Il male banale

olocausto

Qualche giorno fa, intorno alle 8.45, ero in macchina come ogni mattina diretta verso l’ufficio. E come sempre ascoltavo Radio Deejay: adoro il Trio Medusa, perché riesce a farmi ridere come nessun altro, specialmente di prima mattina. Il programma era quasi finito, e uno dei loro ospiti parlava della “banalità” del male, riferendosi alla seconda guerra mondiale e a tutte le atrocità che ha portato con se. In sintesi, spiegava che c’è una forma di male “banale”, che scaturisce dal livello di coinvolgimento delle persone in ciò che fanno:”Lui mi ha detto di fare così, la legge lo dice, io eseguo soltanto, quindi non mi sento coinvolto emotivamente in ciò che sto facendo”.

Così è un po’ riduttivo, ma visto che mi sono documentata a riguardo, vi vado a spiegare meglio. “La banalità del male” è un libro scritto dalla filosofa tedesca Hannah Arendt sul resoconto del processo contro Adolf Eichmann, uno dei tanti nazisti responsabili del genocidio degli ebrei e processati alla fine della seconda guerra mondiale.

La Arendt fu convocata nel 1961 a Gerusalemme come inviata della rivista The New Yorker per assistere al processo contro Eichmann; a lei spettava il compito di osservare da vicino uno dei carnefici che avevano preso parte al terribile piano di sterminio della razza ebrea, al fine di descrivere al mondo quanto quell’uomo fosse crudele e cattivo. O almeno era questo che tutti, la Arendt compresa, si aspettavano di trovare.

Quindi fu una vera sorpresa scoprire che Eichmann era in realtà un uomo mediocre ed insignificante, un semplice funzionario che si era limitato ad eseguire gli ordini che gli venivano impartiti. Era una persona talmente insignificante e priva di empatia, che non si sentiva minimamente coinvolto in ciò che aveva fatto: non percepiva alcun rimorso di coscienza. E questi tratti erano comuni alla maggior parte dei nazisti responsabili dell’Olocausto.

 

Eichmann non provava nessuna emozione, nessun rimorso o rimpianto e si sentiva giustificato dal fatto di essere stato un semplice soldato, un mero esecutore degli ordini che arrivavano dall’alto: non era pensabile, per un buon soldato, criticare o contestare alcunché. Non era pensabile mettere in dubbio un ordine anche solo alla presenza di se stessi.

Tutto quel male feroce e assurdo, che oggi ci appare del tutto immotivato, per quei soldati non era altro che banale dovere esecutivo. La loro coscienza non era minimamente coinvolta in ciò che eseguivano per conto di gerarchie superiori.

E per noi che guardiamo a quegli eventi come all’onta peggiore di tutta la civiltà moderna,  è sconcertante rendersi conto di come una persona riesca a rendere banali le più gravi crudeltà e bestialità, senza sentirsi minimamente coinvolta a livello critico ed emotivo.

Eichmann non provava alcun rimorso di coscienza nel provocare sofferenza, perché sotto il Nazionalsocialismo il male era la legge che regolava il tutto e lui non aveva pensato neanche per un solo istante di infrangere la legge.

La Arendt scrive:

“Restai colpita dall’evidente superficialità del colpevole, superficialità che rendeva impossibile ricondurre l’incontestabile malvagità dei suoi atti a un livello più profondo di cause e motivazioni.

Gli atti erano mostruosi, ma l’attore risultava quanto mai ordinario, mediocre, tutt’altro che demoniaco e mostruoso.

Nessun segno in lui di ferme convinzioni ideologiche o specifiche condizioni malvagie, e l’unica caratteristica degna di nota che si potesse individuare nel suo comportamento fu: non stupidità, ma mancanza di pensiero.”

Mi ha spiazzato comprendere che male non necessariamente va a braccetto con odio e cattiveria. Male può anche essere soltanto incapacità critica.

Altro che rispetto dei canoni estetici e corsa verso la popolarità sui social: ciò che dovremmo promuovere è la capacità critica, la capacità di ragionare con la propria testa e di valutare qualsiasi cosa ci venga sottoposta. Aggiungiamo magari anche un pizzico di empatia, che non guasta mai.
Il mio timore è che queste cose non si possano insegnare: o ci nasci, o non c’è niente da fare. Ma non è detto che non ci sia alcuna speranza: nel dubbio, io proverei.
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2 pensieri su “Il male banale

  1. massimolegnani ha detto:

    soprattutto per chi ha una personalità debole, acritica, il male non è solo banale è pure conveniente e gratificante, ti fa sentire parte del gruppo, ben accetto, importante.
    opporsi al male è invece impegnativo e rischioso.
    e siccome il male ci è più vicino di quanto si creda (dentro di noi?) a volte mi chiedo come mi sarei comportato fossi stato bianco nel SudAfrica dell’apartheid o romano a tempi delle persecuzioni dei cristiani, o cristiano quando si bruciavano streghe ed eretici. E, onestamente, non mi so rispondere.
    ml

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