Se c’è una cosa che odio di più

Questa è la mia versione (piano suonato male e voce idem) di una canzone dei Canova che trovo meravigliosa. Si chiama Manzarek. Vi posto la mia terribile versione (ho cominciato solo oggi a provarla quindi ho delle attenuanti 😅), però vi invito ad ascoltare l’originale che trovo assolutamente emozionante.

Buon ascolto 😊

 

La mia versione strimpellata

E questo invece è il link alla canzone originale:

https://open.spotify.com/track/3Q0SG2EJMyLSDMCxdnUOUL?si=m5FFEF4zQoqe8TCv4VwZNQ

Mi consigliate qualche bel film?

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Finalmente le ferie sono ufficialmente iniziate. Questo è l’unico periodo dell’anno in cui la ditta chiude ufficialmente per due settimane e riusciamo a stare in santa pace per un po’. Ho una pila di libri sul comodino che aspettano solo di essere letti, ma vorrei anche guardare qualche bel film sotto al plaid nell’atmosfera speciale creata dalle lucette dell’albero di Natale.

Nella mia lista al momento ci sono:

  • Seta (tratto dall’omonimo libro di Baricco)
  • Il pianista sull’Oceano (tratto da Novecento di Baricco)
  • Wonder (in uscita proprio in questi giorni nelle sale cinematografiche…ho pianto guardando il trailer, quindi prevedo fiumi di lacrime per l’intera durata del film. Speriamo ne valga la pena)

E poi il vuoto.

Non mi viene in mente nient’altro. Eppure sono sicura di aver pronunciato almeno dieci volte in un anno:”questo lo voglio vedere”.

Quindi ho pensato di chiedere aiuto a voi blogger, che sicuramente qualche bel film da consigliarmi lo avete 😉

A parte gli horror, guardo davvero di tutto. Commedie, thriller, cartoni animati e tutto il resto.

Mille grazie fin da ora!

Tu non tradirti mai

Svegliarsi tutti i giorni
Lavarsi i denti
Guardarsi allo specchio
I lineamenti
E scoprire che sei proprio tu
La persona che ti ha fatto ridere di più
E scoprire che sei proprio tu
La persona che ti ha fatto piangere di più
Un buon amico
Lo stronzo che ti ha mentito
Sì, sei proprio tu

A volte vorrei lasciarmi
Ma non saprei con chi altro andare
A volte m’innamoro di me
E ritorno a giocare
A volte vorrei lasciarmi
Ma non saprei con chi altro andare
A volte m’innamoro di me
E ritorno a ballare

Hey, dico a te
Dove credi di scappare
Ormai sei circondato
Dalla tua pelle
Pelle sacra, pella glabra
L’unica pelle che hai
Sotto le stelle

A volte vorrei lasciarmi
Ma non saprei con chi altro andare
A volte m’innamoro di me
E ritorno a giocare
A volte vorrei lasciarmi
Ma non saprei con chi altro andare
A volte m’innamoro di me
E ritorno a ballare

Anche se tra te e te non c’è comprensione
Anche se non hai tempo di starti ad ascoltare
Anche se una soluzione non ce l’hai
Tu non tradirti mai

Un giorno buffo di cielo assolato
Ci ritroveremo con un bel sorriso
Per aver capito poco
Di questo nostro cervello
E dell’intero mondo
Così complesso
Così spericolato

La nostra pelle – Ex-Otago

Seta – Recensione

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Seta – Alessandro Baricco.

Dopo la lettura e il totale imprinting avuto con “Novecento”, non potevo non approfondire la conoscenza di questo scrittore che riesce a rapirmi con racconti semplici, brevi e bellissimi.

Seta è la storia di Hervé Joncour, un giovane uomo che vive in Francia, a Lavilledieu, con la moglie Hélène. Per la maggior parte del tempo (e del racconto), Hervé  semplicemente si guarda vivere, senza ambizioni, desideri o aspirazioni. Solitamente fa ciò che gli altri gli dicono di fare, ma non per questo si sente succube di altri o del destino: a lui va bene così, fin tanto che non insorgono problemi e la sua vita ristagna tranquilla come l’acqua di un lago in un parco.

“Era d’altrone uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla. Si sarà notato che essi osservano il loro destino nel modo in cui, i più, sono soliti osservare una giornata di pioggia”.

Siamo intorno al 1860, e Hervé alleva bachi da seta per potersi permettere uno stile di vita più che dignitoso per se’ e la moglie Hélène. Ma poi accade qualcosa: un’epidemia fa ammalare le uova dei bachi da seta, rendendole inutilizzabili in tutta Europa. La routine di Villadieu si rompe e Hervé parte per un lungo viaggio verso quella che chiamano ‘la fine del mondo’. L’incontro col Giappone è mistico e misterioso, tanto quanto la presenza di una ragazzina che stranamente non ha gli occhi a mandorla. Qualcosa fa breccia nel cuore e nei pensieri di Hervé, che forse per la prima volta nella sua vita esce dal seminato, in cerca di qualcosa che neanche lui comprende.

Il richiamo verso l’Oriente è come il canto di una sirena, che ha fatto breccia nella sua anima e lo accende di interesse, di curiosità (di passione?).

Non sta a me svelarlo, ma qui c’è un piccolo suggerimento per i più curiosi, estrapolato da un ben più caldo susseguirsi di parole, immagini e descrizioni:

“signore amato mio, non aprire gli occhi, non ancora, non devi aver paura son vicina a te, mi senti? sono qui, ti posso sfiorare, è seta questa, la senti? è la seta del mio vestito, non aprire gli occhi e avrai la mia pelle”.

Cosa vi viene in mente pensando alla seta? A me non  certo i bachi. La seta è morbida, liscia, scivolosa. Di seta sono le vestaglie da notte, le calze, i completini intimi, gli abiti più eleganti e raffinati. Così, ciò che inizialmente per Hervé rappresenta soltanto il pane che gli permettere di vivere, assume man mano e sempre di più il significato di qualcosa di prezioso e di un po’ proibito, di qualcosa che per la prima volta lo conduce nella dimensione del desiderio, che lo porta a fare una scelta al di là di ogni imposizione esterna.

Non c’è un finale scontato, e quello che sembrava in realtà non è.

Ho amato questo libro tanto quanto “Novecento”, e dietro suggerimento di Judith credo proprio che supererò la paura che mi attanaglia da anni e guarderò entrambi i film tratti da questi due bellissimi libri di Baricco ^_^

Buona lettura a tutti.

Lo voglio e lo voglio adesso – L’arte di (non saper) aspettare.

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Mi capita continuamente di trovarmi nella situazione di dover aspettare: un responso, la risoluzione di un problema, una persona.

E quando sono lì, in attesa, con le mani che si infilano dentro le maniche della maglietta (allargandole puntualmente) e con i denti che mi divorano le labbra, vorrei prende il tempo per il collo e dirgli:”brutto stronzo, se non ti decidi a passare in fretta ti rovino!”. Ma nel mondo incantato di unicorni che popola la mia fantasia, è tutto troppo facile rispetto alla complessità della realtà.

E’ quasi un anno ormai che cerco di educare la mia testa a rilassarsi, a prendersela comoda senza farsi prendere dal panico quando mi tocca aspettare. Ma non c’è niente da fare; sembra che il mio cervello sia tarato per i conti alla rovescia.

  • Quando si accorge che mancano 4 minuti al termine della giornata lavorativa, prende quei minuti e li dilata al punto da farli sembrare lunghi un secolo.
  • Se ho litigato con qualcuno, vorrei subito chiarire, già un attimo dopo che la bomba è esplosa, ma porca di quella miseriaccia non posso mai farlo…perché razionalmente so che le persone hanno bisogno di tempo per interiorizzare, riflettere e spesso farsene una ragione. Ne ho bisogno anche io.
  • Quando metto il timer per far cuocere la pasta, non suona mai, neanche se ho messo su la pastina tipo capelli d’angelo che ha il tempo di cottura di 2 min.
  • Quando decido di acquistare qualcosa, mi fiondo a comprarla anche se devo fare 100 km per averla. E magari bastava ordinarla su internet e aspettare un solo giorno in più per ottenere comunque ciò che volevo risparmiando tempo e soldi.
  • Quando mi capita di combinare qualche guaio, il mio cervello mette in atto le peggiori strategie, degne di uno scassinatore seriale, per cercare in qualsiasi modo, lecito o meno, di risolvere il problema e non prendersi le colpe del misfatto. Spesso basterebbe non farsi prendere dall’ansia e fare una ricerca più accurata per rendersi conto che in realtà il problema non sussiste, o quantomeno che non è così grave come avevo immaginato.
  • L’attesa dal dottore mi snerva a tal punto da odiare qualsiasi malanno mi costringa a dirigermi in quella noiosa sala d’aspetto in cui il mio tempo viene risucchiato, sgretolato e sparpagliato sul pavimento come pezzi di un puzzle che non ho neanche la voglia di rimettere insieme.
  • Quando aspetto che il mio ragazzo torni a casa, passato un orario x, vado letteralmente in paranoia: controllo che abbia fatto almeno un accesso recente su WhatsApp, mi ripeto come un mantra che non deve per forza essergli successo qualcosa di terribile se ritarda anche solo dieci minuti e nel contempo mi ripeto “scema, stai calma, stai tranquilla, è tutto a posto”.

Potrei andare avanti per ore con gli esempi, ma a nessuno interesserebbe. Quindi arrivo subito alle conclusioni che ho tirato e che mi convincono abbastanza.

Molto spesso, si tratta solo di una smania latente che ha sete di essere soddisfatta, o più precisamente della bambina che abita la mia pancia golosa e non sa trattenersi dal fare i  capricci, pretendendo di essere accontentata all’istante. Forse perché quando ero piccola non potevo permettermi di essere capricciosa; avrei dato ai miei genitori una gustosa occasione in più per suonarmele di santa ragione. E quindi non chiedevo mai. Tutto quello che arrivava, era come piovuto dal cielo e lo custodivo come il più grande dei tesori. Peccato che spesso questa pioggia miracolosa si manifestasse soltanto il giorno di Natale.

Ma quando non è la bambina che è in me a fare i capricci (sa che con me può permettersi di farli perché, sbagliando, la accontento senza sgridarla mai), molto spesso si tratta della paura delle conseguenze e del dolore che porterebbero con sé. Durante l’interminabile tempo dell’attesa, il mio cervello si lancia in congetture atroci e terribili, che atterrirebbero anche il più feroce degli Unni. Se le conseguenze dovessero essere realmente drammatiche, preferirei saperlo subito e cominciare subito ad elaborare il colpo subìto. E’ la paura dell’ignoto a spaventarmi, la percezione di avere tra le mani qualcosa di sfuggevole e su cui non posso avere il controllo.

Ma spesso il controllo non lo abbiamo neanche su noi stessi, figuriamoci se posso pretendere di averlo sul tempo.

E’ abbastanza avvilente capire certe nozioni nella realtà oggettiva e razionale, e farle a pezzetti in quella subconscia ed emozionale. Vorrei che queste due realtà che mi abitano dentro comunicassero in qualche modo, ma danno più l’impressione di essere due vicine pettegole e zitelle che hanno deciso di non rivolgersi più la parola perché una ha fatto all’altra un dispetto talmente tanti anni fa da non ricordarsi neanche più che cos’era.

Trovo la convivenza con altre persone decisamente molto più semplice di quanto non lo sia quella con me stessa.

 

 

 

La colpa non è vostra, ma neanche mia. Anche se farsi i fatti propri aiuterebbe.

giudizio-degli-altriCi sono giorni in cui mi sento braccata dalla vita e dalle persone, come se qualcuno mi stesse dando la caccia, come se avessi le spalle al muro e non ci fosse nessuno a difendermi. Sola al mondo. In quei giorni posso diventare nervosa, ignorante, persino mordace. L’orgoglio spinge da dentro e non cerca che la sua rivincita. Lui pensa di comandare, di poter fare tutto quello che vuole, ma sono io che glielo permetto, che decido di farlo vincere ogni volta. C’è sempre quella frazione di secondo in cui mi rendo conto che sto per perdere il controllo, in cui potrei scegliere per me. Ma puntualmente scelgo di non scegliere, forse perché è faticoso, forse perché non mi va, forse perché voglio vedere come va a finire.  E poi difendo il mio comportamento con frasi del tipo:”non è colpa mia, sono stati loro a farmi arrabbiare!”. Oppure:”sono loro che non mi lasciano in pace, io vorrei solo star tranquilla”. “Sono loro i primi ad attaccare, io ho l’obbligo di difendermi, anche se questo significa contrattaccare”. 

Eppure, più ci penso e più mi sembra che tutto questo sia sbagliato. Se gli altri riescono a condizionare così tanto la mia vita, probabilmente la colpa non è loro. Sono io che gli permetto di farlo: sono IO che mi arrabbio, IO che me la prendo; IO che rimango delusa; IO che mi sento debole e sconfitta. E’ ovvio che se tutti imparassero a non giudicare il prossimo e non voler prevalere sul resto del mondo a tutti i costi, le cose sarebbero molto più semplici…ma questo non posso pretenderlo, e allora è su di me che devo lavorare, affinchè gli sguardi e le critiche altrui non mi distruggano piano piano.

L’ho capito soltanto adesso, e non voglio colpevolizzarmi anche per questo. Semplicemente non lo sapevo, non ci avevo mai pensato, non me n’ero accorta.

Adesso che il Natale (insieme al mio 31° compleanno) si avvicina, voglio regalarmi questa nuova consapevolezza e, più di ogni altra cosa, non incolparmi per non averlo capito prima.

E’ importante che io mi lasci qualche spiraglio, qualche margine di errore, perchè quella verso la perfezione non è una strada percorribile.

Un po’ di tolleranza verso me stessa è l’obiettivo primo che voglio raggiungere nel futuro prossimo venturo. Ci voglio provare, ma provare davvero.

Visto che la vita con me è stata abbastanza tosta fino ad ora, sono io che devo dare a me stessa la serenità, la stima e l’incoraggiamento di cui ho bisogno.

D’altronde, com’è che si dice? Chi fa da se’, fa per tre.

Novecento

NovecentoVenerdì sera mi sono seduta sul divano stretta stretta al ragazzo che rende meravigliose le mie giornate da quasi un anno a questa parte. Aveva un mal di testa talmente forte da sentire il senso di nausea anche da fermo, seduto sul divano con gli occhi aperti; e la nausea aumentava se cercava di guardare la tv. Allora l’abbiamo spenta, e lui si è sdraiato sotto al plaid. L’alberello di Natale era acceso, fuori tirava un vento fortissimo. Così, con una mano sulla sua schiena e una a mo’ di leggìo, ho cominciato “Novecento” di Alessandro Baricco. Anzi, per la precisione, l’ho iniziato e finito, bevuto tutto d’un sorso come si fa con un bicchiere d’acqua fresca in una torrida giornata d’estate.

Potrei definirlo un lungo monologo, ma detta così corro il rischio di far spegnere qualsiasi tipo di bollore anche al più accanito dei lettori. Quindi dirò semplicemente che è il racconto di una storia, una storia strana, particolare e coinvolgente nella sua assoluta semplicità.

C’è un piroscafo, che come ogni altra nave viaggia avanti e indietro lungo tratte designate, sempre le stesse. E su questa nave c’è un bambino, che diventa ragazzo e puoi uomo. Voci narrano che sia nato su questa nave e non sia mai sceso, e che per passare le sue giornate suoni il pianoforte maledettamente bene. Pare che suoni una musica nuova, assurda, che non esiste.

Ho fantasticato che lui fosse l’anima di questa nave (ma è solo l’interpretazione di una testa sognante), un’anima che non può mai toccare terra, ma che può soltanto spiarla attraverso i racconti dei suoi passeggeri. Sa più o meno cos’è la terra, l’ha vista tante volte da lontano, e più da vicino quando attraccava in un porto o in un altro. Ma com’era calpestarla e viverci sopra? E il mare? Com’è il mare visto da un’altra prospettiva? Ecco quale potrebbe essere il desiderio di una nave: vedere il mare dalla terra ferma, sentirne il profumo dopo mesi o anni che non lo sentivi, guardare dal porticciolo le onde che si infrangono sulla battigia e ammirare il sole che lentamente cala sulla linea dritta dell’orizzonte infiammando acqua e cielo.

E il pianista sull’oceano invece cosa può desiderare? Scenderà mai dalla nave per toccare terra? Se avrete voglia di dedicare una mezz’ora alle sessanta pagine scarse di “Novecento”, lo scoprirete.

Quando qualcuno mi chiede:”com’è questo libro?”, vorrei non doverlo spiegare, perché mi sembra di non riuscire mai ad essere esaustiva, a spiegare tutto quello che c’è da sapere (senza ovviamente svelare il finale o qualche altro passaggio importante), e tutto quello che invece ha lasciato dentro di me. Allora, semplicemente, vorrei leggergli un pezzetto di quella storia:

Il mondo, magari, non l’aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l’anima. In questo era un genio, niente da dire. Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori odori, la loro terra, la loro storia…Tutta scritta, addosso.

Ho amato questo libro, che con una semplicità disarmante è riuscito a lasciarmi dentro le tracce del suo passaggio. Spero che per voi sia lo stesso.

La vita è dolce se glielo concedi

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Ho appena terminato la lettura di “Musica per organi caldi” di Charles Bukowski.

La prima parola che mi viene in mente pensando a questo libro è “fatica”. Ho davvero fatto una gran fatica a finirlo; avrei voluto abbandonarlo ancor prima di arrivare a metà, ma mi sono obbligata a continuare per poter avere un quadro veritiero e completo. Ho sperato fino alla penultima pagina che qualcosa facesse breccia nel mio cuore, ma su 238 pagine tutto quello che mi è rimasto è unicamente la frase con cui ho intitolato questo post:”La vita è dolce se glielo concedi”.

La seconda parola che associo a questo libro è un aggettivo che non esiste ma che a parer mio dovrebbero coniare e aggiungere allo Zingarelli: “sguasto”. Riassume tutto quello che puoi trovare in questo libro: una manciata di personaggi che definirei sguaiati, anime desolate vestite d’arroganza, personaggi che l’anima forse neanche ce l’hanno più, o quello che ne è rimasto è ormai andato a male, guastato dalla difficoltà della vita. Sono uomini e donne dall’indole violenta, che puzzano di vomito e di alcool a qualsiasi ora del giorno e della notte. Anche gli ambienti sono squallidi, con moquette e pareti intrisi di puzza di fumo; il sesso è usato come merce di scambio, come palliativo all’apatia e alla desolazione più totali. Le piccole vittorie di vite banali, sono elevate a grandi conquiste di cui andare fieri per la vita.

Trovo che Bukowski fosse davvero in gamba nel trascinare lo spettatore in questi ambienti insalubri e pieni di scarafaggi, e per questo tanto di cappello.

Ma a me questa sua caratteristica/qualità è servita soltanto a farmi arricciare il naso più e più volte, senza che poi questo disgusto fosse premiato dalla passione travolgente per la storia narrata.

Troppi episodi, tutti separati tra loro, senza un inizio o una fine. Semplici fotografie di realtà violente e violate, che non avranno mai un lieto fine.

È ovvio che qui si tratta di gusti, e il mio è molto capriccioso e difficile da accontentare. Per questa volta non è andata bene, caro Bukoswki, ma non si sa mai che al prossimo libro tu non riesca ad impressionarmi 😉

Cambiare come cambia il vento

cicli stagionali orto

“Bisogna chiudere i cicli. Non per orgoglio, per incapacità o per superbia. Semplicemente perché quella determinata cosa esula ormai dalla tua vita. Chiudi la porta, cambia musica, pulisci la casa, rimuovi la polvere. Smetti di essere chi eri e trasformati in chi sei.”

Paulo Coelho, dal libro Il manoscritto ritrovato ad Accra

 

Ho abbandonato la mia vecchia vita la sera del Blue Monday, il giorno più triste dell’anno. E’ stato come se il destino si facesse beffe di me, di noi, come a dire:”avevo previsto tutto, non c’era un altro finale possibile”.

La mattina di quel 16 Gennaio mi sono alzata presto e ho cominciato a pulire la casa, fare lavatrici e preparare la valigia come se stessi per partire per un viaggio qualunque.

Mi vengono i brividi quando ripenso alle ultime difficili ore prima di riuscire a chiudermi il portone alle spalle, girare la chiave nel quadro della macchina, e correre via senza una meta, con gli occhi annebbiati dalle lacrime e il buio a nascondermi dal resto del mondo.

Ma non ho avuto scelta. Ormai si era fatta impellente l’esigenza di cambiare, soffrire fino quasi a morirne per poi rinascere ancora. Non potevo continuare ad essere chi ero stata fino a qualche mese prima; la persona che ero diventata mi ha costretta ad una scelta: o lui o me. E scegliere lui, avrebbe significato darla vinta alla routine, all’apatia, alle aspettative sociali, alla tristezza, alla depressione.

Sul momento e per molte settimane a venire, mi sono sentita sconfitta. Sentivo di aver fallito, e più di ogni altra cosa temevo che quel fallimento avrebbe influenzato negativamente il resto della mia vita.

Eppure col tempo qualcosa è cambiato. Ho fatto mia la consapevolezza che non tutto è giusto, non tutto ha un senso, non tutto dura per sempre.

Se penso al “per sempre”, non riesco a trovare molte cose da buttarci dentro. Forse l’amore per i figli? Non so, non ho ancora avuto la fortuna di provarlo. Ma credo che sia molto vicino all’amore che provo per i miei fratelli o per mia nipote, la bambina che non mi permettono più di vedere da quel Blue Monday. È una bambina davvero speciale; ho sempre stravisto per lei e lei per me. Sua madre diceva sempre:”quando arriva zia, per lei è come se spuntasse il sole”. Da quando è nata, l’ho cullata per tranquillizzarla, le ho cantato ninne nanne per farla addormentare, le ho cambiato il pannolino, l’ho consolata quando metteva il broncio. Abbiamo giocato insieme, riso come matte, fatto le boccacce e fatto insieme l’albero di natale. Ecco, l’amore per mia nipote è una delle cose che dentro al “per sempre” ce la metterei senza paura alcuna.

Vorrei poterci mettere molte altre cose in quel baule prezioso; farlo mi darebbe la tranquillità che tanto cerco. Ma dato che ho imparato che tutto ha un ciclo anche dentro di noi, meglio evitare; correrei di nuovo il rischio di vederlo rovesciarsi e perdere ogni certezza conservata con tanta cura nel corso degli anni.

Io stessa dovrei diventare una delle poche certezze della mia vita, perché di me non posso fare a meno neanche se volessi. E visto che in me ci sono dei cicli che cambiano e si rincorrono, devo solo imparare a seguirli e distinguerli, senza costringermi a rimanere immobile in un passato che l’attimo dopo è già svanito, cambiando come cambia il vento.

Sono un sasso

Heart-Stones

Nella mia estenuante ricerca del percorso giusto per ritrovare la mia autostima, mi diverto ogni tanto a fare qualche test di valutazione che mi dia il polso dello stato dei miei miglioramenti. A patto che ce ne siano stati. E giusto ieri, la risposta di uno di questi test mi ha letteralmente fatto sbellicare dalle risate. So che il fine del test non era esattamente e quello, ma un sorriso inaspettato è comunque un bel regalo se in fondo alla giornata si fa un resoconto delle cose negative e di quelle positive.

Il risultato incriminato recitava semplicemente: “Sei un sasso”.

Concorderete con me che, così su due piedi, senza conoscere i dettagli, è una risposta che può suscitare un po’ di ilarità.

Ad ogni modo, stupidità a parte, a rifletterci bene non c’è proprio niente da ridere. Anche perché la didascalia spiegava più dettagliatamente:

“ti vedi come uno dei tanti sassi che si trovano per strada, senza niente di speciale, meno bello degli altri. Dalle risposte che hai dato, sembra che tu non creda molto nelle tue capacità (forse dubiti anche di averne!), ti fai condizionare dal giudizio degli altri o dai risultati che ottieni. Di fronte ai problemi non pensi che ce la farai, ti sembra di non avere capacità, forza, qualità, forse nemmeno fortuna per “vincere” le sfide. Se hai risposto con sincerità a ogni domanda, probabilmente dubiti di essere una persona speciale e di valore. Pensarti come un diamante è fuori discussione, ma non credi nemmeno di essere come una pietra preziosa. Ti senti alla stregua di un semplice, banale e comunissimo sasso”.

Ed è tutto dannatamente vero purtroppo. Visti i risultati odierni, è ovvio che di miglioramenti rispetto al punto di partenza non ce ne siano stati, o che al più siano stati davvero impercettibili.

E niente, so già che dovrò lavorare tantissimo, in primis per trovare il percorso giusto per me (non credo che ne esista uno valido per tutti). Spero solo di riuscirci a breve, e di fare almeno qualche passetto avanti verso l’amore per me.

Ringrazio chiunque avesse consiglio o un’indicazione da darmi 😉