutare il nostro comportamento non sulla base di ciò in cui crediamo (e quindi del passato) ma di quello che scaturisce dall’esperienza presente. Possiamo essere quello che vogliamo. Quando ricaschiamo nel tipico comportamento evasivo ed esente da rischi, prendiamone coscienza e ripetiamoci che non c’è nulla di male a non sapere dove si stia andando in ogni momento della propria vita. La consapevolezza di una vita di routine è il primo passo per uscirne.

Non è importante sapere esattamente dove stiamo andando, ma è fondamentale essere sulla nostra strada e non su quella che qualcun ha deciso essere adatta a noi.

 

Chi ha paura della sera?

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Che io sia strana, ormai è assodato; ma forse è bene ribadirlo per chi non mi conosce e potrebbe imbattersi in queste righe sconclusionate senza capirne il senso.

E nella mia stranezza, c’è qualcosa che mi demolisce, perché azzera la mia volontà e mi rende succube di pensieri e paure immotivate: l’arrivo della sera.

Fino a qualche anno fa, la sera rappresentava la speranza che qualcosa di bello potesse accadere; d’altronde le giornate scorrevano tutte identiche e senza variazioni: sveglia, colazione, lavoro, spesa, rientro a casa. Dal momento in cui varcavo la soglia di casa, potevo sperare in un abbraccio, in una sorpresa, in una novità (anche se puntualmente tutte le mie speranze venivano deluse). Così, sempre di più, devo aver cominciato a perdere quella speranza, e con quella, ogni sera si è gradualmente trasformata in una mera estensione del giorno, con l’aggravante di essere priva di obblighi o doveri che potessero impegnare i miei pensieri.

Non so bene come spiegarlo…è come se l’angoscia si facesse strada dentro di me senza una ragione, e trasformasse in simil-depressione ciò che fino a qualche ora prima era solo un velo di malinconia. Ma non è solo questo: mi accorgo di cambiare lentamente umore, di perdere la “spinta in avanti”, di sentirmi stanca come se non dormissi da giorni. E la cosa peggiore è che vedo trasformarsi in un terribile mostro ogni innocente pensiero che si affaccia nella mia mente.

Per fare un esempio stupido (e permettervi di decifrare il delirio di cui sopra), qualche settimana fa mi sono accorta che un’amica tardava a rispondere ad un mio messaggio. Durante il giorno, il pensiero si sarebbe trasformato in un semplice pensiero logico:”sarà indaffarata, quando vedrà il messaggio mi risponderà”; ma riflettendoci di sera, si è trasformato in un mostro a tre teste:”di solito risponde subito. E se le fosse successo qualcosa? Che faccio, la chiamo? No, meglio di no, non vorrei passare per paranoica. Quasi quasi scrivo al suo ragazzo per sapere se è tutto a posto. E se invece non rispondesse perché ce l’ha con me per qualche motivo? Non avrebbe tutti i torti: chi vorrebbe avermi come amica? Resterò sola per sempre”.

Risposta che tarda ad arrivare = senso di solitudine e pensieri autodistruttivi.

E’ incredibile come la sensazione di poter spaccare il mondo di giorno, si trasformi nel pessimismo più profondo al calar della sera. E’ un po’ come se il mio inconscio tirasse le somme della giornata e mi accusasse di non aver combinato niente neanche oggi, togliendomi di conseguenza ogni tipo di speranza nel domani. Se non ci sei riuscita oggi, perché domani dovrebbe essere diverso?

Poi finalmente vado a dormire, resetto la mia mente passando da sogni catastrofici e deliranti, e finalmente un nuovo giorno pieno di aspettative e speranze ha inizio. Ogni mattina mi alzo con l’illusione di poter “spaccare il mondo”, ma poi non faccio niente di concreto e ricomincia tutto da capo, passando per il tormento serale che prosciuga ogni emozione.

E’ per questo che ho paura del volgere del giorno: temo l’arrivo di quella infelicità immotivata che mi assalirà come ogni sera; e odio quella voglia insensata di piangere e rannicchiarmi sotto le lenzuola, senza nessuno intorno che mi costringa ad interagire col mondo.

Vorrei che la sera tornasse ad essere “speranza” e “possibilità“, e non l’estenuante attesa del giorno seguente. Vorrei smettere di sentirmi fallita, di sentirmi inutile, come se ogni giorno passato fosse soltanto un pezzetto in più, un altro mattoncino di un muro che si fonda sul nulla più totale.

La mia ansia

Lo scorso anno scrissi qualche riga che vedeva come protagonista la mia rabbia (per chi se lo fosse perso e fosse stranamente interessato a leggerlo, eccolo qui), e poco dopo scrissi qualcosa pure sull’ansia (qui). Oggi che un nuovo anno è iniziato e che quello vecchio ha lasciato i suoi segni sulla mia pelle, devo ammettere che le cose sono un pochino cambiate.

Quella rabbia furente, devastante e divoratrice che distruggeva me e le persone che avevo intorno, sembrerebbe essersi un po’ assopita, ma al calare della rabbia è coinciso un repentino aumento dell’ansia, che non so se considerare come un successo oppure no (anche se tendo a propendere per la seconda opzione).

Normalmente non capita mai che mi svegli la mattina e cominci a tirare le somme dei miei stati emotivi, più semplicemente è successo che sono incappata nell’argomento leggendo un articolo che non so se considerare veritiero oppure no (lo so, sono stata pigra a non approfondire, ma spero che perdonerete la svogliatezza tipica di chi avrebbe bisogno di dormire e svegliarsi solo tra un anno o due). L’articolo spiegava che quando siamo sopraffatti dall’ansia, dovremmo ricordarci che non si tratta di un’emozione al pari di tutte le altre, ma di un vero e proprio campanello d’allarme. Solitamente infatti è il risultato di emozioni che non siamo stati in grado di gestire. Oltre alla spiegazione teorica, l’articolo continuava dando dei consigli pratici per aiutarci a gestirla; d’altronde, lasciare che l’ansia agisca incontrollata è totalmente nocivo, perché si sa che genera solo altra ansia in un vortice che si autoalimenta senza sosta. Dunque, quando l’ansia ci assale, dovremmo cercare di analizzare ciò che l’ha scatenata indagando a fondo, cercando di essere presenti a noi stessi senza lasciarsi sopraffare.

E io, credulona e curiosa come sempre, ho voluto testarlo sulla mia pelle.

Qualche sera fa, il mio ragazzo tardava a tornare a casa. Mi aveva detto che avrebbe fatto tardi, ma l’ansia ha comunque cominciato a fare capolino (la solita menefreghista che si fa beffe dei miei tentativi di auto-tranquillizzarmi), e ha cominciato a stringermi nella sua morsa con sempre maggiore forza, fino a che il respiro non ha cominciato a diventare affannoso. Allora mi sono ricordata di quell’articolo, e anzichè ripetermi come un mantra “stai tranquilla, stai tranquilla, vedrai che non è successo niente”, ho cominciato a domandarmi “Cosa c’è che non va? Di cosa hai paura? Temi che gli sia successo qualcosa? Hai paura di perderlo? Hai paura di restare sola?”.

Ho talmente impegnato la mia testa con una sfilza di domande e di tentativi di risposta, che dopo qualche minuto il respiro era tornato ad essere più regolare. Ammetto di non aver trovato la vera ragione di quell’ansia (suppongo che solo uno psicologo potrebbe), ma sicuramente concentrarmi nella ricerca dei motivi che le hanno dato vita anziché provare inutilmente a scacciarla come fosse una mosca fastidiosa, mi ha aiutato a “centrarmi” e a spezzare quel circolo vizioso a cui sono tanto abituata.

Nell’attesa di andare fino in fondo alle ragioni delle mie paure, mi sento sollevata all’idea di aver trovato un semplice meccanismo che mi aiuti anche soltanto a non cominciare a piangere come una matta quando la situazione sfugge dal mio controllo, quindi spero che possa tornare utile anche a chi tra voi, come me, convive con la propria ansia ormai da troppo tempo.

Chiediti come stai

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“Come stai?”

Credo che sia la domanda più gettonata in un ristretto ventaglio di opzioni disponibili quando si incontra qualcuno che non si vede da molto tempo, e di cui non ricordiamo quasi più niente.

E quella domanda la pronunciamo con entusiasmo, col sorriso, come se ci importasse davvero. Eppure, da qualche parte dentro di noi, sappiamo benissimo che se davvero ci fosse interessato, quella persona l’avremmo cercata prima e non ci saremmo ridotti a domandarglielo soltanto dopo averla incontrata incidentalmente.

Ma non è neanche il caso di farsene una colpa: nella vita si cresce, si cambia, si sbaglia, ci si allontana, e se capita di avere incontri del terzo tipo con le persone che hanno abitato il nostro passato, forse è preferibile un “come stai?” di troppo alla totale indifferenza.

La cosa paradossale, in tutta questa faccenda, è che quel “come stai?” lo rivolgiamo spesso alle persone che non fanno più parte della nostra vita, raramente a quelle che ne fanno parte, ma mai a noi stesse.

“Perché tanto con me stessa ci sto tutto il giorno, in ogni secondo, in ogni istante; so come sto senza domandarmelo”

“Non mi manca niente, perché dovrei perdere tempo con certe domande?”

“Adesso ho da fare, se c’è qualcosa che non va, ci penserò dopo il lavoro, la spesa, dopo aver preso i bimbi all’asilo, averli portati in piscina e aver steso la lavatrice”.

E’ incredibile come cerchiamo continuamente di scappare dalla domanda più semplice e fondamentale di tutte.

Ogni volta che le esperienze, brutte o belle che siano, mi hanno insegnato qualcosa, sono caduta in una specie di trance che a volte è durata anche settimane, durante le quali mi sono data ininterrottamente dell’idiota per non aver capito prima, per aver buttato anni inutilmente, per non essere stata più saggia. E in ognuna di queste occasioni, mi sono resa conto di essermi salvata in extremis, proprio quando un piede già faceva capolino sull’abisso del “per sempre infelice e scontenta”. E tutto questo per cosa? Per una o più mancanze nei miei confronti, per essermi condotta dove in realtà non sarei voluta realmente andare.

Ok gli impegni, i doveri, gli appuntamenti, i problemi e le difficoltà a cui far fronte. Ok gli amici, la nostra dolce metà, i figli, la famiglia. Ognuna di queste cose, ognuna di queste persone, richiede la nostra presenza e il nostro impegno quotidiani, ma non dovremmo mai dimenticarci che NOI siamo la priorità, e che se non ci curiamo di noi stesse, nessun altro lo farà al posto nostro.

Probabilmente, una volta al giorno, sarebbe il caso di ritagliarsi un momento solo per noi, senza interferenze e distrazioni, un momento in cui mettersi davanti allo specchio e chiedersi “Come stai? Com’è andata la tua giornata?”. Al solo pensiero mi sento ridicola e rido come una cretina, quindi non è sicuramente questa la strada giusta per me. Ma una volta ogni tanto, senza impegno, senza specchi o altri oggetti che mi rimandino il mio imbarazzo, sarebbe proprio il caso che mi fermassi a domandarmi se mi sento serena, se il percorso che sto facendo sia o meno quello giusto per me, o se invece io senta la mancanza di qualcosa.

Visto che sono qui, ferma davanti al pc, visto che che mi sono ritagliata questo momento per scrivere, soltanto per me, potrei approfittarne per chiedermi come sto.

Ed è incredibile come tutto il mio corpo cerchi di ribellarsi ad un momento così confidenziale ed importante: all’improvviso sento brontolare lo stomaco per la fame, e a pensarci ho anche sete. Dovrei davvero alzarmi e andare a cucinare qualcosa. Per giunta dopo devo fare anche la doccia. Devo davvero sbrigarmi.

Perché tutti questi freni? Perché una domanda così banale dovrebbe spaventarmi?

Forse è paura. Paura di non sapermi ascoltare. Paura di prendere per me stessa le decisioni sbagliate. Paura di commettere gli stessi errori del passato. Paura di non sapere cosa sia giusto per me.

Ma se penso che domandare a me stessa qualcosa di semplice possa davvero farmi stare meglio, fanculo alla paura e a tutti questi freni!

Ciao, come stai?

Abbastanza bene, grazie. Ultimamente la salute non mi sta aiutando, e la cosa mi genera non poca ansia. Però, a giorni alterni, faccio forza sulla mia indomita speranza e vado avanti con la consapevolezza che i mali in grado di devastarti la vita sono altri. Ho accanto una persona che amo profondamente, che mi fa ridere, che si prende cura di me come nessuno ha mai fatto prima, e che vede di me tutto il bello che io non sempre riesco a vedere. Ho una famiglia un po’ pazza ma di cui non potrei fare a meno, che sento vicina nonostante la distanza. Ogni mattina mi alzo volentieri per andare a lavoro. Se però devo dar peso a quel “ABBASTANZA”, ammetto che qualcosa che mi manca c’è: gli amici. Vorrei trovarne di nuovi, sinceri, leali, e magari perché no, pure simpatici. Questa è probabilmente la cosa che più in assoluto mi manca e che darebbe molto più senso alla mia quotidianità. E se posso permettermi di scavare un po’ più a fondo, non posso nascondere il mio bisogno di trovare, dentro di me, l’amore e la sicurezza che la vita mi ha tolto. La nota positiva, è che su entrambe le cose posso lavorare, senza aspettare che mi arrivi un aiuto esterno da chicchessia.

E voi, come state?

 

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Invasioni

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E’ ormai risaputo che la nostra libertà finisca dove inizia quella altrui. E’ un po’ come se ognuno di noi fosse al centro di un cerchio, esattamente come i giocatori di calcio della Playstation: se qualcuno entra nel tuo cerchio, commette fallo. Qualcuno che possa entrare all’interno del nostro cerchio esiste, ma soltanto nel momento in cui glielo permettiamo: solo in questo caso non è considerato fallo.

Ok, lo devo ammettere, il mio cerchio forse è un tantino più grande rispetto ad un qualsiasi altro cerchio, ma non posso e non voglio farci niente. Quando ero più piccola, l’area del mio cerchio era talmente sconfinata che le persone intorno dovevano urlare per riuscire a comunicare con me; era un’arena talmente vasta che dovevo sforzare terribilmente gli occhi per vedere cosa ci fosse al di là, tanto che adesso mi ritrovo ad essere miope da entrambi gli occhi.

Crescendo mi sono accorta che così proprio non andava, e allora mi sono impegnata e ci ho lavorato, tanto da rendere il mio cerchio poco più grande di un hula hoop.

Peccato che poi abbia dovuto fare i conti con chi ha approfittato di questa vicinanza, con chi non ha avuto rispetto del mio spazio, pensando di poterci fare tutto quello che voleva.

E quindi eccomi qui, costretta a riprendermi il posto di cui ho sempre avuto bisogno, sparando a vista ai possibili invasori se necessario.

So bene quali siano gli atteggiamenti che non posso sopportare, quegli atteggiamenti che  rischiano di invadere il mio territorio. Ma per quanto io possa essere preparata su quello che mi riguarda, mi sento inesperta per quanto concerne lo spazio altrui. Quando mi trovo in un momento di difficoltà, uno di quei momenti in cui avrei soltanto voglia di starmene sdraiata per giorni a crogiolarmi nell’apatia più totale, sono solita ringhiare, lanciare occhiate fulminee e nascondere il mio sguardo alle irruzioni altrui. Ma non vedo mai gli altri comportasi in questo modo…immagino che abbiano modi più eleganti ed efficaci per tenere alla larga le persone…ma quali sono?

Mettiamo che ci sia una persona che vi è molto cara, e che questa persona stia attraversando uno di quei “simpatici” momenti che la vita ti regala senza che tu glielo abbia chiesto, uno di quei periodi infiniti e senza mezze misure, da cui puoi uscire in frantumi oppure più forte di prima. Mettiamo che voi vi foste accorti di questo temporale e vogliate star vicino a questa persona: come lo fareste?

Le chiedereste se ha voglia di parlare? – Io credo che se ne avesse voglia lo farebbe, e non avreste bisogno di domandarlo.

Cerchereste di darle dei consigli? – Io credo che le esperienze di vita di ciascuno siano talmente soggettive e particolari da non poter essere equiparate in nessunissimo caso.

Direste semplicemente “se hai bisogno ci sono” e poi aspettereste nell’ombra? – Chissà che quella persona non pensi che avete onestamente svolto il vostro compitino e che in realtà non ve ne importi un bel niente.

Avverto la presenza di margini aleatori e sottilissimi tra il rispetto degli spazi altrui e la barbara invasione di quegli stessi spazi. Servirebbero le istruzioni, ma so che non esistono. Dovrei trovarla da me la soluzione, il punto di incontro, ma ho troppa paura di far male e farmi male.

Lo voglio e lo voglio adesso – L’arte di (non saper) aspettare.

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Mi capita continuamente di trovarmi nella situazione di dover aspettare: un responso, la risoluzione di un problema, una persona.

E quando sono lì, in attesa, con le mani che si infilano dentro le maniche della maglietta (allargandole puntualmente) e con i denti che mi divorano le labbra, vorrei prende il tempo per il collo e dirgli:”brutto stronzo, se non ti decidi a passare in fretta ti rovino!”. Ma nel mondo incantato di unicorni che popola la mia fantasia, è tutto troppo facile rispetto alla complessità della realtà.

E’ quasi un anno ormai che cerco di educare la mia testa a rilassarsi, a prendersela comoda senza farsi prendere dal panico quando mi tocca aspettare. Ma non c’è niente da fare; sembra che il mio cervello sia tarato per i conti alla rovescia.

  • Quando si accorge che mancano 4 minuti al termine della giornata lavorativa, prende quei minuti e li dilata al punto da farli sembrare lunghi un secolo.
  • Se ho litigato con qualcuno, vorrei subito chiarire, già un attimo dopo che la bomba è esplosa, ma porca di quella miseriaccia non posso mai farlo…perché razionalmente so che le persone hanno bisogno di tempo per interiorizzare, riflettere e spesso farsene una ragione. Ne ho bisogno anche io.
  • Quando metto il timer per far cuocere la pasta, non suona mai, neanche se ho messo su la pastina tipo capelli d’angelo che ha il tempo di cottura di 2 min.
  • Quando decido di acquistare qualcosa, mi fiondo a comprarla anche se devo fare 100 km per averla. E magari bastava ordinarla su internet e aspettare un solo giorno in più per ottenere comunque ciò che volevo risparmiando tempo e soldi.
  • Quando mi capita di combinare qualche guaio, il mio cervello mette in atto le peggiori strategie, degne di uno scassinatore seriale, per cercare in qualsiasi modo, lecito o meno, di risolvere il problema e non prendersi le colpe del misfatto. Spesso basterebbe non farsi prendere dall’ansia e fare una ricerca più accurata per rendersi conto che in realtà il problema non sussiste, o quantomeno che non è così grave come avevo immaginato.
  • L’attesa dal dottore mi snerva a tal punto da odiare qualsiasi malanno mi costringa a dirigermi in quella noiosa sala d’aspetto in cui il mio tempo viene risucchiato, sgretolato e sparpagliato sul pavimento come pezzi di un puzzle che non ho neanche la voglia di rimettere insieme.
  • Quando aspetto che il mio ragazzo torni a casa, passato un orario x, vado letteralmente in paranoia: controllo che abbia fatto almeno un accesso recente su WhatsApp, mi ripeto come un mantra che non deve per forza essergli successo qualcosa di terribile se ritarda anche solo dieci minuti e nel contempo mi ripeto “scema, stai calma, stai tranquilla, è tutto a posto”.

Potrei andare avanti per ore con gli esempi, ma a nessuno interesserebbe. Quindi arrivo subito alle conclusioni che ho tirato e che mi convincono abbastanza.

Molto spesso, si tratta solo di una smania latente che ha sete di essere soddisfatta, o più precisamente della bambina che abita la mia pancia golosa e non sa trattenersi dal fare i  capricci, pretendendo di essere accontentata all’istante. Forse perché quando ero piccola non potevo permettermi di essere capricciosa; avrei dato ai miei genitori una gustosa occasione in più per suonarmele di santa ragione. E quindi non chiedevo mai. Tutto quello che arrivava, era come piovuto dal cielo e lo custodivo come il più grande dei tesori. Peccato che spesso questa pioggia miracolosa si manifestasse soltanto il giorno di Natale.

Ma quando non è la bambina che è in me a fare i capricci (sa che con me può permettersi di farli perché, sbagliando, la accontento senza sgridarla mai), molto spesso si tratta della paura delle conseguenze e del dolore che porterebbero con sé. Durante l’interminabile tempo dell’attesa, il mio cervello si lancia in congetture atroci e terribili, che atterrirebbero anche il più feroce degli Unni. Se le conseguenze dovessero essere realmente drammatiche, preferirei saperlo subito e cominciare subito ad elaborare il colpo subìto. E’ la paura dell’ignoto a spaventarmi, la percezione di avere tra le mani qualcosa di sfuggevole e su cui non posso avere il controllo.

Ma spesso il controllo non lo abbiamo neanche su noi stessi, figuriamoci se posso pretendere di averlo sul tempo.

E’ abbastanza avvilente capire certe nozioni nella realtà oggettiva e razionale, e farle a pezzetti in quella subconscia ed emozionale. Vorrei che queste due realtà che mi abitano dentro comunicassero in qualche modo, ma danno più l’impressione di essere due vicine pettegole e zitelle che hanno deciso di non rivolgersi più la parola perché una ha fatto all’altra un dispetto talmente tanti anni fa da non ricordarsi neanche più che cos’era.

Trovo la convivenza con altre persone decisamente molto più semplice di quanto non lo sia quella con me stessa.

 

 

 

Ho paura del vuoto.

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Ma chi voglio prendere in giro? A chi voglio darla a bere?

Io non sono io, e a questo punto non so neanche se lo diventerò mai.

Mi sento a disagio in questa testa, in questa foresta nera che cerca in ogni modo di sabotare la me che ogni tanto sento bisbigliare da dentro, quando i pensieri si fanno più radi; la intravedo laggiù, oltre lo stomaco, dentro alle scarpe.

A volte faccio e dico cose talmente assurde da non credere di essere stata davvero io a dirle o pensarle; certe volte semplicemente guardo il mio corpo muoversi e ascolto la mia lingua emettere suoni inutili, privi di calore.

Però (parolaccia impronunciabile), da qualche parte, non so dove, io sento di essere qualcosa di più di questo frastuono che mi occupa la testa ogni istante. E solo quando canto, quando scrivo, quando sono persa in un abbraccio o quando ascolto attentamente una canzone, quel frastuono perenne riesco a zittirlo per un po’, e solo allora mi sento più leggera. Non so se quel “qualcosa in più” che credo di essere, sia una bella cosa o meno; però (altra imprecazione dettata dall’impotenza del momento) vorrei davvero poterlo toccare con mano. Solo a quel punto potrei dire “no, in effetti non valeva la pena darsi tanto da fare per scoprirlo”, oppure (magari): “caxxo, ma è una figata, perché non me ne sono accorta prima!”.

Il problema è che ci vuole coraggio per farlo, e io quel coraggio non riesco ancora a trovarlo; la paura di deludere me stessa e gli altri mi attanaglia e mi riduce ad un essere spaventato ed ansioso che cerca di guardarsi dentro e di guarire quanto meno le ferite ancora aperte di quando ero bambina.

E poi, se anche quel coraggio io lo trovassi davvero, so che non sarebbe sufficiente. Purtroppo la mia autostima è pressoché inesistente, se pure io continui a ripetermi che alla fin fine quella che ho mi basta e mi avanza, tanto che me ne frega, io campo lo stesso. E più questa fottutissima autostima si fa minuscola e fragile, più il mostro che abita il mio cervello diventa gigante, ingombrante, rabbioso; basta vedere il disastro che combina quando ogni tanto perdo le staffe e ne perdo il controllo. E’ capace di divorare me e chi mi circonda in una frazione di secondo.

E pensare che molto spesso, quando il mostro sta per sabotarmi ancora, io me ne accorgo pure. Però lo lascio fare: resto impietrita ed inerme ad osservarlo, desiderando nel contempo di diventare invisibile, come a dire: “quel mostro non è mio, io non c’entro niente, io sono un ‘altra cosa. Mettetelo in catene e fatene ciò che volete”.

Quando ho a che fare con persone che non conosco e che non mi conoscono, mi capita spesso di tenere lo sguardo basso come facevo a scuola, quando il prof scrutava i banchi col naso per aria, nell’interminabile trepidazione di chi proprio non sa decidere chi chiamare alla lavagna. Non so a voi, ma a me ogni volta qualcosa cascava inavvertitamente nello zaino e per delle mezz’ore proprio non riuscivo più a trovarlo.

Gli sguardi altrui mi mettono molta ansia, perché do per scontato che siano uguali al mio: arroganti, saputelli, critici e cattivi. Il mio, di sguardo, mi rimprovera continuamnte, ricordandomi quanto sono inadeguata, imperfetta, antisociale, cicciottella, sbagliata e tutto il resto.

Riflettendo a lungo su questa difficoltà nell’accettare me stessa (soprattutto al cospetto degli “altri”), mi sono resa conto di quanto spesso io risulti davvero insulsa e senza grinta. Se qualcuno mi parla, in automatico il mio cervello elabora la frase più breve e priva di personalità possibile per far morire sul nascere qualsiasi tipo di contatto o dialogo. Per dare una spiegazione razionale a questo meccanismo infame, sulle prime ho dato la colpa alla timidezza, dando per scontato che il tempo lo avrebbe aggiustato. In seguito ho pensato che forse di contenuti di spessore, dentro a questo corpo ingombrante, ce ne sono davvero pochi. Poi ho capito che è un semplice e stupido meccanismo di difesa che il mio cervello attua contro la paura: la paura di scoprire che dietro a questo computer, dietro a questi occhiali e dietro a queste parole vane, non ci sia davvero niente di più. Ho paura che se dessi agli altri la possibilità di conoscermi più a fondo, ci troverebbero davvero il vuoto cosmico: a quel punto non avrei più scuse, niente altro con cui giustificare i miei reiterati sbagli, la mia costante imperfezione. Il vuoto mi spaventa più del mostro famelico che mi abita la testa da sempre.

Probabilmente, il fatto di restare sul vago con frasi del tipo “oggi fa freddo”, “a lavoro come va?”, da al mio cervello l’illusione di prendere tempo; in questo modo può aggrapparsi sempre alla speranza di poter dimostrare più avanti il proprio spessore, alla faccia di chi mi credeva insulsa.

Che idiota.

Lo so, tutti i manuali di autostima sono contrari alle frasi dolci e amorevoli che mi rivolgo quotidianamente come fossero un mantra: che cretina; avresti potuto pensarci; non sei buona a niente; se continui così non andrai da nessuna parte.

Ma non riesco a farne a meno. E’ così che sono stata cresciuta dalle persone che avrebbero dovuto amarmi e farmi sentire importante, e ripetermi che sono sbagliata mi da la speranza di potermi riscattare con più facilità: partendo dal fondo, la spinta per risalire dovrebbe essere maggiore.

Devo essere sincera: vorrei davvero mettere fine a questo patetico teatrino messo su dal mio cervello infame. Anche perché sono convinta che qualcosa, oltre questa coltre di nebbia, ci sia davvero. E so che c’è perché è lei che a volte prende il mio stomaco e lo stringe forte fino a farmi male, lei che spinge queste lacrime su fino agli occhi passando per la gola, lei che riesce a farsi amare dalla persona speciale che ho accanto, e che probabilmente ogni tanto riesce a vederla e a parlarci.

Prima o poi anche io la scoverò. Troverò il coraggio di farlo. Spero solo di riuscire ad affrontare con serenità quello che troverò, anche se potrebbe non essere speciale come vorrei.