Se c’è una cosa che odio di più

Questa è la mia versione (piano suonato male e voce idem) di una canzone dei Canova che trovo meravigliosa. Si chiama Manzarek. Vi posto la mia terribile versione (ho cominciato solo oggi a provarla quindi ho delle attenuanti 😅), però vi invito ad ascoltare l’originale che trovo assolutamente emozionante.

Buon ascolto 😊

 

La mia versione strimpellata

E questo invece è il link alla canzone originale:

https://open.spotify.com/track/3Q0SG2EJMyLSDMCxdnUOUL?si=m5FFEF4zQoqe8TCv4VwZNQ

Mi consigliate qualche bel film?

forbes

Finalmente le ferie sono ufficialmente iniziate. Questo è l’unico periodo dell’anno in cui la ditta chiude ufficialmente per due settimane e riusciamo a stare in santa pace per un po’. Ho una pila di libri sul comodino che aspettano solo di essere letti, ma vorrei anche guardare qualche bel film sotto al plaid nell’atmosfera speciale creata dalle lucette dell’albero di Natale.

Nella mia lista al momento ci sono:

  • Seta (tratto dall’omonimo libro di Baricco)
  • Il pianista sull’Oceano (tratto da Novecento di Baricco)
  • Wonder (in uscita proprio in questi giorni nelle sale cinematografiche…ho pianto guardando il trailer, quindi prevedo fiumi di lacrime per l’intera durata del film. Speriamo ne valga la pena)

E poi il vuoto.

Non mi viene in mente nient’altro. Eppure sono sicura di aver pronunciato almeno dieci volte in un anno:”questo lo voglio vedere”.

Quindi ho pensato di chiedere aiuto a voi blogger, che sicuramente qualche bel film da consigliarmi lo avete 😉

A parte gli horror, guardo davvero di tutto. Commedie, thriller, cartoni animati e tutto il resto.

Mille grazie fin da ora!

Tu non tradirti mai

Svegliarsi tutti i giorni
Lavarsi i denti
Guardarsi allo specchio
I lineamenti
E scoprire che sei proprio tu
La persona che ti ha fatto ridere di più
E scoprire che sei proprio tu
La persona che ti ha fatto piangere di più
Un buon amico
Lo stronzo che ti ha mentito
Sì, sei proprio tu

A volte vorrei lasciarmi
Ma non saprei con chi altro andare
A volte m’innamoro di me
E ritorno a giocare
A volte vorrei lasciarmi
Ma non saprei con chi altro andare
A volte m’innamoro di me
E ritorno a ballare

Hey, dico a te
Dove credi di scappare
Ormai sei circondato
Dalla tua pelle
Pelle sacra, pella glabra
L’unica pelle che hai
Sotto le stelle

A volte vorrei lasciarmi
Ma non saprei con chi altro andare
A volte m’innamoro di me
E ritorno a giocare
A volte vorrei lasciarmi
Ma non saprei con chi altro andare
A volte m’innamoro di me
E ritorno a ballare

Anche se tra te e te non c’è comprensione
Anche se non hai tempo di starti ad ascoltare
Anche se una soluzione non ce l’hai
Tu non tradirti mai

Un giorno buffo di cielo assolato
Ci ritroveremo con un bel sorriso
Per aver capito poco
Di questo nostro cervello
E dell’intero mondo
Così complesso
Così spericolato

La nostra pelle – Ex-Otago

Lo voglio e lo voglio adesso – L’arte di (non saper) aspettare.

The-Time-Traveler-Surreal-art-by-Xetobyte

Mi capita continuamente di trovarmi nella situazione di dover aspettare: un responso, la risoluzione di un problema, una persona.

E quando sono lì, in attesa, con le mani che si infilano dentro le maniche della maglietta (allargandole puntualmente) e con i denti che mi divorano le labbra, vorrei prende il tempo per il collo e dirgli:”brutto stronzo, se non ti decidi a passare in fretta ti rovino!”. Ma nel mondo incantato di unicorni che popola la mia fantasia, è tutto troppo facile rispetto alla complessità della realtà.

E’ quasi un anno ormai che cerco di educare la mia testa a rilassarsi, a prendersela comoda senza farsi prendere dal panico quando mi tocca aspettare. Ma non c’è niente da fare; sembra che il mio cervello sia tarato per i conti alla rovescia.

  • Quando si accorge che mancano 4 minuti al termine della giornata lavorativa, prende quei minuti e li dilata al punto da farli sembrare lunghi un secolo.
  • Se ho litigato con qualcuno, vorrei subito chiarire, già un attimo dopo che la bomba è esplosa, ma porca di quella miseriaccia non posso mai farlo…perché razionalmente so che le persone hanno bisogno di tempo per interiorizzare, riflettere e spesso farsene una ragione. Ne ho bisogno anche io.
  • Quando metto il timer per far cuocere la pasta, non suona mai, neanche se ho messo su la pastina tipo capelli d’angelo che ha il tempo di cottura di 2 min.
  • Quando decido di acquistare qualcosa, mi fiondo a comprarla anche se devo fare 100 km per averla. E magari bastava ordinarla su internet e aspettare un solo giorno in più per ottenere comunque ciò che volevo risparmiando tempo e soldi.
  • Quando mi capita di combinare qualche guaio, il mio cervello mette in atto le peggiori strategie, degne di uno scassinatore seriale, per cercare in qualsiasi modo, lecito o meno, di risolvere il problema e non prendersi le colpe del misfatto. Spesso basterebbe non farsi prendere dall’ansia e fare una ricerca più accurata per rendersi conto che in realtà il problema non sussiste, o quantomeno che non è così grave come avevo immaginato.
  • L’attesa dal dottore mi snerva a tal punto da odiare qualsiasi malanno mi costringa a dirigermi in quella noiosa sala d’aspetto in cui il mio tempo viene risucchiato, sgretolato e sparpagliato sul pavimento come pezzi di un puzzle che non ho neanche la voglia di rimettere insieme.
  • Quando aspetto che il mio ragazzo torni a casa, passato un orario x, vado letteralmente in paranoia: controllo che abbia fatto almeno un accesso recente su WhatsApp, mi ripeto come un mantra che non deve per forza essergli successo qualcosa di terribile se ritarda anche solo dieci minuti e nel contempo mi ripeto “scema, stai calma, stai tranquilla, è tutto a posto”.

Potrei andare avanti per ore con gli esempi, ma a nessuno interesserebbe. Quindi arrivo subito alle conclusioni che ho tirato e che mi convincono abbastanza.

Molto spesso, si tratta solo di una smania latente che ha sete di essere soddisfatta, o più precisamente della bambina che abita la mia pancia golosa e non sa trattenersi dal fare i  capricci, pretendendo di essere accontentata all’istante. Forse perché quando ero piccola non potevo permettermi di essere capricciosa; avrei dato ai miei genitori una gustosa occasione in più per suonarmele di santa ragione. E quindi non chiedevo mai. Tutto quello che arrivava, era come piovuto dal cielo e lo custodivo come il più grande dei tesori. Peccato che spesso questa pioggia miracolosa si manifestasse soltanto il giorno di Natale.

Ma quando non è la bambina che è in me a fare i capricci (sa che con me può permettersi di farli perché, sbagliando, la accontento senza sgridarla mai), molto spesso si tratta della paura delle conseguenze e del dolore che porterebbero con sé. Durante l’interminabile tempo dell’attesa, il mio cervello si lancia in congetture atroci e terribili, che atterrirebbero anche il più feroce degli Unni. Se le conseguenze dovessero essere realmente drammatiche, preferirei saperlo subito e cominciare subito ad elaborare il colpo subìto. E’ la paura dell’ignoto a spaventarmi, la percezione di avere tra le mani qualcosa di sfuggevole e su cui non posso avere il controllo.

Ma spesso il controllo non lo abbiamo neanche su noi stessi, figuriamoci se posso pretendere di averlo sul tempo.

E’ abbastanza avvilente capire certe nozioni nella realtà oggettiva e razionale, e farle a pezzetti in quella subconscia ed emozionale. Vorrei che queste due realtà che mi abitano dentro comunicassero in qualche modo, ma danno più l’impressione di essere due vicine pettegole e zitelle che hanno deciso di non rivolgersi più la parola perché una ha fatto all’altra un dispetto talmente tanti anni fa da non ricordarsi neanche più che cos’era.

Trovo la convivenza con altre persone decisamente molto più semplice di quanto non lo sia quella con me stessa.

 

 

 

La colpa non è vostra, ma neanche mia. Anche se farsi i fatti propri aiuterebbe.

giudizio-degli-altriCi sono giorni in cui mi sento braccata dalla vita e dalle persone, come se qualcuno mi stesse dando la caccia, come se avessi le spalle al muro e non ci fosse nessuno a difendermi. Sola al mondo. In quei giorni posso diventare nervosa, ignorante, persino mordace. L’orgoglio spinge da dentro e non cerca che la sua rivincita. Lui pensa di comandare, di poter fare tutto quello che vuole, ma sono io che glielo permetto, che decido di farlo vincere ogni volta. C’è sempre quella frazione di secondo in cui mi rendo conto che sto per perdere il controllo, in cui potrei scegliere per me. Ma puntualmente scelgo di non scegliere, forse perché è faticoso, forse perché non mi va, forse perché voglio vedere come va a finire.  E poi difendo il mio comportamento con frasi del tipo:”non è colpa mia, sono stati loro a farmi arrabbiare!”. Oppure:”sono loro che non mi lasciano in pace, io vorrei solo star tranquilla”. “Sono loro i primi ad attaccare, io ho l’obbligo di difendermi, anche se questo significa contrattaccare”. 

Eppure, più ci penso e più mi sembra che tutto questo sia sbagliato. Se gli altri riescono a condizionare così tanto la mia vita, probabilmente la colpa non è loro. Sono io che gli permetto di farlo: sono IO che mi arrabbio, IO che me la prendo; IO che rimango delusa; IO che mi sento debole e sconfitta. E’ ovvio che se tutti imparassero a non giudicare il prossimo e non voler prevalere sul resto del mondo a tutti i costi, le cose sarebbero molto più semplici…ma questo non posso pretenderlo, e allora è su di me che devo lavorare, affinchè gli sguardi e le critiche altrui non mi distruggano piano piano.

L’ho capito soltanto adesso, e non voglio colpevolizzarmi anche per questo. Semplicemente non lo sapevo, non ci avevo mai pensato, non me n’ero accorta.

Adesso che il Natale (insieme al mio 31° compleanno) si avvicina, voglio regalarmi questa nuova consapevolezza e, più di ogni altra cosa, non incolparmi per non averlo capito prima.

E’ importante che io mi lasci qualche spiraglio, qualche margine di errore, perchè quella verso la perfezione non è una strada percorribile.

Un po’ di tolleranza verso me stessa è l’obiettivo primo che voglio raggiungere nel futuro prossimo venturo. Ci voglio provare, ma provare davvero.

Visto che la vita con me è stata abbastanza tosta fino ad ora, sono io che devo dare a me stessa la serenità, la stima e l’incoraggiamento di cui ho bisogno.

D’altronde, com’è che si dice? Chi fa da se’, fa per tre.

Sono un sasso

Heart-Stones

Nella mia estenuante ricerca del percorso giusto per ritrovare la mia autostima, mi diverto ogni tanto a fare qualche test di valutazione che mi dia il polso dello stato dei miei miglioramenti. A patto che ce ne siano stati. E giusto ieri, la risposta di uno di questi test mi ha letteralmente fatto sbellicare dalle risate. So che il fine del test non era esattamente e quello, ma un sorriso inaspettato è comunque un bel regalo se in fondo alla giornata si fa un resoconto delle cose negative e di quelle positive.

Il risultato incriminato recitava semplicemente: “Sei un sasso”.

Concorderete con me che, così su due piedi, senza conoscere i dettagli, è una risposta che può suscitare un po’ di ilarità.

Ad ogni modo, stupidità a parte, a rifletterci bene non c’è proprio niente da ridere. Anche perché la didascalia spiegava più dettagliatamente:

“ti vedi come uno dei tanti sassi che si trovano per strada, senza niente di speciale, meno bello degli altri. Dalle risposte che hai dato, sembra che tu non creda molto nelle tue capacità (forse dubiti anche di averne!), ti fai condizionare dal giudizio degli altri o dai risultati che ottieni. Di fronte ai problemi non pensi che ce la farai, ti sembra di non avere capacità, forza, qualità, forse nemmeno fortuna per “vincere” le sfide. Se hai risposto con sincerità a ogni domanda, probabilmente dubiti di essere una persona speciale e di valore. Pensarti come un diamante è fuori discussione, ma non credi nemmeno di essere come una pietra preziosa. Ti senti alla stregua di un semplice, banale e comunissimo sasso”.

Ed è tutto dannatamente vero purtroppo. Visti i risultati odierni, è ovvio che di miglioramenti rispetto al punto di partenza non ce ne siano stati, o che al più siano stati davvero impercettibili.

E niente, so già che dovrò lavorare tantissimo, in primis per trovare il percorso giusto per me (non credo che ne esista uno valido per tutti). Spero solo di riuscirci a breve, e di fare almeno qualche passetto avanti verso l’amore per me.

Ringrazio chiunque avesse consiglio o un’indicazione da darmi 😉

La musica mi ha salvata.

Un pezzetto della mia versione di Dancing, una delle canzoni di Elisa che più adoro in assoluto. E’ anche una delle poche canzoni che riesce a rigenerarmi, che è in grado di farmi ritrovare il mio centro. Non sono gran che ne col canto ne col piano,  ma alla mia anima questo non importa.

 

Mi innamoro degli altri ma non di me

l'amore di se piccolo

È un classico. La volta in cui sei convinta che qualcosa sia assolutamente semplice e a portata di mano, puoi star sicura che tutto quello che avevi immaginato andrà a scatafascio e non saprai neanche tu il perché.

È un po’ come avere una nuvoletta di Fantozzi sulla testa, pronta a far piovere e tuonare in un battibaleno nell’istante in cui metti un piedino nell’acqua dopo un anno che non vedevi il mare. Il fatto che questa nuvoletta mi intralci per questioni di poco conto, non mi causa neanche troppi scompensi. Il problema si fa reale quando ho a che fare con le grandi “questioni” della vita, quelle che la vita possono rendertela migliore o assolutamente terrificante.

La questione che mi affligge e mi vede combattere ormai da anni è questa: fin da quando sono piccola, sono stata bombardata da insistenti inviti all’amore per me stessa e per il prossimo; dal catechismo, alla scuola, ai cartoni animati in tv, era un continuo inneggiare all’amore per il mondo in tutta la sua completezza, senza distinzioni di specie, peso, religione e colore della pelle. Davo quindi per scontato che, essendo io l’unica padrona di me stessa, non avrei avuto il benché minimo problema ad amarmi; avrei addirittura potuto costringermi con la forza se non fossi riuscita a farlo spontaneamente.  Ma ovviamente le mie rosee aspettative sono state stroncate, ormai da parecchio tempo, e sono ancora qui a cercare un perché, prima ancora che una soluzione.

Le poche volte in cui mi sono invaghita di qualcuno, sulle prime mi sono lasciata affascinare da un certo modo di ragionare, da una caratteristica fisica particolare o dalla simpatia; ma mi sono accorta che, col passare del tempo, è proprio dei difetti che finisco per innamorarmi perdutamente. Sarà colpa del mio spirito da inguaribile crocerossina.

Mi scopro a cercare nell’altro le sue debolezze, a prenderle tra le braccia a cullarle tenendole strette a me, sussurrandogli piano: “non preoccupatevi, non date peso a ciò che dice la gente. Essere così imperfette fa di voi qualcosa di unico; non permettete mai al mondo di cambiarvi”.

E allora mi domando: visto che io di difetti ne ho a bizzeffe, e so pure da dove derivano, come mai non riesco ad accettarli neanche minimamente?

Sono capace, in capo ad una giornata, di offendermi talmente tante volte da non riuscire a tenere il conto. Quando il mio cervello entra in loop, sono in grado di intristirmi continuamente per la stessa cosa, dopo essermi detta, ogni volta, che è una ragione stupida per rovinarsi anche un solo attimo della giornata.

Ecco qualche esempio di sfiancante teatrino interiore a cui sono costretta ad assistere in ogni momento della mia vita:

  • Dato di fatto oggettivo: “Spesso sono sbadata e combino qualche guaio.”

La me distruttrice: “Sei un’idiota. Cosa ti costerebbe mettere un po’ più di attenzione nelle cose che fai? Non è complicato! Ma tanto non imparerai mai.”

La me positiva: “E che sarà mai?! La prossima volta farò più attenzione. Imparerò da questo errore e diventerò più forte”.

La me distruttrice: “Lo sai benissimo che non imparerai, e che la prossima volta sarà un’altra la cosa a cui non farai attenzione. Ti sarebbe sufficiente ragionare un po’ di più prima di agire.  Ma tu no, devi partire in quarta ogni volta! Non è che magari, anche ragionandoci, non ci arriveresti comunque? Sì, forse è questo il problema. Non ci arrivi proprio, neanche se ti ci metti di impegno!”.

  • Dato di fatto oggettivo: “Non ho esattamente un fisico da modella. Ho le cosce grosse, i fianchi larghi, delle gambe non proprio affusolate”.

La me distruttrice: “Guardati. Sei una balena. Ma che ti costa mangiare meno? Che poi i vestiti non ti stanno più e ogni volta che ti guardi allo specchio ti fai schifo da sola.”

La me positiva: “sì, probabilmente ho su qualche chilo di troppo, ma non sono così grossa. E poi l’aspetto fisico non conta. Tutto sommato non sono poi così male. Sono assolutamente in tempo a cominciare una dieta quando voglio, se non lo faccio è semplicemente perché non ne ho ancora bisogno o semplicemente non è il momento giusto”.

La me distruttrice: “Tutte scuse. Smetti di inventare balle a te stessa! Sai bene che non cominci la dieta perché finiresti per fallire miseramente, come ogni cosa che cominci e poi abbandoni in un niente. Non puoi permetterti un altro fallimento, ti porterebbe a mangiare ancora di più per soffocare la devastazione dei sensi di colpa. E poi non dire stronzate, certo che l’aspetto conta, non sei forte abbastanza da fregartene di ciò che la gente dice e pensa di te”.

Non mi dilungherei ulteriormente sugli esempi, anche se ne avrei a centinaia.

Ciò che vorrei, è fare qualche passetto avanti verso l’amore per me stessa. E ogni tanto lo faccio pure quel passetto avanti; peccato che basti un niente a farmene fare cinque indietro.

Ho addirittura provato a stilare una lista di qualità a cui aggrapparmi nei momenti di sconforto. È stato terribile non trovarne nessuna. Non appena la trovo, la mia parte distruttiva la rade al suolo, come un fungo che infetta tutto quello che tocca.

Forse non è ancora tutto marcio. Forse c’è ancora speranza.