La musica mi ha salvata.

Un pezzetto della mia versione di Dancing, una delle canzoni di Elisa che più adoro in assoluto. E’ anche una delle poche canzoni che riesce a rigenerarmi, che è in grado di farmi ritrovare il mio centro. Non sono gran che ne col canto ne col piano,  ma alla mia anima questo non importa.

 

La ragazza del treno – Recensione

La-ragazza-del-treno-copertina

La ragazza del treno

Paula Hawkins

Edizioni Piemme (2015)

Ho cominciato a leggere La ragazza del treno di Paula Hawkins un sabato sera di metà Novembre. Ero in un locale del centro, e la musica era talmente alta da costringermi a gridare e scimmiottare per farmi capire (più di quanto noi italiani non siamo già abituati a fare). Così, per evitare di perdere le corde vocali, ho cercato di intrattenermi scuriosando tra le foto e le applicazioni del cellulare. Per puro caso ho trovato questo titolo tra i libri (ebook per la precisione) che avevo scaricato e non ancora letto. Tengo sempre un libro di scorta sul cellulare nel caso dovessi trovarmi in situazioni come questa, in cui non è possibile o non mi va di interagire con il mondo circostante.

Fin dalle prime righe, è stato amore a prima vista, tanto che in una settimana avevo già terminato la lettura. Vi svelo soltanto le prime righe:

Vicino alle rotaie c’è un mucchietto di vestiti. Un indumento azzurro, sembra una camicia, arrotolata insieme a qualcosa di bianco. Potrebbero essere stati buttati tra gli alberi lungo il terrapieno dagli ingegneri che lavorano a questo tratto di linea e che passano di qua molto spesso. Ma potrebbe anche trattarsi di qualcos’altro.

Dapprima ho conosciuto Rachel, la protagonista, un’ubriacona scottata dalla vita che non riesce a trovare una ragione abbastanza forte che la convinca a rimettersi in carreggiata, o meglio, sui binari giusti. Un po’ mi stava antipatica sulle prime, perchè le persone che bevono (troppo) non mi piacciono affatto; col tempo e con la conoscenza, ho iniziato a tifare per lei e rimanevo delusa ogni volta che deludeva anche se stessa. Alla fine del libro avevo imparato a capirla, ad immedesimarmi e a non giudicarla.

Rachel fa la pendolare da Ashbury a Euston tutte le mattine, e il treno si ferma sempre a metà strada, al rosso del semaforo di Witney. Rachel inganna l’attesa scuriosando tra le case al di là della ferrovia, inventando nomi e storie per gli abitanti di quei posti, e pian piano comincia ad affezionarsi ai racconti della sua immaginazione. I viaggi in treno sono un po’ la metafora della sua vita di pendolare tra la realtà e il limbo in cui viene trascinata dall’alcool; è talmente tanto sballottata da una dimensione all’altra, da non riuscire quasi più a distinguerle.

Poi, d’improvviso, la monotonia della quotidianità viene spezzata da una vicenda che sbaraglia le carte delle sue storie immaginarie; e poi ancora un giallo, una sparizione, forse una fuga o un omicidio, amanti, trame che si intrecciano e indagini lacunose, che spingono Rachel a reagire e a riprendere il controllo della propria vita, anche se è continuamente attanagliata dal dubbio che sia tutta una menzogna.

Il racconto scorre veloce e salta dalla protagonista agli altri due importanti personaggi femminili della storia, Anna e Megan. (Occhio a non confonderle mentre si legge: ogni capitolo è contraddistinto dal nome del personaggio che sta per raccontare la storia dal proprio punto di vista).

Ogni personaggio è ambiguo; prima lo odi e ti convinci che è il cattivo della situazione, poi le vicende corrono e ribaltano ogni tua convinzione, un po’ come succede a Rachel nel suo costante tira e molla tra ciò che crede di sapere, e ciò che realmente sa.

Finale inaspettato e non scontato.

Queste sono le frasi che ho evidenziato perchè mi hanno dato qualcosa, che sia un’emozione o solo un ricordo che era già mio ma che avevo lasciato in un angolo a prendere polvere.

1° Citazione:

– “Non so come facciano le altre: il tutto si riduce ad “aspettare”. Aspetti che un uomo torni a casa e ti dia il suo amore. E se non ci riesci, ti guardi intorno e cerchi delle distrazioni”.

2° Citazione:

-“Lui dice che devo imparare ad essere felice e che devo smetterla di cercare il mio benessere fuori da me.”

3° Citazione:

-“…riteneva che la nostra vita fose bella anche sena figli. Siamo felici, non faceva altro che ripetermi, perchè non possiamo continuare così? Alla fine si è stufato di me: non riusciva a capire come si possa soffrire per la mancanza di qualcosa che non si è mai avuto. Mi sentivo sola nella mia disgrazia.”

Buona lettura 😉

Mi innamoro degli altri ma non di me

l'amore di se piccolo

È un classico. La volta in cui sei convinta che qualcosa sia assolutamente semplice e a portata di mano, puoi star sicura che tutto quello che avevi immaginato andrà a scatafascio e non saprai neanche tu il perché.

È un po’ come avere una nuvoletta di Fantozzi sulla testa, pronta a far piovere e tuonare in un battibaleno nell’istante in cui metti un piedino nell’acqua dopo un anno che non vedevi il mare. Il fatto che questa nuvoletta mi intralci per questioni di poco conto, non mi causa neanche troppi scompensi. Il problema si fa reale quando ho a che fare con le grandi “questioni” della vita, quelle che la vita possono rendertela migliore o assolutamente terrificante.

La questione che mi affligge e mi vede combattere ormai da anni è questa: fin da quando sono piccola, sono stata bombardata da insistenti inviti all’amore per me stessa e per il prossimo; dal catechismo, alla scuola, ai cartoni animati in tv, era un continuo inneggiare all’amore per il mondo in tutta la sua completezza, senza distinzioni di specie, peso, religione e colore della pelle. Davo quindi per scontato che, essendo io l’unica padrona di me stessa, non avrei avuto il benché minimo problema ad amarmi; avrei addirittura potuto costringermi con la forza se non fossi riuscita a farlo spontaneamente.  Ma ovviamente le mie rosee aspettative sono state stroncate, ormai da parecchio tempo, e sono ancora qui a cercare un perché, prima ancora che una soluzione.

Le poche volte in cui mi sono invaghita di qualcuno, sulle prime mi sono lasciata affascinare da un certo modo di ragionare, da una caratteristica fisica particolare o dalla simpatia; ma mi sono accorta che, col passare del tempo, è proprio dei difetti che finisco per innamorarmi perdutamente. Sarà colpa del mio spirito da inguaribile crocerossina.

Mi scopro a cercare nell’altro le sue debolezze, a prenderle tra le braccia a cullarle tenendole strette a me, sussurrandogli piano: “non preoccupatevi, non date peso a ciò che dice la gente. Essere così imperfette fa di voi qualcosa di unico; non permettete mai al mondo di cambiarvi”.

E allora mi domando: visto che io di difetti ne ho a bizzeffe, e so pure da dove derivano, come mai non riesco ad accettarli neanche minimamente?

Sono capace, in capo ad una giornata, di offendermi talmente tante volte da non riuscire a tenere il conto. Quando il mio cervello entra in loop, sono in grado di intristirmi continuamente per la stessa cosa, dopo essermi detta, ogni volta, che è una ragione stupida per rovinarsi anche un solo attimo della giornata.

Ecco qualche esempio di sfiancante teatrino interiore a cui sono costretta ad assistere in ogni momento della mia vita:

  • Dato di fatto oggettivo: “Spesso sono sbadata e combino qualche guaio.”

La me distruttrice: “Sei un’idiota. Cosa ti costerebbe mettere un po’ più di attenzione nelle cose che fai? Non è complicato! Ma tanto non imparerai mai.”

La me positiva: “E che sarà mai?! La prossima volta farò più attenzione. Imparerò da questo errore e diventerò più forte”.

La me distruttrice: “Lo sai benissimo che non imparerai, e che la prossima volta sarà un’altra la cosa a cui non farai attenzione. Ti sarebbe sufficiente ragionare un po’ di più prima di agire.  Ma tu no, devi partire in quarta ogni volta! Non è che magari, anche ragionandoci, non ci arriveresti comunque? Sì, forse è questo il problema. Non ci arrivi proprio, neanche se ti ci metti di impegno!”.

  • Dato di fatto oggettivo: “Non ho esattamente un fisico da modella. Ho le cosce grosse, i fianchi larghi, delle gambe non proprio affusolate”.

La me distruttrice: “Guardati. Sei una balena. Ma che ti costa mangiare meno? Che poi i vestiti non ti stanno più e ogni volta che ti guardi allo specchio ti fai schifo da sola.”

La me positiva: “sì, probabilmente ho su qualche chilo di troppo, ma non sono così grossa. E poi l’aspetto fisico non conta. Tutto sommato non sono poi così male. Sono assolutamente in tempo a cominciare una dieta quando voglio, se non lo faccio è semplicemente perché non ne ho ancora bisogno o semplicemente non è il momento giusto”.

La me distruttrice: “Tutte scuse. Smetti di inventare balle a te stessa! Sai bene che non cominci la dieta perché finiresti per fallire miseramente, come ogni cosa che cominci e poi abbandoni in un niente. Non puoi permetterti un altro fallimento, ti porterebbe a mangiare ancora di più per soffocare la devastazione dei sensi di colpa. E poi non dire stronzate, certo che l’aspetto conta, non sei forte abbastanza da fregartene di ciò che la gente dice e pensa di te”.

Non mi dilungherei ulteriormente sugli esempi, anche se ne avrei a centinaia.

Ciò che vorrei, è fare qualche passetto avanti verso l’amore per me stessa. E ogni tanto lo faccio pure quel passetto avanti; peccato che basti un niente a farmene fare cinque indietro.

Ho addirittura provato a stilare una lista di qualità a cui aggrapparmi nei momenti di sconforto. È stato terribile non trovarne nessuna. Non appena la trovo, la mia parte distruttiva la rade al suolo, come un fungo che infetta tutto quello che tocca.

Forse non è ancora tutto marcio. Forse c’è ancora speranza.

 

 

Sei padrona di te stessa quando

ancorati-a-te-stessa

Sei padrona di te stessa quando non dai più modo alle persone di ferirti, di farti sentire in forse, di farti sentire sbagliata, di non farti sentire mai abbastanza. Sei padrona di te stessa quando inizi ad amarti“.

Ho trovato questa frase mentre girovagavo senza meta sul web, durante una di quelle sere in cui vorrei fare qualcosa di costruttivo ma proprio non so cosa, e allora prendo tempo.
Ogni tanto vorrei tornare a leggere queste poche righe per vedere se il percorso che ho intrapreso sia giusto o se mi sta soltanto portando a girare in tondo: vorrei rileggerle perché sono il riassunto esatto di chi sono adesso (una persona insicura che teme lo sguardo altrui e spesso anche il proprio), e di chi invece vorrei diventare (una persona decisa, sicura, che si ami almeno un po’, e che dello sguardo degli altri se ne sbatte altamente).
Soltanto nel recente passato mi sono resa conto di quante sfumature abbia il mio volto, quante la mia voce, quante il mio sguardo. E’ stato come guardare dentro ad un baule pieno di maschere, ognuna delle quali si adatta alla perfezione a questa o a quella persona e situazione. E in tutto questo, la cosa più strana e assurda è stata rendermi conto che, se anche volessi cercare il mio vero volto in mezzo a tutte quelle maschere, non saprei nemmeno com’è fatto. Riconosco l’espressione che assumo sempre davanti ad uno specchio, mentre tiro su le sopracciglia stando bene attenta a non mettermi di profilo; riconosco l’espressione che faccio per celare a qualcuno la noia o, peggio ancora, il totale disinteresse; riconosco l’espressione che assumo quando trasformo volontariamente il mio viso come fosse plastilina per mostrare un finto stupore, mentre nella mia testa recito il mantra “fa che sembri vero, fa che sembri vero”.
Sono talmente abituata a fingere di essere chi non sono, che ho smarrito la mia vera essenza. E la cosa mi stravolge non poco.
Non so cosa mi piace davvero, cosa preferisco e cosa no, quali sono i miei sogni, quali i miei punti di forza. E va da se che bastano uno sguardo ambiguo o una parola di disappunto a mettere in dubbio anche le poche certezze che mi restano. Mi sento immediatamente in difetto, sbagliata, senza speranza di migliorare. La mia sicurezza comincia a vacillare e non è semplice tenerla in bilico tra la speranza e l’abisso. L’impalcatura che ho montato tutta intorno a me non ha solide fondamenta su cui poggiare: spesso basta una folata di vento a scuoterla, e un piccolo terremoto a farla cascare a pezzi. Non è semplice ogni volta dover ripartire da zero. E allora, nel frattempo che la mia autostima migliori, girovago nel limbo, in attesa di un Virgilio che mi mostri la strada da seguire. Cerco di tenere un profilo basso, che mi renda il più possibile invisibile allo sguardo indagatore degli altri. La sola idea di non sapere cosa qualcuno sta pensando di me mentre mi guarda, mi manda in paranoia:”avrò i capelli fuori posto? Una smagliatura sulle calze? Sembro fuori luogo vestita così? Starà pensando che sono stupida. Ok, tranquilla, fai finta di niente e vedrai che presto volgerà lo sguardo altrove. Perché la gente non si fa i fattacci suoi? Ma cosa avrà tanto da guardare quella? Prima fa finta che io non esista e poi passa la serata a guardarmi!”….e così via…non mi addentrerei oltre nel labirinto delle mie infinite paranoie.
Vorrei davvero non dovermi più curare degli sguardi altrui; vorrei sentirmi tranquilla, sicura di me, positiva. Vorrei sentirmi bella, o meglio più semplicemente sentirmi bene nel mio corpo e nella mia testa, senza dover continuamente prendere a schiaffi dei pensieri talmente stupidi da dubitare di essere stata davvero io a partorirli.
Be’, direi che come prima perla del mio baule, non è niente male. E’ una frase che mi tiene coi piedi per terra e allo stesso tempo mi sprona a proseguire verso il più grande (e forse unico) obiettivo che ho al momento: trovare me stessa e permettermi il lusso di dire “Ok, sono fatta così. Qualcosa mi piace, qualcosa no, ma sto“.

 

Scopri altri contenuti de Il mio baule da viaggio

Il mio baule da viaggio.

Baule

Ieri riguardavo le immagini nella galleria del mio cellulare per fare un po’ di pulizia delle foto inutili o, semplicemente, di quelle foto che mi riportano a ricordi a cui non voglio più lasciare spazio. E oltre ai ricordi del passato, mi sono imbattuta in moltissimi screenshot che neanche ricordavo di aver fatto (e che, per chi non fosse particolarmente avvezzo al linguaggio tecnologico, non sono altro che foto di ciò che stai visualizzando sullo schermo del tuo cellulare in un preciso istante): molti mostrano soltanto titoli di canzoni, ricette e acconciature. Ma in tutto questo fritto misto, ho ritrovato anche fermi immagine di frasi o consigli che per qualche motivo mi hanno colpito nell’istante stesso in cui li ho letti; piccole perle da cui vorrei ripescare, così ad occhi chiusi, nei momenti in cui perdo un po’ l’orientamento e ho bisogno di qualcosa che mi dia una piccola spinta, qualcosa che mi faccia ricordare da dove sono partita e perché sto viaggiando. Con questo fine, ho deciso di creare una sorta di baule da viaggio in cui mettere tutto questo, un po’ alla rinfusa, anche perché molto ordinata io non lo sono mai stata. Se ne avete voglia, vi invito a sbirciare in questo baule ogni tanto, non si sa mai che condividere cose preziose possa portare a qualcosa di speciale che ancora non so immaginare.

Cliccate qui per entrare nel mio baule da viaggio: Il Mio baule da viaggio

È tardi! È tardi, sai? Io sono già in mezzo ai guai! Neppure posso dirti “ciao”. Ho fretta! Ho fretta, sai?

Alice in Wonderland 3D

Per molti la vita è soltanto una dannata e stupida lotta contro il tempo: lavori per poterti permettere il lusso di arrivare in fondo al mese senza debiti, e perché no, farci scappare pure qualche abbuffata di sushi all-you-can-eat e i soldi per un viaggetto ogni tanto.

Io credo che ci sia di più. E lo credo perché a volte mi capita di scorgere un segnale, una specie di puntino luminoso che brilla al centro della mia anima assopita, a metà tra la superficialità e la pazzia.

Capita che, stordita dal brusio generale che mi spinge a correre da mattina a sera senza interruzione, mi accorga che invece qualcuno intorno a me ha rallentato la corsa per un istante, senza paura di arrivare ultimo, senza smania di arrivare primo (primo davanti a chi poi?), riuscendo a plasmare quel tempo che tanto bramiamo, fino a dargli la forma dei propri sogni.

“Quella è una persona che ha avuto coraggio”, mi dico, “o magari solo fortuna” (che comunque non guasta mai).

E cosa faccio quando scorgo questi segnali? Mi convinco che a me non importa mirare così in alto. A me basta potermi godere quel paio d’ore in fondo alla giornata, abbracciata alla persona che amo, in compagnia dei miei fratelli oppure al pianoforte, o sdraiata sul divano a leggere un buon libro.

Quando il cervello comincia a ragionare così, è necessario fare un reset e ripartire da un’altra prospettiva. Perché quella dimensione, quella del cervello omologato alle aspettative sociali, non ti consente di fare altro se non camminare veloce e a testa bassa, come se qualcuno ti inseguisse, illudendoti di avere la piena consapevolezza di dove stai andando. Ma col cavolo che ce l’hai.

E quando la pizzata con le amiche del martedì sera salta e ti ritrovi sola nel silenzio di casa tua, le grandi domande della vita ti presentano il conto in cerca di risposte, sbeffeggiandoti, ricordandoti che il tempo passa e tu ancora non hai deciso cosa farai da grande.

A trent’anni (quasi trentuno ormai), probabilmente è tardi, o forse non lo è ancora troppo. Ma certamente non si può prescindere dal prendere una decisione, e farlo prima che sia ‘troppo’ tardi.

Decidere in quale direzione andare è sintomo di grande maturità, o forse solo di pazzia; di certo, c’è che ti mette davanti ad una grande responsabilità. Se la strada che scegli dovesse rivelarsi sbagliata, non potresti più dare la colpa al tempo, alle persone, alla vita, come quotidianamente ed inconsciamente fai. La colpa sarebbe soltanto tua.

Chi ha voglia di accollarsi questo peso immane?

Cercare dentro di me la risposta alla domanda:”cosa vuoi fare della tua vita?”, mi terrorizza. Fino ad ora mi sono sempre limitata a rispondere:”voglio essere felice”. E a dirla tutta, dopo un inizio anno disastroso, sono molti di più i momenti in cui mi sento nel posto giusto al momento giusto, che non sull’orlo del baratro. Ma è ovvio che questo non può bastare, perché accontentarmi proprio non mi riesce (seppure io ci abbia provato per anni, come tutti mi consigliavano di fare).

Non sono una che si tira indietro davanti alle responsabilità. Ho sempre lottato per portarle fino in fondo, e mi sono spesso sobbarcata anche quelle altrui (che grave errore!). E forse proprio perché so quanto certe responsabilità possano pesare, sono spaventata all’idea di prenderne di nuove. So per certo che non mi tirerei indietro una volta in marcia; ma prima di partire, ormai da diverso tempo, mi scopro ad indugiare sulla soglia del presente sperando nell’arrivo di una cartomante che guardando nella sua palla di cristallo mi sappia indicare la strada giusta per me. E quindi, nel frattempo, scruto l’orizzonte per vedere se riesco a dare una sbirciatina a ciò che si cela oltre la punta del mio naso. Ma c’è troppa nebbia, tanta che mi offusca i pensieri e non mi permette di avere una rapporto nitido e trasparente neanche con me stessa.

Vorrei che questa nebbia si diradasse, vorrei riuscire a piangere i miei sogni infranti senza farmi definitivamente abbattere dalle passate sconfitte. Vorrei acquisire la consapevolezza che un errore non è un fallimento ma soltanto un’esperienza da cui imparare e ripartire.

Ci sono dei desideri silenti e deboli da qualche parte nella mia testa a cui non so dare una voce.  Mi manca il coraggio, o meglio, mi manca la “cazzimma”, come dicono a Napoli. E’ necessario che io trovi prima di tutto la consapevolezza di meritare la felicità che sto inseguendo, altrimenti continuerà a scapparmi come il coniglio di Alice nel Paese delle Meraviglie, e come la protagonista della fiaba continuerò a sentirmi grande, poi minuscola ed insignificante, e continuerò a provare pozioni magiche che poi magiche non sono, nella speranza che mi cambino la vita in un lampo. Eppure so bene che non c’è trucco che tenga:  l’unica via è la lotta, per se stessi e per la propria libertà di scelta; non esistono scorciatoie.

Sono attanagliata dalla fottuta paura che la vita possa passarmi davanti talmente in fretta da sembrarmi solo un sogno.

Un sogno a cui, se non mi decido a partire adesso, non avrò mai dato la possibilità di avverarsi.

Ho paura del vuoto.

InsideOut556500e6a2be0.0.0

Ma chi voglio prendere in giro? A chi voglio darla a bere?

Io non sono io, e a questo punto non so neanche se lo diventerò mai.

Mi sento a disagio in questa testa, in questa foresta nera che cerca in ogni modo di sabotare la me che ogni tanto sento bisbigliare da dentro, quando i pensieri si fanno più radi; la intravedo laggiù, oltre lo stomaco, dentro alle scarpe.

A volte faccio e dico cose talmente assurde da non credere di essere stata davvero io a dirle o pensarle; certe volte semplicemente guardo il mio corpo muoversi e ascolto la mia lingua emettere suoni inutili, privi di calore.

Però (parolaccia impronunciabile), da qualche parte, non so dove, io sento di essere qualcosa di più di questo frastuono che mi occupa la testa ogni istante. E solo quando canto, quando scrivo, quando sono persa in un abbraccio o quando ascolto attentamente una canzone, quel frastuono perenne riesco a zittirlo per un po’, e solo allora mi sento più leggera. Non so se quel “qualcosa in più” che credo di essere, sia una bella cosa o meno; però (altra imprecazione dettata dall’impotenza del momento) vorrei davvero poterlo toccare con mano. Solo a quel punto potrei dire “no, in effetti non valeva la pena darsi tanto da fare per scoprirlo”, oppure (magari): “caxxo, ma è una figata, perché non me ne sono accorta prima!”.

Il problema è che ci vuole coraggio per farlo, e io quel coraggio non riesco ancora a trovarlo; la paura di deludere me stessa e gli altri mi attanaglia e mi riduce ad un essere spaventato ed ansioso che cerca di guardarsi dentro e di guarire quanto meno le ferite ancora aperte di quando ero bambina.

E poi, se anche quel coraggio io lo trovassi davvero, so che non sarebbe sufficiente. Purtroppo la mia autostima è pressoché inesistente, se pure io continui a ripetermi che alla fin fine quella che ho mi basta e mi avanza, tanto che me ne frega, io campo lo stesso. E più questa fottutissima autostima si fa minuscola e fragile, più il mostro che abita il mio cervello diventa gigante, ingombrante, rabbioso; basta vedere il disastro che combina quando ogni tanto perdo le staffe e ne perdo il controllo. E’ capace di divorare me e chi mi circonda in una frazione di secondo.

E pensare che molto spesso, quando il mostro sta per sabotarmi ancora, io me ne accorgo pure. Però lo lascio fare: resto impietrita ed inerme ad osservarlo, desiderando nel contempo di diventare invisibile, come a dire: “quel mostro non è mio, io non c’entro niente, io sono un ‘altra cosa. Mettetelo in catene e fatene ciò che volete”.

Quando ho a che fare con persone che non conosco e che non mi conoscono, mi capita spesso di tenere lo sguardo basso come facevo a scuola, quando il prof scrutava i banchi col naso per aria, nell’interminabile trepidazione di chi proprio non sa decidere chi chiamare alla lavagna. Non so a voi, ma a me ogni volta qualcosa cascava inavvertitamente nello zaino e per delle mezz’ore proprio non riuscivo più a trovarlo.

Gli sguardi altrui mi mettono molta ansia, perché do per scontato che siano uguali al mio: arroganti, saputelli, critici e cattivi. Il mio, di sguardo, mi rimprovera continuamnte, ricordandomi quanto sono inadeguata, imperfetta, antisociale, cicciottella, sbagliata e tutto il resto.

Riflettendo a lungo su questa difficoltà nell’accettare me stessa (soprattutto al cospetto degli “altri”), mi sono resa conto di quanto spesso io risulti davvero insulsa e senza grinta. Se qualcuno mi parla, in automatico il mio cervello elabora la frase più breve e priva di personalità possibile per far morire sul nascere qualsiasi tipo di contatto o dialogo. Per dare una spiegazione razionale a questo meccanismo infame, sulle prime ho dato la colpa alla timidezza, dando per scontato che il tempo lo avrebbe aggiustato. In seguito ho pensato che forse di contenuti di spessore, dentro a questo corpo ingombrante, ce ne sono davvero pochi. Poi ho capito che è un semplice e stupido meccanismo di difesa che il mio cervello attua contro la paura: la paura di scoprire che dietro a questo computer, dietro a questi occhiali e dietro a queste parole vane, non ci sia davvero niente di più. Ho paura che se dessi agli altri la possibilità di conoscermi più a fondo, ci troverebbero davvero il vuoto cosmico: a quel punto non avrei più scuse, niente altro con cui giustificare i miei reiterati sbagli, la mia costante imperfezione. Il vuoto mi spaventa più del mostro famelico che mi abita la testa da sempre.

Probabilmente, il fatto di restare sul vago con frasi del tipo “oggi fa freddo”, “a lavoro come va?”, da al mio cervello l’illusione di prendere tempo; in questo modo può aggrapparsi sempre alla speranza di poter dimostrare più avanti il proprio spessore, alla faccia di chi mi credeva insulsa.

Che idiota.

Lo so, tutti i manuali di autostima sono contrari alle frasi dolci e amorevoli che mi rivolgo quotidianamente come fossero un mantra: che cretina; avresti potuto pensarci; non sei buona a niente; se continui così non andrai da nessuna parte.

Ma non riesco a farne a meno. E’ così che sono stata cresciuta dalle persone che avrebbero dovuto amarmi e farmi sentire importante, e ripetermi che sono sbagliata mi da la speranza di potermi riscattare con più facilità: partendo dal fondo, la spinta per risalire dovrebbe essere maggiore.

Devo essere sincera: vorrei davvero mettere fine a questo patetico teatrino messo su dal mio cervello infame. Anche perché sono convinta che qualcosa, oltre questa coltre di nebbia, ci sia davvero. E so che c’è perché è lei che a volte prende il mio stomaco e lo stringe forte fino a farmi male, lei che spinge queste lacrime su fino agli occhi passando per la gola, lei che riesce a farsi amare dalla persona speciale che ho accanto, e che probabilmente ogni tanto riesce a vederla e a parlarci.

Prima o poi anche io la scoverò. Troverò il coraggio di farlo. Spero solo di riuscire ad affrontare con serenità quello che troverò, anche se potrebbe non essere speciale come vorrei.

Non sarai punito per la tua rabbia, sarai punito dalla tua rabbia.

rabbia2

La rabbia. La mia rabbia.

Che ci faccio con questa rabbia?

Al momento ci faccio solo stare male me stessa e le persone che ho intorno. Direi che non è un gran che.

Non riesco a governarla.

Si impadronisce della mia lingua in meno di un secondo, lega ed imbavaglia i miei pensieri ad una sedia immaginaria e non sono più quella che ero fino a pochi istanti prima.

Non so se capita anche a voi o se questa fortuna sia toccata soltanto a me.

Qualsiasi tipo di sopruso, fatto a me o alle persone che amo, mi fa salire una specie di istinto omicida che si limita ad abbaiare forte senza il minimo controllo. Credo che sia la me bambina che prova a fare la voce grossa da dentro, nel tantivo di far capire agli altri che non devono avvicinarsi, che devono lasciarla in pace. Le spiego continuamente che così facendo passa dalla parte del torto; sento che lo capisce, ma quando arriviamo al dunque, ecco che ci ricasca. E non vorrei che lo facesse, anche perchè sono responsabile per lei; odio dovermi scusare a causa sua.

Non so davvero come gestirla.

Eppure con i bambini sono sempre stata brava. Quando i miei fratellini si innervosivano e iniziavano a pestare i piedi per terra urlando in preda all’ira, riuscivo sempre a distrarli e poi a tranquillizzarli. Perchè con me non ci riesco?

Ho fatto qualche ricerca su google e letto alcuni libri, ma tutti riportano soltanto consigli su come bloccare sul nascere la reazione innescata dalla rabbia.

A me non serve questo. A me serve capire le ragioni della mia rabbia.

Quando esplode, è già troppo tardi per rendersene conto. La miccia dell’ira viene accesa in un lampo e subito va in orbita senza lasciarmi il tempo di decidere, senza lasciarmi scampo.

Questo non vuol dire che io mi stia arrendendo a lei. Ho solo bisogno di sfogare la mia frustrazione e ripartire da un’altra parte, da un’altra prospettiva che mi permetta di capire come vincerla. Non voglio più permetterle di sabotare la mia serenità.

 

 

 

Bella Livorno

684x384_387367

Anna è nel suo lettino già da qualche ora. Rannicchiata sotto le lenzuola, sogna di rincorrere suo fratello Filippo sulla spiaggia. Il mare le piace un sacco, e la mamma le ha promesso che a ottobre la iscriverà in piscina per imparare a nuotare, così la prossima estate potrà tuffarsi tra le onde senza braccioli.

Filippo invece fatica un po’ ad addormentarsi. Il babbo lo ha sgridato perché voleva alzarsi da tavola prima che tutti gli altri avessero finito di cenare. “Quando sono a casa dai nonni, mi posso alzare da tavola quando voglio”, ha risposto Filippo tutto imbronciato, dall’alto dei suoi 4 anni appena compiuti. Mentre cerca di trattenere le lacrime come ha visto fare ai suoi amichetti dell’asilo, si ritrova a pensare che la mamma e il babbo siano cattivi; e mentre immagina di traslocare su una casetta tutta sua in cima all’albero del giardino, lentamente si addormenta.

Sara e Simone si concedono finalmente una mezz’ora di meritato riposo sul divano. “I bimbi dormono” sussurra Simone col terrore di poterli svegliare col solo suono dei passi lenti sul parquet di legno. “Che ne dici se ci mettessimo nel lettone solo tu ed io, prima che quei due mostriciattoli arrivino nel bel mezzo della notte e ci spingano sul ciglio del letto?” propone sorridendo. Anna lo guarda con l’aria stanca di chi, dopo 9 ore di lavoro, ha dovuto correre dietro a due piccole pesti, cucinare, lavare i piatti, passare l’aspirapolvere e trovare anche il tempo di chiamare la madre che le ha invaso il cellulare di telefonate. “Mi sembra un’ottima idea. Con questa pioggia forte mi va proprio di starmene accoccolata sotto alle coperte”, ammette. “Ma non farti strane idee”, continua accennando ad un sorriso civettuolo.

E intanto fuori piove da un po’. È una pioggia più violenta del solito, una pioggia che fa quasi paura, ma è sciocco avere paura di un temporale quando si è grandi.

Insieme ai suoi abitanti, anche la casa si addormenta; le luci sono spente, la lavatrice ha appena finito la centrifuga, e non resta che il rumore sordo della pioggia sul tetto a coprire qualsiasi altro suono, tanto che è impossibile distinguere il fruscio dell’acqua che dal giardino filtra sotto la porta, prima come un rivolo di saliva, poi con sempre più violenza, come se il fiume sotto casa stesse vomitando tutta l’acqua che non riesce più a contenere. E lentamente quell’acqua invade la cucina, e poi raggiunge il pavimento delle camere e poi i letti.

Anna sta sognando di nuotare in mare senza braccioli, come le aveva promesso la mamma, e quasi le sembra reale la sensazione di bagnato, dell’acqua che le accarezza il corpo e la avvolge come se ci fosse immersa dentro. Poi comincia a mancarle in respiro, e allora annaspa per tornare in superficie, ma lì sotto è tutto buio e non sa dove andare. Se solo avesse avuto i braccioli! Prova a gridare ma non le esce niente dalla gola. Improvvisamente uno strattone forte la tira via dal suo letto e può nuovamente respirare. Non riesce a capire cosa stia succedendo. Papà la sta portando fuori sotto la pioggia, la mette in braccio al nonno e poi torna dentro. “Dov’è la mamma?” frigna Anna. Ma il nonno non risponde; ha un viso strano, bianco e spaventato. La porta al piano di sopra e la mette tra le braccia di nonna, poi torna fuori al buio sotto la pioggia.

Filippo è terrorizzato. È salito in cima al comò di camera sua e piange senza interruzione. La mamma stava andando a prenderlo, tenendosi forte alle pareti del corridoio, alla cornice della porta e a quella del letto. Ma poi, all’improvviso. l’acqua se l’è portata via; l’ha sentita gridare qualche secondo e poi più niente. Il silenzio è stato interrotto soltanto dalla voce del suo papà che lo chiamava: “Filippo!! Papà sta arrivando!! Fermo dove sei!!” – Gli è sembrato di sentire anche la voce del nonno, e finalmente eccoli entrambi sulla soglia della sua camera. Ma perché camminavano così lentamente? Non era certo il momento di giocare alle belle statuine!

L’acqua continua a correre impetuosa ed inarrestabile. Il fango imprigiona le gambe, il busto, le braccia. Simone cerca di tenere Filippo più in alto possibile, come se stesse sperando nell’arrivo di un angelo che prenda al volo il suo bambino e lo porti in salvo, all’asciutto. Nel frattempo vede gli occhi di suo padre pieni di lacrime, con l’espressione di chi ha deciso di arrendersi alla furia di una natura che si ribella, che senza permesso tenta di riprendersi il posto che l’uomo le ha tolto, ma che in realtà le è sempre appartenuto.

Il temporale ha spazzato via ogni ostacolo, i fiumi hanno rotto gli argini, e l’acqua si è impadronita di gran parte della città. E insieme alle macchine, ai lampioni e ai cassonetti dell’immondizia, si è portata via pure Filippo, Sara, Simone e nonno Franco. Il fango li ha trattenuti in un abbraccio viscido e paludoso che gli ha riempito i polmoni, togliendogli l’aria e la vita.

Nel frattempo Anna, che è ancora rannicchiata nell’abbraccio accogliente e sicuro della nonna, non riesce a smettere di piangere, e pensa che di imparare a nuotare non le importa più niente; non appena la pioggia forte sarà finita, correrà a saltare nelle pozze d’acqua con Filippo e dirà alla mamma che, tutto sommato, al mare può continuare a nuotare pure con i braccioli.

La (mia) anima vola

​È piena estate e fa caldo. Accendo il condizionatore e il brusìo sordo dell’aria fresca che riempie la stanza mi fa compagnia. Nella casetta che ho preso in affitto quattro giorni dopo aver abbandonato la mia vecchia vita, non c’è molto da fare. C’è una TV che non accendo praticamente mai, e sotto la finestra ho la mia pianola con gli spartiti. E così, quando sono sola e la mia testa ha già costruito castelli in aria, sognato futuri improbabili e fatto a botte coi ricordi, per darle un po’ di pace mi metto a suonare. E a cantare. E mi sento perfettamente a posto; per un’ora smetto di sentirmi sbagliata, confusa, cicciottella, stanca. Sono nella stanza ma non sono lì, tolgo il guinzaglio alla mia anima e lascio che voli tra le note e le pause, che cerchi il sollievo che la mia mente testarda non puó a darle. 

C’è qualcuno in particolare che devo ringraziare per avermi dato la possibilità di dar sollievo alla mia anima inquieta, ma credo che lo farò stasera, quando rientrerà dal lavoro.