La ferita da rifiuto e la maschera del fuggitivo

Nell’ultimo post “E tu che maschera indossi?” ho parlato delle 5 ferite principali che spesso e volentieri condizionano la nostra vita adulta, pur risalendo al periodo in cui eravamo soltanto dei bambini.

Quindi comincerei a scendere nel dettaglio per capire come riconoscere, una ad una, queste ferite e quali sono le caratteristiche delle rispettive “maschere” attuate dal bambino come autodifesa.

La Ferita da Rifiuto

Per trovare l’origine di questa ferita, dovremmo scavare in un passato talmente remoto da andare contro le leggi della psicologia; infatti la si potrebbe individuare soltanto se riuscissimo a ricordare il periodo che va dalla nostra nascita al primo anno di età.

La maschera relativa a questo tipo di ferita è quella del fuggitivo, e viene in automatico attivata da quei bambini che, per un motivo o per un altro, di sono sentiti rifiutati dai proprio genitori (in special mondo da quelli dello stesso sesso e da cui tendono quindi a scappare per paura di essere colti dal panico e sentirsi impotenti).

maschera fuggitivo

Spesso chi indossa questa maschera ha un corpo contratto, piccolo, una voce debole e spenta, e negli occhi un’espressione di paura. Avverte se stesso come una nullità, un incompreso senza valore, e per questo non crede di aver diritto ad esistere. Non è un caso che cerchi spesso la solitudine e ogni modo possibile per fuggire dalle situazioni.

Ha un carattere distaccato rispetto alle cose materiali, è un perfezionista, un intellettuale e passa attraverso fasi di grande amore alternate a odio profondo.

Le persone che indossano la maschera del fuggitivo possono soffrire di attacchi di panico e mancanza di appetito; non è raro infatti che si rifugino negli “zuccheri”, o che nei casi peggiori cadano del baratro dell’anoressia, dell’alcool e delle droghe.

Sembrano comunemente riscontrate, nelle persone con la ferita del rifiuto, le seguenti patologie: diarrea, aritmia, problemi respiratori, allergie, vomito, svenimenti, ipoglicemia, diabete, psicosi e finanche periodi di depressione con intenti suicidi.

I “fuggitivi” tendono a chiudersi in se stessi per evitare di fare o dire qualsiasi cosa possa farli sentire ulteriormente respinti dagli altri: è il classico comportamento di chi non ha stima di sé e, consciamente o meno, sente di non essere così importate da avere il diritto di vivere. Non è un caso che un “fuggitivo” ripeta continuamente a sé stesso di essere inutile, incompetente e buono a nulla, convinto che le cose funzionino meglio senza di lui.

Non esiste una formula magica per guarire la ferita del rifiuto, così come ogni altra ferita, ma già prenderne atto può aiutarci a capire la nostra natura e il perché di certi nostri atteggiamenti.

Quando si può ritenere guarita la ferita da rifiuto? Semplicemente quando la persona in questione prende consapevolmente il proprio posto nel mondo, affermando sè stesso ai propri occhi e a quelli di chi gli sta intorno.

Approfondiamo la ferita da rifiuto e la maschera del fuggitivo.

Clicca qui per scoprire le 5 ferite e le relative 5 maschere

E tu che maschera indossi?

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Si fa tanto parlare di autostima, di come accrescerla e rafforzarla, di quali siano le strategie, i trucchi e le pseudo-magie che dovrebbero, finalmente, farci sentire sicuri ed in armonia con noi stessi e con il mondo circostante.

Non so se anche a voi è capitato di provarci e quali siano stati poi i risultati: per quanto mi riguarda, i miei tentativi sono miseramente falliti.

Poi qualche giorno fa, per puro caso, mi sono imbattuta in qualcosa che mi ha regalato un nuovo punto di vista da cui ripartire.

Un’amica mi ha chiesto la cortesia di acquistare un libro su Amazon per suo conto; una volta messo nel carrello, è comparso il seguente avviso: “con l’acquisto di questo libro, la spedizione è gratuita se raggiungi la cifra di 25,00 euro”. Mi sono accorta che effettivamente mancavano pochi euro, quindi ho pensato di approfittarne per comprare un libricino per me. Tra i libri suggeriti (in base alle ultime letture acquistate e alle tendenze del momento), compariva il libro “Le 5 ferite e come guarirle” di Lise Bourbeau. Ho letto le recensioni degli utenti che lo avevano acquistato, e il responso era più o meno sempre quello:” offre spunti di riflessione molto interessanti, adatto a chi ha intrapreso un percorso di crescita interiore, ma non fornisce alcuna soluzione”. Quindi, incuriosita, ho cominciato a girovagare per il web in cerca di qualche informazione in più, e ho trovato migliaia di riferimenti a queste 5 fantomatiche ferite.

Il succo è questo: molti di noi, in età infantile, hanno subito dei “torti”, se così vogliamo chiamarli, ricavandone in seguito ferite emotive molto profonde che non sono riusciti a sanare. Queste ferite sono state procurate in modo inconsapevole (si spera) dai nostri genitori o da persone a noi molto vicine, probabilmente perché loro stessi sono stati oggetto di questa dinamica in tenera età (ma non avendola individuata e “curata”, l’hanno riproposta automaticamente senza saperlo).

Nel momento in cui la ferita è stata inferta, il bambino ha attuato un meccanismo di difesa: la maschera, che è appunto la risposta che il bambino ha trovato a suo tempo per sopravvivere nel modo migliore alla ferita.

Secondo la psicoanalisi, si possono distinguere 5 ferite principali, con le rispettive 5 maschere:

  1. la ferita del rifiuto e la corrispettiva maschera da fuggitivo
  2. la ferita da abbandono e la maschera da dipendente
  3. la ferita dell’umiliazione con la corrispondente maschera da masochista
  4. la ferita del tradimento e la maschera del controllo
  5. la ferita dell’ingiustizia e la maschera del rigido.

La maschera dà vita ad un vero e proprio personaggio, con modi di pensare, di parlare, di muoversi, di respirare, ecc. Pare infatti che si possa fare una diagnosi approssimativa di una persona basandosi sull’osservazione di tutte queste variabili: pare sia possibile scoprire quale sia la nostra ferita “prevalente” (in ogni persona possono esserci più ferite aperte) anche soltanto osservando la nostra “forma” fisica.

Nei prossimi giorni posterò, uno per volta, i profili relativi alle 5 ferite: non sarà certamente la risposta a tutti i dubbi che ci siamo sempre posti, ma può sicuramente rappresentare un buono spunto di riflessione, una diversa prospettiva per avere uno sguardo rinnovato e curioso su aspetti che, magari, avevamo sempre dato per scontato. Per me, almeno, è stato così.

Non voglio sembrare bella, mi ci voglio sentire.

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“Anna stringe la cintura e più la stringe più le fa male
Sua madre dice “se bella vuoi apparire amore un po’ devi soffrire”
Ma lei in cuor suo sa benissimo quello che deve fare
Io bella non voglio sembrare
Io mi ci voglio sentire”

E’ una citazione tratta dal testo della canzone “La stagione”, dei The Zen Circus. Per chi non li conoscesse, sono un gruppo di Livorno della sfera indipendente che da molti anni tratta tematiche sociali ma anche più personali, con testi molto intensi e sinceri. Vi lascio qui il link alla canzone nel caso siate curiosi di ascoltarla: https://www.youtube.com/watch?v=JeNGfOmQCT8

La prima volta che ho sentito queste parole, ho subito pensato che centrassero in pieno un disagio che è comune a tantissime ragazze e donne di ogni età, me inclusa: fare di tutto per apparire belle ed impeccabili ma senza riuscirci mai, perché gli occhi che non riusciamo ad accontentare sono i nostri. Ci sentiamo incitate dalla società e dagli esempi che questa ci propone di seguire, ci danniamo per somigliare il più possibile a modelle e fashion blogger che hanno fatto dell’apparenza il loro mestiere, ma poi ci guardiamo allo specchio e pensiamo di non aver fatto abbastanza, di non valere niente; e quindi ricominciamo con un nuovo tentativo, una nuova crema, un nuovo taglio di capelli. Ma per quanto proveremo a fare, non ci vedremo mai belle abbastanza, perché noi, belle, non riusciamo proprio a sentirci.

I motivi sono sempre gli stessi: i media che ci bombardano con immagini perfette, photoshoppate – che poi noi lo sappiamo benissimo che di reale in quelle foto non c’è un bel niente, ma il nostro inconscio ha credenze tutte sue che ci spingono a snobbare la ragione – facendoci credere che il nostro valore intrinseco dipenda dal nostro aspetto esteriore (non potrebbero fare altrimenti: i libri di psicologia non vendono quanto le creme antirughe). Aggiungiamoci il senso di inadeguatezza che a volte ereditiamo da una storia familiare travagliata o dalle brutte esperienze della vita, ed ecco servite delle donne insicure e prive di autostima pronte a tutto pur di “apparire” perfette.

Ma se invece di correre dall’estetista, dal parrucchiere e dalla dietista ci fermassimo a riflettere anche solo un momento, ci renderemmo conto che tutto questo affannarsi dietro alla ricerca della perfezione non serve assolutamente a niente, se non a svuotare i nostri portafogli e far calare ulteriormente la nostra autostima.

Ho provato a rispondere a queste due semplici domande, e sono rimasta spiazzata dalla risposta banale che ne scaturisce:

  1. Quanto conta l’aspetto fisico delle persone che amo?
  2. Quante sono le persone che stimo soltanto perché hanno un bell’aspetto fisico?

Non si scelgono gli amici in base al loro aspetto, né amiamo meno nostra madre o il nostro compagno di vita perché non ha un fisico perfetto. Tutt’altro; spesso ci scopriamo segretamente ad impazzire per i loro difetti.

Certo, se ciò a cui si aspira nella vita è calamitare gli sguardi superficiali dei passanti facendosi gridare dietro sequele di apprezzamenti (a volte anche poco carini), allora la strada giusta è presto trovata: è sufficiente spendere tutte le proprie energie per ottenere addominali scolpiti e glutei sodi, e sperperare soldi in continui trattamenti anti cellulite, labbra finte e seni rifatti. So di donne infelici nonostante abbiano quasi raggiunto la perfezione che cercavano, ma non voglio spoilerare niente.

Probabilmente dovremmo semplicemente ficcarci in testa due o tre mantra da ripetere in continuazione per arrivare a convincerci che siamo già belle così come siamo, ma non credo che possa essere una soluzione definitiva. Inoltre, sentirsi dire “sei bella come sei” da donne che troviamo bellissime, non solo non ci aiuta, ma addirittura ci fa sentire sbeffeggiate e derise.

Credo che il punto focale non sia la bellezza, ma la convinzione che questa bellezza sia la bilancia del nostro valore: più siamo attraenti, più valiamo, meno lo siamo, più ci sentiamo insignificanti.  E’ piuttosto il contrario! Il nostro aspetto dovrebbe passare in secondo piano rispetto al mondo che abbiamo dentro e che è immenso (e spesso inesplorato). Conosco persone che hanno fatto dei difetti fisici il proprio punto di forza, persone amate e stimate nonostante la loro apparenza non rasenti neanche minimamente la perfezione tanto acclamata e ricercata dalla società odierna. Che poi, tutto sommato, al loro aspetto chi c’aveva neanche fatto caso?

Tu sei bella

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Tra le tecniche consigliate dai manuali che spiegano come accrescere la propria autostima, ce n’è una che ho sempre trovato assurda ma in qualche modo anche affascinante, che consiste nel ripetere una frase bella nei nostri confronti, guardandosi allo specchio.

E’ una cosa che vedo fare spesso nei film e che mi è sempre parsa alquanto ‘stupida’. Eppure, nei tempi bui in cui sono stata costretta ad avvalermi dell’aiuto di una (bravissima) psicologa per sfuggire alla depressione, ho ricevuto da lei il compito di eseguire con costanza questo stesso esercizio.

“Stasera, quando tornerai a casa, voglio che tu ti chiuda in una stanza in cui ti senti al sicuro, dove nessuno potrà disturbarti. A quel punto, mettiti davanti ad uno specchio e, guardandoti dritta negli occhi, ripeti:”Sono bella”. Oppure “Ti voglio bene”.

Ricordo che a queste parole mi venne spontaneo un sorrisetto imbarazzato che subito feci scomparire per paura che la dottoressa mi vedesse. Pensai “no che non lo farò. Ti immagini che cretina, chiusa in bagno davanti allo specchio a dirmi cose che non penso neanche lontanamente? Non fa per me”.

Però della psicologa mi ero sempre fidata: pur non forzando i miei pensieri ed i miei sentimenti, mi portava naturalmente a capire il perchè di certe situazioni, e spesso questo bastava a farle diventare meno cupe e devastanti. Era la prima volta che mi dava un compito per casa, e non volevo deluderla. Quindi, dopo cena, corsi in bagno davanti allo specchio, certa che il resto della famiglia sarebbe rimasto in cucina a guardare la tv.

“Sono bella”, dissi guardandomi negli occhi.

Il primo tentativo fu del tutto fallimentare. Risi e mi sentii stupida oltre che tremendamente imbarazzata. Eppure non c’era nessuno a guardarmi. Come potevo autoconvincermi di qualcosa che non pensavo? O peggio di cui pensavo l’esatto contrario? A questo punto potrei pure autoconvincermi di essere Dio! Perchè no?

Ma provai ancora. Due, tre, quattro volte. E la mattina dopo feci lo stesso.

Probabilmente le mie barriere sono talmente alte e robuste che ci vorrebbero mesi per creare un varco col metodo dello specchio. Devo essere sincera: 14 anni fa, dopo tre giorni di tenativi, mi sono arresa e ho abbandonato l’esercizio. Mi faceva sentire troppo ridicola e non mi sembrava plausibile potermi autoconvincere di qualcosa che non sentissi affatto.

Da allora, ho fatto per anni il madornale errore di credere soltanto a ciò che gli altri vedevano e dicevano di me. Ma adesso so che è sbagliato. Non si arriva mai a capire quanto i pareri delle persone possano essere discordanti, anche su cose piuttosto oggettive e su cui ci sarebbe poco da sindacare. Figurarsi i pareri sul bello, brutto, simpatico, antipatico, socievole, asociale, ecc…

Fra i libri e gli scritti che parlano di questa tecnica, è molto gettonato l’ebook Il potere delle affermazioni, di Louise L. Hay. Non ho ovviamente ancora avuto modo di leggerlo, ma penso che lo farò, anche solo per capire su che basi si fonda questa tecnica così rinomata. Vi terrò aggiornati 😉

 

Qualcosa di buono, dentro te, esiste di certo

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Qualche giorno fa, scrollando distrattamente la home page di Facebook alla ricerca di qualche vignetta divertente, mi sono imbattuta in un articolo interessante che parlava di autostima ed esercizi pratici per volersi più bene in 30 giorni. Si tratta ovviamente di una sfida, che non promette miracoli ne’ altro. Però ho trovato alcuni spunti interessanti che potrebbero sicuramente essere d’aiuto a chi, come me, ha cominciato un percorso di ri-costruzione che spesso e volentieri ama arenarsi per mesi e mesi.

Ma, bando alle ciance, ecco il primo esercizio proposto:

  • Scrivere 2 qualità e 2 due caratteristiche che apprezziamo di noi stessi.

Non appena ho letto le indicazioni dell’esercizio, mi sono subito detta:”cominciamo bene, non so neanche se riuscirò a trovarne uno!”. Ma l’obiettivo è concentrarsi sulla positività anzichè sui soliti, monotoni, tristi pensieri negativi che ci accompagnano ogni giorno.

Quindi è giunto il momento di spremersi le meningi e provare comunque a rispondere alla domanda.

Partendo dalla caratteristiche che apprezzo di me, potrei indicare la curiosità. Mi interessano poco i pettegolezzi e le ‘gossippate, però amo scoprire e capire il perchè delle cose, vedere dove portano, sapere “di più” rispetto a ciò che già so.

E una è andata.

Un’altra mia caratteristica che potrei considerare positiva (nonostante ogni tanto mi dia qualche problema), è sicuramente l’empatia. Mi viene naturale entrare in sintonia con l’anima delle persone, capire quando qualcosa le turba o quanto qualcosa le renda realmente felici. Certo, sicuramente si tratta di un aspetto del proprio carattere su cui chiunque può lavorare, ma a me viene spontaneo da sempre…anche troppo a dire il vero.

E due.

Adesso passiamo alle qualità. Potrei barare e buttarne lì un paio a caso, tanto nessuno lo saprebbe mai, ma voglio essere onesta almeno con me stessa.

E visto che dalle due righe scritte qui sopra sono passati venti minuti senza che riuscissi a cavare un ragno dal buco, sono andata su Wikipedia a cercare un elenco di possibili qualità da cui prendere spunto. Le qualità degli altri saprei dirle al volo, senza neanche pensarci, ma per me la faccenda è molto più ostica.

Ad ogni modo, la lista mi è stata di ispirazione:

il coraggio è una delle qualità che preferisco di me. Di base non mi sento particolarmente coraggiosa, tutt’altro. Mi spaventano i film di paura, i rumori forti, le situazioni difficili, le nuove conoscenze, e molte altre cose. Non so se avete presente Leone il Cane Fifone.

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Ecco, nella quotidianità sono lui fatta persona, ma sempre come lui, quando ce n’è stato bisogno, sono riuscita a tirar fuori un coraggio incredibile, che non mi sarei mai aspettata di avere. Non so quindi se può valere comunque come qualità visto quanto sia saltuaria, ma io ce la metto lo stesso.

Reputo una qualità il fatto di essere molto introspettiva. Ammetto che spesso lo sono troppo, nel senso che potrei prendere tante situazioni con molta più leggerezza, evitando di interrogarmi continuamente e stressarmi di conseguenza. Inoltre spesso mi pongo le domande sbagliate, e non riesco a dare ascolto ai segnali “giusti”, quindi in questo senso devo comunque migliorare. Ma di base trovo che sia una buona cosa riuscire a guardarsi dentro ed ammettere a se stessi le proprie vittorie e i propri fallimenti, oltre che riflettere su situazioni e discussioni per valutare la possibilità di cambiare la propria opinione se ci si accorge che non era giusta.

Ho impiegato circa un’ora a trovare 4 aspetti positivi del mio carattere e della mia persona, quindi adesso mi godo un po’ di meritato riposo fino al secondo esercizio previsto per domani. E le vostre qualità/caratteristiche positive quali sono? So che saprete fare meglio (e prima) di me 😉

 

Piacere di conoscerti

Questi giorni di festa, sono stati per me giorni di silenzio. Ho tirato le somme di un anno che è stato tanto catastrofico quanto meraviglioso.

È cominciato con la morte di una donna che è stata per me come una madre, ed è proseguito con la decisione di mandare all’aria la mia vita di prima con tutte le sue sicurezze, col divorzio, con l’inganno di quelli che un tempo chiamavo amici. Quante lacrime ho versato; un mare di tristezza solcato da onde rabbiose, furenti, che non hanno lasciato scampo a nessuno. Men che meno a me stessa.

Quando ho riaperto gli occhi, ero distesa sulla riva con i vestiti fradici e strappati, la schiuma copriva le mie gambe per poi rifluire in quel vasto mare stranamente calmo dopo tanta bufera. E proprio sul quella riva, ho trovato qualcuno che mai mi sarei aspettata di incontrare.

Guardando in lontananza, l’ho vista arrivare. Mi sembrava una ragazza, anzi una donna; aveva i capelli lunghi e castani, degli occhi scuri e penetranti, e il sorriso soddisfatto di chi è fiero di se. Più si avvicinava, e più mi sembrava di conoscerla. Mi ha porto la sua mano e mi ha aiutata a rialzarmi. Le ho raccontato quello che mi era accaduto, quello che avevo perso, cosa speravo di trovare. Lei mi ha ascoltato in silenzio, senza proferire parola. Poi mi ha detto soltanto:”sei stata molto coraggiosa. Sono fiera di te”. In quel momento mi sono sciolta e ho ricominciato a piangere, talmente tanto che il mondo attorno diventava sempre più offuscato, fino a sparire. Quando i singhiozzi hanno lasciato il posto ad un respiro limpido e sereno, ho finalmente capito chi era quella donna. Ero io. Era la me che mi abitava dentro da sempre ma a cui non avevo mai dato spazio. Ho temuto per anni che avrebbe potuto mettermi in ridicolo, che mi avrebbe fatto perdere le persone che amavo se solo le avessi lasciato fare, che non mi avrebbe permesso di attenermi al rispetto delle aspettative altrui e delle regole sociali.

Ma in quel momento tutto ciò che avevo sempre pensato, si è dissolto come la nebbia quando arriva il sole ad asciugarla. Ho semplicemente sorriso e detto a me stessa:”ti prometto che ce la metterò tutta per non tradirti mai più. D’ora in poi siamo una squadra, e lotterò affinché tu possa esprimerti ed essere felice”.

È così che comincio il nuovo anno. Con la consapevolezza di essermi “ritrovata” (non senza il prezioso aiuto del ragazzo che ho accanto), e con il buon proposito di rendere felice me e le persone che amo. Nient’altro avrà importanza per adesso; il resto del mondo dovrà aspettare ancora un po’, giusto il tempo di prendere confidenza con me stessa e diventare più forte.

Auguro un felice nuovo anno a tutti voi.

La colpa non è vostra, ma neanche mia. Anche se farsi i fatti propri aiuterebbe.

giudizio-degli-altriCi sono giorni in cui mi sento braccata dalla vita e dalle persone, come se qualcuno mi stesse dando la caccia, come se avessi le spalle al muro e non ci fosse nessuno a difendermi. Sola al mondo. In quei giorni posso diventare nervosa, ignorante, persino mordace. L’orgoglio spinge da dentro e non cerca che la sua rivincita. Lui pensa di comandare, di poter fare tutto quello che vuole, ma sono io che glielo permetto, che decido di farlo vincere ogni volta. C’è sempre quella frazione di secondo in cui mi rendo conto che sto per perdere il controllo, in cui potrei scegliere per me. Ma puntualmente scelgo di non scegliere, forse perché è faticoso, forse perché non mi va, forse perché voglio vedere come va a finire.  E poi difendo il mio comportamento con frasi del tipo:”non è colpa mia, sono stati loro a farmi arrabbiare!”. Oppure:”sono loro che non mi lasciano in pace, io vorrei solo star tranquilla”. “Sono loro i primi ad attaccare, io ho l’obbligo di difendermi, anche se questo significa contrattaccare”. 

Eppure, più ci penso e più mi sembra che tutto questo sia sbagliato. Se gli altri riescono a condizionare così tanto la mia vita, probabilmente la colpa non è loro. Sono io che gli permetto di farlo: sono IO che mi arrabbio, IO che me la prendo; IO che rimango delusa; IO che mi sento debole e sconfitta. E’ ovvio che se tutti imparassero a non giudicare il prossimo e non voler prevalere sul resto del mondo a tutti i costi, le cose sarebbero molto più semplici…ma questo non posso pretenderlo, e allora è su di me che devo lavorare, affinchè gli sguardi e le critiche altrui non mi distruggano piano piano.

L’ho capito soltanto adesso, e non voglio colpevolizzarmi anche per questo. Semplicemente non lo sapevo, non ci avevo mai pensato, non me n’ero accorta.

Adesso che il Natale (insieme al mio 31° compleanno) si avvicina, voglio regalarmi questa nuova consapevolezza e, più di ogni altra cosa, non incolparmi per non averlo capito prima.

E’ importante che io mi lasci qualche spiraglio, qualche margine di errore, perchè quella verso la perfezione non è una strada percorribile.

Un po’ di tolleranza verso me stessa è l’obiettivo primo che voglio raggiungere nel futuro prossimo venturo. Ci voglio provare, ma provare davvero.

Visto che la vita con me è stata abbastanza tosta fino ad ora, sono io che devo dare a me stessa la serenità, la stima e l’incoraggiamento di cui ho bisogno.

D’altronde, com’è che si dice? Chi fa da se’, fa per tre.

Sono un sasso

Heart-Stones

Nella mia estenuante ricerca del percorso giusto per ritrovare la mia autostima, mi diverto ogni tanto a fare qualche test di valutazione che mi dia il polso dello stato dei miei miglioramenti. A patto che ce ne siano stati. E giusto ieri, la risposta di uno di questi test mi ha letteralmente fatto sbellicare dalle risate. So che il fine del test non era esattamente e quello, ma un sorriso inaspettato è comunque un bel regalo se in fondo alla giornata si fa un resoconto delle cose negative e di quelle positive.

Il risultato incriminato recitava semplicemente: “Sei un sasso”.

Concorderete con me che, così su due piedi, senza conoscere i dettagli, è una risposta che può suscitare un po’ di ilarità.

Ad ogni modo, stupidità a parte, a rifletterci bene non c’è proprio niente da ridere. Anche perché la didascalia spiegava più dettagliatamente:

“ti vedi come uno dei tanti sassi che si trovano per strada, senza niente di speciale, meno bello degli altri. Dalle risposte che hai dato, sembra che tu non creda molto nelle tue capacità (forse dubiti anche di averne!), ti fai condizionare dal giudizio degli altri o dai risultati che ottieni. Di fronte ai problemi non pensi che ce la farai, ti sembra di non avere capacità, forza, qualità, forse nemmeno fortuna per “vincere” le sfide. Se hai risposto con sincerità a ogni domanda, probabilmente dubiti di essere una persona speciale e di valore. Pensarti come un diamante è fuori discussione, ma non credi nemmeno di essere come una pietra preziosa. Ti senti alla stregua di un semplice, banale e comunissimo sasso”.

Ed è tutto dannatamente vero purtroppo. Visti i risultati odierni, è ovvio che di miglioramenti rispetto al punto di partenza non ce ne siano stati, o che al più siano stati davvero impercettibili.

E niente, so già che dovrò lavorare tantissimo, in primis per trovare il percorso giusto per me (non credo che ne esista uno valido per tutti). Spero solo di riuscirci a breve, e di fare almeno qualche passetto avanti verso l’amore per me.

Ringrazio chiunque avesse consiglio o un’indicazione da darmi 😉

Mi innamoro degli altri ma non di me

l'amore di se piccolo

È un classico. La volta in cui sei convinta che qualcosa sia assolutamente semplice e a portata di mano, puoi star sicura che tutto quello che avevi immaginato andrà a scatafascio e non saprai neanche tu il perché.

È un po’ come avere una nuvoletta di Fantozzi sulla testa, pronta a far piovere e tuonare in un battibaleno nell’istante in cui metti un piedino nell’acqua dopo un anno che non vedevi il mare. Il fatto che questa nuvoletta mi intralci per questioni di poco conto, non mi causa neanche troppi scompensi. Il problema si fa reale quando ho a che fare con le grandi “questioni” della vita, quelle che la vita possono rendertela migliore o assolutamente terrificante.

La questione che mi affligge e mi vede combattere ormai da anni è questa: fin da quando sono piccola, sono stata bombardata da insistenti inviti all’amore per me stessa e per il prossimo; dal catechismo, alla scuola, ai cartoni animati in tv, era un continuo inneggiare all’amore per il mondo in tutta la sua completezza, senza distinzioni di specie, peso, religione e colore della pelle. Davo quindi per scontato che, essendo io l’unica padrona di me stessa, non avrei avuto il benché minimo problema ad amarmi; avrei addirittura potuto costringermi con la forza se non fossi riuscita a farlo spontaneamente.  Ma ovviamente le mie rosee aspettative sono state stroncate, ormai da parecchio tempo, e sono ancora qui a cercare un perché, prima ancora che una soluzione.

Le poche volte in cui mi sono invaghita di qualcuno, sulle prime mi sono lasciata affascinare da un certo modo di ragionare, da una caratteristica fisica particolare o dalla simpatia; ma mi sono accorta che, col passare del tempo, è proprio dei difetti che finisco per innamorarmi perdutamente. Sarà colpa del mio spirito da inguaribile crocerossina.

Mi scopro a cercare nell’altro le sue debolezze, a prenderle tra le braccia a cullarle tenendole strette a me, sussurrandogli piano: “non preoccupatevi, non date peso a ciò che dice la gente. Essere così imperfette fa di voi qualcosa di unico; non permettete mai al mondo di cambiarvi”.

E allora mi domando: visto che io di difetti ne ho a bizzeffe, e so pure da dove derivano, come mai non riesco ad accettarli neanche minimamente?

Sono capace, in capo ad una giornata, di offendermi talmente tante volte da non riuscire a tenere il conto. Quando il mio cervello entra in loop, sono in grado di intristirmi continuamente per la stessa cosa, dopo essermi detta, ogni volta, che è una ragione stupida per rovinarsi anche un solo attimo della giornata.

Ecco qualche esempio di sfiancante teatrino interiore a cui sono costretta ad assistere in ogni momento della mia vita:

  • Dato di fatto oggettivo: “Spesso sono sbadata e combino qualche guaio.”

La me distruttrice: “Sei un’idiota. Cosa ti costerebbe mettere un po’ più di attenzione nelle cose che fai? Non è complicato! Ma tanto non imparerai mai.”

La me positiva: “E che sarà mai?! La prossima volta farò più attenzione. Imparerò da questo errore e diventerò più forte”.

La me distruttrice: “Lo sai benissimo che non imparerai, e che la prossima volta sarà un’altra la cosa a cui non farai attenzione. Ti sarebbe sufficiente ragionare un po’ di più prima di agire.  Ma tu no, devi partire in quarta ogni volta! Non è che magari, anche ragionandoci, non ci arriveresti comunque? Sì, forse è questo il problema. Non ci arrivi proprio, neanche se ti ci metti di impegno!”.

  • Dato di fatto oggettivo: “Non ho esattamente un fisico da modella. Ho le cosce grosse, i fianchi larghi, delle gambe non proprio affusolate”.

La me distruttrice: “Guardati. Sei una balena. Ma che ti costa mangiare meno? Che poi i vestiti non ti stanno più e ogni volta che ti guardi allo specchio ti fai schifo da sola.”

La me positiva: “sì, probabilmente ho su qualche chilo di troppo, ma non sono così grossa. E poi l’aspetto fisico non conta. Tutto sommato non sono poi così male. Sono assolutamente in tempo a cominciare una dieta quando voglio, se non lo faccio è semplicemente perché non ne ho ancora bisogno o semplicemente non è il momento giusto”.

La me distruttrice: “Tutte scuse. Smetti di inventare balle a te stessa! Sai bene che non cominci la dieta perché finiresti per fallire miseramente, come ogni cosa che cominci e poi abbandoni in un niente. Non puoi permetterti un altro fallimento, ti porterebbe a mangiare ancora di più per soffocare la devastazione dei sensi di colpa. E poi non dire stronzate, certo che l’aspetto conta, non sei forte abbastanza da fregartene di ciò che la gente dice e pensa di te”.

Non mi dilungherei ulteriormente sugli esempi, anche se ne avrei a centinaia.

Ciò che vorrei, è fare qualche passetto avanti verso l’amore per me stessa. E ogni tanto lo faccio pure quel passetto avanti; peccato che basti un niente a farmene fare cinque indietro.

Ho addirittura provato a stilare una lista di qualità a cui aggrapparmi nei momenti di sconforto. È stato terribile non trovarne nessuna. Non appena la trovo, la mia parte distruttiva la rade al suolo, come un fungo che infetta tutto quello che tocca.

Forse non è ancora tutto marcio. Forse c’è ancora speranza.

 

 

Sei padrona di te stessa quando

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Sei padrona di te stessa quando non dai più modo alle persone di ferirti, di farti sentire in forse, di farti sentire sbagliata, di non farti sentire mai abbastanza. Sei padrona di te stessa quando inizi ad amarti“.

Ho trovato questa frase mentre girovagavo senza meta sul web, durante una di quelle sere in cui vorrei fare qualcosa di costruttivo ma proprio non so cosa, e allora prendo tempo.
Ogni tanto vorrei tornare a leggere queste poche righe per vedere se il percorso che ho intrapreso sia giusto o se mi sta soltanto portando a girare in tondo: vorrei rileggerle perché sono il riassunto esatto di chi sono adesso (una persona insicura che teme lo sguardo altrui e spesso anche il proprio), e di chi invece vorrei diventare (una persona decisa, sicura, che si ami almeno un po’, e che dello sguardo degli altri se ne sbatte altamente).
Soltanto nel recente passato mi sono resa conto di quante sfumature abbia il mio volto, quante la mia voce, quante il mio sguardo. E’ stato come guardare dentro ad un baule pieno di maschere, ognuna delle quali si adatta alla perfezione a questa o a quella persona e situazione. E in tutto questo, la cosa più strana e assurda è stata rendermi conto che, se anche volessi cercare il mio vero volto in mezzo a tutte quelle maschere, non saprei nemmeno com’è fatto. Riconosco l’espressione che assumo sempre davanti ad uno specchio, mentre tiro su le sopracciglia stando bene attenta a non mettermi di profilo; riconosco l’espressione che faccio per celare a qualcuno la noia o, peggio ancora, il totale disinteresse; riconosco l’espressione che assumo quando trasformo volontariamente il mio viso come fosse plastilina per mostrare un finto stupore, mentre nella mia testa recito il mantra “fa che sembri vero, fa che sembri vero”.
Sono talmente abituata a fingere di essere chi non sono, che ho smarrito la mia vera essenza. E la cosa mi stravolge non poco.
Non so cosa mi piace davvero, cosa preferisco e cosa no, quali sono i miei sogni, quali i miei punti di forza. E va da se che bastano uno sguardo ambiguo o una parola di disappunto a mettere in dubbio anche le poche certezze che mi restano. Mi sento immediatamente in difetto, sbagliata, senza speranza di migliorare. La mia sicurezza comincia a vacillare e non è semplice tenerla in bilico tra la speranza e l’abisso. L’impalcatura che ho montato tutta intorno a me non ha solide fondamenta su cui poggiare: spesso basta una folata di vento a scuoterla, e un piccolo terremoto a farla cascare a pezzi. Non è semplice ogni volta dover ripartire da zero. E allora, nel frattempo che la mia autostima migliori, girovago nel limbo, in attesa di un Virgilio che mi mostri la strada da seguire. Cerco di tenere un profilo basso, che mi renda il più possibile invisibile allo sguardo indagatore degli altri. La sola idea di non sapere cosa qualcuno sta pensando di me mentre mi guarda, mi manda in paranoia:”avrò i capelli fuori posto? Una smagliatura sulle calze? Sembro fuori luogo vestita così? Starà pensando che sono stupida. Ok, tranquilla, fai finta di niente e vedrai che presto volgerà lo sguardo altrove. Perché la gente non si fa i fattacci suoi? Ma cosa avrà tanto da guardare quella? Prima fa finta che io non esista e poi passa la serata a guardarmi!”….e così via…non mi addentrerei oltre nel labirinto delle mie infinite paranoie.
Vorrei davvero non dovermi più curare degli sguardi altrui; vorrei sentirmi tranquilla, sicura di me, positiva. Vorrei sentirmi bella, o meglio più semplicemente sentirmi bene nel mio corpo e nella mia testa, senza dover continuamente prendere a schiaffi dei pensieri talmente stupidi da dubitare di essere stata davvero io a partorirli.
Be’, direi che come prima perla del mio baule, non è niente male. E’ una frase che mi tiene coi piedi per terra e allo stesso tempo mi sprona a proseguire verso il più grande (e forse unico) obiettivo che ho al momento: trovare me stessa e permettermi il lusso di dire “Ok, sono fatta così. Qualcosa mi piace, qualcosa no, ma sto“.

 

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