Racconti privati

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Qualche giorno fa ho raccontato ad una persona amica una tra quelle che rientrano nella Top 5 delle più brutte esperienze della mia vita.

E’ uscita fuori per caso, parlando di argomenti affini che me l’hanno riportata alla mente.

Niente di strano in questo: ci faccio i conti almeno una volta al mese da 17 anni a questa parte.

Ma un conto è che debba farci i conti la me stessa razionale, quella che affolla la testa di parole senza sosta, quella che alla Marzullo maniera si pone le domande e si da anche le risposte, quella che crede di riuscire a tenere tutto sempre sotto controllo. Un altro conto è che debba affrontarlo la me stessa meno vigile, meno attenta, quella istintiva e che trasforma istantaneamente le emozioni in fitte violente alla bocca dello stomaco, senza che il filtro della mente possa attutirle in alcun modo.

Ho iniziato a raccontare, profondamente certa che quel ricordo non potesse più scalfirmi in alcun modo tanto era stato trito e ritrito dai miei pensieri.

Ma descrivere dettagliatamente quell’esperienza ad alta voce ha avuto effetti che non mi sarei aspettata. E’ stato come riviverla, come essere di nuovo in quel tempo e in quel luogo, con lo stesso terrore vivido intriso di incredulità.

Ho provato ad alzare gli occhi al cielo – a volte basta per ricacciare indietro una lacrima che si affaccia lenta – ma non avevo fatto i conti con l’entità del dolore che mi avrebbe pervaso. Non sono riuscita ad arginare il pianto o i singhiozzi, e contemporaneamente sentivo la parte razionale di me gridare in imbarazzo:”Ma che fai? Perchè diavolo stai piangendo per una cosa successa quasi vent’anni fa? Ne abbiamo parlato mille volte! Che figure ci fai fare! Ormai è passata, siamo vive e siamo riuscite ad andare avanti. Adesso basta frignare!”.

Stamattina ho cercato di ricordare quante volte in passato avessi effettivamente raccontanto a voce alta quell’episodio a qualcuno.

“Di sicuro alle mie migliori amiche il giorno stesso che successe!” – ho pensato. No, non è così, a loro ho solo scritto un brevissimo messaggio mentre prendevo il treno per scappare lontano.

“Di certo a mia sorella!” – ho pensato. In realtà no. Sapevo che, se pure dal piano superiore, aveva in sentito e immaginato quello che stava accadendo, e dunque poi erano sempre bastate poche parole per far riferimento a quell’evento.

“Per scritto!” – ho pensato. Sì, in effetti ricordo di avrne scritto un paio di volte, ma probabilmente scrivere non basta.

Forse per liberarsi del peso di certe esperienze sarebbe davvero cosa buona e giusta raccontarle ad alta voce a qualcuno che ci ascolti, anche soltanto per vedere l’effetto che ci fanno dopo poco o tanto tempo. Ma vi immaginate ammorbare le persone care con il racconto di tutte le nostre brutte esperienze?

Capisco da sola che si tratta di un’idea malsana, e che porbabilmente toglierebbe gran parte del lavoro a molti psicanalisti, quindi lascerò che muoia tra queste righe al pari di un ricordo che ha smesso di farci soffrire.

 

 

 

Quando acqua e cibo non bastano

Probabilmente risulterà strano che scriva qualcosa che non abbia a che fare con questo maledetto Corona Virus, ma credo che tutto quello che c’era da dire sia stato detto, e che adesso non ci resti che ricorrere ad una buona dose di senso civico e cercare di salvare il salvabile. Speriamo che nel giro di poco vada tutto per il meglio.

Ciò di cui volevo scrivere per imprimermelo bene in testa, è semplicemente questo: pensare qualcosa non basta ad interiorizzarla.

Tantissime volte ho parlato della mia infanzia e di quella dei miei fratelli come di un fatto da riderci su.

“A casa nostra non potevamo sbagliare niente, altrimenti erano botte da orbi! Pensa che quando mia madre, girando per casa, ci passava accanto, d’istinto portavamo le mani al viso per proteggerci da uno schiaffo sicuro! E dovevi vedere lei come ne rideva!”. E giù grasse risate.

“Quando con mia sorella combinavamo qualche marachella, ovviamente senza la consapevolezza che lo fosse, e mia madre lo veniva a sapere, ce le dava di santa ragione, e dopo averci picchiato ben bene prometteva che lo avrebbe detto al babbo, che al suo rientro ce le avrebbe date a sua volta. E ci fosse una volta che non manteneva la promessa!”. E giù altre grasse risate.

Soltanto adesso che sono grande mi sono resa conto di aver dovuto raschiare l’affetto dalle pareti di un barile quasi vuoto, tanto che ricordo una me quindicenne che scriveva sul suo diario segreto:

“ieri sera siamo tornati da Napoli e io, come sempre, dormivo già da qualche ora. Quando la macchina si è fermata sotto casa me ne sono accorta appena, ma avevo così tanto sonno che ho continuato a far finta di dormire. In realtà dentro di me speravo che babbo mi prendesse in braccio per portarmi a dormire. Ne’ lui ne mamma ci abbracciano mai.”

E oggi raccontando questo episodio ad una persona, mi sono ritrovata a piangere e singhiozzare forte come non mi capitava da tempo. E’ qualcosa che è avvenuto più di quindici anni fa, che ricordo perfettamente e che non mi aveva mai suscitato reazioni di alcun tipo.

Eppure oggi mi sono resa conto che ricordarlo non è raccontarlo: riviverlo a voce alta mi ha catapultato indietro nel tempo a quella macchina e a quell’età, a quella lunga parentesi infelice che è stata la mia infanzia. Avevo acqua, cibo, una casa. Ma questi non sono gli unici beni di primaria necessità. Sicuramente avrei avuto bisogno di essere nutrita con cose che non si possono comprare: il calore di un abbraccio, la tenerezza di un bacio o di una carezza, l’importanza di un complimento. Io sulla mia pelle di bambina non li ho mai provati, e adesso che sono grande evidentemente ho un vuoto incolmabile che non posso continuare ad ignorare.

Addirittura la scienza mi dà ragione, con esperimenti comprovati fatti in materia di attaccamento. Mi è rimasto impresso l’esperimento che mi hanno raccontato e che porta la firma di Harry Harlow. Lo scienziato decise di testare sui macachi (per molti aspetti simili all’uomo), l’importanza della protezione: nel giro di tre anni, più di 60 piccoli di macaco vennero separati dalla madre a 6-12 ore dalla nascita e allevati con latte artificiale contenente sostanze nutritive adeguate per essere osservati e studiati.

Nella stessa gabbia, erano stati messi dei pezzi di stoffa al fine di rendere il loro habitat più confortevole: ogni qualvolta i panni venivano rimossi per essere lavati, i macachi protestavano, si arrabbiavano e diventano violenti. Di fronte a questi dati, lo studioso costruì una madre surrogata composta da un’anima di legno ricoperta da un panno caldo. Nella gabbia venne riposta anche una sagoma del tutto identica, solo non ricoperta con il panno, dotata di un meccanismo atto a nutrire i piccoli.  Harlow si accorse che i piccoli tendevano a passare la maggior parte del tempo con la loro “mamma morbida”, calda e accogliente, spostandosi verso l’altra figura solo il tempo necessario a nutrirsi.

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Come quei macachi, anche io mi rifugiavo nei complimenti di persone esterne alla mia famiglia, nelle storie dei libri che leggevo e nel calore delle poesie che scrivevo. Attingevo cibo e acqua da casa mia, per poi cercare altrove una ‘coccola’ che mi facesse sentire protetta. Evidentemente, vista la reazione spropositata che ho avuto oggi, i miei sforzi non sono stati sufficienti.

La trappola di avere sempre un programma

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Alla maggior parte di noi, capita di pianificare la propria vita prevedendo che negli anni a venire ciò che stiamo decidendo “adesso” andrà sempre bene: a 25 anni voglio sposarmi, fare un figlio a 30, andare in pensione a 60. Tendiamo a controllare “la nostra agenda” per capire a che punto siamo o a quale dovremmo essere, e ci sentiamo dei falliti se non riusciamo a rispettare questa tabella di marcia.

Sicuramente l’atteggiamento più sano sarebbe quello di prendere nuove decisioni al momento debito, avendo abbastanza fiducia in noi stessi da permetterci di cambiare programma. Del resto la sicurezza in se stessi è l’unica sicurezza durevole, anche perché nessuno potrà mai garantirci alcunché per il futuro. Ma quanti di noi possono vantare una cieca sicurezza in sé stessi?

Purtroppo nella nostra società il timore di sbagliare viene inculcato sin dall’infanzia, eppure Dyer nel suo libro “Le vostre zone erronee” spiega che il fallimento di per sé non esiste, e che si tratta solo di un’opinione altrui su come una certa cosa avrebbe dovuto essere portata a termine. Se si fallisce, lo si può fare soltanto secondo il proprio criterio di valutazione, non secondo quello degli altri. E come se non bastasse, oltre a pensare di aver fallito nella tal cosa, siamo soliti assimilare quel fallimento alla stima di se’: ma fallire in qualcosa non significa aver fallito come persona. D’altronde veniamo continuamente spinti a fare le cose al meglio delle nostre possibilità, ma chi ha detto che non si possono fare le cose con naturalezza e mediocrità? Anche perché per paura di non riuscire a fare una cosa al meglio, il più delle volte finisce che non la facciamo affatto, e abbandoniamo prima ancora di aver provato.

Winston Churchill disse sulla mania della perfezione:”Perché dovresti fare tutto bene? Chi deve metterti il voto?”

Perfezione vuol dire immobilità: se hai esigenze di perfezione, non tentarai mai nulla, perché il concetto di perfezione non è applicabile agli essere umani. Nelle attività che non ci piacciono, il solo fare è più importante del riuscire. Purtroppo i bimbi imparano subito il messaggio che li induce a misurare il proprio valore sulla base dei propri insuccessi, dunque tendono ad evitare le attività in cui non eccellono. Sono portati ad arrendersi dopo il primo fallimento, perché non hanno stima in se’. Ma la verità è che non si impara nulla dal successo, mentre invece si impara molto dai fallimenti.

Di seguito Dyer ci propone degli esempi di comportamento dettati dalla paura per l’ignoto e del fallimento:

  • mangiare sempre le stesse cose, evitando sapori diversi ed esotici: anche se ognuno ha i propri gusti, rifiutare di assaggiare cibi che non si conoscono è pura rigidità;
  • indossare lo stesso tipo di abiti, non provare mai un nuovo taglio, non cambiare stile;
  • leggere sempre gli stessi giornali e riviste e non ammettere il punto di vista contrario;
  • avere paura di andare altrove perché la gente, la lingua, i costumi sono differenti;
  • temere di non saper fare bene una cosa e per questo evitarla;
  • evitare chiunque venga definito “deviante” anziché cercare di conoscerlo meglio;
  • tenersi un impiego che non ci piace per paura di non trovare altro o per le incognite di un nuovo lavoro;
  • restare imprigionati in un matrimonio infelice per paura di ciò che gli altri potrebbero pensare e per paura di non trovare un’altra persona che sia adatta a noi;
  • passare le ferie sempre nel solito posto, nella stessa stagione;
  • fare le cose in funzione del risultato e non del godimento, e quindi fare solo quelle che si fanno bene ed evitare quelle in cui si potrebbe fallire e risultare mediocri;
  • essere incapaci di cambiare programma se si presenta un’alternativa interessante;
  • preoccuparci del tempo e lasciare che siano gli orologi a regolare la nostra vita;
  • nei rapporti sessuali, fare sempre le stesse cose nelle stesse posizioni;
  • nascondersi sempre dietro agli stessi amici;
  • tenersi in disparte per paura di avventurarsi in conversazioni con estranei;
  • condannarsi se non si riesce in tutto ciò che si intraprende.

Tutti questi atteggiamenti ci permettono di tenere a bada la paura dell’ignoto, anche se ciò è costoso in termini di crescita e soddisfazioni. E’ più facile percorrere un sentiero battuto che esplorare, perché le sfide possono costituire una minaccia.

Con la scusa di posporre la soddisfazione personale (comportamento che abbiamo sempre sentito definire “maturo”), restiamo con ciò a cui siamo avvezzi e giustifichiamo quel comportamento: in realtà restiamo come siamo per non affrontare ciò che non conosciamo.

Di seguito un breve elenco con alcune strategie per affrontare l’ignoto.

  • Cercare, in maniera selettiva, di sperimentare nuove cose (banalmente anche al ristorante o in palestra);
  • frequentare persone che non conosciamo;
  • rinunciare a volere sempre una ragione per tutto ciò che facciamo: possiamo fare le cose semplicemente perché lo desideriamo;
  • cominciare a correre rischi che ci facciano uscire dalla routine;
  • interiorizzare il concetto che possiamo essere efficienti non grazie alle circostanze esterne ma grazie alla nostra forza interiore: le nostre capacità ci consentono di far fronte all’ignoto se glielo permettiamo;
  • quando ci sorprendiamo ad evitare ciò che non conosciamo, domandiamoci “Qual è la cosa peggiore che potrebbe capitarmi?”. Probabilmente scopriremo che le paure che abbiamo sono sproporzionate rispetto alle conseguenze reali
  • fare qualcosa di sciocco e non ben visto: spesso la paura di sbagliare equivale alla paura di risultare ridicoli o venire disapprovati. Se lasciamo che gli altri si tengano le loro opinioni, le quali non hanno nulla a che fare con noi, possiamo cominciare a valutare il nostro comportamento secondo i nostri (e non altrui) criteri di giudizio. In questo modo potremo stimare le nostre capacità non come migliori o peggiori,  ma semplicemente come diverse da quelle degli altri;
  • Valutare il nostro comportamento non sulla base di ciò in cui crediamo (e quindi del passato) ma di quello che scaturisce dall’esperienza presente. Possiamo essere quello che vogliamo. Quando ricaschiamo nel tipico comportamento evasivo ed esente da rischi, prendiamone coscienza e ripetiamoci che non c’è nulla di male a non sapere dove si stia andando in ogni momento della propria vita. La consapevolezza di una vita di routine è il primo passo per uscirne.

Non è importante sapere esattamente dove stiamo andando, ma è fondamentale essere sulla nostra strada e non su quella che qualcun ha deciso essere adatta a noi.

 

Senso di colpa e inquietudine

Proseguo lo stringato racconto del libro “Le vostre zone erronee” di Dyer dedicandomi al capitolo che tratta quelle che lui definisce “emozioni inutili”: il senso di colpa (per ciò che è accaduto in passato) e l’inquietudine (per ciò che potrebbe accadere in futuro).

Dyer spiega che entrambe queste emozioni sono le forme più comuni di angoscia, e che ci paralizzano nel momento presente, perchè di fatto, che tu guardi avanti o indietro, il risultato è il medesimo: butti via il presente.

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Per la nostra cultura, non sentirsi colpevoli è un male, e tra le persone non preoccuparsi per se stessi e gli altri è considerato inumano. Ma nessun senso di colpa può mutare il passato. Va bene imparare dai proprio errori, anzi è indispensabile per la crescita di ciascuno, ma è malsano continuare a nutrire il senso di colpa: che senso ha sentirsi inutilmente offesi, irritati o depressi per una cosa già successa? (Domanda decisamente retorica).

Il senso di colpa nasce da una mentalità puritana e viene appreso in tenerissima età: ciascuno di noi si è sentito in colpa quando ha deluso i proprio genitori. Non a caso viene usato dai genitori per manipolare i propri figli e fargli fare determinate cose: dal moento che “si sono sacrificati per noi”, gli siamo in un certo senso debitori. E da adulti la solfa non cambia, tanto che arriviamo ad autoimporci il senso di colpa per aver infranto un codice al quale si professava di credere (vedi l’ambito religioso), o per aver deluso un insegnante, un capo o una persona a noi cara. Se ci pensiamo bene, anche la punizione per chi commette reati più o meno gravi è la stessa: restare in prigione e soffrire per quello che si è commesso, piuttosto che intraprendere un programma di recupero ed essere utili alla società in qualche modo.

Anche la sessualità o il regime dietetico ingenerano immani sensi di colpa: sei a dieta e mangi un dolce? Soffrirari un giorno intero per la debolezza di un momento.

Purtroppo nella nostra cultura i messaggi repressivi sono onnipresenti, ma se dopo ogni errore ci assolviamo col senso di colpa, siamo continuamente tentati di ripetere quella data azione. Dovremmo semplicemente imparare a godere di ciò che ci piace e che rientra nella nostra scala di valori senza nuocere agli altri, senza sentirci in colpa per qualsiasi cosa.

Nonostante le continue influenze esterne, è però possibile cambiare il nostro atteggiamento nei confronti di ciò che desta in noi un senso di colpa, e Dyer ci succerisce alcune strategie per farlo:

  • Cominciare a guardare al passato come a qualcosa di immutabile, malgrado i penosi stati d’animo che può suscitare. Non c’è senso di colpa che possa cambiarlo.
  • Domandarsi cos’è che stiamo evitando nel presente ricorrendo al senso di colpa sul passato. Lavorando a ciò che evitavamo, elimineremo il bisogno di sentirci in colpa.
  • Accettare cose di noi stessi che abbiamo scelto, ma che ad altri possono non piacere.
  • Tenere un diario su quanto, perché e con chi ci sentiamo in colpa.
  • Riconsiderare il nostro sistema di valori: a quali valori credi profondamente, e a quali invece dai solo a vedere di accettare?
  • Fare una lista di tutte le cattive azioni commesse, e assegnare a ciascuna un punteggio relativamente al senso di colpa da 1 a 10. Poi fare la somma, e vedere se il fatto che dia 1 o un milione cambia qualcosa nel presente.
  • Far capire agli altri che non accettiamo che ci facciano sentire in colpa

Come per il senso di colpa, la nostra società incoraggia anche l’inquietudine, tanto che è considerato normalissimo dimostrare il proprio amore con la preoccupazione. Ma l’ansia non può risolvere un problema futuro, piuttosto può impedire di affrontare i momenti presenti. E’ inutile avere ansia per cose che sfuggono al nostro controllo, e sarebbe di gran lunga meglio passare il tempo ad agire anzichè preoccuparsi inutilmente.

Ecco, anche per l’inquietudine, alcune strategie per cambira il nostro atteggiamento:

  • Invece di farci ossessionare dal futuro, consideriamo il presente come fatto di momenti da vivere. Quando ci sorprendiamo in ansia, domandiamoci “A cosa sto tentando di sfuggire adesso?”, e facciamo ciò che stavamo evitando. Il miglior antidoto all’inquietudine è l’azione.
  • Concedere tempi sempre più brevi alle inquietudini (magari 10 minuti al mattino e 10 nel pomeriggio, rimandando tutta l’ansia a quei brevi periodi di tempo).
  • Fare un elenco delle cose di cui ci siamo preoccupati, e chiedersi se è stato produttivo. Quante delle cose che temevamo si sono avverate?

Oggi l’ignoto viene associato al pericoloso, tanto che si considera più sicuro cercare di prevedere il futuro. Ma visto che nessuno di noi è veggente, la cosa più sana da fare sarebbe vivere con spontaneità: dobbiamo tentare anche quando l’esito è dubbio ed aprirci a nuove esperienze, eliminando parte della routine che ci attanaglia ogni giorno.

in fine, vorrei chiudere questo “capitolo” con una domanda che Dyer usa a questo punto e che mi è piaciuta molto:

“Hai vissuto 100 giorni, o hai vissuto 100 volte lo stesso giorno?”

Qui il prossimo post.

Le vostre zone erronee – Una lettura illuminante

Mentre mi interrogavo per capire quali fossero le mie reali passioni, quelle che davvero desiderassi coltivare nel prossimo futuro, mi sono resa conto che oltre alla musica, alla lettura e alla scrittura, non avrei potuto fare a meno di continuare ad indagare i misteri  della psiche umana, un po’ per capire me stessa, un po’ per capire (e magari smettere di temere) le persone che mi circondano.

E cercando online qualche testo di psicologia da tenere sul comodino per colmare i tempi morti tra un romanzo rosa e un giallo, mi sono imbattuta in un libro che, con estrema semplicità, mi ha aperto nuove frontiere dell’introspezione, oltre a fornirmi delle interessanti chiavi di lettura sui rapporti interpersonali.

81QwdX0WAsLIl libro “LE VOSTRE ZONE ERRONEE – Guida all’indipendenza dello spirito” dello psicologo e scrittore Wayne W.Dyer, tratta essenzialmente le fragilità umane riscontrabili nella stragrande maggioranza delle persone, e non solo ne spiega le origini e i risvolti nella vita di ogni giorno, ma regala anche qualche prezioso consiglio per aiutarci a migliorare lasciandoci queste “zone erronee” alle spalle.

Era tanto che aspettavo una lettura di questo tipo, e il fatto di essermici imbattuta per caso in un momento di forte fragilità, mi ha davvero impressionata. Non si tratta di uno di quei libri mirati a venderti l’illusione della felicità e a propinarti frasi motivazionali che, senza una buona base di comprensione, lasciano un po’ il tempo che trovano. Gli 8,50 € meglio spesi delle ultime settimane! Ne consiglio la lettura a chiunque si trovasse in un momento di smarrimento, ma anche a chi volesse capire meglio i meccanismi (spesso inconsci) che portano l’essere umano a reagire e comportarsi in un determinato modo e sfruttare queste nuove conoscenze per fare un percorso di crescita personale.

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Dyer comincia il suo saggio (tra l’altro pensato e scritto per persone assolutamente digiune di psicologia e termini medici specifici) con l’ammissione che “cambiare costa fatica“. È questo uno dei principali motivi che ci spinge all’inerzia, a perseverare nei nostri comportamenti “erronei”. E badate bene: con “erronei”non intende comportamenti “sbagliati” e disapprovati dalla società, tutt’altro! Nella maggior parte dei casi qui si parla di comportamenti che la società non solo approva, ma addirittura incoraggia, ma che sono estremamente dannosi per noi stessi sotto tutti i punti di vista: per la nostra parte razionale, per quella emozionale e, nei casi più spinti, per il nostro stato di salute. Non si tratta di “aggiustare qualcosa di rotto”, ma bensì di comprendere e addirittura crescere se lo si vuole.

Potrebbe sembrare assurdo, ma se ci pensiamo bene nella quotidianità ci sentiamo spesso molto più sicuri ad attenerci ad un modo di reagire che conosciamo, benché autodistruttivo, piuttosto che a cambiare le nostre abitudini. Quali saranno mai queste abitudini autodistruttive che non riusciamo a cambiare? Non siamo mica degli automi senza cervello che continuano a perseverare in qualcosa che ci fa del male? In effetti no, non siamo degli automi, ma ciò non toglie che, senza esserne davvero consapevoli, spesso ci comportiamo come se lo fossimo. Chi, ad esempio, può dirsi privo di rimpianti, di ansie, di preoccupazioni, di desideri che forse non si realizzeranno mai? Se non tutti, quanto meno la maggior parte di noi. Questo prova che qualcosa nei nostri meccanismi profondi non funziona come sarebbe naturale che funzionasse.

Dyer spiega che qualsiasi comportamento autodistruttivo che mettiamo in atto, è un modo per evitare il presente, l’adesso. Eppure non ha senso, visto che il presente è l’unico momento in cui possiamo fare esperienza. A cosa serve rimuginare continuamente sulle esperienze passate o su quelle future? La domanda è ovviamente retorica.

La vita è nostra, e dovremmo farla così come noi la vogliamo. Ma spesso non sappiamo neanche cosa vorremmo davvero, e allora potrebbe essere davvero arrivato il momento di scendere nel profondo per comprenderne i motivi e abbracciare nuovi processi mentali che ci consentano di dirigere noi stessi esattamente lì dove vogliamo. Ovviamente non è semplicissimo dal momento che veramente tantissime forze cospirano contro la responsabilità individuale, ma ciò non significa che con le conoscenze giuste e un po’ di impegno sia impossibile.

Tendenzialmente le nostre giornate sono fatte di passaggi tra un determinato stato d’animo e un altro: un momento ti senti sereno, quello dopo qualcosa ti turba e ti arrabbi, poi ti senti ansioso per qualcosa che dovrà accadere, e non poterlo comandare ti fa sentire frustrato. Eppure è possibile controllare tutti questi stati d’animo. Il sillogismo che usa Dyer è molto semplice:

Io posso controllare i miei pensieri

I miei stati d’animo discendono dai miei pensieri

Posso controllare i miei stati d’animo

Ogni emozione non è altro che la reazione fisica ad un pensiero, ed è proprio sui pensieri che dovremmo agire per cambiare noi stessi e la nostra vita. E quando possiamo farlo? Soltanto adesso, nel momento in cui ogni cosa accade. Non possiamo cambiare i nostri pensieri di ieri, eppure quella di non tenere in considerazione il presente è una vera e propria malattia della nostra cultura: ciascuno di noi, infatti, viene continuamente condizionato a sacrificarla per il futuro. La felicità, sempre rimandata all’indomani, ci sfugge. Vi è mai capitato di dire a voi stessi:”Quando mi sposerò/quando sarò più magra/quando mi sarò laureato/quando avrò un figlio/quando guadagnerò di più la mia vita cambierà”. Poi quell’evento si verifica, e restiamo delusi perché capiamo di averlo idealizzato, e che niente è realmente cambiato. Ciò significa che non dovremmo lasciare che le circostanze pilotino la nostra vita: se vogliamo qualcosa, dobbiamo agire per ottenerla, senza aspettare che circostanze esterne lo facciano per noi….anche perché potete star certi che non avverrà.

Spesso restiamo immobili per il timore di sbagliare, ma se ci lasciamo paralizzare dalla paura non cambieremo mai, e di conseguenza anche la nostra vita resterà tale e quale.

Fra i comportamenti “immobilizzanti” che non ci permettono di crescere e cambiare, c’è sicuramente l’approccio “erroneo” all’amore verso noi stessi e gli altri, accompagnato dal comune errore di confondere il proprio valore con il proprio comportamento: siamo soliti pensare che quel tale sia “cattivo”, anziché pensare semplicemente “si è comportato male”; e così ragioniamo anche per noi stessi. Quando non siamo capaci di fare qualcosa, sentiamo di valere poco “in generale”, senza riflettere sul fatto che se non siamo riusciamo in qualcosa, potrebbe essere semplicemente perché non ci siamo “allenati” abbastanza: le nostre capacità non sono scritte nei nostri geni, ma sono piuttosto il frutto di scelte che abbiamo compiuto in passato. Se ad esempio in età adulta siete delle schiappe nella corsa o nel gioco del golf, questo non fa di voi delle persone che valgono meno rispetto a quelle che invece in questi campi vanno forte: semplicemente, in passato, avrete ritenuto di dedicare il vostro tempo e i vostri sforzi ad altre attività. Che quelle decisioni si siano rivelate “sbagliate” per voi (e solo voi e nessun altro può dirlo), l’unica alternativa che avete è lavorare per cambiare il presente, visto che tanto per il passato non potete più fare niente. D’altronde niente e nessuno potrà mai darvi la garanzia che una decisione dia i risultati che speravate, tanto vale provare e, nel caso in cui il risultato non ci soddisfi, cambiare e provare una nuova strada.

E se a limitarci fossero degli aspetti di noi stessi che consideriamo “sbagliati”? Be’, a questo punto è necessario capire se si tratta di aspetti che possono essere modificati (ad es. qualcosa che consideriamo un difetto caratteriale), o meno (ad es. la lunghezza delle nostre gambe); nel secondo caso, dobbiamo lavorare per imparare ad accettare noi stessi, tenendo sempre ben presente che l’amore per sé stessi non esige l’amore e l’opinione altrui.

Ma che senso ha scegliere per noi stessi questi comportamenti autodistruttivi? Principalmente perché abbassare il nostro valore e metterci al di sotto degli altri, ci evita molti rischi. Così facendo, possiamo ricevere compassione e attenzione, con lo svantaggio di dare contemporaneamente agli altri un potere sterminato sulla nostra vita. Aver bisogno di essere approvati, è un po’ come dire “Vale più il tuo pensiero su di me, che l’opinione che ho di me stesso”. In questo modo saremo tutto ciò che gli altri vogliono che noi siamo, a discapito della nostra vera personalità. D’altronde secondo la nostra cultura è sempre meglio consultare gli altri che fidarsi di se stessi. Non a caso l’approvazione viene usata come potente strumento di manipolazione: l’indipendenza e l’auto-approvazione allontanano dal controllo altrui, ma vengono definiti comportamenti egocentrici ed irriguardosi. E ciò è così da sempre: fin da quando siamo bambini ci insegnano a chiedere prima ai genitori (che trattano i figli come fossero un loro possesso), ci spingono a non pensare con la nostra testa e a stare al nostro posto (soprattutto a scuola), e la religione non aiuta di certo: devi piuttosto comportarti in un certo modo per ottenere l’approvazione del tuo Dio, altrimenti ciò che ti spetta sono punizioni e dannazione eterna.

La ricerca dell’approvazione altrui è altresì nociva perché tendiamo generalmente ad assimilare il rifiuto di una nostra idea, al rifiuto di tutti noi stessi. Ma dobbiamo imparare a convivere col fatto che esisterà sempre qualcuno che ci disapproverà. Tutto sommato, ci va bene anche così, e preferiamo affidarci all’approvazione altrui per poi avere la possibilità di addossargli la colpa dei nostri stati d’animo, senza pensare che la conseguenza di questo comportamento è che non cambieremo mai.

La strada giusta da percorrere è quella di esercitarsi ad ignorare la disapprovazione, e Dyer ci da’ qua e là qualche escamotage da mettere in pratica per perseguire questo obiettivo:

  • Smettere di stare sulla difensiva accampando scuse o cercando di difendersi
  • Ringraziare l’altro per la sua opinione e dirgli che continuiamo ad essere convinti di ciò che pensiamo
  • Smettere di voler convincere l’interlocutore a tutti i costi della giustezza della nostra posizione
  • Cominciare a fidarsi un po’ di più di noi stessi e delle nostre decisioni (se fatte con criterio, e non prese per ansia o paura).

Questa è soltanto un’infarinatura generale e affatto esaustiva del libro di Dyer (che ovviamente vi invito a leggere), ma mi piacerebbe comunque approfondire determinati aspetti per darmi e darvi ulteriori spunti di riflessione che in un modo fortemente omologato come quello di oggi sono merce rara.

Quindi prossimamente mi impegno a pubblicare alcuni post che scendano nel dettaglio di ciascuna “zona erronea” per cercare di comprenderla a pieno e condividere con voi gli strumenti per potersene liberare. Stay tuned 😉

– II parte – Liberarsi del passato

Tu sei il risultato di tutte le immagini che hai dipinto di te stesso […] e ne puoi sempre dipingere di nuove.

Ho preso una decisione

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Da mesi ormai sto vivendo un periodo che definire “no” è un eufemismo, uno di quei momenti (capaci di durare mesi) in cui senti di non essere la persona che vorresti o che avevi immaginato saresti diventata. Mi sono trincerata dietro scuse del tipo “questo non posso cambiarlo”, “da sola non riesco”, “la mia vita è monotona ma d’altronde tra lavoro e impegni non mi resta tempo per altro”.

Alcune amiche hanno percepito il mio silenzioso grido d’aiuto e mi hanno spronata a parlare, ad aprirmi e ad esporre a voce alta ciò che mi faceva sentire a terra.

Sicuramente confrontarmi con loro mi ha consentito di interiorizzare che anche nella vita degli altri non tutto è perfetto come sembra (in questo l’utilizzo che facciamo dei social può davvero portare fuori strada), e che non abbiamo scelta se non continuare a lottare per rialzarci (visto che lamentarsi e piangersi addosso ha la stessa utilità di una forchetta in un piatto di brodo caldo).

Ammetto di non essere ancora riuscita a ritrovare l’entusiasmo di un tempo, ma senza dubbio questa situazione mi ha portata a riflettere su tanti aspetti della mia vita, tra cui quello che forse mi spaventa più di ogni altro e che sottostà a questa domanda:”Allora, cara Giulia, adesso che sei grande e di tempo per decidere ne hai avuto abbastanza, cosa vuoi fare realmente della tua esistenza?”.

Da quando posso ricordare, sono sempre stata affascinata dalle cose nuove, dallo sperimentare e dal cimentarmi in attività di ogni tipo. Su ogni altra, leggere, scrivere e cantare (e la musica in generale) hanno sempre avuto un posto sul podio delle mie passioni. Ma c’è un’altra cosa, saldamente intrecciata a queste tre, che posso considerare un fil rouge delle mie giornate: la curiosità per la psiche umana.

Al tempo di decidere cosa avrei fatto dopo le scuole superiori, la scelta naturale sarebbe stata la Facoltà di Psicologia, ma a causa di problemi economici e familiari mi sono dovuta accontentare di una misera laurea triennale in aria fritta con contorno di patate (che al tempo veniva chiamata “Media e Giornalismo”, poi smantellata l’anno successivo alla mia laurea).

Eppure mi dico sempre che sarei diventata una brava psicologa (dopo una quindicina d’anni di studio e pratica, s’intende), forse principalmente perché il mio cervello è il primo ad essere particolarmente “macchinoso” e bisognoso di un tagliando una volta ogni tanto. Ma più in generale, perché mi piace capire i meccanismi della mente, e per la mia indole da crocerossina che mi porta a sentirmi felice quando posso aiutare qualcuno in difficoltà. Non so se siano ragioni abbastanza valide per decidere di cimentarsi negli studi della carriera di psicologo, ma comunque giunti a questo punto penso che non lo sapremo mai.

Ad ogni modo, mentre attendevo che la nebbia che vedevo tutta intorno a me si diradasse, ho capito che non potevo continuare ad idealizzare i miei sogni di bambina di diventare cantante, psicologa o scrittrice; così ho deciso di perseguire comunque le mie passioni, ma senza la pretesa di farne un lavoro. “E che sarà mai!” penserete voi. Per me è stata una vera e propria presa di coscienza, e in quanto tale qualcosa di  prezioso (non posso ancora parlare di traguardo ma spero di arrivarci presto). Sono diventata (quasi del tutto) consapevole del fatto che certe aspettative risalenti al periodo in cui avevo 6 o 12 anni vanno ridimensionate, e che non raggiungere l’obiettivo che mi ero prefissa allora non significa che non potrò essere felice: piuttosto, se sono arrivata a questo punto, è stato per le scelte che ho fatto in passato, e i tempi sono maturi per prendere una nuova decisione che sia più consona e vicina alla persona che sono diventata.

Sostanzialmente, ho deciso di smetterla di pensare che la mia vita sia inutile solo perché non ho fatto niente di grandioso, o perché non ho fatto ciò che avevo sempre sognato di fare. E ho deciso così di dedicarmi comunque alle mie passioni con naturalezza, approcciandomi a ciascun interesse così come viene, per curiosità, senza strane pretese di diventarne padrona o schiava. Ho deciso di smettere di mettermi pressione, che tanto l’autodistruzione troverà altre strade per raggiungermi comunque 😉

Latitanza

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L’estate per me rappresenta in assoluto il periodo più stressante dell’anno. E dire che è sempre stata la mia stagione preferita.

Da 10 anni a questa parte la vivo come una parentesi pesante ed impalpabile allo stesso tempo, in cui i ritmi lavorativi portano via le mie giornate lasciandomi affaticata e stordita, tanto che, paradossalmente, ho l’impressione di non vivere affatto. Non trovo il tempo di svagarmi, di leggere o pensare. Mi limito ad andare avanti spinta da una forza maggiore, e mi sento come se viaggiassi costantemente su un treno veloce che non mi permette di comprendere i contorni del panorama che scorre al di là del finestrino.

Non so se dare la colpa a questo clima di tensione che mi gravita attorno, o se attribuire semplicemente tutto al caso, ma nel dubbio devo comunque prendere atto di certi cambiamenti che mi sento dentro, che mi vedo addosso, e che stento ad accettare.

Con la semplice “accettazione” quante cose potremmo risolvere dentro di noi. Eppure è un meccanismo che non riesco a decifrare e che mi sfugge ogni volta che penso di essere ad un passo dall’afferrarlo.

Ho provato a fare lunghe riflessioni, nella speranza che le mie deduzioni sciogliessero i nodi che mi attorcigliano, ma come disse saggiamente Pascal:“Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”.

E’ un po’ come se tentassi di farmi passare la paura per i film horror ripetendomi:” Sai che è tutto finto, perché dovrebbe spaventarti?”. Dio solo sa quante volte ci ho (inutilmente) provato.

Un po’ mi affascina e un po’ mi spaventa l’idea di non poter raggiungere e “sovrascrivere” certe convinzioni che mi porto dietro da quando ho memoria. E se la ragione non basta a capire e sciogliere questi nodi, forse è all’esperienza che dovrei ricorrere. Ma se l’esperienza mi terrorizzasse più di quanto un fil horror non riesca a fare?

Temo che per me la via per l’accettazione non sia neanche cominciata.

 

Se solo…

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Se solo fossi più bella…

Se solo fossi più magra…

Se solo fossi più alta…

Se solo avessi più seno…

Se solo avessi labbra più grandi…

Se solo avessi una fronte più alta…

Se solo avessi le gambe più affusolate…

Se solo avessi gli occhi chiari…

Se solo avessi i capelli ricci per natura, o se solo li avessi lisci per natura…

Se solo avessi più autostima…

Se solo avessi più coraggio…

Se solo guarissi dai problemi di salute…

Se solo capissi cosa voglio dalla vita…

Se solo avessi un obiettivo…

Se solo avessi pazienza…

Se solo riuscissi ad accontentarmi di ciò che ho…

Se solo fossi più decisa…

Se solo fossi ricca…

Se solo avessi più amici…

Se solo capissi i miei stati d’animo…

Se solo fossi più fortunata…

Se solo fossi meno egoista…

Se solo smettessi di punirmi col cibo…

Se solo smettessi di consolarmi col cibo…

Se solo smettessi di tenermi tutto dentro…

Se solo mi mettessi al primo posto…

Se solo avessi un dono speciale…

Se solo potessi cambiare il passato…

 

…allora sarei un’altra persona e non me. Eppure non vorrei essere nessuno che io conosca. Ma neanche me. Vorrei essere tutto ciò che non sono. Vorrei sperimentare altre vie per la felicità, quella felicità che al momento mi sembra preclusa. Ma la colpa non è di ciò che sono, ne tanto meno di quello che non sono.

Avverto distintamente il fruscio di pensieri cupi e pesanti che prendono lentamente vita da un angolo buio della mia mente; mi accorgo di nuovi punti di domanda che prima non c’erano e che come ombre crescono e s’allungano man mano che sfiorisce il giorno. In poco tempo tutto diventa scuro, anche le cose più belle e che a mente fredda non cambierei mai.

E’ in questi momenti che l’ego prende il sopravvento: teme che io possa soffrire ancora, e per far sì che io evada al più presto da questa gabbia di prepotenti pensieri, mi propone:”perché non ti fai una bel selfie (o semplice autoscatto) e aspetti che ti facciano un sacco di complimenti, a conferma del fatto che sei fantastica così come sei?”. Lui però non sa che per ottenere una foto quasi figa, mille altre devono essere scartate: respingo istintivamente le mille altre versioni di me che (sono convinta) “gli altri” non gradirebbero. E non è ancora più deprimente rendersi conto che soltanto una versione su mille ha passato l’esame finale (per il rotto della cuffia e con l’aiuto di Prisma, aggiungerei) ?

O ancora, non lo sa il mio ego (così come lo sa la mia coscienza) che ciò che gli altri pensano di me lascia un po’ il tempo che trova? Perché un’ora dopo, o al più tardi il giorno seguente, mi ritroverò ancora lì, immobile, irretita da quegli stessi cupi pensieri; perché per cercare l’approvazione “degli altri” non mi sarò mossa affatto dal baratro in cui mi sono lasciata trascinare.

 

 

 

 

Approfondiamo la ferita da ingiustizia e la maschera del rigido.

Per riprendere le fila del primo post che tratta questa ferita, ricorderemo che le persone che soffrono di ingiustizia sono quelle che non si sentono apprezzate o non credono di ricevere quanto meritano. Vivono questa ferita soprattutto con il genitore dello stesso sesso: hanno sofferto per la sua freddezza e per la sua incapacità di sentire ed esprimersi, oltre che per l’autoritarismo di questo genitore, per le sue critiche frequenti, la sua severità, la sua intolleranza o il suo conformismo.

La reazione del bambino di fronte all’ingiustizia, consiste nel tagliare i ponti con il proprio sentire, credendo, così, di proteggersi: la maschera che si crea in questo caso è quella del rigido.

Le persone rigide sono in realtà molto sensibili, ma sviluppano la capacità di non percepire questa sensibilità e di non mostrarla agli altri, autoconvincendosi che nulla possa toccarle. Cercano la giustizia e l’esattezza ad ogni costo, e sarà diventando perfezioniste che crederanno di essere sempre nel giusto. Credono erroneamente che se qualcosa è perfetto, sarà necessariamente anche giusto.

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La maschera del rigido si riconosce dal corpo dritto, rigido e il più possibile perfetto. E’ un corpo ben proporzionato, con spalle dritte, larghe quanto le anche. Può accadere che il rigido prenda peso durante la vita, ma continuerà a mantenere un corpo ben proporzionato. Tra tutte le altre personalità, è quella che ha più paura ingrassare e farà di tutto perché non accada. Ha spesso la natiche rotonde e le donne hanno la vita stretta (amano infatti gli abiti serrati in vita e le cinture che la sottolineino).

Fin da bambino, il rigido si rende conto di essere apprezzato più per ciò che fa che per ciò che è. Ecco perché diventa estremamente efficace e incomincia a far da sé molto precocemente. E’ molto ottimista, spesso troppo; crede che dicendo spesso “non c’è problema” le situazioni problematiche si risolveranno più in fretta. D’altronde, fa del suo meglio per risolverle da sé, senza chiedere aiuto a nessuno. Addirittura arriva a volersi curare da sé, senza parlarne con altri, perché ha troppa difficoltà a confessare che può aver bisogno di aiuto.

Teme l’autorità perché, da piccolo, ha imparato che le persone investite di autorità (i suoi genitori in primis) avevano sempre ragione. Quando gli altri sembrano dubitare di lui, vive la cosa come un’inquisizione, alimentando così il senso di ingiustizia che si porta dentro. Per lui il merito è importante, infatti è spesso incline a provare invidia nei confronti di chi ha più di lui e che, a suo avviso, non lo merita.

Chi soffre della ferita da ingiustizia, appare freddo e insensibile nonostante utilizzi spesso la risata per nascondere la sua sensibilità e le sue emozioni.

Non si rende conto di essere ingiusto nei propri confronti, pretendendo troppo da se’ stesso. Vorrebbe risolvere tutto e subito, senza concedersi il tempo di sentire a fondo la situazione e la possibilità di avere ancora qualcosa da risolvere.

E’ una persona disciplinata, che non abbandona un progetto solo perché non ha rispettato i suoi pioani per un giorno o perché c’è qualche cambiamento.

L’emozione più frequente del rigido è la collera, soprattutto nei confronti di se stesso. La sua prima reazione quando è in collera è aggredire qualcun altro, anche se ce l’ha con se stesso. Inoltre ha spesso difficoltà a lasciarsi amare e a dimostrare il suo amore.

E’ incline a paragonarsi con persone che considera migliori e soprattutto più perfette di lui: questo svalutarsi è una forma di ingiustizia e di rifiuto che adopera nei propri confronti.

La più grande paura del rigido è la freddezza. Ha tanta difficoltà ad accettare la sua freddezza quanto quella altrui, e fa del suo meglio per mostrarsi caloroso senza rendersi conto che in realtà gli altri possono trovarlo insensibile e freddo.

Le malattie a cui è più soggetto chi indossa questa maschera sono: il torcicollo (per la difficoltà che ha nel vedere tutti gli aspetti di una situazione che considera ingiusta); i problemi di stitichezza ed emorroidi (perché nella vita ha difficoltà a mollare la presa, e tende a trattenere ogni emozione); i problemi di vista (preferisce non vedere tutto ciò che ritiene imperfetto così non dove soffrire); la psoriasi. Capita che si provochi da se’ problemi come la psoriasi  per non stare troppo bene e non essere troppo felice, il che risulterebbe ingiusto nei confronti degli altri.

Se ci si riconosce in questa ferita, è importante ricordare che il genitore del nostro stesso sesso ha vissuto (e probabilmente vive ancora) la medesima ferita con il proprio genitore dello stesso sesso.

Approfondiamo la ferita da abbandono e la maschera del dipendente

Vi è mai capitato, durante una conversazione, di bloccarvi improvvisamente (per rabbia o delusione) quando vi siete accorti che il vostro interlocutore buttava l’occhio all’orologio proprio mentre voi stavate parlando? Per caso in passato siete stati dei bambini deboli e cagionevoli? Siete miopi? Oppure ancora: odiate mangiare da soli e non vi sognate neanche di lasciare qualcosa nel piatto? Se una o più di queste situazioni vi sono familiari, potreste soffrire della ferita da abbandono.

E’ tra il primo ed il terzo anno di età che il bambino vive la ferita da abbandono con il genitore del sesso opposto. Non è raro che ci soffre di abbandono, soffra anche per il rifiuto: un bambino può sentirsi rifiutato dal genitore dello stesso sesso, e abbandonato da quello di sesso opposto che (secondo lui) avrebbe dovuto impedire all’altro genitore di rifiutarlo. Un po’ un cane che si morde la coda a leggerlo così: ma quando siamo piccolissimi, non abbiamo riferimenti e punti saldi che ci consentano di razionalizzare ciò che succede intorno a noi, e quindi mano a mano ci costruiamo una maschera che ci aiuti ad alleggerire la sofferenze che proviamo: in questo caso, la maschera del dipendente. Quella da abbandono è una ferita che dovremmo cercare di guarire al più presto, perché finché continueremo a soffrirne e ad essere in collera (inconsciamente o meno) con uno dei nostri genitori, le relazioni con le persone dello stesso sesso di quel genitore saranno complicate anche in età adulta.

Ma di cosa soffre un dipendente? Del non sentirsi “nutrito” dal punto di vista affettivo. Questa mancanza, paradossalmente, si riflette spesso nell’ostentazione di un apparente sicurezza: chirurgia estetica e sviluppo eccessivo dei muscoli attraverso il body-bulding sono i mezzi più utilizzati. Ma più semplicemente, in ogni situazione in cui cerchiamo di nascondere il nostro corpo agli altri, stiamo in realtà cercando di nasconderlo a noi stessi, insieme alle ferite che esso riflette.

Il dipendente lo si può riconoscere spesso nei panni di “salvatore”; non è inusuale che si comporti da genitore nei confronti dei fratelli, o che cerchi in tutti i modi di salvare dalle difficoltà la persona che ama; in ogni caso cerca di farsi carico di responsabilità che non sono sue, e questo gli provoca spesso forti mal di schiena.

Altra caratteristica del dipendente, sono gli “alti e bassi”: per un periodo è felice e spensierato, poi improvvisamente si sente triste e abbattuto; il fatto che non ci sia una causa scatenante lo porta a riflettere (il che non vuol dire che arrivi alla risposta che sta cercando). Potrebbe essere forse la paura della solitudine la spiegazione dei suoi crolli? Di certo, il dipendente avverte più di qualunque altra maschera il senso profondo della tristezza, senza poter minimamente indovinare da dove essa scaturisca. Cercare la presenza degli altri può aiutarlo a ricacciarla, così come abbandonare la persona o la situazione che (secondo lui), è causa di questa tristezza.

Ciò che più anela, è il sostegno, l’approvazione altrui. Spesso può passare per uno che ha difficoltà a prendere decisioni, ma in realtà se dubita della propria scelta è perché ha paura di non trovare il consenso degli altri.

Coloro che soffrono della ferita da abbandono, sono spesso in conflitto con se stessi perché, se da un lato vorrebbero molte attenzioni, dall’altro temono che chiedendone troppe possano disturbare ed essere per questo definitivamente abbandonati. La stessa cosa succede quando sono in coppia: molto spesso preferiscono credere che tutto vada a gonfie vele solo per la paura di essere abbandonati, o addirittura lasciare per non essere lasciati (sembra assurdo vero?).

Il “brutto vizio” di chi soffre di abbandono, è credere che comportandosi in modo sempre carino e gentile con gli altri, anche gli altri si comporteranno di conseguenza, cercando di non risultare freddi o autoritari nei suoi confronti. Ma mai credenza fu più sbagliata, e ogni atteggiamento “brusco” che inevitabilmente gli si presenta davanti, fa scoppiare il lacrime il dipendente. Tra i pro, c’è sicuramente la forte empatia che riesce a provare nei confronti degli altri; ma anche questa può diventare un arma a doppio taglio quando si lascia invadere del tutto dalle emozioni altrui.

Chi soffre di ferita da abbandono potrebbe soffrire anche di agorafobia: spesso definita “fobia degli spazi aperti e della folla” (anche un supermercato rientra in questa definizione). Gli agorafobici hanno il timore del giudizio degli altri in relazione allo stare male in pubblico, oppure temono di stare male in situazioni o luoghi in cui non potrebbero essere soccorsi o da cui non possono fuggire; di conseguenza, si attivano meccanismi di evitamento delle situazioni ansiogene al fine di escludere la possibilità dell’insorgenza del panico.

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Chi soffre di questa ferita, può avere un corpo allungato, sottile, ipotonico, floscio, con gambe deboli e schiena curva, nonché occhi grandi e tristi. Potrebbe soffrire anche di bulimia.

Ovviamente, a seconda dell’intensità della ferita che ci portiamo dentro, tutte le caratteristiche fisiche e comportamentali descritte fino ad ora potrebbero presentarsi in maniera più o meno evidente. Infatti, oltre ad osservare il nostro fisico e i nostri atteggiamenti, dovremmo fare molta attenzione a ciò che ci disturba: molto spesso rimproveriamo agli altri tutto ciò che noi stessi facciamo e non vogliamo vedere.

(Qui il primo post sulla ferita da abbandono).