Le vostre zone erronee – Una lettura illuminante

Mentre mi interrogavo per capire quali fossero le mie reali passioni, quelle che davvero desiderassi coltivare nel prossimo futuro, mi sono resa conto che oltre alla musica, alla lettura e alla scrittura, non avrei potuto fare a meno di continuare ad indagare i misteri  della psiche umana, un po’ per capire me stessa, un po’ per capire (e magari smettere di temere) le persone che mi circondano.

E cercando online qualche testo di psicologia da tenere sul comodino per colmare i tempi morti tra un romanzo rosa e un giallo, mi sono imbattuta in un libro che, con estrema semplicità, mi ha aperto nuove frontiere dell’introspezione, oltre a fornirmi delle interessanti chiavi di lettura sui rapporti interpersonali.

81QwdX0WAsLIl libro “LE VOSTRE ZONE ERRONEE – Guida all’indipendenza dello spirito” dello psicologo e scrittore Wayne W.Dyer, tratta essenzialmente le fragilità umane riscontrabili nella stragrande maggioranza delle persone, e non solo ne spiega le origini e i risvolti nella vita di ogni giorno, ma regala anche qualche prezioso consiglio per aiutarci a migliorare lasciandoci queste “zone erronee” alle spalle.

Era tanto che aspettavo una lettura di questo tipo, e il fatto di essermici imbattuta per caso in un momento di forte fragilità, mi ha davvero impressionata. Non si tratta di uno di quei libri mirati a venderti l’illusione della felicità e a propinarti frasi motivazionali che, senza una buona base di comprensione, lasciano un po’ il tempo che trovano. Gli 8,50 € meglio spesi delle ultime settimane! Ne consiglio la lettura a chiunque si trovasse in un momento di smarrimento, ma anche a chi volesse capire meglio i meccanismi (spesso inconsci) che portano l’essere umano a reagire e comportarsi in un determinato modo e sfruttare queste nuove conoscenze per fare un percorso di crescita personale.

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Dyer comincia il suo saggio (tra l’altro pensato e scritto per persone assolutamente digiune di psicologia e termini medici specifici) con l’ammissione che “cambiare costa fatica“. È questo uno dei principali motivi che ci spinge all’inerzia, a perseverare nei nostri comportamenti “erronei”. E badate bene: con “erronei”non intende comportamenti “sbagliati” e disapprovati dalla società, tutt’altro! Nella maggior parte dei casi qui si parla di comportamenti che la società non solo approva, ma addirittura incoraggia, ma che sono estremamente dannosi per noi stessi sotto tutti i punti di vista: per la nostra parte razionale, per quella emozionale e, nei casi più spinti, per il nostro stato di salute. Non si tratta di “aggiustare qualcosa di rotto”, ma bensì di comprendere e addirittura crescere se lo si vuole.

Potrebbe sembrare assurdo, ma se ci pensiamo bene nella quotidianità ci sentiamo spesso molto più sicuri ad attenerci ad un modo di reagire che conosciamo, benché autodistruttivo, piuttosto che a cambiare le nostre abitudini. Quali saranno mai queste abitudini autodistruttive che non riusciamo a cambiare? Non siamo mica degli automi senza cervello che continuano a perseverare in qualcosa che ci fa del male? In effetti no, non siamo degli automi, ma ciò non toglie che, senza esserne davvero consapevoli, spesso ci comportiamo come se lo fossimo. Chi, ad esempio, può dirsi privo di rimpianti, di ansie, di preoccupazioni, di desideri che forse non si realizzeranno mai? Se non tutti, quanto meno la maggior parte di noi. Questo prova che qualcosa nei nostri meccanismi profondi non funziona come sarebbe naturale che funzionasse.

Dyer spiega che qualsiasi comportamento autodistruttivo che mettiamo in atto, è un modo per evitare il presente, l’adesso. Eppure non ha senso, visto che il presente è l’unico momento in cui possiamo fare esperienza. A cosa serve rimuginare continuamente sulle esperienze passate o su quelle future? La domanda è ovviamente retorica.

La vita è nostra, e dovremmo farla così come noi la vogliamo. Ma spesso non sappiamo neanche cosa vorremmo davvero, e allora potrebbe essere davvero arrivato il momento di scendere nel profondo per comprenderne i motivi e abbracciare nuovi processi mentali che ci consentano di dirigere noi stessi esattamente lì dove vogliamo. Ovviamente non è semplicissimo dal momento che veramente tantissime forze cospirano contro la responsabilità individuale, ma ciò non significa che con le conoscenze giuste e un po’ di impegno sia impossibile.

Tendenzialmente le nostre giornate sono fatte di passaggi tra un determinato stato d’animo e un altro: un momento ti senti sereno, quello dopo qualcosa ti turba e ti arrabbi, poi ti senti ansioso per qualcosa che dovrà accadere, e non poterlo comandare ti fa sentire frustrato. Eppure è possibile controllare tutti questi stati d’animo. Il sillogismo che usa Dyer è molto semplice:

Io posso controllare i miei pensieri

I miei stati d’animo discendono dai miei pensieri

Posso controllare i miei stati d’animo

Ogni emozione non è altro che la reazione fisica ad un pensiero, ed è proprio sui pensieri che dovremmo agire per cambiare noi stessi e la nostra vita. E quando possiamo farlo? Soltanto adesso, nel momento in cui ogni cosa accade. Non possiamo cambiare i nostri pensieri di ieri, eppure quella di non tenere in considerazione il presente è una vera e propria malattia della nostra cultura: ciascuno di noi, infatti, viene continuamente condizionato a sacrificarla per il futuro. La felicità, sempre rimandata all’indomani, ci sfugge. Vi è mai capitato di dire a voi stessi:”Quando mi sposerò/quando sarò più magra/quando mi sarò laureato/quando avrò un figlio/quando guadagnerò di più la mia vita cambierà”. Poi quell’evento si verifica, e restiamo delusi perché capiamo di averlo idealizzato, e che niente è realmente cambiato. Ciò significa che non dovremmo lasciare che le circostanze pilotino la nostra vita: se vogliamo qualcosa, dobbiamo agire per ottenerla, senza aspettare che circostanze esterne lo facciano per noi….anche perché potete star certi che non avverrà.

Spesso restiamo immobili per il timore di sbagliare, ma se ci lasciamo paralizzare dalla paura non cambieremo mai, e di conseguenza anche la nostra vita resterà tale e quale.

Fra i comportamenti “immobilizzanti” che non ci permettono di crescere e cambiare, c’è sicuramente l’approccio “erroneo” all’amore verso noi stessi e gli altri, accompagnato dal comune errore di confondere il proprio valore con il proprio comportamento: siamo soliti pensare che quel tale sia “cattivo”, anziché pensare semplicemente “si è comportato male”; e così ragioniamo anche per noi stessi. Quando non siamo capaci di fare qualcosa, sentiamo di valere poco “in generale”, senza riflettere sul fatto che se non siamo riusciamo in qualcosa, potrebbe essere semplicemente perché non ci siamo “allenati” abbastanza: le nostre capacità non sono scritte nei nostri geni, ma sono piuttosto il frutto di scelte che abbiamo compiuto in passato. Se ad esempio in età adulta siete delle schiappe nella corsa o nel gioco del golf, questo non fa di voi delle persone che valgono meno rispetto a quelle che invece in questi campi vanno forte: semplicemente, in passato, avrete ritenuto di dedicare il vostro tempo e i vostri sforzi ad altre attività. Che quelle decisioni si siano rivelate “sbagliate” per voi (e solo voi e nessun altro può dirlo), l’unica alternativa che avete è lavorare per cambiare il presente, visto che tanto per il passato non potete più fare niente. D’altronde niente e nessuno potrà mai darvi la garanzia che una decisione dia i risultati che speravate, tanto vale provare e, nel caso in cui il risultato non ci soddisfi, cambiare e provare una nuova strada.

E se a limitarci fossero degli aspetti di noi stessi che consideriamo “sbagliati”? Be’, a questo punto è necessario capire se si tratta di aspetti che possono essere modificati (ad es. qualcosa che consideriamo un difetto caratteriale), o meno (ad es. la lunghezza delle nostre gambe); nel secondo caso, dobbiamo lavorare per imparare ad accettare noi stessi, tenendo sempre ben presente che l’amore per sé stessi non esige l’amore e l’opinione altrui.

Ma che senso ha scegliere per noi stessi questi comportamenti autodistruttivi? Principalmente perché abbassare il nostro valore e metterci al di sotto degli altri, ci evita molti rischi. Così facendo, possiamo ricevere compassione e attenzione, con lo svantaggio di dare contemporaneamente agli altri un potere sterminato sulla nostra vita. Aver bisogno di essere approvati, è un po’ come dire “Vale più il tuo pensiero su di me, che l’opinione che ho di me stesso”. In questo modo saremo tutto ciò che gli altri vogliono che noi siamo, a discapito della nostra vera personalità. D’altronde secondo la nostra cultura è sempre meglio consultare gli altri che fidarsi di se stessi. Non a caso l’approvazione viene usata come potente strumento di manipolazione: l’indipendenza e l’auto-approvazione allontanano dal controllo altrui, ma vengono definiti comportamenti egocentrici ed irriguardosi. E ciò è così da sempre: fin da quando siamo bambini ci insegnano a chiedere prima ai genitori (che trattano i figli come fossero un loro possesso), ci spingono a non pensare con la nostra testa e a stare al nostro posto (soprattutto a scuola), e la religione non aiuta di certo: devi piuttosto comportarti in un certo modo per ottenere l’approvazione del tuo Dio, altrimenti ciò che ti spetta sono punizioni e dannazione eterna.

La ricerca dell’approvazione altrui è altresì nociva perché tendiamo generalmente ad assimilare il rifiuto di una nostra idea, al rifiuto di tutti noi stessi. Ma dobbiamo imparare a convivere col fatto che esisterà sempre qualcuno che ci disapproverà. Tutto sommato, ci va bene anche così, e preferiamo affidarci all’approvazione altrui per poi avere la possibilità di addossargli la colpa dei nostri stati d’animo, senza pensare che la conseguenza di questo comportamento è che non cambieremo mai.

La strada giusta da percorrere è quella di esercitarsi ad ignorare la disapprovazione, e Dyer ci da’ qua e là qualche escamotage da mettere in pratica per perseguire questo obiettivo:

  • Smettere di stare sulla difensiva accampando scuse o cercando di difendersi
  • Ringraziare l’altro per la sua opinione e dirgli che continuiamo ad essere convinti di ciò che pensiamo
  • Smettere di voler convincere l’interlocutore a tutti i costi della giustezza della nostra posizione
  • Cominciare a fidarsi un po’ di più di noi stessi e delle nostre decisioni (se fatte con criterio, e non prese per ansia o paura).

Questa è soltanto un’infarinatura generale e affatto esaustiva del libro di Dyer (che ovviamente vi invito a leggere), ma mi piacerebbe comunque approfondire determinati aspetti per darmi e darvi ulteriori spunti di riflessione che in un modo fortemente omologato come quello di oggi sono merce rara.

Quindi prossimamente mi impegno a pubblicare alcuni post che scendano nel dettaglio di ciascuna “zona erronea” per cercare di comprenderla a pieno e condividere con voi gli strumenti per potersene liberare. Stay tuned 😉

– II parte – Liberarsi del passato

Tu sei il risultato di tutte le immagini che hai dipinto di te stesso […] e ne puoi sempre dipingere di nuove.

L’ennesima opinione non richiesta

Finalmente (per me) dopo più di un mese di latitanza riesco nuovamente ad aprire WordPress e condividere con voi l’ennesima opinione non richiesta.

E proprio di opinione non richiesta si parla, perché il succo del discorso è un po’ questo:”qualunque sia la tua opinione riguardo ad un fatto o ad una persona, non necessariamente devi aprir bocca e gridarla ai quattro venti”.

Durante il mio viaggio a New York (un viaggio peraltro meraviglioso di cui vorrei parlarvi prossimamente), è accaduto un fatto alquanto spiacevole che mi ha lasciato l’amaro in bocca, un saporaccio di quelli che non se ne vanno neanche se ti lavi i denti cinque volte al giorno e provi a non pensarci più.

“Ah, questi americani”! Penserete voi. Ebbene devo smentirvi, perché il protagonista di questa storiella non è un americano, ne un bengalese, ne un giapponese: il mongolino d’oro per la peggior performance di “turista all’estero”, va proprio ad una bella famigliola italiana.

La premessa è la seguente: Francesco, il mio ragazzo, è generalmente considerato un tipo intelligente, sveglio e socievole. E oltre che per queste qualità, è spesso individuato come “quello coi capelli strani”. Effettivamente sì, ha un taglio che definire ‘particolare’ sarebbe un eufemismo, ma se a lui piace così non vedo perché qualcun altro dovrebbe farsene un cruccio. Se a te quel taglio non piace, semplicemente hai tutto il diritto di pensarlo e decidere che tu, quel taglio di capelli, non lo farai mai. Stop.

E invece no.

La situa si è svolta più o meno così: eravamo su Liberty Island (l’isola da cui svetta la Statua della Libertà per intenderci), e da lì ammiravamo estasiati il bellissimo skyline di New York. Cominciamo a fare  decine di foto al panorama, io con la macchina fotografica e Francesco col telefono, IMG_5177.JPGma mentre sposto lo sguardo per cambiare punto di vista, noto un tizio sulla cinquantina che, ridendo sotto i baffi (ma neanche troppo sotto visto che me ne sono accorta subito), punta il cellulare nella direzione di Francesco vantandosi con la figlia di quanto sia ganzo (per i non toscani: “divertente, scaltro, astuto”) quello che sta facendo. Dopo aver fatto il video, padre e figlia se lo riguardano insieme ridendo, al che mi posiziono accanto a loro e, mentre scatto un’altra foto, a voce alta esclamo “molto divertente!”. Loro non sembrano accorgersi di me, o quanto meno non sembrano capire che la mia esclamazione sia rivolta a loro. Se non che, non ancora pienamente soddisfatti, fanno accorrere l’altra figlia e la moglie per vantarsi ulteriormente della loro bravata. Quando la moglie si accorge che il soggetto del video è un ragazzo che sta innocuamente scattando foto al panorama a due passi da loro, dice sottovoce:”E se vi vede?!”. E’ stato più forte di me: ho preso la palla al balzo, mi sono girata verso la famigliola allegra e ho esclamato:”Lui spero di no, ma vi ho visti io”.

E’ bastata questa semplice affermazione a far spegnere tutti i sorrisi compiaciuti sui loro volti. Non hanno neanche avuto la decenza di scusarsi: si sono limitati ad ammutolire, e mentre Francesco mi chiedeva cosa fosse successo, si sono silenziosamente dileguati al pari della nebbia d’estate.

Spero che si siano vergognati profondamente (e ho pochi dubbi a riguardo vista l’espressione di spaventoso rimprovero che dovevano avere i miei occhi), ma spero sopra ogni cosa che la lezione gli servirà come monito a non ripetere più lo stesso stupido errore in futuro.

Diversamente da quanto sono abituata a fare, mi sono frenata e ho evitato di partire in quarta: se avessi lasciato il mio istinto libero di agire, li avrei sbranati e umiliati davanti al mondo come una leonessa che difende i propri piccoli.

Sarà che fin da piccola sono stata vittima di fenomeni di bullismo, sarà che per anni sono rimasta in silenzio mentre mi prendevano in giro e mi calpestavano, fatto sta che sono estremamente sensibile ad episodi di questo tipo. Ma pure per chi non lo fosse particolarmente, credo che il solo buon senso dovrebbe bastare a considerar stupido e vigliacco prendersi gioco di qualcuno in questo modo. Evidentemente mi sbaglio e ripongo decisamente troppe aspettative nel genere umano.

A quel tizio avrei voluto chiedere: “come ti sentiresti se qualcuno trattasse così te o le persone che ami? Ma soprattutto, cosa stracavolo insegni ai tuoi figli? Credi che prendersi gioco degli altri sia un atto che ti fa onore? Complimenti! Complimenti davvero!”

E alla madre di famiglia avrei voluto ricordare: “il problema non risiede nella possibilità che ‘il ragazzo si volti e se ne accorga’, ma nel fatto che l’uomo che hai sposato sia artefice di tanta stupidità”.

Mi piacerebbe far provare a chiunque la sensazione di essere come in gabbia, mentre la gente intorno punta il dito verso di te e ti deride, neanche tu fossi il peggiore degli assassini; se non altro sarebbe un ottimo spunto di riflessione nel futuro rapporto con l’altro. Se avessi saputo prima che chi si comporta così lo fa per insicurezza, avrei avuto centinaia di problemi in meno. Meglio tardi che mai.

Io non dico che non si possa avere un’opinione su una determinata persona, o che non la si possa esprimere in nessun caso, ma sicuramente se l’opinione in questione non fosse stata minimamente richiesta dal diretto interessato, dovremmo assolutamente tenerla per noi evitando di ferire o mortificare chicchessia: nessuno dovrebbe sentirsi meno di ciò che è soltanto perché gli altri lo credono.

 

Se solo…

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Se solo fossi più bella…

Se solo fossi più magra…

Se solo fossi più alta…

Se solo avessi più seno…

Se solo avessi labbra più grandi…

Se solo avessi una fronte più alta…

Se solo avessi le gambe più affusolate…

Se solo avessi gli occhi chiari…

Se solo avessi i capelli ricci per natura, o se solo li avessi lisci per natura…

Se solo avessi più autostima…

Se solo avessi più coraggio…

Se solo guarissi dai problemi di salute…

Se solo capissi cosa voglio dalla vita…

Se solo avessi un obiettivo…

Se solo avessi pazienza…

Se solo riuscissi ad accontentarmi di ciò che ho…

Se solo fossi più decisa…

Se solo fossi ricca…

Se solo avessi più amici…

Se solo capissi i miei stati d’animo…

Se solo fossi più fortunata…

Se solo fossi meno egoista…

Se solo smettessi di punirmi col cibo…

Se solo smettessi di consolarmi col cibo…

Se solo smettessi di tenermi tutto dentro…

Se solo mi mettessi al primo posto…

Se solo avessi un dono speciale…

Se solo potessi cambiare il passato…

 

…allora sarei un’altra persona e non me. Eppure non vorrei essere nessuno che io conosca. Ma neanche me. Vorrei essere tutto ciò che non sono. Vorrei sperimentare altre vie per la felicità, quella felicità che al momento mi sembra preclusa. Ma la colpa non è di ciò che sono, ne tanto meno di quello che non sono.

Avverto distintamente il fruscio di pensieri cupi e pesanti che prendono lentamente vita da un angolo buio della mia mente; mi accorgo di nuovi punti di domanda che prima non c’erano e che come ombre crescono e s’allungano man mano che sfiorisce il giorno. In poco tempo tutto diventa scuro, anche le cose più belle e che a mente fredda non cambierei mai.

E’ in questi momenti che l’ego prende il sopravvento: teme che io possa soffrire ancora, e per far sì che io evada al più presto da questa gabbia di prepotenti pensieri, mi propone:”perché non ti fai una bel selfie (o semplice autoscatto) e aspetti che ti facciano un sacco di complimenti, a conferma del fatto che sei fantastica così come sei?”. Lui però non sa che per ottenere una foto quasi figa, mille altre devono essere scartate: respingo istintivamente le mille altre versioni di me che (sono convinta) “gli altri” non gradirebbero. E non è ancora più deprimente rendersi conto che soltanto una versione su mille ha passato l’esame finale (per il rotto della cuffia e con l’aiuto di Prisma, aggiungerei) ?

O ancora, non lo sa il mio ego (così come lo sa la mia coscienza) che ciò che gli altri pensano di me lascia un po’ il tempo che trova? Perché un’ora dopo, o al più tardi il giorno seguente, mi ritroverò ancora lì, immobile, irretita da quegli stessi cupi pensieri; perché per cercare l’approvazione “degli altri” non mi sarò mossa affatto dal baratro in cui mi sono lasciata trascinare.

 

 

 

 

Chi ha paura della sera?

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Che io sia strana, ormai è assodato; ma forse è bene ribadirlo per chi non mi conosce e potrebbe imbattersi in queste righe sconclusionate senza capirne il senso.

E nella mia stranezza, c’è qualcosa che mi demolisce, perché azzera la mia volontà e mi rende succube di pensieri e paure immotivate: l’arrivo della sera.

Fino a qualche anno fa, la sera rappresentava la speranza che qualcosa di bello potesse accadere; d’altronde le giornate scorrevano tutte identiche e senza variazioni: sveglia, colazione, lavoro, spesa, rientro a casa. Dal momento in cui varcavo la soglia di casa, potevo sperare in un abbraccio, in una sorpresa, in una novità (anche se puntualmente tutte le mie speranze venivano deluse). Così, sempre di più, devo aver cominciato a perdere quella speranza, e con quella, ogni sera si è gradualmente trasformata in una mera estensione del giorno, con l’aggravante di essere priva di obblighi o doveri che potessero impegnare i miei pensieri.

Non so bene come spiegarlo…è come se l’angoscia si facesse strada dentro di me senza una ragione, e trasformasse in simil-depressione ciò che fino a qualche ora prima era solo un velo di malinconia. Ma non è solo questo: mi accorgo di cambiare lentamente umore, di perdere la “spinta in avanti”, di sentirmi stanca come se non dormissi da giorni. E la cosa peggiore è che vedo trasformarsi in un terribile mostro ogni innocente pensiero che si affaccia nella mia mente.

Per fare un esempio stupido (e permettervi di decifrare il delirio di cui sopra), qualche settimana fa mi sono accorta che un’amica tardava a rispondere ad un mio messaggio. Durante il giorno, il pensiero si sarebbe trasformato in un semplice pensiero logico:”sarà indaffarata, quando vedrà il messaggio mi risponderà”; ma riflettendoci di sera, si è trasformato in un mostro a tre teste:”di solito risponde subito. E se le fosse successo qualcosa? Che faccio, la chiamo? No, meglio di no, non vorrei passare per paranoica. Quasi quasi scrivo al suo ragazzo per sapere se è tutto a posto. E se invece non rispondesse perché ce l’ha con me per qualche motivo? Non avrebbe tutti i torti: chi vorrebbe avermi come amica? Resterò sola per sempre”.

Risposta che tarda ad arrivare = senso di solitudine e pensieri autodistruttivi.

E’ incredibile come la sensazione di poter spaccare il mondo di giorno, si trasformi nel pessimismo più profondo al calar della sera. E’ un po’ come se il mio inconscio tirasse le somme della giornata e mi accusasse di non aver combinato niente neanche oggi, togliendomi di conseguenza ogni tipo di speranza nel domani. Se non ci sei riuscita oggi, perché domani dovrebbe essere diverso?

Poi finalmente vado a dormire, resetto la mia mente passando da sogni catastrofici e deliranti, e finalmente un nuovo giorno pieno di aspettative e speranze ha inizio. Ogni mattina mi alzo con l’illusione di poter “spaccare il mondo”, ma poi non faccio niente di concreto e ricomincia tutto da capo, passando per il tormento serale che prosciuga ogni emozione.

E’ per questo che ho paura del volgere del giorno: temo l’arrivo di quella infelicità immotivata che mi assalirà come ogni sera; e odio quella voglia insensata di piangere e rannicchiarmi sotto le lenzuola, senza nessuno intorno che mi costringa ad interagire col mondo.

Vorrei che la sera tornasse ad essere “speranza” e “possibilità“, e non l’estenuante attesa del giorno seguente. Vorrei smettere di sentirmi fallita, di sentirmi inutile, come se ogni giorno passato fosse soltanto un pezzetto in più, un altro mattoncino di un muro che si fonda sul nulla più totale.

Chi lo vuole il Principe Azzurro!

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Capita anche a voi di alzare istintivamente gli occhi al cielo quando sentite una donna vantarsi del fatto di vivere esclusivamente in funzione del proprio compagno o dei propri figli?

Che poi tutto sommato non sembrano far male a nessuno: si prendono cura di altre persone, si sentono realizzate all’interno di determinati rapporti, e ne sono felici.

Dall’alto della mia decennale esperienza, mi viene da azzardare che in realtà di male ne fanno moltissimo a loro stesse.

Non sarebbe giusto fargliene una colpa (anche se personalmente me ne faccio tutt’ora), ma sicuramente forniscono uno spunto di riflessione su un problema (perché di problema si parla) che serpeggia indisturbato tra le nostre menti come fosse qualcosa di totalmente scontato e naturale. Il fatto è che fra le etichette, gli incasellamenti e le trappole culturali che da sempre immobilizzano sogni ed aspirazioni del genere femminile, la più pericolosa è probabilmente proprio quella del “Principe Azzurro”, ovvero l’idea, ormai cementata nella società moderna, per cui ogni donna, per essere felice, debba necessariamente trovare l’uomo giusto.

Non che questo sia un male in sé, tutt’altro. Io stessa devo ammettere che la vita in due può essere davvero meravigliosa. Ciò che di sbagliato c’è, è l’assunto secondo il quale senza un uomo al suo fianco (oppure senza un figlio da accudire o senza una carriera invidiabile), una donna non possa dirsi mai completa e quindi felice. È un po’ come se la società insinuasse costantemente che una donna non possa mai ed in nessun caso bastare a sé stessa.

Da che mondo è mondo, ci hanno sempre fatto credere che l’uomo (in quanto essere umano di genere maschile) ‘non deve chiedere mai’, se a 50 anni è ancora single mantiene comunque un certo fascino che gli spiana una strada costellata di nuovi incontri e occasioni. Per la donna no, tutto questo non vale. Se una donna è ancora single e non realizzata entro i 40 anni, viene additata come la “poverina che nessuno si piglia”, quella che “finirà a fare la gattara”, quella che “sta perdendo gli ultimi anni preziosi per poter mettere al mondo un figlio”, quella che “rimarrà zitella”.

Nel corso dei secoli ci hanno convinte che una donna non abbia valore (o comunque ne abbia molto poco) se non si trova all’interno di una relazione. E allora noi aspiranti principesse cresciamo con il preciso intento di trovare l’uomo perfetto per noi, quello in grado di renderci felici. E i cartoni animati, costellati appunto di principesse in trepidante attesa del loro “Azzurro”, non fanno altro che rimarcare il concetto per renderlo ben chiaro ed indelebile fin dalla tenera età. Per Cenerentola, Biancaneve o anche la più moderna Rapunzel, l’equazione è sempre la stessa:

Principessa infelice + Principe Azzurro = Un ‘Per Sempre’ felici e contenti.

Credo che più in generale l’errore stia nel mettere la nostra felicità nelle mani di qualcun altro al di fuori di noi. Che poi questo qualcuno sia un fantomatico Principe Azzurro piuttosto che un’amica o un figlio, poco ci interessa. La convinzione che nel mondo esista qualcuno in grado di renderci felici, ci porta ad instaurare rapporti instabili e poco equilibrati, perché deve essere chiaro: nessuno può renderci felici se non lo facciamo noi. In una moderna relazione tra adulti, accade spesso che la donna torni ad essere la bambina capricciosa di un tempo (perché tutte, chi più chi meno, abbiamo fatto qualche capriccio quando eravamo piccine), e intrappoli di conseguenza il proprio compagno in un ruolo che non si è scelto e che non gli spetta: perché solo noi sappiamo cosa può renderci felici, e non possiamo pretendere che qualcun altro ci legga nel pensiero o che addirittura faccia tutto quello che ci aspettiamo. Ci aggrappiamo all’altro e lo riempiamo di richieste e di problemi. “Se non sono felice, la colpa è tua”. Certo, il nostro partner o i nostri figli possono largamente contribuire alla nostra felicità, ma non possono e non devono essere la nostra unica fonte di gioia.

Credo quindi che sia fondamentale acquisire una certa autonomia all’interno dei rapporti, e lo si può fare se prima impariamo a costruirci una personalità che sia forte abbastanza e a lavorare sulla nostra autostima.

È importante viversi tutto ciò che ci circonda, e non relegarsi all’interno di un singolo rapporto. In un mondo fatto di milioni di sfaccettature, entrano in gioco i rapporti familiari e di amicizia, lo sport, le passioni, i bisogni, i desideri. Ciò che è esterno alla relazione, non dovrebbe essere considerato come un qualcosa di minaccioso per la relazione stessa, e invece mi rendo conto che spesso è così che viene inteso.

Probabilmente poter incolpare qualcuno (che non siamo noi) della nostra infelicità, ci rende più sicure e meno spaventate; ma si tratta solo di una vittoria apparente, perché finché non ci assumeremo la responsabilità dei nostri sentimenti, dei nostri desideri e delle nostre capacità, non potremo mai essere davvero felici.

O almeno io credo che sia così.

La mia ansia

Lo scorso anno scrissi qualche riga che vedeva come protagonista la mia rabbia (per chi se lo fosse perso e fosse stranamente interessato a leggerlo, eccolo qui), e poco dopo scrissi qualcosa pure sull’ansia (qui). Oggi che un nuovo anno è iniziato e che quello vecchio ha lasciato i suoi segni sulla mia pelle, devo ammettere che le cose sono un pochino cambiate.

Quella rabbia furente, devastante e divoratrice che distruggeva me e le persone che avevo intorno, sembrerebbe essersi un po’ assopita, ma al calare della rabbia è coinciso un repentino aumento dell’ansia, che non so se considerare come un successo oppure no (anche se tendo a propendere per la seconda opzione).

Normalmente non capita mai che mi svegli la mattina e cominci a tirare le somme dei miei stati emotivi, più semplicemente è successo che sono incappata nell’argomento leggendo un articolo che non so se considerare veritiero oppure no (lo so, sono stata pigra a non approfondire, ma spero che perdonerete la svogliatezza tipica di chi avrebbe bisogno di dormire e svegliarsi solo tra un anno o due). L’articolo spiegava che quando siamo sopraffatti dall’ansia, dovremmo ricordarci che non si tratta di un’emozione al pari di tutte le altre, ma di un vero e proprio campanello d’allarme. Solitamente infatti è il risultato di emozioni che non siamo stati in grado di gestire. Oltre alla spiegazione teorica, l’articolo continuava dando dei consigli pratici per aiutarci a gestirla; d’altronde, lasciare che l’ansia agisca incontrollata è totalmente nocivo, perché si sa che genera solo altra ansia in un vortice che si autoalimenta senza sosta. Dunque, quando l’ansia ci assale, dovremmo cercare di analizzare ciò che l’ha scatenata indagando a fondo, cercando di essere presenti a noi stessi senza lasciarsi sopraffare.

E io, credulona e curiosa come sempre, ho voluto testarlo sulla mia pelle.

Qualche sera fa, il mio ragazzo tardava a tornare a casa. Mi aveva detto che avrebbe fatto tardi, ma l’ansia ha comunque cominciato a fare capolino (la solita menefreghista che si fa beffe dei miei tentativi di auto-tranquillizzarmi), e ha cominciato a stringermi nella sua morsa con sempre maggiore forza, fino a che il respiro non ha cominciato a diventare affannoso. Allora mi sono ricordata di quell’articolo, e anzichè ripetermi come un mantra “stai tranquilla, stai tranquilla, vedrai che non è successo niente”, ho cominciato a domandarmi “Cosa c’è che non va? Di cosa hai paura? Temi che gli sia successo qualcosa? Hai paura di perderlo? Hai paura di restare sola?”.

Ho talmente impegnato la mia testa con una sfilza di domande e di tentativi di risposta, che dopo qualche minuto il respiro era tornato ad essere più regolare. Ammetto di non aver trovato la vera ragione di quell’ansia (suppongo che solo uno psicologo potrebbe), ma sicuramente concentrarmi nella ricerca dei motivi che le hanno dato vita anziché provare inutilmente a scacciarla come fosse una mosca fastidiosa, mi ha aiutato a “centrarmi” e a spezzare quel circolo vizioso a cui sono tanto abituata.

Nell’attesa di andare fino in fondo alle ragioni delle mie paure, mi sento sollevata all’idea di aver trovato un semplice meccanismo che mi aiuti anche soltanto a non cominciare a piangere come una matta quando la situazione sfugge dal mio controllo, quindi spero che possa tornare utile anche a chi tra voi, come me, convive con la propria ansia ormai da troppo tempo.

Come trattare gli altri e farseli amici

Già da un paio d’anni ho deciso di cambiare approccio con i tanto agognati quanto temuti obiettivi del nuovo anno: semplicemente non ne faccio, perché trovo più utile (e meno scoraggiante) focalizzarmi su obiettivi molto più grandi ma con scadenza a lungo termine.

Ho riflettuto a lungo sugli aspetti della mia vita che ho sempre reputato “difettosi”, da sistemare, e ho pensato che se avessi “aggiustato” quelli, anche il resto sarebbe andato a posto senza che dovessi far altro. Di certo, l’aspetto della “socialità” è sempre stato uno dei più carenti e nei quali ho sempre avuto più difficoltà a districarmi, specialmente nel quotidiano.

Prima di cinque figli, sono sempre stata abituata a cavarmela da sola, a non chiedere mai aiuto, a tacere i problemi e a mostrare agli altri sempre e soltanto la faccia sorridente (e per questo non sempre sincera). Fin da quando sono piccola, “gli altri” hanno sempre rappresentato un ostacolo insormontabile. Solo adesso capisco che la colpa non è veramente degli “altri” (che comunque a volte sembrano fare di tutto per metterti i bastoni tra le ruote), ma soltanto mia e di come (non) ho reagito ai loro sguardi, ai loro commenti, ai loro pensieri. Ma nonostante adesso io abbia molto chiaro che è importante non lasciarsi influenzare da tutto ciò che dice e crede la gente, ho ancora difficoltà a rapportarmi con tutto ciò che va oltre a mia pelle.

Così, in un percorso di crescita ed evoluzione personale che ho deciso di intraprendere, ho capito che avrei dovuto cominciare esattamente dalla cosa che mi terrorizzava di più: la relazione con gli altri.

Ho trovato centinaia di “percorsi” strutturati in punti e frasi ad effetto, fin anche in esercizi pratici: ognuno di questi gridava al miracolo e ad una rinascita garantita. E vi dirò: ne ho pure provati tre o quattro, ma i risultati sono stati deludenti e finanche inesistenti. Poi, continuando a cercare (evitando come la peste corsi con slogan come “dieci passi per raggiungere la felicità”, o “esercizi pratici per ritrovare la propria autostima”), mi sono imbattuta in un libro dei primi anni del 900′: Come trattare gli altri e farseli amici, pubblicato in America nel 1936 dalla casa editrice Simon&Schuster e in Italia da Bompiani.  L’autore, Dale Breckenridge Carnegie (1888 – 1955), è stato uno scrittore ed insegnante statunitense, che fu, tra le altre cose, promotore di numerosi corsi sullo sviluppo personale, vendita, leadership, corporate training, relazioni interpersonali e abilità di parlare in pubblico. Come trattare gli altri e farseli amici ha venduto oltre quindici milioni di copie in tutto il mondo ed è tuttora popolare, è uno dei primi best seller nella storia dei libri sullo sviluppo personale.

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Ho imparato qualcosa da questa lettura? Sì.

La consiglierei? Sì.

Ammetto che dopo la prima metà del libro, i concetti cominciano ad essere un po’ ridondanti e probabilmente fin troppo carichi di esempi, ma ciò non toglie che le nozioni che stanno alla base di questa guida siano tanto semplici quanto importanti.

Non trattandosi di un romanzo, non credo di fare spoiler anticipandone le parti che ho ritenuto più convincenti e utili al raggiungimento del mio obiettivo: quello di riuscire ad avere un rapporto più sano e privo di dipendenze con le persone che mi circondano.

Ecco i punti che ho trovato più illuminanti, le chiavi di lettura che sono certa mi permetteranno di capire meglio gli atri (oltre che me stessa):

  1. Novantanove volte su cento, la gente non accetta critiche sul proprio modo di comportarsi, per quanto sbagliato possa essere. La critica è inutile perché pone le persone sulla difensiva e le induce immediatamente a cercare una giustificazione. E’ pericolosa perché ferisce l’orgoglio della gente, la fa sentire impotente e suscita risentimento. […] Ci piace continuare a crede nelle cose in cui siamo abituati, a considerarle come vere, e quando le vediamo attaccate o messe in dubbio la nostra presunzione ci spinge a trovare ogni scusa per difenderle. Il risultato è che la maggior parte dei nostri cosiddetti “ragionamenti” consiste nel trovare argomenti per sostenere ciò in cui crediamo  (The Mind in the Making – James Harvey Ribnson). […] C’è più comunicatività in un sorriso che in una minaccia perché l’incoraggiamento è un sistema educativo più efficace della repressione.” A tal proposito vi invito a leggere la bellissima lettera di W.Livingstone Larned – Father Forgets, dedicata a suo figlio (e in buona parte anche a se stesso). La trovate qui.
  2. L’assunto più prezioso, è stato sicuramente quello che invita a focalizzarsi sulla natura umana: “il bisogno più sentito della natura umana è il desiderio di essere importanti […] il bisogno di perseguire infaticabilmente l’apprezzamento altrui”. […] La gente riterrebbe un’impresa criminosa lasciare la propria famiglia o i propri dipendenti a digiuno per sei giorni; eppure non hanno problemi a lasciarli sei giorni, o sei settimane, o a volte addirittura sei anni, senza quella gratificazione della quale hanno bisogno assoluto, tanto quanto del cibo. […] “Non c’è niente di cui io abbia tanto bisogno quanto del nutrimento per la mia autostima” (Alfred Lunt). […] Smettiamo per un momento di pensare ai nostri successi, ai nostri desideri. Cerchiamo di ricordare anche i pregi altrui. […] date sempre agli altri l’impressione di essere importanti”.
  3. La sola via sicura per influenzare una persona consiste nel converse di quanto le interessa. […] ci si fa più amici in due mesi mostrandosi interessati altri altri che non in due anni tentando di indurre gli altri a interessarsi a noi.
  4. Lottando si ottiene sempre poco; cedendo si ottiene sempre di più di quanto si sperava.[…] Tutti gli sciocchi sono pronti a difendere i loro errori, ma ametterli innalza il colpevole sopra la massa e gli conferisce dignità e serenità.

I concetti del libro non si esauriscono con questo breve elenco, sono presenti infatti molti piccoli e grandi escamotage e “trucchetti” per convincere gli altri a passare dalla vostra parte, o per “indorare la pillola” quando si tratta di impartire ordini di qualsiasi tipo. Si tratta di consigli utili per un livello “avanzato”, livello fino al quale certamente non intendo spingermi per il momento.

Al di là dei concetti spiegati nel testo, vorrei condividere con voi una breve frase in cui Carnegie parla della felicità, molto affine al mio sentire:

“La felicità non dipende dalle condizioni esterne, ma dal proprio stato interiore. Non è quello che avete o che siete o dove siete o che cosa state facendo che vi può rendere felici o infelici. E’ quello che pensate.”

Personalmente ho acquistato il libro in formato e-book per il mio Kindle a meno di 4 euro, ma potete trovarlo ovviamente anche in formato cartaceo (12 euro su Amazon).

 

La ferita da umiliazione e la maschera del masochista

Se non vi siete ritrovati in nessuna delle ferite emotive di cui abbiamo parlato sino ad ora (ferita da abbandono e ferita da rifiuto), potreste trovare dei punti in comune con le persone che si portano dentro la ferita da umiliazione, subìta tra il primo e il terzo anno di età a causa del genitore che si è occupato del loro sviluppo fisico (solitamente la madre): “l’umiliato” si sente privato della libertà a causa del controllo troppo ossessivo e soffocante del genitore.

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Spesso le persone che convivono con questa ferita hanno un corpo cicciottello, non molto alto e grandi occhi rotondi spalancati ed innocenti, esattamente come quelli di un bambino. Hanno spesso disturbi alla schiena, alle spalle, alla gola, problemi respiratori, alle gambe e ai piedi, oltre che disturbi cardiaci.

La maschera che il bambino ha indossato per superare “l’umiliazione” subìta, è quella del masochista: si sente indegno e si vergogna di sé e degli altri. Teme anche che gli altri si vergognino di lui, infatti preferisce piuttosto reprimere le proprie necessità e tentare di controllare tutto ciò che lo circonda al fine di evitare la vergogna.

Capita spesso che punisca sé stesso credendo così di punire l’altro, e ha l’abitudine di gratificarsi con il cibo (prediligendo soprattutto alimenti molto grassi e golosi, anche se prova vergogna nel farsi scoprire a comprare o mangiare dolci).

Potrebbe sembrare un paradosso, ma ciò che più lo spaventa è la libertà.

Il masochista finge spesso con la voce di provare dei sentimenti che in realtà non prova pur di dimostrare un interesse che in realtà non sta provando. Mette inconsapevolmente da parte i suoi bisogni per far spazio a quelli altrui e mostrarsi a tutti gli effetti una brava persona, generosa e sempre pronta a rendersi utile, anche al di là dei suoi stessi limiti. Non è raro che carichi sulle proprie spalle responsabilità e impegni che non gli appartengono: questo gli evita essere libero di fare ciò che desidera, di agire e sperimentare, e di conseguenza rischiare di provare vergogna per se stesso e i suoi fallimenti. Quindi semplicemente non fa, così da non rischiare di sentirsi umiliato o sminuito.

Chi soffre di umiliazione alimenta la propria ferita ogni volta che si sminuisce, che si paragona agli altri e che si accusa di essere troppo grasso, cattivo, senza volontà, e altri aggettivi poco carini. Fa soffrire il corpo dandogli troppo cibo da digerire e da assimilare. Aumenta le sue sofferenze sobbarcandosi le responsabilità altrui, e privandosi così della sua libertà e del tempo da dedicare a se stesso.

Possiamo capire che la ferita da umiliazione è in fase di guarigione quando il masochista comincia a dare priorità alle proprie necessità prima che a quelle degli altri; quando, facendosi carico di meno cose, comincia a sentirsi più libero, anche nei confronti delle persone, e smette di pensare continuamente di essere una “rottura di scatole” per le persone che ha intorno.

 

Approfondiamo la ferita da umiliazione e la maschera del masochista.

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