La mia ansia

Lo scorso anno scrissi qualche riga che vedeva come protagonista la mia rabbia (per chi se lo fosse perso e fosse stranamente interessato a leggerlo, eccolo qui), e poco dopo scrissi qualcosa pure sull’ansia (qui). Oggi che un nuovo anno è iniziato e che quello vecchio ha lasciato i suoi segni sulla mia pelle, devo ammettere che le cose sono un pochino cambiate.

Quella rabbia furente, devastante e divoratrice che distruggeva me e le persone che avevo intorno, sembrerebbe essersi un po’ assopita, ma al calare della rabbia è coinciso un repentino aumento dell’ansia, che non so se considerare come un successo oppure no (anche se tendo a propendere per la seconda opzione).

Normalmente non capita mai che mi svegli la mattina e cominci a tirare le somme dei miei stati emotivi, più semplicemente è successo che sono incappata nell’argomento leggendo un articolo che non so se considerare veritiero oppure no (lo so, sono stata pigra a non approfondire, ma spero che perdonerete la svogliatezza tipica di chi avrebbe bisogno di dormire e svegliarsi solo tra un anno o due). L’articolo spiegava che quando siamo sopraffatti dall’ansia, dovremmo ricordarci che non si tratta di un’emozione al pari di tutte le altre, ma di un vero e proprio campanello d’allarme. Solitamente infatti è il risultato di emozioni che non siamo stati in grado di gestire. Oltre alla spiegazione teorica, l’articolo continuava dando dei consigli pratici per aiutarci a gestirla; d’altronde, lasciare che l’ansia agisca incontrollata è totalmente nocivo, perché si sa che genera solo altra ansia in un vortice che si autoalimenta senza sosta. Dunque, quando l’ansia ci assale, dovremmo cercare di analizzare ciò che l’ha scatenata indagando a fondo, cercando di essere presenti a noi stessi senza lasciarsi sopraffare.

E io, credulona e curiosa come sempre, ho voluto testarlo sulla mia pelle.

Qualche sera fa, il mio ragazzo tardava a tornare a casa. Mi aveva detto che avrebbe fatto tardi, ma l’ansia ha comunque cominciato a fare capolino (la solita menefreghista che si fa beffe dei miei tentativi di auto-tranquillizzarmi), e ha cominciato a stringermi nella sua morsa con sempre maggiore forza, fino a che il respiro non ha cominciato a diventare affannoso. Allora mi sono ricordata di quell’articolo, e anzichè ripetermi come un mantra “stai tranquilla, stai tranquilla, vedrai che non è successo niente”, ho cominciato a domandarmi “Cosa c’è che non va? Di cosa hai paura? Temi che gli sia successo qualcosa? Hai paura di perderlo? Hai paura di restare sola?”.

Ho talmente impegnato la mia testa con una sfilza di domande e di tentativi di risposta, che dopo qualche minuto il respiro era tornato ad essere più regolare. Ammetto di non aver trovato la vera ragione di quell’ansia (suppongo che solo uno psicologo potrebbe), ma sicuramente concentrarmi nella ricerca dei motivi che le hanno dato vita anziché provare inutilmente a scacciarla come fosse una mosca fastidiosa, mi ha aiutato a “centrarmi” e a spezzare quel circolo vizioso a cui sono tanto abituata.

Nell’attesa di andare fino in fondo alle ragioni delle mie paure, mi sento sollevata all’idea di aver trovato un semplice meccanismo che mi aiuti anche soltanto a non cominciare a piangere come una matta quando la situazione sfugge dal mio controllo, quindi spero che possa tornare utile anche a chi tra voi, come me, convive con la propria ansia ormai da troppo tempo.

Non sarai punito per la tua rabbia, sarai punito dalla tua rabbia.

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La rabbia. La mia rabbia.

Che ci faccio con questa rabbia?

Al momento ci faccio solo stare male me stessa e le persone che ho intorno. Direi che non è un gran che.

Non riesco a governarla.

Si impadronisce della mia lingua in meno di un secondo, lega ed imbavaglia i miei pensieri ad una sedia immaginaria e non sono più quella che ero fino a pochi istanti prima.

Non so se capita anche a voi o se questa fortuna sia toccata soltanto a me.

Qualsiasi tipo di sopruso, fatto a me o alle persone che amo, mi fa salire una specie di istinto omicida che si limita ad abbaiare forte senza il minimo controllo. Credo che sia la me bambina che prova a fare la voce grossa da dentro, nel tantivo di far capire agli altri che non devono avvicinarsi, che devono lasciarla in pace. Le spiego continuamente che così facendo passa dalla parte del torto; sento che lo capisce, ma quando arriviamo al dunque, ecco che ci ricasca. E non vorrei che lo facesse, anche perchè sono responsabile per lei; odio dovermi scusare a causa sua.

Non so davvero come gestirla.

Eppure con i bambini sono sempre stata brava. Quando i miei fratellini si innervosivano e iniziavano a pestare i piedi per terra urlando in preda all’ira, riuscivo sempre a distrarli e poi a tranquillizzarli. Perchè con me non ci riesco?

Ho fatto qualche ricerca su google e letto alcuni libri, ma tutti riportano soltanto consigli su come bloccare sul nascere la reazione innescata dalla rabbia.

A me non serve questo. A me serve capire le ragioni della mia rabbia.

Quando esplode, è già troppo tardi per rendersene conto. La miccia dell’ira viene accesa in un lampo e subito va in orbita senza lasciarmi il tempo di decidere, senza lasciarmi scampo.

Questo non vuol dire che io mi stia arrendendo a lei. Ho solo bisogno di sfogare la mia frustrazione e ripartire da un’altra parte, da un’altra prospettiva che mi permetta di capire come vincerla. Non voglio più permetterle di sabotare la mia serenità.