Solo una canzone – Prove al piano

Resta con me
Anche se è una vita che usciamo insieme
Dormir con te stanotte è importante
Perché ci vogliamo bene
Non è semplice
Restare complici
Un amante credibile
Quando l’amore non è giovane
Non è semplice
Scoprire nuove tenebre
Tra le tue cosce dietro le orecchie
Quando l’amore non è giovane

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È solo una canzone
Abbracciami per favore
A te posso dire tutto
Tutto ciò che sento
Tutti cantano l’amore
Quando nasce quando prende bene
Quando tremano le gambe
Quando non c’è niente che lo può fermare

Ma tutte quelle storie
Che hanno visto almeno dieci primavere
Cento casini cento grandi scene
Mille pagine attaccate ancora insieme Non è semplice
Restare complici
Un amante credibile
Quando l’amore non è giovane
Non è semplice
Scoprire nuove tenebre
Tra le tue cosce dietro le orecchie
Quando l’amore non è giovane

È solo una canzone
Abbracciami per favore A te posso dire tutto
Tutto ciò che sento

È solo una canzone
Abbracciami per favore
Con te voglio fare tutto
Tutto ciò che immagino Resta con me
Perché da solo non ho fame
Poi non è bello cucinare
Solo per me
Solo per me

È solo una canzone
Abbracciami per favore
A te posso dire tutto
Tutto ciò che sento È solo una canzone
Abbracciami per favore

Solo una canzone – Ex-Otago

Sanremo 2019

Emozione del giorno

Oggi mi sono imbattuta in questo dialogo tra un padre e un figlio, e non ho potuto fare a meno di emozionarmi quando sono arrivata alla fine. Ma non voglio svelarvi niente, perciò vi auguro solo buona lettura:

Figlio: “Papà, posso farti una domanda?”

Papa: “Certo, di cosa si tratta?”

Figlio: “Papà, quanti soldi guadagni in un’ora?”

Papà: “Non sono affari tuoi. Perché mi fai una domanda del genere?”

Figlio: “Volevo solo saperlo. Per favore dimmelo, quanti soldi guadagni in un’ora?”

Papà:”Se proprio lo vuoi sapere, guadagno 30 euro in un’ora”

Figlio:”Oh! (con la testa rivolta verso il basso). Papà, mi presteresti 15 euro?”

A questa richiesta il padre si infuriò.

Papà:”La sola ragione per cui volevi saperlo era chiedermi in prestito dei soldi per comprare uno stupido giocattolo o qualche altra cosa senza senso, adesso tu fili dritto in camera e vai a letto. Pensa al perché stai diventando così egoista. Io lavoro duro ogni giorno poi ricevere in cambio questo tuo atteggiamento infantile.”

Il bambino andò in silenzio nella sua stanza e chiuse la porta. Il padre intanto si fece ancora più arrabbiato pensando alla domanda del figlio.

Papà:”Come ha avuto il coraggio di farmi una domanda simile solo per chiedermi dei soldi?”

Dopo un’ora o poco più, l’uomo si calmò, e cominciò a pensare: “Forse c’era qualcosa che aveva davvero bisogno di comprare con 15 euro, non chiede dei soldi molto spesso.”

L’uomo andò nella stanza del figlio e aprì la porta.

Papà:”Stai dormendo, figlio?”

Figlio:”No papà, sono sveglio”

Papà:”Stavo pensando che forse sono stato troppo duro con te prima. E’ stata una giornata faticosa per me oggi e mi sono scaricato su di te. Questi sono i 15 euro che mi hai chiesto”.

Il bambino si sedette sul letto e sorrise.

Figlio:”Oh, grazie papà!”

Poi, da sotto il suo cuscino, tirò via delle banconote stropicciate. Vedendo che il figlio aveva già dei soldi, l’uomo iniziò ad infuriarsi nuovamente. Il bambino iniziò lentamente a contare i suoi soldi, e dopo guardò il padre.

Papà:”Perché vuoi altri soldi se ne hai già?”

Figlio:”Perché non ne avevo abbastanza, ma adesso sì. Papà, ho 30 euro adesso, posso comprare un’ora del tuo tempo? Per favore torna prima domani, mi piacerebbe cenare con te”.

Non ho potuto fare a meno di piangere di nuovo quando sono arrivata a trascrivere l’ultima battuta di questo dialogo. So che questo bambino e questo padre non sono reali, ma l’emozione che sto provando lo è. Ed è un misto tra tenerezza, voglia di stringere al petto la me bambina che avrebbe davvero pagato per un’ora di tempo coi propri genitori, e paura di mettere al mondo un figlio in una società in cui siamo sempre più alienati da lavoro, social, palestra e impegni vario tipo.

I bambini hanno bisogno dei loro genitori, del loro tempo. Smettiamo di dare per scontate le persone che amiamo, perché il tempo che non gli abbiamo dedicato non ce lo darà più nessuno.

Dannatissima invidia!

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Normalmente si sente parlare di invidia soltanto in relazione “agli altri”. Pare che siano sempre questi “altri” ad essere invidiosi di noi e dei nostri successi, ad essere sempre in attesa di un nostro passo falso. Mai una volta che qualcuno ammetta di essere invidioso.

Ebbene, io lo ammetto, adesso, qui, davanti a chi mi leggerà.

Adesso sarà scontato (e probabilmente automatico) per molti di voi pensare che sono una cattiva persona. Be’, non importa se questa ammissione può essere il punto di partenza per la mia “guarigione”.

Di invia non si parla mai in termini positivi, perché è ritenuto un sentimento socialmente inaccettabile; eppure si tratta di un sentimento molto naturale e primordiale, che non si può comandare.

Non che io sia felice quando la sento nascere dentro e bruciarmi lo stomaco; ma sto imparando a considerarla come una sorta di indizio che può portarmi a capire cosa c’è dentro di me che non va e che ha quindi bisogno delle mie cure.

Mi sono informata sulla rete e attraverso alcune letture, e ho scoperto che esistono sostanzialmente due tipi di invidia, quella depressiva e quella distruttiva. Io ovviamente vado per la seconda, ca va sans dire, e significa semplicemente che anziché deprimermi quando vedo qualcuno eccellere, mi abbatto e in più desidero che quella persona fallisca, perché se io non posso avere una tal cosa, allora neanche gli altri devono averla.

L’invidia può nascere spontanea addirittura nei primi 6 mesi di vita (legata al rapporto col seno della madre), ma più in generale è generata da profonde carenze affettive o da esperienze di deprivazione subite nell’infanzia. E’ senza dubbio indice di una forte insicurezza e di una bassa autostima (e qui vinco facile).

Non esiste un metodo schematico per “curarsi” da questo sentimento nocivo, ma la strada giusta da percorrere è seno dubbio quella della gratitudine. Capire ciò che di bello abbiamo e imparare ad apprezzarlo, è già un piccolo passo avanti verso la liberazione. Un passo avanti verso la costruzione di una più forte autostima.

Al di là delle “soluzioni” a questo male, per me è già complicato convivere con l’ammissione di colpa, con la consapevolezza di essere una persona invidiosa. Un senso di colpa gigante che si somma ad altre centinaia di sensi di colpa. Ovviamente non lo sono di tutti e tutto: molte delle cose che interessano la maggior parte delle persone, non mi toccano minimamente. Ma ce ne sono alcune, anche molto specifiche, che mi generano un’invidia ed una rabbia incontrollate, tanto da desiderare il peggio per la persona in questione. Lo so, è una cosa bruttissima, e più ne parlo più mi sembra terribile. Ma giuro che quando sento l’invidia montarmi dentro, faccio di tutto per ricacciarla giù, per diventare razionale e costringermi a diventare impassibile (visto che  addirittura contenta non riesco ad esserlo). Questo mi fa sentire dannatamente in colpa, perché penso che dovrei essere felice per le vittorie altrui, visto che a me personalmente non tolgono niente. A livello razionale è tutto più semplice, se 1+1 fa 2 siamo tutti d’accordo e non c’è niente che possa smentirlo; ma quando si parla di sentimenti per lo più ancestrali, la faccenda è tutt’altro che razionale, e necessita di una maturità emotiva che personalmente non credo ancora di padroneggiare.

Vorrei davvero sapere se tra di voi esiste qualcuno come me. Qualcuno che pur apprezzando ciò che ha (perché amo i miei fratelli, perché ho un ragazzo incredibile, perché ho un lavoro stabile), non può fare a meno di provare questo senso di invidia quando vede che agli altri toccano fortune che non si meriterebbero affatto (perché magari non se le sono sudate, perché sono solo state fortunate, perché non sono “brave” persone). E sopra ogni cosa, vorrei sapere se tra di voi c’è qualcuno che è riuscito a superare tutto questo, lasciando a casa il buonismo e la retorica che non mi aiuteranno certo in questa impresa titanica.

Grazie per chi risponderà a questo appello disperato.

 

Never enough (piano e voce)

Sto cercando di trattenere il respiro

Lasciar stare così

Non posso lasciare che questo momento finisca

Hai scatenato un sogno con me

Che ora sta diventando più forte

Riesci a sentire questo riecheggiare?

Prendi la mia mano

Condividerai questo con me?

Perché tesoro senza di te…

Diffida da chi non cambia mai

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C’è una frase di Carl Jung che mi ha sempre affascinata, e di cui credo di aver colto il reale significato soltanto di recente. La citazione recita quanto segue:

“L’incontro tra due personalità è come il contatto di due sostanze chimiche: se c’è una reazione, entrambe vengono trasformate”.

Col senno di poi siamo tutti bravi a capire come stiano realmente le cose; il difficile è rendersene conto mentre ci siamo dentro con tutte le scapre. Io non sono mai stata brava a farlo, e mi sono sempre illusa di essere nel posto e nel momento in cui avrei dovuto e voluto essere. Solo adesso guardando indietro vorrei che qualcuno mi avesse fatto riflettere, vorrei che qualcuno mi avesse detto:” Adesso fermati, lascia da parte sogni e sentimenti e descrivimi la tua vita attuale con oggettività ”. Probabilmente mi sarei accorta di essere fuori dal tempo e dallo spazio che mi si addicevano davvero. Solo adesso infatti mi rendo conto che nel percorso fatto fino ad ora, l’unica a cambiare e a trasformarsi sono stata io: non mi accorgevo che le persone che avevo accanto restavano immutate, ferme nelle loro posizioni come guardiani impassibili a difesa del loro castello. Io ero certa che una reazione ci fosse, perché la sentivo esplodere dentro al petto; non mi rendevo conto però che la reazione che vedevo negli altri era solo un inganno, il riflesso dei miei cambiamenti nelle loro armature lucenti.

Sempre col senno di poi, mi ripeto senza sosta:” Come hai potuto essere così stupida e così cieca? “. Ma sto anche imparando ad essere più clemente con me stessa, e vorrei riuscire a perdonarmi. Anche perché continuare a farsene una colpa è inutile se non addirittura nocivo: devo semplicemente imparare a far tesoro di questo errore anziché continuare a compiangermi per averlo commesso.

In definitiva: meglio diffidare di chi non cambia mai e resta sempre identico a se stesso.

 

 

Chi lo vuole il Principe Azzurro!

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Capita anche a voi di alzare istintivamente gli occhi al cielo quando sentite una donna vantarsi del fatto di vivere esclusivamente in funzione del proprio compagno o dei propri figli?

Che poi tutto sommato non sembrano far male a nessuno: si prendono cura di altre persone, si sentono realizzate all’interno di determinati rapporti, e ne sono felici.

Dall’alto della mia decennale esperienza, mi viene da azzardare che in realtà di male ne fanno moltissimo a loro stesse.

Non sarebbe giusto fargliene una colpa (anche se personalmente me ne faccio tutt’ora), ma sicuramente forniscono uno spunto di riflessione su un problema (perché di problema si parla) che serpeggia indisturbato tra le nostre menti come fosse qualcosa di totalmente scontato e naturale. Il fatto è che fra le etichette, gli incasellamenti e le trappole culturali che da sempre immobilizzano sogni ed aspirazioni del genere femminile, la più pericolosa è probabilmente proprio quella del “Principe Azzurro”, ovvero l’idea, ormai cementata nella società moderna, per cui ogni donna, per essere felice, debba necessariamente trovare l’uomo giusto.

Non che questo sia un male in sé, tutt’altro. Io stessa devo ammettere che la vita in due può essere davvero meravigliosa. Ciò che di sbagliato c’è, è l’assunto secondo il quale senza un uomo al suo fianco (oppure senza un figlio da accudire o senza una carriera invidiabile), una donna non possa dirsi mai completa e quindi felice. È un po’ come se la società insinuasse costantemente che una donna non possa mai ed in nessun caso bastare a sé stessa.

Da che mondo è mondo, ci hanno sempre fatto credere che l’uomo (in quanto essere umano di genere maschile) ‘non deve chiedere mai’, se a 50 anni è ancora single mantiene comunque un certo fascino che gli spiana una strada costellata di nuovi incontri e occasioni. Per la donna no, tutto questo non vale. Se una donna è ancora single e non realizzata entro i 40 anni, viene additata come la “poverina che nessuno si piglia”, quella che “finirà a fare la gattara”, quella che “sta perdendo gli ultimi anni preziosi per poter mettere al mondo un figlio”, quella che “rimarrà zitella”.

Nel corso dei secoli ci hanno convinte che una donna non abbia valore (o comunque ne abbia molto poco) se non si trova all’interno di una relazione. E allora noi aspiranti principesse cresciamo con il preciso intento di trovare l’uomo perfetto per noi, quello in grado di renderci felici. E i cartoni animati, costellati appunto di principesse in trepidante attesa del loro “Azzurro”, non fanno altro che rimarcare il concetto per renderlo ben chiaro ed indelebile fin dalla tenera età. Per Cenerentola, Biancaneve o anche la più moderna Rapunzel, l’equazione è sempre la stessa:

Principessa infelice + Principe Azzurro = Un ‘Per Sempre’ felici e contenti.

Credo che più in generale l’errore stia nel mettere la nostra felicità nelle mani di qualcun altro al di fuori di noi. Che poi questo qualcuno sia un fantomatico Principe Azzurro piuttosto che un’amica o un figlio, poco ci interessa. La convinzione che nel mondo esista qualcuno in grado di renderci felici, ci porta ad instaurare rapporti instabili e poco equilibrati, perché deve essere chiaro: nessuno può renderci felici se non lo facciamo noi. In una moderna relazione tra adulti, accade spesso che la donna torni ad essere la bambina capricciosa di un tempo (perché tutte, chi più chi meno, abbiamo fatto qualche capriccio quando eravamo piccine), e intrappoli di conseguenza il proprio compagno in un ruolo che non si è scelto e che non gli spetta: perché solo noi sappiamo cosa può renderci felici, e non possiamo pretendere che qualcun altro ci legga nel pensiero o che addirittura faccia tutto quello che ci aspettiamo. Ci aggrappiamo all’altro e lo riempiamo di richieste e di problemi. “Se non sono felice, la colpa è tua”. Certo, il nostro partner o i nostri figli possono largamente contribuire alla nostra felicità, ma non possono e non devono essere la nostra unica fonte di gioia.

Credo quindi che sia fondamentale acquisire una certa autonomia all’interno dei rapporti, e lo si può fare se prima impariamo a costruirci una personalità che sia forte abbastanza e a lavorare sulla nostra autostima.

È importante viversi tutto ciò che ci circonda, e non relegarsi all’interno di un singolo rapporto. In un mondo fatto di milioni di sfaccettature, entrano in gioco i rapporti familiari e di amicizia, lo sport, le passioni, i bisogni, i desideri. Ciò che è esterno alla relazione, non dovrebbe essere considerato come un qualcosa di minaccioso per la relazione stessa, e invece mi rendo conto che spesso è così che viene inteso.

Probabilmente poter incolpare qualcuno (che non siamo noi) della nostra infelicità, ci rende più sicure e meno spaventate; ma si tratta solo di una vittoria apparente, perché finché non ci assumeremo la responsabilità dei nostri sentimenti, dei nostri desideri e delle nostre capacità, non potremo mai essere davvero felici.

O almeno io credo che sia così.

La mia ansia

Lo scorso anno scrissi qualche riga che vedeva come protagonista la mia rabbia (per chi se lo fosse perso e fosse stranamente interessato a leggerlo, eccolo qui), e poco dopo scrissi qualcosa pure sull’ansia (qui). Oggi che un nuovo anno è iniziato e che quello vecchio ha lasciato i suoi segni sulla mia pelle, devo ammettere che le cose sono un pochino cambiate.

Quella rabbia furente, devastante e divoratrice che distruggeva me e le persone che avevo intorno, sembrerebbe essersi un po’ assopita, ma al calare della rabbia è coinciso un repentino aumento dell’ansia, che non so se considerare come un successo oppure no (anche se tendo a propendere per la seconda opzione).

Normalmente non capita mai che mi svegli la mattina e cominci a tirare le somme dei miei stati emotivi, più semplicemente è successo che sono incappata nell’argomento leggendo un articolo che non so se considerare veritiero oppure no (lo so, sono stata pigra a non approfondire, ma spero che perdonerete la svogliatezza tipica di chi avrebbe bisogno di dormire e svegliarsi solo tra un anno o due). L’articolo spiegava che quando siamo sopraffatti dall’ansia, dovremmo ricordarci che non si tratta di un’emozione al pari di tutte le altre, ma di un vero e proprio campanello d’allarme. Solitamente infatti è il risultato di emozioni che non siamo stati in grado di gestire. Oltre alla spiegazione teorica, l’articolo continuava dando dei consigli pratici per aiutarci a gestirla; d’altronde, lasciare che l’ansia agisca incontrollata è totalmente nocivo, perché si sa che genera solo altra ansia in un vortice che si autoalimenta senza sosta. Dunque, quando l’ansia ci assale, dovremmo cercare di analizzare ciò che l’ha scatenata indagando a fondo, cercando di essere presenti a noi stessi senza lasciarsi sopraffare.

E io, credulona e curiosa come sempre, ho voluto testarlo sulla mia pelle.

Qualche sera fa, il mio ragazzo tardava a tornare a casa. Mi aveva detto che avrebbe fatto tardi, ma l’ansia ha comunque cominciato a fare capolino (la solita menefreghista che si fa beffe dei miei tentativi di auto-tranquillizzarmi), e ha cominciato a stringermi nella sua morsa con sempre maggiore forza, fino a che il respiro non ha cominciato a diventare affannoso. Allora mi sono ricordata di quell’articolo, e anzichè ripetermi come un mantra “stai tranquilla, stai tranquilla, vedrai che non è successo niente”, ho cominciato a domandarmi “Cosa c’è che non va? Di cosa hai paura? Temi che gli sia successo qualcosa? Hai paura di perderlo? Hai paura di restare sola?”.

Ho talmente impegnato la mia testa con una sfilza di domande e di tentativi di risposta, che dopo qualche minuto il respiro era tornato ad essere più regolare. Ammetto di non aver trovato la vera ragione di quell’ansia (suppongo che solo uno psicologo potrebbe), ma sicuramente concentrarmi nella ricerca dei motivi che le hanno dato vita anziché provare inutilmente a scacciarla come fosse una mosca fastidiosa, mi ha aiutato a “centrarmi” e a spezzare quel circolo vizioso a cui sono tanto abituata.

Nell’attesa di andare fino in fondo alle ragioni delle mie paure, mi sento sollevata all’idea di aver trovato un semplice meccanismo che mi aiuti anche soltanto a non cominciare a piangere come una matta quando la situazione sfugge dal mio controllo, quindi spero che possa tornare utile anche a chi tra voi, come me, convive con la propria ansia ormai da troppo tempo.

Quattrocchi

Era il terzo anno di scuola elementare. Tutti i giorni, non appena tornavo a casa, correvo in cameretta a fare i compiti mentre aspettavo che cominciasse BimBumBam. Aprivo il mio diario e controllavo il numero delle pagine che avevo trascritto, quindi aprivo il Sussidiario e cercavo gli esercizi presenti alle pagine riportate sul diario. Capitava spesso e volentieri che a quelle pagine non ci fosse un bel niente, e che quindi mia madre, inferocita, chiamasse la madre di una mia compagna di classe per farsi dare i numeri di pagina corretti. Io, neanche a dirlo, ogni volta mi sentivo mortificata, anche perché ero sicura di aver copiato sul diario esattamente ciò che avevo letto alla lavagna. Peccato che ciò che leggevo non corrispondesse alla realtà (ma in quel momento ancora non lo sapevo). Per quasi un anno continuai a riportare sul diario le pagine sbagliate degli esercizi, e non era un caso che pure alle espressioni di matematica mancasse sempre qualche pezzo o che un numero fosse confuso per un altro. Nessuno si pose il problema di indagare sulla cosa, ne tanto meno lo feci io che avevo 9 anni e che mi fidavo di ciò che mi dicevano maestre e genitori:”in classe non sei attenta. Sei sempre distratta, ecco perché sbagli quando copi dalla lavagna. Non sei buona neanche a ricopiare”. La cosa strana era che nelle materie linguistiche, dove non c’era niente da “copiare”, me la cavavo piuttosto bene. Per mia fortuna, a quei tempi nelle scuole elementari ancora si facevano i vaccini e i controlli della vista. Miopia -0,50 gradi fu il mio responso. Non potevo crederci: avrei dovuto portare gli occhiali. E i miei genitori me li comprarono pure, ma mi stavano così male che non li misi mai, e i miei non si dettero pena affinché li portassi. Nessuno mi aveva spiegato niente, e ai tempi Google ancora non c’era, pertanto continuai imperterrita a non mettere gli occhiali e ad affaticare ulteriormente i miei occhi già deboli, tanto che nel giro di un anno e mezzo persi un’intero grado per ciascun occhio. Non contenta, proseguii per quella strada fino alla fine delle superiori, quando dovetti smettere di giocare a pallanuoto perché i miei -2,50 gradi di miopia (a cui intanto si era aggiunto pure un po’ di astigmatismo), a stento mi permettevano di vedere arrivare la palla ad un palmo dal naso. Così mi rivolsi ad un oculista e cominciai a portare le lenti a contatto, tutti i giorni per circa 4 anni. Presi un bello spavento quando i miei occhi cominciarono a mal sopportare le lenti, e fu l’ottico a spiegarmi che, se volevo evitare di sviluppare un’intolleranza definitiva, avrei dovuto alternare le lenti agli occhiali. E così alla fine dovetti cedere. Ho sempre pensato che gli occhiali mi stessero malissimo, di non avere affatto la “faccia da occhiale”, (e tutt’ora lo credo), ma mi sono dovuta rassegnare a portarli per almeno 5 giorni su 7. Ogni volta che devo andare a comprarne un paio, provo tutti quelli presenti nel negozio e alla fine scelgo quelli che mi consiglia mia sorella (fosse per me uscirei a mani vuote perché mi sembra che mi stiano male tutti). Che poi, se devo essere sincera, col tempo sono riuscita a trovargli pure qualche aspetto positivo: la mattina, con gli occhi ancora semichiusi, mettere le lenti è sempre stato un po’ traumatico, mentre con gli occhiali è una passeggiata; e pregio ancora migliore, mi proteggono dal mondo. Quando porto gli occhiali penso di essere brutta, e che di conseguenza nessuno mi guardi. Quando porto gli occhiali, è come se indossassi uno scudo che cela la mia anima, come se le emozioni non trasparissero dai miei occhi, o meglio come se non potessero andare al di là di quei due vetri ormai irrimediabilmente graffiati. Eppure la cosa che preferirei in assoluto, sarebbe andare in giro senza lenti e senza occhiali, con la vista offuscata e appannata, privata della possibilità di vedere il viso e le espressioni della gente. Questo mi regala molta più libertà di quanta non ne senta nella quotidianità. Lo so, è una cosa assurda, e neanche io me la so spiegare a pieno. È come se il fatto di non vedere il mondo che mi circonda, mi nascondesse ad esso (ma è palese a tutti che in realtà accade esattamente il contrario: sono io a non vedere il mondo, ma il mondo mi vede benissimo). È un po’ come quando si resta soli in casa e ci si sente liberi di fare cose che col resto della famiglia non faremmo. Infine, concorderemo tutti che avrei bisogno di un buon psicanalista che però al momento non posso permettermi. Grazie per aver ascoltato la mia storia sconclusionata e per farmi sapere, quando ne avrete voglia, che rapporto avete con i vostri occhiali. Magari esiste un’altra anima pazza e sconclusionata come la mia da qualche parte là fuori.

FATHER FORGETS di W.Livingston Larned

padre-e-figlio

Ascolta, figlio: ti dico questo mentre stai dormendo con la manina sotto la guancia e i capelli biondi appiccicati alla fronte. Mi sono introdotto nella tua camera da solo: pochi minuti fa, quando mi sono seduto a leggere in biblioteca, un’ondata di rimorso mi si è abbattuta addosso, e pieno di senso di colpa mi avvicino al tuo letto.

E stavo pensando a queste cose: ti ho messo in croce, ti ho rimproverato mentre ti vestivi per andare a scuola perché invece di lavarti ti eri solo passato un asciugamani sulla faccia, perché non ti sei pulito le scarpe. Ti ho rimproverato aspramente quando hai buttato la roba sul pavimento.

A colazione, anche lì ti ho trovato in difetto hai fatto cadere cose sulla tovaglia, hai ingurgitato cibo come un affamato, hai messo i gomiti sul tavolo. Hai spalmato troppo burro sul pane e, quando hai cominciato a giocare e io sono uscito per andare a prendere il treno, ti sei girato, hai fatto ciao ciao con la manina e hai gridato: “Ciao papino!” e io ho aggrottato le sopracciglia e ho risposto: “Su diritto con la schiena!”

E tutto è ricominciato da capo nel tardo pomeriggio, perché quando sono arrivato eri in ginocchio sul pavimento a giocare alle biglie e si vedevano le calze bucate. Ti ho umiliato davanti agli amici, spedendoti a casa davanti a me. Le calze costano, e se le dovessi comperare tu, le tratteresti con più cura.

Ti ricordi più tardi come sei entrato timidamente nel salotto dove leggevo, con uno sguardo che parlava dell’offesa subita? Quando ho alzato gli occhi dal giornale, impaziente per l’interruzione, sei rimasto esitante sulla porta. “Che vuoi?” ti ho aggredito brusco. Tu non hai detto niente, sei corso verso di me e mi hai buttato le braccia al collo e mi hai baciato e le tue braccine mi hanno stretto con l’affetto che Dio ti ha messo nel cuore e che, anche se non raccolto, non appassisce mai. Poi te ne sei andato sgambettando giù dalle scale.

Be’, figlio, è stato subito dopo che mi è scivolato di mano il giornale e mi ha preso un’angoscia terribile. Cosa mi sta succedendo? Mi sto abituando trovare colpe, a sgridare; è questa la ricompensa per il fatto che sei un bambino, non un adulto? Non che non rivolessi bene, beninteso: solo che mi aspettavo troppo dai tuoi pochi anni e insistevo stupidamente a misurarti col metro della mie età.

E c’era tanto di buono, di nobile, di vero, nel tuo carattere! Il tuo piccolo cuore così grande come l’alba sulle colline. Lo dimostrava il generoso impulso di correre a darmi il bacio della buonanotte. Nient’altro per stanotte, figliolo. Solo che son venuto qui vicino al tuo letto e mi sono inginocchiato, pieno di vergogna.

È una misera riparazione, lo so che non capiresti questo cose se te le dicessi quando sei sveglio. Ma domani sarò per te un vero papà. Ti sarò compagno, starò male quando tu starai male e riderò quando tu riderai, mi morderò la lingua quando mi saliranno alle labbra parole impazienti. Continuerò a ripetermi, come una formula di rito: “è ancora un bambino, un ragazzino!”.

Ho proprio paura di averti sempre trattato come un uomo. E invece come ti vedo adesso, figlio, tutto appallottolato nel tuo lettino, mi fa capire se sei ancora un bambino. Nel tuo lettino, mi fa capire che sei ancora un bambino. Ieri eri dalla tua mamma, con la testa sulla sua spalla. Ti ho sempre chiesto troppo, troppo.

Come trattare gli altri e farseli amici

Già da un paio d’anni ho deciso di cambiare approccio con i tanto agognati quanto temuti obiettivi del nuovo anno: semplicemente non ne faccio, perché trovo più utile (e meno scoraggiante) focalizzarmi su obiettivi molto più grandi ma con scadenza a lungo termine.

Ho riflettuto a lungo sugli aspetti della mia vita che ho sempre reputato “difettosi”, da sistemare, e ho pensato che se avessi “aggiustato” quelli, anche il resto sarebbe andato a posto senza che dovessi far altro. Di certo, l’aspetto della “socialità” è sempre stato uno dei più carenti e nei quali ho sempre avuto più difficoltà a districarmi, specialmente nel quotidiano.

Prima di cinque figli, sono sempre stata abituata a cavarmela da sola, a non chiedere mai aiuto, a tacere i problemi e a mostrare agli altri sempre e soltanto la faccia sorridente (e per questo non sempre sincera). Fin da quando sono piccola, “gli altri” hanno sempre rappresentato un ostacolo insormontabile. Solo adesso capisco che la colpa non è veramente degli “altri” (che comunque a volte sembrano fare di tutto per metterti i bastoni tra le ruote), ma soltanto mia e di come (non) ho reagito ai loro sguardi, ai loro commenti, ai loro pensieri. Ma nonostante adesso io abbia molto chiaro che è importante non lasciarsi influenzare da tutto ciò che dice e crede la gente, ho ancora difficoltà a rapportarmi con tutto ciò che va oltre a mia pelle.

Così, in un percorso di crescita ed evoluzione personale che ho deciso di intraprendere, ho capito che avrei dovuto cominciare esattamente dalla cosa che mi terrorizzava di più: la relazione con gli altri.

Ho trovato centinaia di “percorsi” strutturati in punti e frasi ad effetto, fin anche in esercizi pratici: ognuno di questi gridava al miracolo e ad una rinascita garantita. E vi dirò: ne ho pure provati tre o quattro, ma i risultati sono stati deludenti e finanche inesistenti. Poi, continuando a cercare (evitando come la peste corsi con slogan come “dieci passi per raggiungere la felicità”, o “esercizi pratici per ritrovare la propria autostima”), mi sono imbattuta in un libro dei primi anni del 900′: Come trattare gli altri e farseli amici, pubblicato in America nel 1936 dalla casa editrice Simon&Schuster e in Italia da Bompiani.  L’autore, Dale Breckenridge Carnegie (1888 – 1955), è stato uno scrittore ed insegnante statunitense, che fu, tra le altre cose, promotore di numerosi corsi sullo sviluppo personale, vendita, leadership, corporate training, relazioni interpersonali e abilità di parlare in pubblico. Come trattare gli altri e farseli amici ha venduto oltre quindici milioni di copie in tutto il mondo ed è tuttora popolare, è uno dei primi best seller nella storia dei libri sullo sviluppo personale.

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Ho imparato qualcosa da questa lettura? Sì.

La consiglierei? Sì.

Ammetto che dopo la prima metà del libro, i concetti cominciano ad essere un po’ ridondanti e probabilmente fin troppo carichi di esempi, ma ciò non toglie che le nozioni che stanno alla base di questa guida siano tanto semplici quanto importanti.

Non trattandosi di un romanzo, non credo di fare spoiler anticipandone le parti che ho ritenuto più convincenti e utili al raggiungimento del mio obiettivo: quello di riuscire ad avere un rapporto più sano e privo di dipendenze con le persone che mi circondano.

Ecco i punti che ho trovato più illuminanti, le chiavi di lettura che sono certa mi permetteranno di capire meglio gli atri (oltre che me stessa):

  1. Novantanove volte su cento, la gente non accetta critiche sul proprio modo di comportarsi, per quanto sbagliato possa essere. La critica è inutile perché pone le persone sulla difensiva e le induce immediatamente a cercare una giustificazione. E’ pericolosa perché ferisce l’orgoglio della gente, la fa sentire impotente e suscita risentimento. […] Ci piace continuare a crede nelle cose in cui siamo abituati, a considerarle come vere, e quando le vediamo attaccate o messe in dubbio la nostra presunzione ci spinge a trovare ogni scusa per difenderle. Il risultato è che la maggior parte dei nostri cosiddetti “ragionamenti” consiste nel trovare argomenti per sostenere ciò in cui crediamo  (The Mind in the Making – James Harvey Ribnson). […] C’è più comunicatività in un sorriso che in una minaccia perché l’incoraggiamento è un sistema educativo più efficace della repressione.” A tal proposito vi invito a leggere la bellissima lettera di W.Livingstone Larned – Father Forgets, dedicata a suo figlio (e in buona parte anche a se stesso). La trovate qui.
  2. L’assunto più prezioso, è stato sicuramente quello che invita a focalizzarsi sulla natura umana: “il bisogno più sentito della natura umana è il desiderio di essere importanti […] il bisogno di perseguire infaticabilmente l’apprezzamento altrui”. […] La gente riterrebbe un’impresa criminosa lasciare la propria famiglia o i propri dipendenti a digiuno per sei giorni; eppure non hanno problemi a lasciarli sei giorni, o sei settimane, o a volte addirittura sei anni, senza quella gratificazione della quale hanno bisogno assoluto, tanto quanto del cibo. […] “Non c’è niente di cui io abbia tanto bisogno quanto del nutrimento per la mia autostima” (Alfred Lunt). […] Smettiamo per un momento di pensare ai nostri successi, ai nostri desideri. Cerchiamo di ricordare anche i pregi altrui. […] date sempre agli altri l’impressione di essere importanti”.
  3. La sola via sicura per influenzare una persona consiste nel converse di quanto le interessa. […] ci si fa più amici in due mesi mostrandosi interessati altri altri che non in due anni tentando di indurre gli altri a interessarsi a noi.
  4. Lottando si ottiene sempre poco; cedendo si ottiene sempre di più di quanto si sperava.[…] Tutti gli sciocchi sono pronti a difendere i loro errori, ma ametterli innalza il colpevole sopra la massa e gli conferisce dignità e serenità.

I concetti del libro non si esauriscono con questo breve elenco, sono presenti infatti molti piccoli e grandi escamotage e “trucchetti” per convincere gli altri a passare dalla vostra parte, o per “indorare la pillola” quando si tratta di impartire ordini di qualsiasi tipo. Si tratta di consigli utili per un livello “avanzato”, livello fino al quale certamente non intendo spingermi per il momento.

Al di là dei concetti spiegati nel testo, vorrei condividere con voi una breve frase in cui Carnegie parla della felicità, molto affine al mio sentire:

“La felicità non dipende dalle condizioni esterne, ma dal proprio stato interiore. Non è quello che avete o che siete o dove siete o che cosa state facendo che vi può rendere felici o infelici. E’ quello che pensate.”

Personalmente ho acquistato il libro in formato e-book per il mio Kindle a meno di 4 euro, ma potete trovarlo ovviamente anche in formato cartaceo (12 euro su Amazon).