Invasioni

thumbnail_IMG_1130

E’ ormai risaputo che la nostra libertà finisca dove inizia quella altrui. E’ un po’ come se ognuno di noi fosse al centro di un cerchio, esattamente come i giocatori di calcio della Playstation: se qualcuno entra nel tuo cerchio, commette fallo. Qualcuno che possa entrare all’interno del nostro cerchio esiste, ma soltanto nel momento in cui glielo permettiamo: solo in questo caso non è considerato fallo.

Ok, lo devo ammettere, il mio cerchio forse è un tantino più grande rispetto ad un qualsiasi altro cerchio, ma non posso e non voglio farci niente. Quando ero più piccola, l’area del mio cerchio era talmente sconfinata che le persone intorno dovevano urlare per riuscire a comunicare con me; era un’arena talmente vasta che dovevo sforzare terribilmente gli occhi per vedere cosa ci fosse al di là, tanto che adesso mi ritrovo ad essere miope da entrambi gli occhi.

Crescendo mi sono accorta che così proprio non andava, e allora mi sono impegnata e ci ho lavorato, tanto da rendere il mio cerchio poco più grande di un hula hoop.

Peccato che poi abbia dovuto fare i conti con chi ha approfittato di questa vicinanza, con chi non ha avuto rispetto del mio spazio, pensando di poterci fare tutto quello che voleva.

E quindi eccomi qui, costretta a riprendermi il posto di cui ho sempre avuto bisogno, sparando a vista ai possibili invasori se necessario.

So bene quali siano gli atteggiamenti che non posso sopportare, quegli atteggiamenti che  rischiano di invadere il mio territorio. Ma per quanto io possa essere preparata su quello che mi riguarda, mi sento inesperta per quanto concerne lo spazio altrui. Quando mi trovo in un momento di difficoltà, uno di quei momenti in cui avrei soltanto voglia di starmene sdraiata per giorni a crogiolarmi nell’apatia più totale, sono solita ringhiare, lanciare occhiate fulminee e nascondere il mio sguardo alle irruzioni altrui. Ma non vedo mai gli altri comportasi in questo modo…immagino che abbiano modi più eleganti ed efficaci per tenere alla larga le persone…ma quali sono?

Mettiamo che ci sia una persona che vi è molto cara, e che questa persona stia attraversando uno di quei “simpatici” momenti che la vita ti regala senza che tu glielo abbia chiesto, uno di quei periodi infiniti e senza mezze misure, da cui puoi uscire in frantumi oppure più forte di prima. Mettiamo che voi vi foste accorti di questo temporale e vogliate star vicino a questa persona: come lo fareste?

Le chiedereste se ha voglia di parlare? – Io credo che se ne avesse voglia lo farebbe, e non avreste bisogno di domandarlo.

Cerchereste di darle dei consigli? – Io credo che le esperienze di vita di ciascuno siano talmente soggettive e particolari da non poter essere equiparate in nessunissimo caso.

Direste semplicemente “se hai bisogno ci sono” e poi aspettereste nell’ombra? – Chissà che quella persona non pensi che avete onestamente svolto il vostro compitino e che in realtà non ve ne importi un bel niente.

Avverto la presenza di margini aleatori e sottilissimi tra il rispetto degli spazi altrui e la barbara invasione di quegli stessi spazi. Servirebbero le istruzioni, ma so che non esistono. Dovrei trovarla da me la soluzione, il punto di incontro, ma ho troppa paura di far male e farmi male.

Il posto più freddo

Cold

Scusa ma non riesco proprio ad uscire stasera
troppi muscoli da usare
ho esagerato un po’
Avrei bisogno di parlare con qualcuno di gentile
perché non passi qui.

E’ già finita tra noi lo so
ma non pensare male
non chiedo niente di più lo sai
di un respiro da ascoltare.

Perché adesso la notte è finita e la luce è accesa
e mi sveglio in un posto qualunque alle sette di sera
le gengive, la serotonina, tornare a casa
nel crepuscolo nero di tram e anziani in chiesa
perché adesso la notte è finita e la droga è scesa
ecco a voi la creatura più sola su questo pianeta
e i brividi vengono su dalle gambe al petto
il posto più freddo è qui, proprio dentro al mio letto
ti prego rimani con me ancora un momento
ti prego rimani con me fino a che mi addormento.

Scusami per ieri sera
come ti abbracciavo
si lo so non è più il caso
ho esagerato un po’
sorridevo ma pensavo che
se il mondo fosse esploso
non ti avrei visto più.

E’ già finita tra noi lo so
ma non pensare male
non chiedo niente di più lo sai
di un respiro da ascoltare.

Perché adesso la notte è finita e la luce è accesa
e mi sveglio in un posto qualunque alle sette di sera
le gengive, la serotonina, tornare a casa
nel silenzio del bagno la luce traballa impietosa
perché adesso la notte è finita e la droga è scesa
ecco a voi la creatura più sola su questo pianeta
e i brividi vengono su dalle gambe al petto
il posto più freddo è qui proprio dentro al mio letto
ti prego rimani con me ancora un momento
ti prego rimani con me fino a che mi addormento
ti prego
rimani con me
ti prego
rimani con me
ti prego
ti prego
ti prego
ti prego
ti prego
ti prego
ti prego
ti prego.

E’ già finita tra noi lo so
me lo ricordo bene.

Il Posto Più Freddo – I Cani  (https://www.youtube.com/watch?v=_KSF7lvAjj8)

Ci sono momenti, nella mia quotidianità, in cui devo fare molta attenzione agli input che mi arrivano dall’esterno; ci sono giorni in cui devo sapermi difendere da un ricordo troppo triste che riaffiora improvviso, o dalle stilettate dritte e precise di una canzone che lo shuffle di Spotify mi propone casualmente (oppure no?).

E giusto qualche mattina fa, viaggiando in macchina con la mente sgombra verso l’ufficio, sono stata sopraffatta dalla canzone de I Cani – “Il posto più freddo”– tanto da non riuscire a trattenere le lacrime.

Ho pensato che mi piacerebbe saper scrivere così: nessuna metafora, nessun giro di parole; con una frase riesce a catapultarti nell’indifferenza di un tram cittadino, nel buio freddo di una chiesa quasi deserta. Nessun colore, nessun calore.

Mi lasciano indifferente parole come “sole”, “cuore”, “amore”; ma “ecco a voi la creatura più sola su questo pianeta” riesce a toccare quelle note gravi e profonde che normalmente evito di suonare: posso ascoltarla a ripetizione e non cambierà mai niente; perché ogni volta mi riporta in quel bagno di casa mia, davanti al riflesso sfuocato di una ragazzina con gli occhi gonfi di lacrime. Ricordo di aver desiderato di morire; ricordo di aver pensato: “se muoio, soffriranno tutti così tanto da pentirsi di tutto quello che mi stanno facendo”.

Probabilmente sono ancora troppo vulnerabile, ancora troppo debole per guardare dentro l’abisso di qualcun altro; avverto forte il rischio di lasciarmi trasportare dalla depressione e dalla tristezza che sgretolano le pareti di quegli abissi, come venti impetuosi ed inarrestabili.

E invece mi verrebbe istintivo sdraiarmi a pancia in giù lungo il bordo dell’abisso e allungare un braccio, porgere la mano.

Sicuramente vorrei che qualcuno lo avesse fatto con me.