Come trattare gli altri e farseli amici

Già da un paio d’anni ho deciso di cambiare approccio con i tanto agognati quanto temuti obiettivi del nuovo anno: semplicemente non ne faccio, perché trovo più utile (e meno scoraggiante) focalizzarmi su obiettivi molto più grandi ma con scadenza a lungo termine.

Ho riflettuto a lungo sugli aspetti della mia vita che ho sempre reputato “difettosi”, da sistemare, e ho pensato che se avessi “aggiustato” quelli, anche il resto sarebbe andato a posto senza che dovessi far altro. Di certo, l’aspetto della “socialità” è sempre stato uno dei più carenti e nei quali ho sempre avuto più difficoltà a districarmi, specialmente nel quotidiano.

Prima di cinque figli, sono sempre stata abituata a cavarmela da sola, a non chiedere mai aiuto, a tacere i problemi e a mostrare agli altri sempre e soltanto la faccia sorridente (e per questo non sempre sincera). Fin da quando sono piccola, “gli altri” hanno sempre rappresentato un ostacolo insormontabile. Solo adesso capisco che la colpa non è veramente degli “altri” (che comunque a volte sembrano fare di tutto per metterti i bastoni tra le ruote), ma soltanto mia e di come (non) ho reagito ai loro sguardi, ai loro commenti, ai loro pensieri. Ma nonostante adesso io abbia molto chiaro che è importante non lasciarsi influenzare da tutto ciò che dice e crede la gente, ho ancora difficoltà a rapportarmi con tutto ciò che va oltre a mia pelle.

Così, in un percorso di crescita ed evoluzione personale che ho deciso di intraprendere, ho capito che avrei dovuto cominciare esattamente dalla cosa che mi terrorizzava di più: la relazione con gli altri.

Ho trovato centinaia di “percorsi” strutturati in punti e frasi ad effetto, fin anche in esercizi pratici: ognuno di questi gridava al miracolo e ad una rinascita garantita. E vi dirò: ne ho pure provati tre o quattro, ma i risultati sono stati deludenti e finanche inesistenti. Poi, continuando a cercare (evitando come la peste corsi con slogan come “dieci passi per raggiungere la felicità”, o “esercizi pratici per ritrovare la propria autostima”), mi sono imbattuta in un libro dei primi anni del 900′: Come trattare gli altri e farseli amici, pubblicato in America nel 1936 dalla casa editrice Simon&Schuster e in Italia da Bompiani.  L’autore, Dale Breckenridge Carnegie (1888 – 1955), è stato uno scrittore ed insegnante statunitense, che fu, tra le altre cose, promotore di numerosi corsi sullo sviluppo personale, vendita, leadership, corporate training, relazioni interpersonali e abilità di parlare in pubblico. Come trattare gli altri e farseli amici ha venduto oltre quindici milioni di copie in tutto il mondo ed è tuttora popolare, è uno dei primi best seller nella storia dei libri sullo sviluppo personale.

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Ho imparato qualcosa da questa lettura? Sì.

La consiglierei? Sì.

Ammetto che dopo la prima metà del libro, i concetti cominciano ad essere un po’ ridondanti e probabilmente fin troppo carichi di esempi, ma ciò non toglie che le nozioni che stanno alla base di questa guida siano tanto semplici quanto importanti.

Non trattandosi di un romanzo, non credo di fare spoiler anticipandone le parti che ho ritenuto più convincenti e utili al raggiungimento del mio obiettivo: quello di riuscire ad avere un rapporto più sano e privo di dipendenze con le persone che mi circondano.

Ecco i punti che ho trovato più illuminanti, le chiavi di lettura che sono certa mi permetteranno di capire meglio gli atri (oltre che me stessa):

  1. Novantanove volte su cento, la gente non accetta critiche sul proprio modo di comportarsi, per quanto sbagliato possa essere. La critica è inutile perché pone le persone sulla difensiva e le induce immediatamente a cercare una giustificazione. E’ pericolosa perché ferisce l’orgoglio della gente, la fa sentire impotente e suscita risentimento. […] Ci piace continuare a crede nelle cose in cui siamo abituati, a considerarle come vere, e quando le vediamo attaccate o messe in dubbio la nostra presunzione ci spinge a trovare ogni scusa per difenderle. Il risultato è che la maggior parte dei nostri cosiddetti “ragionamenti” consiste nel trovare argomenti per sostenere ciò in cui crediamo  (The Mind in the Making – James Harvey Ribnson). […] C’è più comunicatività in un sorriso che in una minaccia perché l’incoraggiamento è un sistema educativo più efficace della repressione.” A tal proposito vi invito a leggere la bellissima lettera di W.Livingstone Larned – Father Forgets, dedicata a suo figlio (e in buona parte anche a se stesso). La trovate qui.
  2. L’assunto più prezioso, è stato sicuramente quello che invita a focalizzarsi sulla natura umana: “il bisogno più sentito della natura umana è il desiderio di essere importanti […] il bisogno di perseguire infaticabilmente l’apprezzamento altrui”. […] La gente riterrebbe un’impresa criminosa lasciare la propria famiglia o i propri dipendenti a digiuno per sei giorni; eppure non hanno problemi a lasciarli sei giorni, o sei settimane, o a volte addirittura sei anni, senza quella gratificazione della quale hanno bisogno assoluto, tanto quanto del cibo. […] “Non c’è niente di cui io abbia tanto bisogno quanto del nutrimento per la mia autostima” (Alfred Lunt). […] Smettiamo per un momento di pensare ai nostri successi, ai nostri desideri. Cerchiamo di ricordare anche i pregi altrui. […] date sempre agli altri l’impressione di essere importanti”.
  3. La sola via sicura per influenzare una persona consiste nel converse di quanto le interessa. […] ci si fa più amici in due mesi mostrandosi interessati altri altri che non in due anni tentando di indurre gli altri a interessarsi a noi.
  4. Lottando si ottiene sempre poco; cedendo si ottiene sempre di più di quanto si sperava.[…] Tutti gli sciocchi sono pronti a difendere i loro errori, ma ametterli innalza il colpevole sopra la massa e gli conferisce dignità e serenità.

I concetti del libro non si esauriscono con questo breve elenco, sono presenti infatti molti piccoli e grandi escamotage e “trucchetti” per convincere gli altri a passare dalla vostra parte, o per “indorare la pillola” quando si tratta di impartire ordini di qualsiasi tipo. Si tratta di consigli utili per un livello “avanzato”, livello fino al quale certamente non intendo spingermi per il momento.

Al di là dei concetti spiegati nel testo, vorrei condividere con voi una breve frase in cui Carnegie parla della felicità, molto affine al mio sentire:

“La felicità non dipende dalle condizioni esterne, ma dal proprio stato interiore. Non è quello che avete o che siete o dove siete o che cosa state facendo che vi può rendere felici o infelici. E’ quello che pensate.”

Personalmente ho acquistato il libro in formato e-book per il mio Kindle a meno di 4 euro, ma potete trovarlo ovviamente anche in formato cartaceo (12 euro su Amazon).

 

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Storia di Lin – Recensione

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Dopo aver terminato l’ultima (deludente) lettura di “Come fermare il tempo” (di Matt Haig), anziché affidarmi ai consigli di amici e conoscenti ho deciso di raccomandarmi completamente al fato.

Tra gli altri, il mio fidato Kindle mi ha proposto un libro (gratis) che di primo acchito non avrei mai scelto per la sua copertina: “Storia di Lin”, della scrittrice Giuseppina d’Amato di cui onestamente non avevo mai sentito parlare.

Premetto che, per essere stata una lettura “alla cieca”, non è andata poi così male: ho fatto molta più fatica a terminare libri che mi erano stati caldamente consigliati e pubblicizzati.

Ma veniamo al dunque. Il libro racconta, appunto, la storia di Lin, un’adolescente alle prese con le continue metamorfosi tipiche di quell’età, con le difficoltà scolastiche e i primi amori. Lin è una ragazzina taciturna, timida ed introversa; le compagne a scuola la prendono in giro per il suo strambo modo di vestire, e i suoi amici si contano sulle dita di una sola mano. Ah! Dimenticavo di dirvi che Lin non è italiana. Si è trasferita a Brescia con la madre dalla Cina, il paese in cui ha lasciato un padre fantasma e dei nonni amorevoli. Paradossalmente, ciò che aggiunge un pesante velo nero alla sua adolescenza è proprio la lontananza da Zhang Wei, sua madre, che ha deciso di buttarsi a capofitto nel lavoro per garantire alla figlia un futuro migliore di quello che è toccato a lei: se va bene, riescono a vedersi una volta ogni due mesi, e spesso anche quel raro incontro risulta impossibile.

Lin è costretta a vivere da sola e ad arrangiarsi in una Brescia che ancora fatica a definirsi multiculturale. Tutta la sua quotidianità gira intorno a qualche figura di riferimento e alla solitudine, all’incertezza, al senso di impotenza. E saranno proprio questi sentimenti a creare un solco profondo nell’anima e nella vita di Lin, portando un cambiamento repentino ed improvviso da cui non le sarà più possibile tornare indietro.

Ecco cosa mi è piaciuto di questo libro: sicuramente questa storia riesce a mettere l’accento su scorci culturale a cui (forse) normalmente non presteremmo la benché minima attenzione. Trovo che sia importante calarsi nei panni degli altri per arrivare almeno ad intuire vagamente quali siano i suoi trascorsi, le sue difficoltà, le sue aspirazioni. Vestire i panni di qualcun altro ci rende l’altro meno “diverso” e più vicino, e in questo il libro centra pienamente l’obiettivo. Non aspettatevi una storia piena di colpi di scena, perché non ce ne saranno. La storia di Lin potrebbe tranquillamente essere la bella prosa di un trafiletto tratto dal quotidiano locale di qualsiasi città, suscitando lo stesso identico disappunto. Devo confessare che alcuni passaggi mi hanno ridotto in lacrime: in un paio di momenti, la distanza tra me e Lin si è azzerata, tanto che le sue emozioni sembravano mie e viceversa.

Cosa non mi è piaciuto di questo libro: il linguaggio della scrittrice non è sempre fluido e scorrevole; ci sono momenti in cui ho dovuto fare marcia indietro e rileggere una parola se non addirittura un’intera frase per capirne bene il senso. Non perché la sintassi non sia corretta, ma semplicemente perché a volte la scrittrice fa uso di termini “difficili” e pesanti, che potrebbero risultare un po’ ostici per chi non dispone di un lessico molto più che completo.  Inoltre ho trovato imbarazzati alcuni passaggi in cui la narratrice tenta di scimmiottare i discorsi di Lin in un italiano stentato e un po’ caricaturale, ricreando la classica “macchietta” ben radicata nella mentalità di noi italiani. Trovo che questi discorsi, anziché palesare le difficoltà di una ragazza in cerca di integrazione, rendano il tutto un po’ troppo improbabile, facendo quasi perdere credibilità all’intera storia.

 

Come fermare il tempo – Non chiamiamola Recensione

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Quando mi sono imbattuta nella copertina di questo libro, sono letteralmente rimasta folgorata. In un attimo stavo già sognando sulle note di “E’ una storia sai” della Bella e la Bestia. La clessidra, la rosa, i petali caduti: tutto mi riportava alla storia d’amore che preferisco in assoluto, con tanto di atmosfere fiabesche e potenti incantesimi.

E invece no. Niente Bella. Niente Bestia. Niente incantesimo. Niente bacio del vero amore. Va be’, mi son detta, magari è bello comunque…

Sarò onesta: non consiglierei questa lettura a tutte quelle persone che, come me, hanno pochissimo tempo a disposizione da dedicare alla lettura, e che quindi da quel poco tempo vorrebbero trarre il massimo godimento.

“Come fermare il tempo”, edizioni E/O, è la storia di Tom, un uomo apparentemente sulla quarantina che nasconde uno scottante segreto, tanto più scottante quanto più si va indietro nel tempo agli anni della ghigliottina pubblica e della caccia alle streghe. In realtà, nel momento in cui racconta, Tom di anni ne ha più di quattrocento, un cumulo di giorni forse troppo pesante per l’anima e le spalle di un essere umano semplice. Il racconto è un po’ ridondante, pieno di Flash Back e Flash-forward, che portano il lettore avanti e indietro nel tempo senza  sosta, senza un momento o un luogo che si possano definire casa. Porbailmente è un effetto voluto, come se la storia non fosse altro che un pretesto per far sorgere interrogativi che, forse, normalmente non ci porremmo: cosa succederebbe se potessimo vivere per sempre? come ci sentiremmo se le persone che amiamo invecchiassero normalmente mentre noi restassimo sempre uguali a noi stessi?

Seguendo il filone dell’onestà, mi viene da dire: chi se ne frega! E’ pura fantascienza. E’ come chiedersi cosa faremmo se avessimo i superpoteri. Preferisco impiegare il mio tempo, che a differenza di quello di Tom non è infinito, a farmi domande su questioni più vicine alla realtà. Ma può darsi che sia stata io a prendere male l’intento dell’autore.

Come se non bastasse, la curiosità iniziale si è spenta definitivamente quando l’ebook mi indicava che avevo letto il 65% del libro e ancora non mi era chiaro quale fosse l’obiettivo di Tom oltre a quello di ricordare passivamente le sue vite passate.

Andando sempre per ipotesi, mi viene da pensare che questa sospensione rifletta esattamente lo stato d’animo del protagonista, che davvero non sa cosa fare, dire o pensare della propria vita. Potremmo vederci molte correlazioni con la vita reale, perchè i dubbi di Tom sono presenti anche nelle nostre vite infinitesimemente più brevi, ma resta il fatto che arrivare in fondo al libro, per me, è stato estremamente faticoso, tanto che ho avvertito forte la sensazione di aver perso il mio tempo.

Quindi complimenti per la copertina decisamente accattivante, ma per me è no.

Nota positiva: c’è una frase che mi ha colpito molto, e che vorrei condividere con voi. Rispecchia decisamente un mio pensiero, o più precisamente un modo di affrontare la vita:

È la gioia più semplice, la più pura del mondo, penso, far ridere qualcuno a cui vuoi bene.

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Il Sognatore – Recensione

Il sognatore

Quando mi sono imbattuta casualmente nel titolo di questo romanzo, ho deciso che lo avrei comprato senza leggere la trama ne cercare informazioni circa il suo autore.

Quella dei sogni è per me una realtà spesso scomoda, in cui mi ritrovo senza bussola e possibilità di scelta: quasi ogni mattina riesco a ricordare cosa è successo durante la notte, e il più delle volte non è un bene. A volte sbucano mostri, animali feroci, fin anche il volto di Satana. Altre rivedo quella nipote che non posso più abbracciare nella vita reale. Certe notti le passo a piangere con lacrime immaginarie ma incessanti, incredula per la prematura scomparsa di quella o quell’altra persona a me cara. Mi dico spesso che dovrei andare da uno bravo che analizzi la mia anima attraverso quelli che sono più spesso incubi che sogni, ma poi mi sento ridicola e rinuncio.

Lazlo Strange, l’indiscusso protagonista de “Il Sognatore” (di Fazi Editore), un po’ mi somiglia: che gli occhi siano aperti oppure no, la vena sognante e fantasiosa riesce costantemente ad irrorare ogni suo organo e tessuto, fino a consentirgli di plasmare quei sogni come carta da origami. Lazlo non sa da dove viene, non sa chi è, e nel dubbio si convince di essere un insignificante bibliotecario senza alcuna aspirazione nella vita (l’ho già detto quanto mi somiglia?).

Seppure il suo corpo non lasci mai la biblioteca, grazie al potente intruglio di inchiostro e fantasia dei “suoi” libri e all’aiuto della sua stessa immaginazione, riesce ad evadere verso luoghi in cui la maggior parte degli uomini probabilmente non è mai stata e mai andrà.

In particolare, c’è un mistero che lo ha sempre affascinato fin dalla tenera età: quello di Pianto, una città lontana abitata da esseri straordinari, che dicono abbia smarrito il proprio vero nome, improvvisamente, in un passato non troppo lontano. Nessuno è mai riuscito a vedere Pianto o a tornare indietro per poterlo raccontare, tanto che viene relegata nella sfera della mitologia.

Al di là di ogni aspettativa, la vita di Lazlo e quella di Pianto si intrecceranno indissolubilmente, ed i sogni non saranno più soltanto il luogo in cui rifugiarsi per fantasticare un futuro stupefacente.

Il Sognatore è un racconto fantasy tessuto fra le trame di una realtà tutto sommato monotona e ordinaria, senza slanci o scopi degni di nota.

Ho apprezzato questo racconto per 3/4, perché parte da lontano e ti avvicina lentamente alla conoscenza con Lazlo e con i misteri che si porta nel cuore come il più grande dei tesori. Il ritmo è lento e a tratti snervante (ma quel modo positivo di essere snervante, nel senso che alimenta la curiosità), specialmente nella prima metà del romanzo (o forse qualcosina di più). Poi, verso il finale e senza alcun preavviso, tutto comincia a precipitare veloce togliendo spazio al contorno, che sbiadisce sempre più fino a scomparire.

Non ho gradito l’epilogo di questo romanzo, tanto più che quel “CONTINUA” scritto in stampatello in fondo all’ultima pagina del libro uccide tutta la curiosità che la “fuxya” Laini Taylor era stata in grado di creare con la sua narrazione.

Ho voglia di leggere il prosieguo della storia? Non molto. Mi ero affezionata a Lazlo, mi ero affezionata al mistero di Pianto; ma adesso che entrambi sono stati spogliati dei loro tratti “ordinari “, cancellando il legame seppur flebile con la vita “normale” e reale, anche la mia curiosità ha smarrito la sua dimensione, e dubito che riuscirebbe a ritrovarla nel seguito de “Il Sognatore”.

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Il riparatore – Recensione

Mi capita spesso di essere attratta da un libro per il suo titolo o la sua copertina: se sono persa tra gli scaffali di una libreria, anziché divorare la trama del libro in cinque secondi netti, mi limito ad aprire il romanzo e leggerne la prima pagina. Se il contenuto o lo stile dello scrittore mi incuriosisco, lo prendo! Quando però acquisto un eBook su Internet, la storia cambia perché non è scontato riuscire a trovare l’anteprima della prima pagina per farsi un’idea. Allora baso tutto sul primo impatto, e come spesso accade nella vita di ogni giorno quando si fa affidamento sugli aspetti più superficiali, prendo delle grosse fregature.

Non vorrei dire che “Il riparatore” di F. Paul Wilson lo sia stato del tutto, ma di certo ricordo bene di aver provato una certa delusione nel momento in cui il “soprannaturale” ha fatto il suo spettacolare ingresso in un racconto che tutto sommato mi stava davvero intrigando. La colpa, si intende, non è certamente del libro, ma soltanto mia e della mia insensata fobia delle trame: ho sempre il terrore che mi svelino più di quanto la mia curiosità non possa tollerare.

Ad ogni modo, vi vado a spiegare brevemente di cosa si tratta: Jack è un ragazzone sulla trentina che ha volutamente preso la decisione di emarginarsi dalla società. Lavora da anni nel campo delle riparazioni, un campo che nella maggior parte delle persone non desterebbe il minimo interesse, ma che per i pochi che sanno bene cosa cercare, è un ambito davvero molto apprezzato. Sì perché Jack non si limita a riparare oggetti ed elettrodomestici: lui ripara “situazioni complicate”.

La sua stessa fidanzata è all’oscuro di tutto, e non ha dubbi sulla decisione di lasciare Jack  quando scopre i suoi ‘attrezzi del mestiere’: armi, passaporti falsi e strumenti di tortura.

Dal canto suo, Jack ha i suoi buoni motivi per difendere le proprie scelte di vita, e mentre cerca di capire quali dovranno essere le sue prossime mosse, riceve un nuovo incarico: un indiano privo di un braccio lo ingaggia per

recuperare una collana rubata alla sua vecchia zia che si trova già in ospedale sul punto di morire. La missione lo conduce nei pressi di un mercantile arrugginito nel West Side di Manhattan, e le presenze che ne abitano la stiva sembrano non avere niente a che fare con la realtà che ha sempre conosciuto. Jack si troverà ad affrontare una vendetta che ha viaggiato indenne attraverso i secoli e che rischia di coinvolgere le persone che più ama al mondo.

Molto probabilmente, se avessi letto la trama prima di precipitare le mie dita impazienti sul tasto “Acquista”, la mia delusione non avrebbe avuto ragione di esistere; sarei stata pronta e quasi in trepidante attesa di scoprire che razza di presenza potesse infestare lo scafo di una nave. Ma visto che così non è stato, mi limiterò a qualche breve osservazione che possa aiutare gli ultimi indecisi a prendere una decisione: lo leggo o non lo leggo?

Non ho fatto “orecchie” ne sottolineature durante la lettura, il che significa che non ci sono state frasi o concetti degni di nota e che abbiano colpito nel segno. Il racconto scorre veloce, con le giuste dosi di ansia ed attesa. Se si riesce a far pace con l’ingresso del fantascientifico in una storia che pareva avere fin dal principio i piedi ben piantati per terra, il romanzo ha il suo fascino. La cosa che veramente mi ha colpito e che mi ha lasciato un’impressione finale positiva di questo libro, è stata la presenza dei colpi di scena. Ce ne sono moltissimi, e più si va avanti con la lettura e più quelli aumentano.

Spesso riesco ad indovinare cosa succederà ai protagonisti, come se lo scrittore avesse lasciato troppi indizi lungo il cammino, togliendomi il regalo della sorpresa, ma con Il Riparatore questo non è successo, in nessun momento: caratteristica assolutamente da apprezzare.

Non so se sarò riuscita ad orientare la vostra scelta o se avrò semplicemente creato più confusione, ma in ogni caso vi ringrazio per aver dedicato qualche minuto del vostro tempo alla lettura della mia simil-recensione un po’ sconclusionata.

Ti dedico il mio tempo

lab-uj_technikaIn un realtà frenetica in cui anche fare una semplice telefonata a nostra nonna diventa complicato, trovare del tempo per fare ciò che amiamo non è affatto semplice. Tendiamo a correre a più non posso per terminare tutti i “devo” della giornata, e quando arriva la sera siamo troppo stanchi, fisicamente e mentalmente, per fare qualsiasi altra cosa che non sia buttarsi sul divano e guardare passivamente la tv.

Eppure fare ciò che ci piace, anche se non tutti i giorni o con costanza, regala più di quanto una giornata piena di cose non riesce a fare.

Ed in quanto a hobby, io ho soltanto l’imbarazzo della scelta. A volte vorrei potermi sdoppiare per poter fare tutto quello che mi piace. Vorrei leggere, oppure scrivere. Vorrei suonare il piano e cantare, oppure solo ascoltare il nuovo album di Levante. Vorrei stare sul divano a guardare un film accoccolata al mio lui, oppure farmi bella e andare al cinema….che poi con quel buio chi vuoi che se ne accorga se sono truccata o meno.

Al di là dell’elenco che sarebbe interminabile, trovo che fare qualcosa che ci piace riesca a resettarci. Almeno a me fa quell’effetto. Per un’ora o più, sono presente a me stessa, senza scadenze e doveri che mi invadano la testa. E mentre suono o mentre scrivo, sento la mia anima che diventa più spessa, più ingombrante. Ruba il posto ai cattivi pensieri e mi lascia libera di respirare nel mio tempo, nel mio adesso.

Fare qualcosa che ci piace manda un preciso messaggio al nostro io:”adesso mi fermo e ti dedico tutta la mia attenzione. Da ora, nient’altro sarà più importante di te. Ti dedico il mio tempo”.

Più che impegnarci in un hobby, forse si tratta solo di questo: dedicarci del tempo. E’ questo solitamente ciò che do alle persone che amo, e ciò che mi piace ricevere da loro.

 

 

Seta – Recensione

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Seta – Alessandro Baricco.

Dopo la lettura e il totale imprinting avuto con “Novecento”, non potevo non approfondire la conoscenza di questo scrittore che riesce a rapirmi con racconti semplici, brevi e bellissimi.

Seta è la storia di Hervé Joncour, un giovane uomo che vive in Francia, a Lavilledieu, con la moglie Hélène. Per la maggior parte del tempo (e del racconto), Hervé  semplicemente si guarda vivere, senza ambizioni, desideri o aspirazioni. Solitamente fa ciò che gli altri gli dicono di fare, ma non per questo si sente succube di altri o del destino: a lui va bene così, fin tanto che non insorgono problemi e la sua vita ristagna tranquilla come l’acqua di un lago in un parco.

“Era d’altrone uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla. Si sarà notato che essi osservano il loro destino nel modo in cui, i più, sono soliti osservare una giornata di pioggia”.

Siamo intorno al 1860, e Hervé alleva bachi da seta per potersi permettere uno stile di vita più che dignitoso per se’ e la moglie Hélène. Ma poi accade qualcosa: un’epidemia fa ammalare le uova dei bachi da seta, rendendole inutilizzabili in tutta Europa. La routine di Villadieu si rompe e Hervé parte per un lungo viaggio verso quella che chiamano ‘la fine del mondo’. L’incontro col Giappone è mistico e misterioso, tanto quanto la presenza di una ragazzina che stranamente non ha gli occhi a mandorla. Qualcosa fa breccia nel cuore e nei pensieri di Hervé, che forse per la prima volta nella sua vita esce dal seminato, in cerca di qualcosa che neanche lui comprende.

Il richiamo verso l’Oriente è come il canto di una sirena, che ha fatto breccia nella sua anima e lo accende di interesse, di curiosità (di passione?).

Non sta a me svelarlo, ma qui c’è un piccolo suggerimento per i più curiosi, estrapolato da un ben più caldo susseguirsi di parole, immagini e descrizioni:

“signore amato mio, non aprire gli occhi, non ancora, non devi aver paura son vicina a te, mi senti? sono qui, ti posso sfiorare, è seta questa, la senti? è la seta del mio vestito, non aprire gli occhi e avrai la mia pelle”.

Cosa vi viene in mente pensando alla seta? A me non  certo i bachi. La seta è morbida, liscia, scivolosa. Di seta sono le vestaglie da notte, le calze, i completini intimi, gli abiti più eleganti e raffinati. Così, ciò che inizialmente per Hervé rappresenta soltanto il pane che gli permettere di vivere, assume man mano e sempre di più il significato di qualcosa di prezioso e di un po’ proibito, di qualcosa che per la prima volta lo conduce nella dimensione del desiderio, che lo porta a fare una scelta al di là di ogni imposizione esterna.

Non c’è un finale scontato, e quello che sembrava in realtà non è.

Ho amato questo libro tanto quanto “Novecento”, e dietro suggerimento di Judith credo proprio che supererò la paura che mi attanaglia da anni e guarderò entrambi i film tratti da questi due bellissimi libri di Baricco ^_^

Buona lettura a tutti.

La ragazza del treno – Recensione

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La ragazza del treno

Paula Hawkins

Edizioni Piemme (2015)

Ho cominciato a leggere La ragazza del treno di Paula Hawkins un sabato sera di metà Novembre. Ero in un locale del centro, e la musica era talmente alta da costringermi a gridare e scimmiottare per farmi capire (più di quanto noi italiani non siamo già abituati a fare). Così, per evitare di perdere le corde vocali, ho cercato di intrattenermi scuriosando tra le foto e le applicazioni del cellulare. Per puro caso ho trovato questo titolo tra i libri (ebook per la precisione) che avevo scaricato e non ancora letto. Tengo sempre un libro di scorta sul cellulare nel caso dovessi trovarmi in situazioni come questa, in cui non è possibile o non mi va di interagire con il mondo circostante.

Fin dalle prime righe, è stato amore a prima vista, tanto che in una settimana avevo già terminato la lettura. Vi svelo soltanto le prime righe:

Vicino alle rotaie c’è un mucchietto di vestiti. Un indumento azzurro, sembra una camicia, arrotolata insieme a qualcosa di bianco. Potrebbero essere stati buttati tra gli alberi lungo il terrapieno dagli ingegneri che lavorano a questo tratto di linea e che passano di qua molto spesso. Ma potrebbe anche trattarsi di qualcos’altro.

Dapprima ho conosciuto Rachel, la protagonista, un’ubriacona scottata dalla vita che non riesce a trovare una ragione abbastanza forte che la convinca a rimettersi in carreggiata, o meglio, sui binari giusti. Un po’ mi stava antipatica sulle prime, perchè le persone che bevono (troppo) non mi piacciono affatto; col tempo e con la conoscenza, ho iniziato a tifare per lei e rimanevo delusa ogni volta che deludeva anche se stessa. Alla fine del libro avevo imparato a capirla, ad immedesimarmi e a non giudicarla.

Rachel fa la pendolare da Ashbury a Euston tutte le mattine, e il treno si ferma sempre a metà strada, al rosso del semaforo di Witney. Rachel inganna l’attesa scuriosando tra le case al di là della ferrovia, inventando nomi e storie per gli abitanti di quei posti, e pian piano comincia ad affezionarsi ai racconti della sua immaginazione. I viaggi in treno sono un po’ la metafora della sua vita di pendolare tra la realtà e il limbo in cui viene trascinata dall’alcool; è talmente tanto sballottata da una dimensione all’altra, da non riuscire quasi più a distinguerle.

Poi, d’improvviso, la monotonia della quotidianità viene spezzata da una vicenda che sbaraglia le carte delle sue storie immaginarie; e poi ancora un giallo, una sparizione, forse una fuga o un omicidio, amanti, trame che si intrecciano e indagini lacunose, che spingono Rachel a reagire e a riprendere il controllo della propria vita, anche se è continuamente attanagliata dal dubbio che sia tutta una menzogna.

Il racconto scorre veloce e salta dalla protagonista agli altri due importanti personaggi femminili della storia, Anna e Megan. (Occhio a non confonderle mentre si legge: ogni capitolo è contraddistinto dal nome del personaggio che sta per raccontare la storia dal proprio punto di vista).

Ogni personaggio è ambiguo; prima lo odi e ti convinci che è il cattivo della situazione, poi le vicende corrono e ribaltano ogni tua convinzione, un po’ come succede a Rachel nel suo costante tira e molla tra ciò che crede di sapere, e ciò che realmente sa.

Finale inaspettato e non scontato.

Queste sono le frasi che ho evidenziato perchè mi hanno dato qualcosa, che sia un’emozione o solo un ricordo che era già mio ma che avevo lasciato in un angolo a prendere polvere.

1° Citazione:

– “Non so come facciano le altre: il tutto si riduce ad “aspettare”. Aspetti che un uomo torni a casa e ti dia il suo amore. E se non ci riesci, ti guardi intorno e cerchi delle distrazioni”.

2° Citazione:

-“Lui dice che devo imparare ad essere felice e che devo smetterla di cercare il mio benessere fuori da me.”

3° Citazione:

-“…riteneva che la nostra vita fose bella anche sena figli. Siamo felici, non faceva altro che ripetermi, perchè non possiamo continuare così? Alla fine si è stufato di me: non riusciva a capire come si possa soffrire per la mancanza di qualcosa che non si è mai avuto. Mi sentivo sola nella mia disgrazia.”

Buona lettura 😉