Ses(S)o-lo non fosse un tabù

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Avete mai giocato a “Taboo”?

Per chi non lo conoscesse, si tratta di un gioco in scatola molto simpatico da fare in compagnia (due o più squadre, sempre a coppia di due), in cui a turno una persona deve far indovinare una parola (oggetto, emozione, concetto) al proprio compagno di squadra. Ovviamente le parole non sono scelte a caso, ma stampate su carte da gioco “speciali”. Vince la squadra che indovina più parole nel tempo di una clessidra da 1 minuto. La difficoltà non sta tanto nel poco tempo a disposizione, e neanche nel non poter mimare le parole in questione. Su ogni carta è stampata, in alto, la parola da indovinare; sotto, ci sono altre 5 parole (sinonimi o comunque vocaboli molto affini a quella parola), che non devono assolutamente essere pronunciate. Vi faccio un esempio.

Mettiamo che la parola che dovremo far indovinare al nostro compagno di squadra sia “NONNO”, e che le parole da non pronunciare pena la squalifica siano: “padre, genitore, anziano, nipote, figlio”; cosa vi inventereste? Sarà divertente scoprire come il vostro cervello riesca ad uscire dagli schemi e ad inventarsi nuove strade! Ad esempio potremmo dire:”quello di Heidi viveva in una casa in montagna”. Oppure ancora :”è il nome di una coppa gelato”. Sicuramente esistono centinaia di altre vie percorribili dall’immaginazione di ciascuno, e il bello è proprio questo.

Oltre che divertente, sembra però anche un gioco abbastanza faticoso se fatto troppo a lungo. Eppure non ci accorgiamo di farlo quotidianamente (e di farlo tutti, da secoli) per tutto ciò che concerne la sfera sessuale. Tutt’oggi l’argomento “sesso” viene difficilmente affrontato in pubblico, e in linea di massima viene toccato soltanto con allusioni e risate sotto ai baffi.

In casa mia, fin da quando ero bambina, di sesso non si è mai parlato apertamente: l’argomento è sempre stato avvolto da un alone di mistero. Ciò che sapevo, e che avrebbe dovuto bastarmi, era che si trattava di qualcosa di sporco, di inaccessibile e che non doveva riguardarmi.

E forse sarebbe stato meglio se davvero non mi fosse riguardato affatto.

Ho sempre avuto il sonno pesante, tanto che una volta cascai dal secondo piano di un letto a castello picchiando forte la testa sul pavimento e lo seppi soltanto al risveglio dai racconti di mia madre. Eppure una notte qualcosa riuscì a svegliarmi. Non appena i sensi si aprirono al mondo, avvertii un rumore ripetitivo, incessante, simile al rumore di uno straccio bagnato che viene sbattuto contro un muro. In sottofondo, gemiti e parole sussurrate (e dopo un po’ neanche più troppo sussurrate) che non riuscivo a decifrare. Non ricordo cosa provai quella notte, ma certamente cominciai a capire che era proprio di notte, e (non sempre) sotto voce, che i miei genitori facevano in gran segreto quella cosa chiamata “sesso”.

A quel tempo avrò avuto si e no 6 anni, e fino a che i miei genitori (11 anni dopo) non si separarono, mi capitò spesso di svegliarmi senza motivo nel bel mezzo della notte con la giugulare che pulsava come se improvvisamente il flusso del sangue fosse aumentato, e con una sorta di torpore che mi percorreva il corpo fino in fondo alle gambe. E ogni volta, non appena i miei sensi riuscivano ad aprirsi al mondo circostante, ecco di nuovo quel rumore ripetitivo di straccio bagnato, ecco di nuovo gli stessi gemiti e le stesse frasi “sporche”. Stavo male, ed era un male sia fisico che mentale. Poi finalmente arrivava il  rumore della chiave nella toppa a mettere fine a quel supplizio: qualcuno andava in bagno, e dopo poco ne usciva per permettere anche all’altro di entrare.

Ma forse la parte peggiore era l’attesa. Avevo imparato a carpire i “segnali” del sesso, il che mi lasciava presagire una nottata che sarebbe stata tutt’altro che serena. Sì perché dopo la fine di ogni amplesso, continuavo a rimanere prigioniera di un corpo che reagiva in modo sempre più strano a qualcosa che ormai conosceva da anni. Il battito del cuore diventava rapido e assordante, e il torpore si concentrava nella parte bassa della pancia, divenendo più pungente.

Di solito la mia disperazione cominciava all’ora di cena, quando vedevo mio padre riempire un bicchiere di vino bianco frizzante sia per lui che per mia madre. Si guardavano in “quel” modo che avevo imparato a riconoscere, si dicevano cose sotto voce, e quando noi figli andavamo a letto mio padre passava in rassegna le stanze, chiudeva le nostre porte (che normalmente restavano aperte) e poi chiudeva anche la loro, a chiave. Quella chiave che girava nella toppa era contemporaneamente il segnale d’inizio della mia angoscia prima, e segnale della fine dopo.

Quando avevo circa 15 anni, il rapporto tra i miei genitori cominciò a sgretolarsi sotto il peso del tempo e di responsabilità a cui non sapevano più far fronte. Non vi nego che da una parte ne fui felice, perché speravo che i loro incontri amorosi sarebbero spariti per sempre.

Come se tutto quello che avevo sopportato fino ad allora non fosse stato abbastanza, la situazione peggiorò. Una mattina scesi in cucina per preparare la colazione, e trovai un giornalino porno (esistono ancora?) aperto, gettato sul pavimento della cucina davanti al divano. Poi trovai nel gabinetto una diapositiva che ritraeva un pene. Supposi si trattasse di quello di mio padre, e ne ebbi la conferma quando mi affacciai nella camera dei miei genitori e trovai uno dei miei fratelli più piccoli (che al tempo non aveva ancora 3 anni) circondato da diapositive inequivocabili di parti intime e cetrioli che entravano in luoghi diversi dalla bocca.

Non so perché il mio corpo e la mia mente prendessero così male un qualcosa di così naturale: forse perché erano i miei genitori a farlo, o forse proprio perché si trattava di un argomento che era sempre stato tabù, qualcosa di scottante e sporco (così ci insegnarono), a cui noi figlie femmine, a sentire mio padre, non avremmo mai dovuto avvicinarci. Niente era detto apertamente, questo è ovvio. Ma tra le righe tutto era invece chiarissimo. Talmente chiaro che quando i miei scoprirono che avevo fatto l’amore con un ragazzo, mi lasciarono riversa a terra, in pigiama, con gli occhi totalmente accecati dalle lacrime e molti lividi nella pancia, sul naso e sulle gambe.

Adesso che ormai ho fatto mio l’argomento che tanto mi ha pietrificato e repulso durante gli anni della mia infanzia e della mia adolescenza, dovrei essere più serena a riguardo. E invece mi sento pervadere dallo stesso fortissimo senso di disagio ogni volta che i vicini di casa o la tv mi rimandano quegli stessi rumori molesti, quegli stessi gemiti, quegli stessi sussurri. In quei momenti vorrei gridare, o semplicemente sparire, e vorrei che i miei genitori non mi avessero a tal punto traumatizzata.

Ricordo che una volta scrissi una lettera che lasciai in bella vista sul loro letto. Non ricordo precisamente cosa ci fosse scritto, ma il senso generale rimandava ad una specifica richiesta: per favore, potreste stare più attenti e non costringerci (parlavo al plurale includendo anche i miei fratelli, pur non sapendo se a loro capitasse la stessa cosa) ad assistere ad ogni vostro amplesso? Non ebbi mai alcuna risposta, e niente nelle loro abitudini variò minimamente.

Credo che questa sia la terza volta che mi capita di raccontare questo aspetto della mia vita passata. La prima volta che l’ho fatto, non con poca vergogna, mi è stato risposto: “è qualcosa che può capitare, non ne farei un dramma. Sono cose naturali, d’altronde anche i tuoi genitori avevano le loro esigenze”. La seconda volta, invece, mi è stato risposto:”per fortuna non mi è mai capitato di sentire i miei genitori in quei frangenti, eppure avevamo le camere una di fronte all’altra. Immagino che non debba essere stato piacevole per te”.

E voi cosa mi rispondereste?

Vorrei davvero saperlo, perché mi sento combattuta tra:

  • sei tu ad essere strana. Il sesso è qualcosa di normale che anche i tuoi genitori avevano bisogno di fare. Probabilmente sei troppo sensibile e ne stai facendo un dramma. E’ capitato a tutti.

Oppure

  • i tuoi genitori avrebbero dovuto fare più attenzione, non è giusto che i figli debbano essere costretti ad assistere agli amplessi dei propri genitori. Non hanno avuto rispetto per te.

Razionalmente vorrei incolpare loro, sentirmi dire che sono stata una povera vittima; inconsciamente mi sento io quella sbagliata, quella che non avrebbe dovuto lamentarsi, quella che avrebbe dovuto “starne fuori” e che invece si è voluta impicciare in qualcosa che non la riguardava minimamente.

Vorrei salvarmi da questa lotta intestina che non mi permette di affrontare il sesso con serenità, ma contemporaneamente temo che dovrò rassegnarmi a sopportarla per sempre.

 

Le 5 ferite emotive: come guarirle

E’ interessante capire da dove vengono determinati comportamenti e modi di pensare che credevamo solo nostri, e scoprire che invece abbiamo molti tratti comuni a chi indossa le nostre stesse maschere per le nostre stesse ferite.

Una volta appurato che qualche ferita, anche se piccola, ce la portiamo dentro tutti, il passo successivo è capire come guarire da queste ferite.

Nel suo libro “Le 5 ferite e come guarirle”, l’autrice Lise Bourbeau da’ qualche indicazione di massima che vi vado subito a riassumere.

La prima tappa per guarire una ferita consiste nel riconoscerla e nell’accettarla. Accettare significa guardarla, osservarla, sapendo che il fatto di avere ancora qualcosa da risolvere fa parte dell’esperienza dell’essere umano. Nessuna trasformazione è possibile senza accettazione. Nel caso in cui  ancora non siamo stati capaci di riconoscere le ferite che ci hanno fatto (e tutt’ora ci fanno) soffrire, ci basterà far caso a ciò che non accettiamo negli altri: corriponderà esattamente a quelle parti di noi che non vogliamo vedere per paura di doverlo ammettere e guarire.

L’ego fa tutto il possibile per non farci rivivere le nostre ferite, perchè teme che non saremo in grado di gestire il dolore che ne deriverà. D’altronde è stato proprio l’ego a convincerci a creare le maschere allo scopo di evitarci la sofferenza. L’ego crede sempre di prendere la strada più facile, ma in realtà ci complica la vita, e più aspettiamo a risolvere le ferite, più queste si aggraveranno e più avremo paura di toccarle, dando vita ad un circolo vizioso che solo noi potremo interrompere con la consapevolezza e l’accettazione. Dobbiamo prendere coscienza del fatto che tutti comportamenti associati a una data maschera, sono soltanto delle reazioni legate alla “difesa”, e non hanno niente a che fare con l’amore per noi stessi e al comportamento che sarebbe in realtà più giusto adottare per il nostro benessere.

La seconda tappa consiste nell’accettare la nostra responsabilità, smettendo di accusare gli altri per le nostre sofferenze.

Un altro modo per capire a fondo le ferite che ci portiamo dentro, consiste nell’interrogarsi sul rapporto che abbiamo con gli altri: più queste ferite fanno male, più proveremo risentimento per il genitore che riteniamo responsabile di avercele imposte; dunque, in seguito, trasferiremo l’odio e il reancore sulle persone dello stesso sesso del genitore accusato di averci fatto del male. La Bourbeau spiega infatti che le ferite non potranno guarire se non in presenza di un vero perdono nei confronti di noi stessi e dei nostri genitori.

Questa terza tappa si basa sull’idea che al mondo non ci sono cattivi, ma soltanto persone sofferenti, e i nostri genitori fanno parte di queste. Non si tratta qui di scusarli, ma di imparare ad avere compassione per loro. D’altronde non sarà condannandoli o accusandoli che li aiuteremo; possiamo avere compassione per lor anche se non siamo d’accordo con quello che fanno grazie alla consapevolezza delle ferite nostre e altrui.

Non si tratta di un percorso semplice, ne’ tanto meno rapido, ma ci accorgeremo di essere ad un buon punto della nostra guarigione quando inizieremo a dirci: “ecco ho indossato questa maschera, ed è per questa ragione che ho reagito in questo modo”.

E’ essenziale capire che la fonte del nostro benessere sta in ciò che siamo e facciamo, e non nei complimenti, nella gratitudine, nei riconoscimenti e nel sostegno che ci vengono dall’esterno: l’autonomia affettiva è la capacità di sapere ciò che vogliamo e di fare le azioni necessarie per concretizzarlo, e quando abbiamo bisogno di aiuto sappiamo chiederlo senza troppi problemi.

Per velocizzare questo processo di guarigione, è fondamentale smettere di alimentare le proprie ferite per quanto possibile: bisogna smettere di darsi degli incompetenti, dei buoni a nulla, degli inutili, e soprattutto smettere di fuggire dalle situazioni che ci fanno paura. E’ essenziale provare ad affrontarle e capire quanto le nostre reazioni siano dettate dalle maschere che indossiamo. A quel punto dovremo perdonarci, e concederci di aver potuto usare una maschera, sapendo che in quel momento credevevamo davvero che fosse l’unico modo per proteggerci.

La quarta tappa, infine, sarà quella in cui torneremo ad essere noi stessi, in cui sentiremo di non avere più bisogno di indossare delle maschere che ci proteggano. Questo non è altro che un modo per descrivere l’AMORE PER SE STESSI. Amarci è concederci talvolta di ferire gli altri rifiutandoli, abbandonandoli, umiliandoli, tradendoli o essendo ingiusti con loro, sebbene non lo facciamo di proposito. Questa è la più importante delle tappe per guarire le nostre ferite. D’altronde scopriremo che più ci consentiremo di tradire, rifiutare, abbandonare, umiliare ed essere ingiusti, meno lo faremo. Concedendo a noi stessi di fare agli altri ciò che temiamo di vivere (al punto da aver creato una o più maschere per proteggerci), ci sarà molto più facile concedere anche agli altri di agire nell’identico modo e di avere, a volte, dei comportamenti che risvegliano le nostre ferite.

 Come consiglio pratico, la scrittrice consiglia di fare un bilancio alla fine di ogni giornata, in cui ci si domanda quali maschere abbiano preso il sopravvento inducendoci a reagire in un determinato modo, sia nei confronti degli altri che di noi stessi.

Il ibro si conclude con la poesia dello svedese Hjalmar Söderberg:

Tutti vogliamo essere amati,

se questo non accade, essere ammirati,

se questo non accade, essere temuti,

se questo non accade essere odiati e disprezzati.

Vogliamo risvegliare un’emozione nell’altro, quale che sia.

L’anima rabbrividisce davanti al vuoto e cerca il contatto a qualsiasi prezzo.

 

Approfondiamo la ferita da tradimento e la maschera del controllore.

La ferita del tradimento, è quella che viene vissuta dal bambino col genitore del sesso opposto. Spesso infatti ne soffre chi non è riuscito a superare a pieno la fase edipica, e più in generale chi, quando era bambino, ha creduto che il genitore del sesso opposto non stesse mantenendo “la parola” in base alle proprie aspettative del “genitore ideale”.

La maschera indossata da chi soffre della ferita da tradimento, è quella del controllore.

tradimento controlloreIl controllore ha un corpo possente che esibisce forza e attraverso il quale vuole comunicare il proprio senso di responsabilità. La donna-controllore concentra questa forza all’altezza dei fianchi, delle natiche, del ventre e delle cosce (le famose culotte de cheval). È dunque la parte inferiore del corpo ad essere più larga delle spalle: la forma de corpo è simile a quella di una pera, e più la parte grossa della pera è sviluppata, più la ferita da tradimento è profonda.

Il controllore nutre alte aspettative nei confronti degli altri, e tende a verificare continuamente il loro operato per capire se può fidarsi di modo: questo è uno dei tanti metodi con cui cerca di tenere le cose sotto controllo. Vuole che tutto accada precisamente come le ha pianificate (non a caso preferisce arrivare sempre in anticipo per scongiurare qualsiasi imprevisto), e questo comporta una grossa difficoltà a delegare un compito, anche quando si fida dell’altro. La diretta conseguenza è che il controllore deve essere molto veloce visto che vuole fare quasi tutto in autonomia: vorrebbe guarire in fretta o comprendere le cose rapidamente, e ha difficoltà quando la gente impiega troppo tempo a spiegare o raccontare qualcosa. Non è raro che interrompa gli altri o che risponda prima che il suo interlocutore abbia finito. Tuttavia, non accetterà che gli altri riservino a lui questo trattamento. Certamente parliamo di una persona che dovrebbe sviluppare la pazienza e la tolleranza, soprattutto quando si presentano situazioni che gli impediscono di fare le cose a modo suo.

Il controllore si forma rapidamente un’opinione sulle altre persona o su una data situazione, ed è convinto di avere ragione: emette la sua opinione in modo categorico e vuole ad ogni costo convincere gli altri.

Il suo rapporto con le persone non è molto sano in quanto teme costantemente il confronto, e fa di tutto per evitarlo per paura di non essere all’altezza. Inoltre non riesce a fidarsi, tanto che per lui è anche difficile confidarsi: teme che le sue confidenze, un giorno, possano venire usate contro di lui. Nonostante ciò, lui è il primo a riportare agli altri ciò che gli è stato detto in confidenza, ma naturalmente avrà sempre un’ottima ragione per farlo. Non sopporta che qualcuno gli menta, ma se lui  mente lo fa sempre per un valido motivo (o così crede): trova facilmente molte buone ragioni per deformare la realtà. Paradossalmente, va in escandescenza quando si accorge che qualcuno non crede a ciò che dice, e si sente tradito da tutte le persone che non ripongono la propria fiducia in lui. Crede che non mantenere la parola e disimpegnarsi sia sinonimo di tradimento, e si crede quindi obbligato a mantenere sempre le promesse, anche se assume troppi impegni contemporaneamente e finisce per sentirsi in gabbia. Infatti, piuttosto che doversi disimpegnare, solitamente preferisce non impegnarsi affatto.

E’ il tipo di persona che vive con maggiori difficoltà una separazione all’interno della coppia, perché gli ricorda di non aver mantenuto a sufficienza il controllo sulla relazione. E non è strano che spesso siano proprio i controllori ad essere maggiormente esposti alle separazioni e alla rottura di un rapporto. 

Un’altra caratteristica del controllore è la sua grossa difficoltà nel fare una scelta quando crede che essa possa fargli perdere qualcosa: questo spiega perché a volte abbia difficoltà a decidersi. Sembra strano visto che il genitore “controllore” decidere facilmente al posto dei figli, senza prima verificare con loro cosa li renderebbe felici.

L’ego del controllore prende facilmente il sopravvento quando qualcuno lo rimprovera per qualcosa che ha fatto, in quanto non gli va di essere sorvegliato, soprattutto da un altro controllore, e si sente addirittura insultato quando qualcuno mette il naso nei suoi affari senza avergli chiesto il permesso.

Il controllore ha paura del rinnegamento: per lui venire rinnegato significa essere tradito; ma non si rende conto di quanto spesso sia lui stesso a rinnegare gli altri, eliminandoli dalla sua vita. E’ capace di non rivolgere più la parola ad una persona nella quale ha perso fiducia, e difficilmente offre una seconda occasione.

Tra le malattie che maggiormente affliggono una persona “tradita”, ci sono l’agorafobia, i problemi alle articolazioni, e quelli all’apparato digerente (più spesso a fegato e stomaco). Gli capita spesso di perdere il controllo e di mangiare molto più di quando il suo corpo riuscirebbe ad assimilare.

Più la ferita da tradimento è profonda, più la persona che ne soffre tende a tradire gli altri o se stessa (non riponendo fiducia in se stessa o non mantenendo le promesse che si fa).

 

Non criticate, non condannate, non recriminate

Stamattina mi sono imbattuta per caso in questa semplice lettera scritta da un padre al proprio figlio, e non ho potuto fare a meno di emozionarmi profondamente e, cosa non meno importante, di imparare una lezione davvero importante. Ecco perché vorrei che dedicaste un minuto alla lettura di queste poche righe, che voi siate genitori oppure no.

Father Forgets – di W.   Livingstone Larned

“Ascolta, figlio: ti dico questo mentre stai dormendo con la manina sotto la
guancia e i capelli biondi appiccicati alla fronte. Mi sono introdotto nella tua camera da solo: pochi minuti fa, quando mi sono seduto a leggere in biblioteca, un’ondata di rimorso mi si è abbattuta addosso, e pieno di senso di colpa mi avvicino al tuo letto. E stavo pensando a queste cose: ti ho messo in croce, ti ho rimproverato mentre ti vestivi per andare a scuola perché invece di lavarti ti eri solo passato un asciugamani sulla faccia, perché non ti sei pulito le scarpe. Ti ho rimproverato aspramente quando hai buttato la roba sul pavimento.
A colazione, anche li ti ho trovato in difetto: hai fatto cadere cose sulla tovaglia, hai ingurgitato cibo come un affamato, hai messo i gomiti sul tavolo. Hai spalmato troppo burro sul pane e, quando hai cominciato a giocare e io sono uscito per andare a prendere il treno, ti sei girato, hai fatto ciao ciao con la manina e hai gridato: “Ciao, papino !” e io ho aggrottato le sopracciglia e ho risposto: “Su diritto con la schiena!” E tutto e ricominciato da capo nel tardo pomeriggio, perché quando sono arrivato eri in ginocchio sul pavimento a giocare alle biglie e si vedevano le calze bucate. Ti ho umiliato davanti agli amici, spedendoti a casa davanti a me. Le calze costano, e se le dovessi comperare tu, le tratteresti con più cura. Ti ricordi più tardi come sei entrato timidamente nel salotto dove leggevo, con uno sguardo che parlava dell’offesa subita? Quando ho alzato gli occhi dal giornale, impaziente per l’interruzione, sei rimasto esitante sulla porta. “Che vuoi?” ti ho aggredito brusco. Tu non hai detto niente, sei corso verso di me e mi hai buttato le braccia al collo e mi hai baciato e le tue braccine mi hanno stretto con l’affetto che Dio ti ha messo nel cuore e che, anche se non raccolto, non appassisce mai. Poi te ne sei andato sgambettando giù dalle scale. Be’, figlio, e stato subito dopo che mi e scivolato di mano il giornale e mi ha preso un’angoscia terribile. Cosa mi sta succedendo? Mi sto abituando a trovare colpe, a sgridare; e questa la ricompensa per il fatto che sei un bambino, non un adulto? Non che non ti volessi bene, beninteso: solo che mi aspettavo troppo dai tuoi pochi anni e insistevo stupidamente a misurarti col metro della mia età.
E c’era tanto di buono, di nobile, di vero, nel tuo carattere! i1 tuo piccolo cuore cosi grande come l’alba sulle colline. Lo dimostrava il generoso impulso di correre a darmi il bacio della buonanotte. Nient’altro per stanotte, figliolo. Solo che sono venuto qui vicino al tuo letto e mi sono inginocchiato, pieno di vergogna.
E una misera riparazione, lo so che non capiresti queste cose se te le dicessi quando sei sveglio. Ma domani s’aro per te un vero papa. Ti s’aro compagno, starò male quando tu starai male e riderò quando tu riderai, mi morderò la lingua quando mi saliranno alle labbra parole impazienti. Continuerò a ripetermi, come una formula di rito: “‘E ancora un bambino, un ragazzino!” Ho proprio paura di averti sempre trattato come un uomo. E invece come ti vedo adesso, figlio, tutto appallottolato nel tuo lettino, mi fa capire che sei ancora un bambino. Ieri eri dalla tua mamma, con la testa sulla sua spalla. Ti ho sempre chiesto troppo, troppo.”

Anziché criticare senza riflettere,dovremmo cercare di immaginare perché la gente fa quello che fa. Prima dicercare di cambiare gli altri, dovremmo almeno aver migliorato noi stessi.

Si può sentire la mancanza di qualcosa che non si è mai avuto?

Essere stati amati tanto profondamente ci protegge per sempre, anche quando la persona che ci ha amato non c’è più. È una cosa che ti resta dentro, nella pelle.

K. Rowling, dal libro Harry Potter e la Pietra Filosofale

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Ogni volta che ritrovo per puro caso questa citazione, trascritta in fretta e furia in una pagina qualunque della mia agendina oppure scarabocchiata sul retro di uno scontrino nei meandri del mio portafogli, vengo travolta da una strana sensazione di conforto e sollievo, come se il concetto che le parole imprigionano fosse in grado di scaldarmi al pari di un abbraccio d’inverno dato sotto le coperte.

Sarà che io quell’amore profondo sulla mia pelle non l’ho provato mai, sarà che per l’ennesima beffa del destino riesco comunque a riconoscerlo ogni qual volta lo scorgo negli occhi di un genitore qualunque, sarà che ogni volta che mi passa vicino riesce a ridurmi in lacrime, sconfiggendo ogni mia resistenza: fatto sta che avverto l’assenza di un sostegno in grado di rendere ben dritte la mia testa e la mia schiena di fronte al mondo e alle persone che lo abitano. Pensate sia possibile avvertire la mancanza di qualcosa che non si è mai avuto? Per me stessa, sono certa di sì.

Tanto che in lungo e in largo ho vagato alla ricerca di un surrogato di quell’amore, inseguendolo nei complimenti della gente, negli sguardi di approvazione degli altri, negli abbracci di chi avevo accanto. Niente è riuscito a riempire il vuoto che sentivo dentro, tutt’altro: ogni nuova delusione, proprio quando mi sentivo vicina al traguardo, ha amplificato la voragine che tutt’ora fatico a colmare.

Certe volte mi faccio coraggio e provo a comportarmi come se io quell’amore dentro ce l’avessi già, ma forse la mia convinzione non è forte come credo visto che bastano una parola brusca o uno sguardo volto al cielo a far crollare ogni mio tentativo di spavalderia.

È un po’ come fare un passo avanti e due indietro, in un Gioco dell’Oca lungo una vita, già pieno di ostacoli e di carte “imprevisto”.

Sarei curiosa di sapere se altre persone a cui quell’amore incondizionato è mancato, riescono comunque a credere in sé stesse e a non temere il mondo nel suo complesso. Se ne conoscete qualcuna, ditegli che la sto cercando, se non altro per avere la dimostrazione che ciò che desidero può avversarsi nonostante tutto.