Senso di colpa e inquietudine

Proseguo lo stringato racconto del libro “Le vostre zone erronee” di Dyer dedicandomi al capitolo che tratta quelle che lui definisce “emozioni inutili”: il senso di colpa (per ciò che è accaduto in passato) e l’inquietudine (per ciò che potrebbe accadere in futuro).

Dyer spiega che entrambe queste emozioni sono le forme più comuni di angoscia, e che ci paralizzano nel momento presente, perchè di fatto, che tu guardi avanti o indietro, il risultato è il medesimo: butti via il presente.

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Per la nostra cultura, non sentirsi colpevoli è un male, e tra le persone non preoccuparsi per se stessi e gli altri è considerato inumano. Ma nessun senso di colpa può mutare il passato. Va bene imparare dai proprio errori, anzi è indispensabile per la crescita di ciascuno, ma è malsano continuare a nutrire il senso di colpa: che senso ha sentirsi inutilmente offesi, irritati o depressi per una cosa già successa? (Domanda decisamente retorica).

Il senso di colpa nasce da una mentalità puritana e viene appreso in tenerissima età: ciascuno di noi si è sentito in colpa quando ha deluso i proprio genitori. Non a caso viene usato dai genitori per manipolare i propri figli e fargli fare determinate cose: dal moento che “si sono sacrificati per noi”, gli siamo in un certo senso debitori. E da adulti la solfa non cambia, tanto che arriviamo ad autoimporci il senso di colpa per aver infranto un codice al quale si professava di credere (vedi l’ambito religioso), o per aver deluso un insegnante, un capo o una persona a noi cara. Se ci pensiamo bene, anche la punizione per chi commette reati più o meno gravi è la stessa: restare in prigione e soffrire per quello che si è commesso, piuttosto che intraprendere un programma di recupero ed essere utili alla società in qualche modo.

Anche la sessualità o il regime dietetico ingenerano immani sensi di colpa: sei a dieta e mangi un dolce? Soffrirari un giorno intero per la debolezza di un momento.

Purtroppo nella nostra cultura i messaggi repressivi sono onnipresenti, ma se dopo ogni errore ci assolviamo col senso di colpa, siamo continuamente tentati di ripetere quella data azione. Dovremmo semplicemente imparare a godere di ciò che ci piace e che rientra nella nostra scala di valori senza nuocere agli altri, senza sentirci in colpa per qualsiasi cosa.

Nonostante le continue influenze esterne, è però possibile cambiare il nostro atteggiamento nei confronti di ciò che desta in noi un senso di colpa, e Dyer ci succerisce alcune strategie per farlo:

  • Cominciare a guardare al passato come a qualcosa di immutabile, malgrado i penosi stati d’animo che può suscitare. Non c’è senso di colpa che possa cambiarlo.
  • Domandarsi cos’è che stiamo evitando nel presente ricorrendo al senso di colpa sul passato. Lavorando a ciò che evitavamo, elimineremo il bisogno di sentirci in colpa.
  • Accettare cose di noi stessi che abbiamo scelto, ma che ad altri possono non piacere.
  • Tenere un diario su quanto, perché e con chi ci sentiamo in colpa.
  • Riconsiderare il nostro sistema di valori: a quali valori credi profondamente, e a quali invece dai solo a vedere di accettare?
  • Fare una lista di tutte le cattive azioni commesse, e assegnare a ciascuna un punteggio relativamente al senso di colpa da 1 a 10. Poi fare la somma, e vedere se il fatto che dia 1 o un milione cambia qualcosa nel presente.
  • Far capire agli altri che non accettiamo che ci facciano sentire in colpa

Come per il senso di colpa, la nostra società incoraggia anche l’inquietudine, tanto che è considerato normalissimo dimostrare il proprio amore con la preoccupazione. Ma l’ansia non può risolvere un problema futuro, piuttosto può impedire di affrontare i momenti presenti. E’ inutile avere ansia per cose che sfuggono al nostro controllo, e sarebbe di gran lunga meglio passare il tempo ad agire anzichè preoccuparsi inutilmente.

Ecco, anche per l’inquietudine, alcune strategie per cambira il nostro atteggiamento:

  • Invece di farci ossessionare dal futuro, consideriamo il presente come fatto di momenti da vivere. Quando ci sorprendiamo in ansia, domandiamoci “A cosa sto tentando di sfuggire adesso?”, e facciamo ciò che stavamo evitando. Il miglior antidoto all’inquietudine è l’azione.
  • Concedere tempi sempre più brevi alle inquietudini (magari 10 minuti al mattino e 10 nel pomeriggio, rimandando tutta l’ansia a quei brevi periodi di tempo).
  • Fare un elenco delle cose di cui ci siamo preoccupati, e chiedersi se è stato produttivo. Quante delle cose che temevamo si sono avverate?

Oggi l’ignoto viene associato al pericoloso, tanto che si considera più sicuro cercare di prevedere il futuro. Ma visto che nessuno di noi è veggente, la cosa più sana da fare sarebbe vivere con spontaneità: dobbiamo tentare anche quando l’esito è dubbio ed aprirci a nuove esperienze, eliminando parte della routine che ci attanaglia ogni giorno.

in fine, vorrei chiudere questo “capitolo” con una domanda che Dyer usa a questo punto e che mi è piaciuta molto:

“Hai vissuto 100 giorni, o hai vissuto 100 volte lo stesso giorno?”

Qui il prossimo post.

Le vostre zone erronee – Una lettura illuminante

Mentre mi interrogavo per capire quali fossero le mie reali passioni, quelle che davvero desiderassi coltivare nel prossimo futuro, mi sono resa conto che oltre alla musica, alla lettura e alla scrittura, non avrei potuto fare a meno di continuare ad indagare i misteri  della psiche umana, un po’ per capire me stessa, un po’ per capire (e magari smettere di temere) le persone che mi circondano.

E cercando online qualche testo di psicologia da tenere sul comodino per colmare i tempi morti tra un romanzo rosa e un giallo, mi sono imbattuta in un libro che, con estrema semplicità, mi ha aperto nuove frontiere dell’introspezione, oltre a fornirmi delle interessanti chiavi di lettura sui rapporti interpersonali.

81QwdX0WAsLIl libro “LE VOSTRE ZONE ERRONEE – Guida all’indipendenza dello spirito” dello psicologo e scrittore Wayne W.Dyer, tratta essenzialmente le fragilità umane riscontrabili nella stragrande maggioranza delle persone, e non solo ne spiega le origini e i risvolti nella vita di ogni giorno, ma regala anche qualche prezioso consiglio per aiutarci a migliorare lasciandoci queste “zone erronee” alle spalle.

Era tanto che aspettavo una lettura di questo tipo, e il fatto di essermici imbattuta per caso in un momento di forte fragilità, mi ha davvero impressionata. Non si tratta di uno di quei libri mirati a venderti l’illusione della felicità e a propinarti frasi motivazionali che, senza una buona base di comprensione, lasciano un po’ il tempo che trovano. Gli 8,50 € meglio spesi delle ultime settimane! Ne consiglio la lettura a chiunque si trovasse in un momento di smarrimento, ma anche a chi volesse capire meglio i meccanismi (spesso inconsci) che portano l’essere umano a reagire e comportarsi in un determinato modo e sfruttare queste nuove conoscenze per fare un percorso di crescita personale.

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Dyer comincia il suo saggio (tra l’altro pensato e scritto per persone assolutamente digiune di psicologia e termini medici specifici) con l’ammissione che “cambiare costa fatica“. È questo uno dei principali motivi che ci spinge all’inerzia, a perseverare nei nostri comportamenti “erronei”. E badate bene: con “erronei”non intende comportamenti “sbagliati” e disapprovati dalla società, tutt’altro! Nella maggior parte dei casi qui si parla di comportamenti che la società non solo approva, ma addirittura incoraggia, ma che sono estremamente dannosi per noi stessi sotto tutti i punti di vista: per la nostra parte razionale, per quella emozionale e, nei casi più spinti, per il nostro stato di salute. Non si tratta di “aggiustare qualcosa di rotto”, ma bensì di comprendere e addirittura crescere se lo si vuole.

Potrebbe sembrare assurdo, ma se ci pensiamo bene nella quotidianità ci sentiamo spesso molto più sicuri ad attenerci ad un modo di reagire che conosciamo, benché autodistruttivo, piuttosto che a cambiare le nostre abitudini. Quali saranno mai queste abitudini autodistruttive che non riusciamo a cambiare? Non siamo mica degli automi senza cervello che continuano a perseverare in qualcosa che ci fa del male? In effetti no, non siamo degli automi, ma ciò non toglie che, senza esserne davvero consapevoli, spesso ci comportiamo come se lo fossimo. Chi, ad esempio, può dirsi privo di rimpianti, di ansie, di preoccupazioni, di desideri che forse non si realizzeranno mai? Se non tutti, quanto meno la maggior parte di noi. Questo prova che qualcosa nei nostri meccanismi profondi non funziona come sarebbe naturale che funzionasse.

Dyer spiega che qualsiasi comportamento autodistruttivo che mettiamo in atto, è un modo per evitare il presente, l’adesso. Eppure non ha senso, visto che il presente è l’unico momento in cui possiamo fare esperienza. A cosa serve rimuginare continuamente sulle esperienze passate o su quelle future? La domanda è ovviamente retorica.

La vita è nostra, e dovremmo farla così come noi la vogliamo. Ma spesso non sappiamo neanche cosa vorremmo davvero, e allora potrebbe essere davvero arrivato il momento di scendere nel profondo per comprenderne i motivi e abbracciare nuovi processi mentali che ci consentano di dirigere noi stessi esattamente lì dove vogliamo. Ovviamente non è semplicissimo dal momento che veramente tantissime forze cospirano contro la responsabilità individuale, ma ciò non significa che con le conoscenze giuste e un po’ di impegno sia impossibile.

Tendenzialmente le nostre giornate sono fatte di passaggi tra un determinato stato d’animo e un altro: un momento ti senti sereno, quello dopo qualcosa ti turba e ti arrabbi, poi ti senti ansioso per qualcosa che dovrà accadere, e non poterlo comandare ti fa sentire frustrato. Eppure è possibile controllare tutti questi stati d’animo. Il sillogismo che usa Dyer è molto semplice:

Io posso controllare i miei pensieri

I miei stati d’animo discendono dai miei pensieri

Posso controllare i miei stati d’animo

Ogni emozione non è altro che la reazione fisica ad un pensiero, ed è proprio sui pensieri che dovremmo agire per cambiare noi stessi e la nostra vita. E quando possiamo farlo? Soltanto adesso, nel momento in cui ogni cosa accade. Non possiamo cambiare i nostri pensieri di ieri, eppure quella di non tenere in considerazione il presente è una vera e propria malattia della nostra cultura: ciascuno di noi, infatti, viene continuamente condizionato a sacrificarla per il futuro. La felicità, sempre rimandata all’indomani, ci sfugge. Vi è mai capitato di dire a voi stessi:”Quando mi sposerò/quando sarò più magra/quando mi sarò laureato/quando avrò un figlio/quando guadagnerò di più la mia vita cambierà”. Poi quell’evento si verifica, e restiamo delusi perché capiamo di averlo idealizzato, e che niente è realmente cambiato. Ciò significa che non dovremmo lasciare che le circostanze pilotino la nostra vita: se vogliamo qualcosa, dobbiamo agire per ottenerla, senza aspettare che circostanze esterne lo facciano per noi….anche perché potete star certi che non avverrà.

Spesso restiamo immobili per il timore di sbagliare, ma se ci lasciamo paralizzare dalla paura non cambieremo mai, e di conseguenza anche la nostra vita resterà tale e quale.

Fra i comportamenti “immobilizzanti” che non ci permettono di crescere e cambiare, c’è sicuramente l’approccio “erroneo” all’amore verso noi stessi e gli altri, accompagnato dal comune errore di confondere il proprio valore con il proprio comportamento: siamo soliti pensare che quel tale sia “cattivo”, anziché pensare semplicemente “si è comportato male”; e così ragioniamo anche per noi stessi. Quando non siamo capaci di fare qualcosa, sentiamo di valere poco “in generale”, senza riflettere sul fatto che se non siamo riusciamo in qualcosa, potrebbe essere semplicemente perché non ci siamo “allenati” abbastanza: le nostre capacità non sono scritte nei nostri geni, ma sono piuttosto il frutto di scelte che abbiamo compiuto in passato. Se ad esempio in età adulta siete delle schiappe nella corsa o nel gioco del golf, questo non fa di voi delle persone che valgono meno rispetto a quelle che invece in questi campi vanno forte: semplicemente, in passato, avrete ritenuto di dedicare il vostro tempo e i vostri sforzi ad altre attività. Che quelle decisioni si siano rivelate “sbagliate” per voi (e solo voi e nessun altro può dirlo), l’unica alternativa che avete è lavorare per cambiare il presente, visto che tanto per il passato non potete più fare niente. D’altronde niente e nessuno potrà mai darvi la garanzia che una decisione dia i risultati che speravate, tanto vale provare e, nel caso in cui il risultato non ci soddisfi, cambiare e provare una nuova strada.

E se a limitarci fossero degli aspetti di noi stessi che consideriamo “sbagliati”? Be’, a questo punto è necessario capire se si tratta di aspetti che possono essere modificati (ad es. qualcosa che consideriamo un difetto caratteriale), o meno (ad es. la lunghezza delle nostre gambe); nel secondo caso, dobbiamo lavorare per imparare ad accettare noi stessi, tenendo sempre ben presente che l’amore per sé stessi non esige l’amore e l’opinione altrui.

Ma che senso ha scegliere per noi stessi questi comportamenti autodistruttivi? Principalmente perché abbassare il nostro valore e metterci al di sotto degli altri, ci evita molti rischi. Così facendo, possiamo ricevere compassione e attenzione, con lo svantaggio di dare contemporaneamente agli altri un potere sterminato sulla nostra vita. Aver bisogno di essere approvati, è un po’ come dire “Vale più il tuo pensiero su di me, che l’opinione che ho di me stesso”. In questo modo saremo tutto ciò che gli altri vogliono che noi siamo, a discapito della nostra vera personalità. D’altronde secondo la nostra cultura è sempre meglio consultare gli altri che fidarsi di se stessi. Non a caso l’approvazione viene usata come potente strumento di manipolazione: l’indipendenza e l’auto-approvazione allontanano dal controllo altrui, ma vengono definiti comportamenti egocentrici ed irriguardosi. E ciò è così da sempre: fin da quando siamo bambini ci insegnano a chiedere prima ai genitori (che trattano i figli come fossero un loro possesso), ci spingono a non pensare con la nostra testa e a stare al nostro posto (soprattutto a scuola), e la religione non aiuta di certo: devi piuttosto comportarti in un certo modo per ottenere l’approvazione del tuo Dio, altrimenti ciò che ti spetta sono punizioni e dannazione eterna.

La ricerca dell’approvazione altrui è altresì nociva perché tendiamo generalmente ad assimilare il rifiuto di una nostra idea, al rifiuto di tutti noi stessi. Ma dobbiamo imparare a convivere col fatto che esisterà sempre qualcuno che ci disapproverà. Tutto sommato, ci va bene anche così, e preferiamo affidarci all’approvazione altrui per poi avere la possibilità di addossargli la colpa dei nostri stati d’animo, senza pensare che la conseguenza di questo comportamento è che non cambieremo mai.

La strada giusta da percorrere è quella di esercitarsi ad ignorare la disapprovazione, e Dyer ci da’ qua e là qualche escamotage da mettere in pratica per perseguire questo obiettivo:

  • Smettere di stare sulla difensiva accampando scuse o cercando di difendersi
  • Ringraziare l’altro per la sua opinione e dirgli che continuiamo ad essere convinti di ciò che pensiamo
  • Smettere di voler convincere l’interlocutore a tutti i costi della giustezza della nostra posizione
  • Cominciare a fidarsi un po’ di più di noi stessi e delle nostre decisioni (se fatte con criterio, e non prese per ansia o paura).

Questa è soltanto un’infarinatura generale e affatto esaustiva del libro di Dyer (che ovviamente vi invito a leggere), ma mi piacerebbe comunque approfondire determinati aspetti per darmi e darvi ulteriori spunti di riflessione che in un modo fortemente omologato come quello di oggi sono merce rara.

Quindi prossimamente mi impegno a pubblicare alcuni post che scendano nel dettaglio di ciascuna “zona erronea” per cercare di comprenderla a pieno e condividere con voi gli strumenti per potersene liberare. Stay tuned 😉

– II parte – Liberarsi del passato

Tu sei il risultato di tutte le immagini che hai dipinto di te stesso […] e ne puoi sempre dipingere di nuove.

Ho preso una decisione

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Da mesi ormai sto vivendo un periodo che definire “no” è un eufemismo, uno di quei momenti (capaci di durare mesi) in cui senti di non essere la persona che vorresti o che avevi immaginato saresti diventata. Mi sono trincerata dietro scuse del tipo “questo non posso cambiarlo”, “da sola non riesco”, “la mia vita è monotona ma d’altronde tra lavoro e impegni non mi resta tempo per altro”.

Alcune amiche hanno percepito il mio silenzioso grido d’aiuto e mi hanno spronata a parlare, ad aprirmi e ad esporre a voce alta ciò che mi faceva sentire a terra.

Sicuramente confrontarmi con loro mi ha consentito di interiorizzare che anche nella vita degli altri non tutto è perfetto come sembra (in questo l’utilizzo che facciamo dei social può davvero portare fuori strada), e che non abbiamo scelta se non continuare a lottare per rialzarci (visto che lamentarsi e piangersi addosso ha la stessa utilità di una forchetta in un piatto di brodo caldo).

Ammetto di non essere ancora riuscita a ritrovare l’entusiasmo di un tempo, ma senza dubbio questa situazione mi ha portata a riflettere su tanti aspetti della mia vita, tra cui quello che forse mi spaventa più di ogni altro e che sottostà a questa domanda:”Allora, cara Giulia, adesso che sei grande e di tempo per decidere ne hai avuto abbastanza, cosa vuoi fare realmente della tua esistenza?”.

Da quando posso ricordare, sono sempre stata affascinata dalle cose nuove, dallo sperimentare e dal cimentarmi in attività di ogni tipo. Su ogni altra, leggere, scrivere e cantare (e la musica in generale) hanno sempre avuto un posto sul podio delle mie passioni. Ma c’è un’altra cosa, saldamente intrecciata a queste tre, che posso considerare un fil rouge delle mie giornate: la curiosità per la psiche umana.

Al tempo di decidere cosa avrei fatto dopo le scuole superiori, la scelta naturale sarebbe stata la Facoltà di Psicologia, ma a causa di problemi economici e familiari mi sono dovuta accontentare di una misera laurea triennale in aria fritta con contorno di patate (che al tempo veniva chiamata “Media e Giornalismo”, poi smantellata l’anno successivo alla mia laurea).

Eppure mi dico sempre che sarei diventata una brava psicologa (dopo una quindicina d’anni di studio e pratica, s’intende), forse principalmente perché il mio cervello è il primo ad essere particolarmente “macchinoso” e bisognoso di un tagliando una volta ogni tanto. Ma più in generale, perché mi piace capire i meccanismi della mente, e per la mia indole da crocerossina che mi porta a sentirmi felice quando posso aiutare qualcuno in difficoltà. Non so se siano ragioni abbastanza valide per decidere di cimentarsi negli studi della carriera di psicologo, ma comunque giunti a questo punto penso che non lo sapremo mai.

Ad ogni modo, mentre attendevo che la nebbia che vedevo tutta intorno a me si diradasse, ho capito che non potevo continuare ad idealizzare i miei sogni di bambina di diventare cantante, psicologa o scrittrice; così ho deciso di perseguire comunque le mie passioni, ma senza la pretesa di farne un lavoro. “E che sarà mai!” penserete voi. Per me è stata una vera e propria presa di coscienza, e in quanto tale qualcosa di  prezioso (non posso ancora parlare di traguardo ma spero di arrivarci presto). Sono diventata (quasi del tutto) consapevole del fatto che certe aspettative risalenti al periodo in cui avevo 6 o 12 anni vanno ridimensionate, e che non raggiungere l’obiettivo che mi ero prefissa allora non significa che non potrò essere felice: piuttosto, se sono arrivata a questo punto, è stato per le scelte che ho fatto in passato, e i tempi sono maturi per prendere una nuova decisione che sia più consona e vicina alla persona che sono diventata.

Sostanzialmente, ho deciso di smetterla di pensare che la mia vita sia inutile solo perché non ho fatto niente di grandioso, o perché non ho fatto ciò che avevo sempre sognato di fare. E ho deciso così di dedicarmi comunque alle mie passioni con naturalezza, approcciandomi a ciascun interesse così come viene, per curiosità, senza strane pretese di diventarne padrona o schiava. Ho deciso di smettere di mettermi pressione, che tanto l’autodistruzione troverà altre strade per raggiungermi comunque 😉

Approfondiamo la Ferita da Rifiuto e la maschera del Fuggitivo

Come accennato in questo post, possiamo subire la ferita del rifiuto nel periodo che va dal concepimento al primo anno di età. Non è qualcosa che possiamo ricordare, ed è quindi per questo Lise Bourbeau, scrittrice di “Le 5 ferite e come guarirle”, invita sovente il lettore ad osservare il proprio aspetto fisico per individuare le proprie ferite emotive.

Per il bambino la ferita del rifiuto consiste nel non sentirsi in diritto di esistere col genitore dello stesso sesso, colui o colei che ha il ruolo di insegnarci ad amare ed amarci (il genitore del sesso opposto ci insegna invece a lasciarci amare dagli altri, a ricevere amore). Praticamente quello ferito da rifiuto è un bambino che non si è concesso di essere tale, e che si è sforzato di maturare in fretta pensando che sarebbe stato meno rifiutato.

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Abbiamo già detto che la maschera indossata da chi ha subito la ferita da rifiuto è quella del fuggitivo, e che il corpo di chi la indossa è spesso contratto e striminzito, smilzo o frammentato. Anche gli occhi si presentano piccoli e caratterizzati da un’espressione di paura (a volte si ha come l’impressione che ci sia una vera e propria maschera intorno agli occhi).

Il fuggitivo cerca la solitudine perché, nel caso in cui ricevesse troppe attenzioni, avrebbe paura di trovarsi in difficoltà e non sapere cosa fare. Non è un caso che a scuola (ma anche dopo, nella vita e sul lavoro) abbia pochissimi amici. È il classico tipo solitario con la testa fra le nuvole. Se qualcuno lo interrompe mentre parla, la sua prima reazione è pensare che questo accade perché lui non è importante, e di solito smette di parlare. Ha difficoltà ad esprimere la propria opinione proprio perché si sente insulso e pensa che gli altri la respingeranno. Non è un caso che ricerchi la perfezione in tutto ciò che fa, giacché crede che se compirà un errore verrà giudicato, e per lui essere giudicato equivale a essere respinto.

Il fuggitivo tende continuamente a sminuirsi, paragonandosi a persone che trova migliori e convincendosi di essere peggiore di molti altri. Ha difficoltà a credere che qualcuno possa sceglierlo per amico o che possa amarlo, tant’è che quando viene scelto non è raro che saboti (involontariamente) la relazione. Se invece è qualcun altro a rifiutarlo (il genitore, un amico, un compagno), si autoaccusa pensando che se l’altro lo ha rifiutato è per colpa sua. Purtroppo, più la ferita da rifiuto è forte, più la persona attira a sé circostanze tali da venire rifiutata (o comunque situazioni in cui si trova egli stesso a dover rifiutare qualcuno).

 “Le persone che ci rifiutano entrano nella nostra vita per mostrarci fino a che punto noi rifiutiamo noi stessi.”

La sua più grande paura è di essere colto dal panico (spesso infatti soffre di agorafobia). Se pensa che una data situazione possa provocargli il panico, la sua prima reazione è di scappare e nascondersi. Può cercare di fuggire anche tramite il cibo, ma solitamente predilige alcol e droga.

Come precisato nel post introduttivo, non è detto che chi soffre della ferita da rifiuto abbia TUTTE le caratteristiche qui descritte: tutto dipende dalla profondità di questa ferita.

Le 5 ferite emozionali: perché si generano le maschere?

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Ho già parlato sinteticamente delle 5 ferite e delle relative 5 maschere, ma l’ho fatto in maniera abbastanza superficiale, mettendo insieme le informazioni trovate qua e là su forum e articoli di psicologia. Visto che l’argomento mi ha incuriosito, ho deciso di andare più a fondo e di leggere il libro che sta alla base di questa teoria: “Le 5 ferite e come guarirle”, di Lise Bourbeau.

Il libro parte dall’origine delle ferite e delle rispettive maschere, e si conclude con qualche indicazione di massima che possa aiutarci a comprenderle meglio e, nel migliore dei casi, a curarle.

Ho trovato la lettura scorrevole ed interessante, se pure mi abbia fatto storcere il naso in un paio di punti. Quindi, tralasciando l’idea della scrittrice secondo la quale l’anima si reincarnerebbe ogni volta in un nuovo corpo fino alla completa risoluzione delle proprie ferite, direi che per il resto le sue teorie, dedotte da anni di studi e sedute pratiche, trovano un buon fondamento nella realtà, tanto che io per prima mi sono riconosciuta nelle maschere che descrive.

Mi ha turbata la teoria secondo la quale l’essere umano continuerebbe ad attrarre a sé circostanze e persone che gli fanno rivivere continuamente le proprie ferite più profonde: non perché la trovi infondata, tutt’altro. Pensando alla mia esperienza personale, mi sono resa conto che fino a che non sono arrivata ad elaborare profondamente certe mie paure, per quanto io provassi a rifuggirle queste mi si materializzavano davanti continuamente. Per alcune di esse, in seguito ad esperienze significative e ad una presa di coscienza importante, sono riuscita ad interrompere il circolo vizioso e questo mi ha permesso di potermi concentrare su nuovi aspetti della mia crescita personale.

Partendo dall’assunzione di questo principio, mi sono chiesta come mai, pur possedendo un’intelligenza emotiva nella media, ci servano delle batoste davvero considerevoli prima di arrivare a comprendere determinate cose. La risposta della Bourbeau è che la “colpa” è del nostro ego, che a sua volta è alimentato dalle nostre credenze. L’ego non vuole ammettere che tutte le esperienze sgradevoli che viviamo hanno l’unico scopo di mostrarci le nostre ferite, ma non lo fa per cattiveria: è piuttosto una sorta di difesa, la stessa che ci ha portato a creare le maschere che portiamo al fine di proteggerci fin da quando eravamo bambini e ancora non avevamo armi a disposizione per difenderci in altro modo.

Ma da cosa ha dovuto difenderci l’ego? Non tutti i bambini (per fortuna) vivono esperienze particolarmente traumatiche nei primi anni di età: pare che in ogni caso pare ogni bambino passi comunque attraverso queste 4 fasi:

– 1° tappa: la tappa dell’esistenza, in cui il bambino scopre la gioia di essere sé stesso;

– 2° tappa: il bambino scopre il dolore di non poter essere sé stesso (lo capisce dai continui rimproveri che riceve dagli adulti)

– 3° tappa: è il periodo della ribellione, in cui il bambino cerca di opporsi alle regole;

– 4° tappa: per ridurre il dolore che sente, il bambino si rassegna e finisce per crearsi una nuova personalità, in modo da diventare ciò che gli altri vogliono che sia.

È quindi in queste ultime due fasi che l’ego, per difendersi dal dolore, dà vita alle nostre maschere, che come abbiamo anticipato sono 5 e corrispondono a 5 grandi ferite.

Ma come si fa a capire di quale ferita soffriamo maggiormente?

La scrittrice invita costantemente a focalizzarsi sul proprio aspetto fisico perchè sarebbe proprio quello a dare le maggiori indicazioni in questo senso. Leggendo le caratteristiche di ogni ferita e della relativa maschera, potremmo essere influenzati dalle nostre stesse credenze e lasciarci portare fuori strada: quindi dovremmo ossservare attentamente ciò che il nostro fisico ci rivela; potremmo scoprire di soffrire di una ferita emotiva che razionalmente credevamo molto lontana dal nostro sentire.

Durante questa ricerca, è importante ricordare sempre che nessuno di noi presenta TUTTE le caratteristiche relative ad una ferita e alla sua maschera: a seconda della profondità della ferita, ci ritroveremo in una o più caratterisitche. Non è raro che una persona celi in sè più di una ferita, e che possa quindi aver elaborato più maschere da utilizzare di volta in volta a seconda della ferita che riapre. Sì perchè la colpa non è degli altri: è il nostro modo di reagire agli eventi della vita a riaccendere il dolore delle nostre ferite; non tutti infatti reagiamo allo stesso modo di fronte alla stessa situazione.

Un buon modo per capire se siamo affetti da una determinata ferita, è far caso a ciò che gli altri fanno e che ci disturba:

“Rimproveriamo agli altri tutto ciò che facciamo a noi stessi e che non vogliamo vedere”.

Nei prossimi giorni, per chi fosse interessato, approfondirò nel dettaglio le sfaccettature di ogni maschera. A presto 😉

Qualcosa dovremo pur fare

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Vi avviso: questo sarà un post un abbastanza polemico. A mia discolpa, posso dire soltanto che non si tratterà di una polemica sterile; la definirei piuttosto “propositiva”…o almeno così mi piace pensare.

Mi vado subito a spiegare. Ogni volta che durante il mio giorno di festa decido di restarmene a casa (per fare qualche lavatrice, suonare, leggere o semplicemente poltrire mentre guardo Netflix), non passano mai troppe ore prima che arrivi a pentirmene amaramente.

Dovete sapere che sono una persona poco tollerante nei confronti delle situazioni troppo chiassose (specialmente se protratte per lunghi periodi di tempo) e dei rumori molesti. Colpa mia e di nessun altro, ma tant’è, devo cercare di convivere col mondo circostante senza far vincere il mio istinto di piazzare una bomba e far esplodere tutto. Faccio questa precisazione per riuscire a spiegare al meglio il nervosismo che mi assale mentre sto leggendo tranquillamente, e salto letteralmente sulla sedia all’ennesimo urlo di Tarzan lanciato dalla mia vicina alle figlie di uno e 6 anni.

Io un po’ la capisco, perché gestire due bambine piccole non è proprio una passeggiata di salute, e quindi una bella sgridata come si deve, se fatta nei momenti giusti, è davvero quello che ci vuole. Ma quello che non capisco è come si possa riuscire ad urlare settecento volte al giorno, ogni giorno della settimana, senza alcuna interruzione. A dire il vero un giorno di risposo se lo prende: la Domenica, lo stesso giorno del Signore, perché il marito resta a casa dal lavoro e lei si guarda bene dal mostrargli il modo nient’affatto amorevole con cui sta crescendo le loro figlie.

Breve premessa: io ho cresciuto tre dei miei fratelli, che all’epoca avevano 2, 4 e 7 anni mentre io non ne avevo neanche 18. I miei genitori erano completamente assenti (per cause più o meno valide con cui non starò qui a tediarvi), e quindi so perfettamente che è difficile mantenere la calma, dare dei buoni insegnamenti e al contempo cercare di non impazzire mentre provi comunque a portare avanti i tuoi impegni e le tue passioni. Tanto di cappello a chi riesce a tener su tutto come il migliore degli equilibristi. Ma qui la faccenda è un’altra, perchè si parla di una madre esasperata e che non conosce altri metodi per farsi ascoltare, se non quello di urlare alle sue figlie dalla mattina fino alla sera (dalle 18 in poi la situazione fortunatamente si tranquillizza perché il marito torna da lavoro e il leone si trasforma magicamente in agnello).

Tralasciando la polemica diretta alla mia amorevole vicina (che comunque non fa mancare anche rumori decisamente molesti durante tutto l’arco della giornata, tanto da farti pensare che probabilmente in casa con lei vivano anche un elefante e un ballerino di tip tap), quello che mi domando è come sia possibile che la società sia in grado di formarti su qualsiasi cosa, tranne che sul lavoro più importante al mondo: quello del genitore.

E’ vero, probabilmente la maggior parte delle persone “fa del suo meglio”, ma ad oggi mi rendo conto che questo non basta. Il penoso risultato è sotto gli occhi di tutti: abbiamo a che fare con una nuova generazione che non ha più rispetto per gli adulti e per gli insegnanti, che non conosce più il valore dei soldi, della fatica, del lavoro. Non credo di dover precisare che non si fa di tutta l’erba un fascio e che fortunatamente esistono tantissime eccezioni, ma lo farò a scanso di equivoci.

D’accordo che non siamo tutti uguali (è piuttosto vero il contrario), d’accordo che ogni famiglia ha le sue caratteristiche, d’accordo che ogni nuovo nato è diverso da quello nato ieri e diverso da quello che nascerà domani, d’accordo che il contesto in cui si vive ha un’enorme influenza sul modo di pensare oltre che sui pensieri stessi; ma dico io: possibile non si riesca a dare ai bambini, futuri adulti e possibili genitori, qualche indicazione di massima su come tirare su una creatura senza farla diventare nociva per se stessa e per gli altri?

A volte rabbrividisco quando vedo coppie formate da individui totalmente avulsi dal mondo reale, che non sanno far altro se non postare video stupidi sui social e parlare di borse firmate e dieta. Sono individui che non hanno mai letto un libro, che quando in tv passa il telegiornale, istintivamente portano la mano al telecomando per mettere su “Uomini & Donne Over”. Individui che non sanno fare una moltiplicazione, che l’inglese “tanto a che mi serve, io vivo in Italia”; individui con cui non riesci a portare avanti una conversazione che non sia basata sul niente condito con Eau de Parfum e bollettini meteo. Sono quelle persone che aprono la bocca tanto per farlo, anche se nessuno glielo ha chiesto, anche se quello che dicono farebbe venir voglia di sperare nell’estinzione della specie. E ancora, sono quelle persone che fumano nei posti in cui non dovrebbero farlo, fregandosene altamente se le persone che li circondano non vogliono morire di cancro ai polmoni, quelle persone che buttano rifiuti dove gli capita, e che se la prendono sempre con gli altri perché il problema sono sempre “gli altri”.

Ecco, quando penso che individui del genere possano mettere al mondo un figlio in qualsiasi momento e soprattutto insegnargli chissà quali profondi valori e quali sane abitudini, allora rabbrividisco. Perché poi quando metti al mondo un figlio, ti senti un po’ Creatore anche tu, e quindi nessuno ha il diritto di dirti cosa dovresti o non dovresti fare: se hai il potere di creare, allora tutto ti è concesso.

Ci rendiamo conto che il futuro dell’umanità viene lasciato “anche” nelle mani di persone assolutamente incompetenti ed incapaci a crescere dei figli? Persone che possono fare danni enormi a cui spesso non si può porre rimedio?

Credo che dovremmo riflettere su questo problema, e cominciare a pensare a delle possibili soluzioni. Potremmo iniziare rendendo obbligatori (per chi fosse intenzionato a diventare genitore) dei corsi che consentano la comunicazione tra genitori e futuri tali, tra genitori e figli, tra tutti gli individui appena citati e psicologi, una sorta di gruppo d’aiuto ma anche di ascolto, in cui non necessariamente venga imposto un metodo: ognuno sarebbe comunque libero di recepire quello che vuole, e farne assolutamente il cavolo che gli pare.

Gli ottusi e i presuntuosi resterebbero tali, ma forse qualche piccola scintilla potrebbe accendere qualche fiammella e salvare il futuro di un solo bambino o dell’intera umanità.

Il discorso sarebbe davvero molto ampio e articolato, ma per adesso mi fermo qui e aspetto i vostri pareri e suggerimenti in merito. Da qualche parte dovremo pur cominciare 😉

FATHER FORGETS di W.Livingston Larned

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Ascolta, figlio: ti dico questo mentre stai dormendo con la manina sotto la guancia e i capelli biondi appiccicati alla fronte. Mi sono introdotto nella tua camera da solo: pochi minuti fa, quando mi sono seduto a leggere in biblioteca, un’ondata di rimorso mi si è abbattuta addosso, e pieno di senso di colpa mi avvicino al tuo letto.

E stavo pensando a queste cose: ti ho messo in croce, ti ho rimproverato mentre ti vestivi per andare a scuola perché invece di lavarti ti eri solo passato un asciugamani sulla faccia, perché non ti sei pulito le scarpe. Ti ho rimproverato aspramente quando hai buttato la roba sul pavimento.

A colazione, anche lì ti ho trovato in difetto hai fatto cadere cose sulla tovaglia, hai ingurgitato cibo come un affamato, hai messo i gomiti sul tavolo. Hai spalmato troppo burro sul pane e, quando hai cominciato a giocare e io sono uscito per andare a prendere il treno, ti sei girato, hai fatto ciao ciao con la manina e hai gridato: “Ciao papino!” e io ho aggrottato le sopracciglia e ho risposto: “Su diritto con la schiena!”

E tutto è ricominciato da capo nel tardo pomeriggio, perché quando sono arrivato eri in ginocchio sul pavimento a giocare alle biglie e si vedevano le calze bucate. Ti ho umiliato davanti agli amici, spedendoti a casa davanti a me. Le calze costano, e se le dovessi comperare tu, le tratteresti con più cura.

Ti ricordi più tardi come sei entrato timidamente nel salotto dove leggevo, con uno sguardo che parlava dell’offesa subita? Quando ho alzato gli occhi dal giornale, impaziente per l’interruzione, sei rimasto esitante sulla porta. “Che vuoi?” ti ho aggredito brusco. Tu non hai detto niente, sei corso verso di me e mi hai buttato le braccia al collo e mi hai baciato e le tue braccine mi hanno stretto con l’affetto che Dio ti ha messo nel cuore e che, anche se non raccolto, non appassisce mai. Poi te ne sei andato sgambettando giù dalle scale.

Be’, figlio, è stato subito dopo che mi è scivolato di mano il giornale e mi ha preso un’angoscia terribile. Cosa mi sta succedendo? Mi sto abituando trovare colpe, a sgridare; è questa la ricompensa per il fatto che sei un bambino, non un adulto? Non che non rivolessi bene, beninteso: solo che mi aspettavo troppo dai tuoi pochi anni e insistevo stupidamente a misurarti col metro della mie età.

E c’era tanto di buono, di nobile, di vero, nel tuo carattere! Il tuo piccolo cuore così grande come l’alba sulle colline. Lo dimostrava il generoso impulso di correre a darmi il bacio della buonanotte. Nient’altro per stanotte, figliolo. Solo che son venuto qui vicino al tuo letto e mi sono inginocchiato, pieno di vergogna.

È una misera riparazione, lo so che non capiresti questo cose se te le dicessi quando sei sveglio. Ma domani sarò per te un vero papà. Ti sarò compagno, starò male quando tu starai male e riderò quando tu riderai, mi morderò la lingua quando mi saliranno alle labbra parole impazienti. Continuerò a ripetermi, come una formula di rito: “è ancora un bambino, un ragazzino!”.

Ho proprio paura di averti sempre trattato come un uomo. E invece come ti vedo adesso, figlio, tutto appallottolato nel tuo lettino, mi fa capire se sei ancora un bambino. Nel tuo lettino, mi fa capire che sei ancora un bambino. Ieri eri dalla tua mamma, con la testa sulla sua spalla. Ti ho sempre chiesto troppo, troppo.

Come trattare gli altri e farseli amici

Già da un paio d’anni ho deciso di cambiare approccio con i tanto agognati quanto temuti obiettivi del nuovo anno: semplicemente non ne faccio, perché trovo più utile (e meno scoraggiante) focalizzarmi su obiettivi molto più grandi ma con scadenza a lungo termine.

Ho riflettuto a lungo sugli aspetti della mia vita che ho sempre reputato “difettosi”, da sistemare, e ho pensato che se avessi “aggiustato” quelli, anche il resto sarebbe andato a posto senza che dovessi far altro. Di certo, l’aspetto della “socialità” è sempre stato uno dei più carenti e nei quali ho sempre avuto più difficoltà a districarmi, specialmente nel quotidiano.

Prima di cinque figli, sono sempre stata abituata a cavarmela da sola, a non chiedere mai aiuto, a tacere i problemi e a mostrare agli altri sempre e soltanto la faccia sorridente (e per questo non sempre sincera). Fin da quando sono piccola, “gli altri” hanno sempre rappresentato un ostacolo insormontabile. Solo adesso capisco che la colpa non è veramente degli “altri” (che comunque a volte sembrano fare di tutto per metterti i bastoni tra le ruote), ma soltanto mia e di come (non) ho reagito ai loro sguardi, ai loro commenti, ai loro pensieri. Ma nonostante adesso io abbia molto chiaro che è importante non lasciarsi influenzare da tutto ciò che dice e crede la gente, ho ancora difficoltà a rapportarmi con tutto ciò che va oltre a mia pelle.

Così, in un percorso di crescita ed evoluzione personale che ho deciso di intraprendere, ho capito che avrei dovuto cominciare esattamente dalla cosa che mi terrorizzava di più: la relazione con gli altri.

Ho trovato centinaia di “percorsi” strutturati in punti e frasi ad effetto, fin anche in esercizi pratici: ognuno di questi gridava al miracolo e ad una rinascita garantita. E vi dirò: ne ho pure provati tre o quattro, ma i risultati sono stati deludenti e finanche inesistenti. Poi, continuando a cercare (evitando come la peste corsi con slogan come “dieci passi per raggiungere la felicità”, o “esercizi pratici per ritrovare la propria autostima”), mi sono imbattuta in un libro dei primi anni del 900′: Come trattare gli altri e farseli amici, pubblicato in America nel 1936 dalla casa editrice Simon&Schuster e in Italia da Bompiani.  L’autore, Dale Breckenridge Carnegie (1888 – 1955), è stato uno scrittore ed insegnante statunitense, che fu, tra le altre cose, promotore di numerosi corsi sullo sviluppo personale, vendita, leadership, corporate training, relazioni interpersonali e abilità di parlare in pubblico. Come trattare gli altri e farseli amici ha venduto oltre quindici milioni di copie in tutto il mondo ed è tuttora popolare, è uno dei primi best seller nella storia dei libri sullo sviluppo personale.

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Ho imparato qualcosa da questa lettura? Sì.

La consiglierei? Sì.

Ammetto che dopo la prima metà del libro, i concetti cominciano ad essere un po’ ridondanti e probabilmente fin troppo carichi di esempi, ma ciò non toglie che le nozioni che stanno alla base di questa guida siano tanto semplici quanto importanti.

Non trattandosi di un romanzo, non credo di fare spoiler anticipandone le parti che ho ritenuto più convincenti e utili al raggiungimento del mio obiettivo: quello di riuscire ad avere un rapporto più sano e privo di dipendenze con le persone che mi circondano.

Ecco i punti che ho trovato più illuminanti, le chiavi di lettura che sono certa mi permetteranno di capire meglio gli atri (oltre che me stessa):

  1. Novantanove volte su cento, la gente non accetta critiche sul proprio modo di comportarsi, per quanto sbagliato possa essere. La critica è inutile perché pone le persone sulla difensiva e le induce immediatamente a cercare una giustificazione. E’ pericolosa perché ferisce l’orgoglio della gente, la fa sentire impotente e suscita risentimento. […] Ci piace continuare a crede nelle cose in cui siamo abituati, a considerarle come vere, e quando le vediamo attaccate o messe in dubbio la nostra presunzione ci spinge a trovare ogni scusa per difenderle. Il risultato è che la maggior parte dei nostri cosiddetti “ragionamenti” consiste nel trovare argomenti per sostenere ciò in cui crediamo  (The Mind in the Making – James Harvey Ribnson). […] C’è più comunicatività in un sorriso che in una minaccia perché l’incoraggiamento è un sistema educativo più efficace della repressione.” A tal proposito vi invito a leggere la bellissima lettera di W.Livingstone Larned – Father Forgets, dedicata a suo figlio (e in buona parte anche a se stesso). La trovate qui.
  2. L’assunto più prezioso, è stato sicuramente quello che invita a focalizzarsi sulla natura umana: “il bisogno più sentito della natura umana è il desiderio di essere importanti […] il bisogno di perseguire infaticabilmente l’apprezzamento altrui”. […] La gente riterrebbe un’impresa criminosa lasciare la propria famiglia o i propri dipendenti a digiuno per sei giorni; eppure non hanno problemi a lasciarli sei giorni, o sei settimane, o a volte addirittura sei anni, senza quella gratificazione della quale hanno bisogno assoluto, tanto quanto del cibo. […] “Non c’è niente di cui io abbia tanto bisogno quanto del nutrimento per la mia autostima” (Alfred Lunt). […] Smettiamo per un momento di pensare ai nostri successi, ai nostri desideri. Cerchiamo di ricordare anche i pregi altrui. […] date sempre agli altri l’impressione di essere importanti”.
  3. La sola via sicura per influenzare una persona consiste nel converse di quanto le interessa. […] ci si fa più amici in due mesi mostrandosi interessati altri altri che non in due anni tentando di indurre gli altri a interessarsi a noi.
  4. Lottando si ottiene sempre poco; cedendo si ottiene sempre di più di quanto si sperava.[…] Tutti gli sciocchi sono pronti a difendere i loro errori, ma ametterli innalza il colpevole sopra la massa e gli conferisce dignità e serenità.

I concetti del libro non si esauriscono con questo breve elenco, sono presenti infatti molti piccoli e grandi escamotage e “trucchetti” per convincere gli altri a passare dalla vostra parte, o per “indorare la pillola” quando si tratta di impartire ordini di qualsiasi tipo. Si tratta di consigli utili per un livello “avanzato”, livello fino al quale certamente non intendo spingermi per il momento.

Al di là dei concetti spiegati nel testo, vorrei condividere con voi una breve frase in cui Carnegie parla della felicità, molto affine al mio sentire:

“La felicità non dipende dalle condizioni esterne, ma dal proprio stato interiore. Non è quello che avete o che siete o dove siete o che cosa state facendo che vi può rendere felici o infelici. E’ quello che pensate.”

Personalmente ho acquistato il libro in formato e-book per il mio Kindle a meno di 4 euro, ma potete trovarlo ovviamente anche in formato cartaceo (12 euro su Amazon).

 

E tu che maschera indossi?

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Si fa tanto parlare di autostima, di come accrescerla e rafforzarla, di quali siano le strategie, i trucchi e le pseudo-magie che dovrebbero, finalmente, farci sentire sicuri ed in armonia con noi stessi e con il mondo circostante.

Non so se anche a voi è capitato di provarci e quali siano stati poi i risultati: per quanto mi riguarda, i miei tentativi sono miseramente falliti.

Poi qualche giorno fa, per puro caso, mi sono imbattuta in qualcosa che mi ha regalato un nuovo punto di vista da cui ripartire.

Un’amica mi ha chiesto la cortesia di acquistare un libro su Amazon per suo conto; una volta messo nel carrello, è comparso il seguente avviso: “con l’acquisto di questo libro, la spedizione è gratuita se raggiungi la cifra di 25,00 euro”. Mi sono accorta che effettivamente mancavano pochi euro, quindi ho pensato di approfittarne per comprare un libricino per me. Tra i libri suggeriti (in base alle ultime letture acquistate e alle tendenze del momento), compariva il libro “Le 5 ferite e come guarirle” di Lise Bourbeau. Ho letto le recensioni degli utenti che lo avevano acquistato, e il responso era più o meno sempre quello:” offre spunti di riflessione molto interessanti, adatto a chi ha intrapreso un percorso di crescita interiore, ma non fornisce alcuna soluzione”. Quindi, incuriosita, ho cominciato a girovagare per il web in cerca di qualche informazione in più, e ho trovato migliaia di riferimenti a queste 5 fantomatiche ferite.

Il succo è questo: molti di noi, in età infantile, hanno subito dei “torti”, se così vogliamo chiamarli, ricavandone in seguito ferite emotive molto profonde che non sono riusciti a sanare. Queste ferite sono state procurate in modo inconsapevole (si spera) dai nostri genitori o da persone a noi molto vicine, probabilmente perché loro stessi sono stati oggetto di questa dinamica in tenera età (ma non avendola individuata e “curata”, l’hanno riproposta automaticamente senza saperlo).

Nel momento in cui la ferita è stata inferta, il bambino ha attuato un meccanismo di difesa: la maschera, che è appunto la risposta che il bambino ha trovato a suo tempo per sopravvivere nel modo migliore alla ferita.

Secondo la psicoanalisi, si possono distinguere 5 ferite principali, con le rispettive 5 maschere:

  1. la ferita del rifiuto e la corrispettiva maschera da fuggitivo
  2. la ferita da abbandono e la maschera da dipendente
  3. la ferita dell’umiliazione con la corrispondente maschera da masochista
  4. la ferita del tradimento e la maschera del controllo
  5. la ferita dell’ingiustizia e la maschera del rigido.

La maschera dà vita ad un vero e proprio personaggio, con modi di pensare, di parlare, di muoversi, di respirare, ecc. Pare infatti che si possa fare una diagnosi approssimativa di una persona basandosi sull’osservazione di tutte queste variabili: pare sia possibile scoprire quale sia la nostra ferita “prevalente” (in ogni persona possono esserci più ferite aperte) anche soltanto osservando la nostra “forma” fisica.

Nei prossimi giorni posterò, uno per volta, i profili relativi alle 5 ferite: non sarà certamente la risposta a tutti i dubbi che ci siamo sempre posti, ma può sicuramente rappresentare un buono spunto di riflessione, una diversa prospettiva per avere uno sguardo rinnovato e curioso su aspetti che, magari, avevamo sempre dato per scontato. Per me, almeno, è stato così.