Come trattare gli altri e farseli amici

Già da un paio d’anni ho deciso di cambiare approccio con i tanto agognati quanto temuti obiettivi del nuovo anno: semplicemente non ne faccio, perché trovo più utile (e meno scoraggiante) focalizzarmi su obiettivi molto più grandi ma con scadenza a lungo termine.

Ho riflettuto a lungo sugli aspetti della mia vita che ho sempre reputato “difettosi”, da sistemare, e ho pensato che se avessi “aggiustato” quelli, anche il resto sarebbe andato a posto senza che dovessi far altro. Di certo, l’aspetto della “socialità” è sempre stato uno dei più carenti e nei quali ho sempre avuto più difficoltà a districarmi, specialmente nel quotidiano.

Prima di cinque figli, sono sempre stata abituata a cavarmela da sola, a non chiedere mai aiuto, a tacere i problemi e a mostrare agli altri sempre e soltanto la faccia sorridente (e per questo non sempre sincera). Fin da quando sono piccola, “gli altri” hanno sempre rappresentato un ostacolo insormontabile. Solo adesso capisco che la colpa non è veramente degli “altri” (che comunque a volte sembrano fare di tutto per metterti i bastoni tra le ruote), ma soltanto mia e di come (non) ho reagito ai loro sguardi, ai loro commenti, ai loro pensieri. Ma nonostante adesso io abbia molto chiaro che è importante non lasciarsi influenzare da tutto ciò che dice e crede la gente, ho ancora difficoltà a rapportarmi con tutto ciò che va oltre a mia pelle.

Così, in un percorso di crescita ed evoluzione personale che ho deciso di intraprendere, ho capito che avrei dovuto cominciare esattamente dalla cosa che mi terrorizzava di più: la relazione con gli altri.

Ho trovato centinaia di “percorsi” strutturati in punti e frasi ad effetto, fin anche in esercizi pratici: ognuno di questi gridava al miracolo e ad una rinascita garantita. E vi dirò: ne ho pure provati tre o quattro, ma i risultati sono stati deludenti e finanche inesistenti. Poi, continuando a cercare (evitando come la peste corsi con slogan come “dieci passi per raggiungere la felicità”, o “esercizi pratici per ritrovare la propria autostima”), mi sono imbattuta in un libro dei primi anni del 900′: Come trattare gli altri e farseli amici, pubblicato in America nel 1936 dalla casa editrice Simon&Schuster e in Italia da Bompiani.  L’autore, Dale Breckenridge Carnegie (1888 – 1955), è stato uno scrittore ed insegnante statunitense, che fu, tra le altre cose, promotore di numerosi corsi sullo sviluppo personale, vendita, leadership, corporate training, relazioni interpersonali e abilità di parlare in pubblico. Come trattare gli altri e farseli amici ha venduto oltre quindici milioni di copie in tutto il mondo ed è tuttora popolare, è uno dei primi best seller nella storia dei libri sullo sviluppo personale.

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Ho imparato qualcosa da questa lettura? Sì.

La consiglierei? Sì.

Ammetto che dopo la prima metà del libro, i concetti cominciano ad essere un po’ ridondanti e probabilmente fin troppo carichi di esempi, ma ciò non toglie che le nozioni che stanno alla base di questa guida siano tanto semplici quanto importanti.

Non trattandosi di un romanzo, non credo di fare spoiler anticipandone le parti che ho ritenuto più convincenti e utili al raggiungimento del mio obiettivo: quello di riuscire ad avere un rapporto più sano e privo di dipendenze con le persone che mi circondano.

Ecco i punti che ho trovato più illuminanti, le chiavi di lettura che sono certa mi permetteranno di capire meglio gli atri (oltre che me stessa):

  1. Novantanove volte su cento, la gente non accetta critiche sul proprio modo di comportarsi, per quanto sbagliato possa essere. La critica è inutile perché pone le persone sulla difensiva e le induce immediatamente a cercare una giustificazione. E’ pericolosa perché ferisce l’orgoglio della gente, la fa sentire impotente e suscita risentimento. […] Ci piace continuare a crede nelle cose in cui siamo abituati, a considerarle come vere, e quando le vediamo attaccate o messe in dubbio la nostra presunzione ci spinge a trovare ogni scusa per difenderle. Il risultato è che la maggior parte dei nostri cosiddetti “ragionamenti” consiste nel trovare argomenti per sostenere ciò in cui crediamo  (The Mind in the Making – James Harvey Ribnson). […] C’è più comunicatività in un sorriso che in una minaccia perché l’incoraggiamento è un sistema educativo più efficace della repressione.” A tal proposito vi invito a leggere la bellissima lettera di W.Livingstone Larned – Father Forgets, dedicata a suo figlio (e in buona parte anche a se stesso). La trovate qui.
  2. L’assunto più prezioso, è stato sicuramente quello che invita a focalizzarsi sulla natura umana: “il bisogno più sentito della natura umana è il desiderio di essere importanti […] il bisogno di perseguire infaticabilmente l’apprezzamento altrui”. […] La gente riterrebbe un’impresa criminosa lasciare la propria famiglia o i propri dipendenti a digiuno per sei giorni; eppure non hanno problemi a lasciarli sei giorni, o sei settimane, o a volte addirittura sei anni, senza quella gratificazione della quale hanno bisogno assoluto, tanto quanto del cibo. […] “Non c’è niente di cui io abbia tanto bisogno quanto del nutrimento per la mia autostima” (Alfred Lunt). […] Smettiamo per un momento di pensare ai nostri successi, ai nostri desideri. Cerchiamo di ricordare anche i pregi altrui. […] date sempre agli altri l’impressione di essere importanti”.
  3. La sola via sicura per influenzare una persona consiste nel converse di quanto le interessa. […] ci si fa più amici in due mesi mostrandosi interessati altri altri che non in due anni tentando di indurre gli altri a interessarsi a noi.
  4. Lottando si ottiene sempre poco; cedendo si ottiene sempre di più di quanto si sperava.[…] Tutti gli sciocchi sono pronti a difendere i loro errori, ma ametterli innalza il colpevole sopra la massa e gli conferisce dignità e serenità.

I concetti del libro non si esauriscono con questo breve elenco, sono presenti infatti molti piccoli e grandi escamotage e “trucchetti” per convincere gli altri a passare dalla vostra parte, o per “indorare la pillola” quando si tratta di impartire ordini di qualsiasi tipo. Si tratta di consigli utili per un livello “avanzato”, livello fino al quale certamente non intendo spingermi per il momento.

Al di là dei concetti spiegati nel testo, vorrei condividere con voi una breve frase in cui Carnegie parla della felicità, molto affine al mio sentire:

“La felicità non dipende dalle condizioni esterne, ma dal proprio stato interiore. Non è quello che avete o che siete o dove siete o che cosa state facendo che vi può rendere felici o infelici. E’ quello che pensate.”

Personalmente ho acquistato il libro in formato e-book per il mio Kindle a meno di 4 euro, ma potete trovarlo ovviamente anche in formato cartaceo (12 euro su Amazon).

 

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Storia di Lin – Recensione

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Dopo aver terminato l’ultima (deludente) lettura di “Come fermare il tempo” (di Matt Haig), anziché affidarmi ai consigli di amici e conoscenti ho deciso di raccomandarmi completamente al fato.

Tra gli altri, il mio fidato Kindle mi ha proposto un libro (gratis) che di primo acchito non avrei mai scelto per la sua copertina: “Storia di Lin”, della scrittrice Giuseppina d’Amato di cui onestamente non avevo mai sentito parlare.

Premetto che, per essere stata una lettura “alla cieca”, non è andata poi così male: ho fatto molta più fatica a terminare libri che mi erano stati caldamente consigliati e pubblicizzati.

Ma veniamo al dunque. Il libro racconta, appunto, la storia di Lin, un’adolescente alle prese con le continue metamorfosi tipiche di quell’età, con le difficoltà scolastiche e i primi amori. Lin è una ragazzina taciturna, timida ed introversa; le compagne a scuola la prendono in giro per il suo strambo modo di vestire, e i suoi amici si contano sulle dita di una sola mano. Ah! Dimenticavo di dirvi che Lin non è italiana. Si è trasferita a Brescia con la madre dalla Cina, il paese in cui ha lasciato un padre fantasma e dei nonni amorevoli. Paradossalmente, ciò che aggiunge un pesante velo nero alla sua adolescenza è proprio la lontananza da Zhang Wei, sua madre, che ha deciso di buttarsi a capofitto nel lavoro per garantire alla figlia un futuro migliore di quello che è toccato a lei: se va bene, riescono a vedersi una volta ogni due mesi, e spesso anche quel raro incontro risulta impossibile.

Lin è costretta a vivere da sola e ad arrangiarsi in una Brescia che ancora fatica a definirsi multiculturale. Tutta la sua quotidianità gira intorno a qualche figura di riferimento e alla solitudine, all’incertezza, al senso di impotenza. E saranno proprio questi sentimenti a creare un solco profondo nell’anima e nella vita di Lin, portando un cambiamento repentino ed improvviso da cui non le sarà più possibile tornare indietro.

Ecco cosa mi è piaciuto di questo libro: sicuramente questa storia riesce a mettere l’accento su scorci culturale a cui (forse) normalmente non presteremmo la benché minima attenzione. Trovo che sia importante calarsi nei panni degli altri per arrivare almeno ad intuire vagamente quali siano i suoi trascorsi, le sue difficoltà, le sue aspirazioni. Vestire i panni di qualcun altro ci rende l’altro meno “diverso” e più vicino, e in questo il libro centra pienamente l’obiettivo. Non aspettatevi una storia piena di colpi di scena, perché non ce ne saranno. La storia di Lin potrebbe tranquillamente essere la bella prosa di un trafiletto tratto dal quotidiano locale di qualsiasi città, suscitando lo stesso identico disappunto. Devo confessare che alcuni passaggi mi hanno ridotto in lacrime: in un paio di momenti, la distanza tra me e Lin si è azzerata, tanto che le sue emozioni sembravano mie e viceversa.

Cosa non mi è piaciuto di questo libro: il linguaggio della scrittrice non è sempre fluido e scorrevole; ci sono momenti in cui ho dovuto fare marcia indietro e rileggere una parola se non addirittura un’intera frase per capirne bene il senso. Non perché la sintassi non sia corretta, ma semplicemente perché a volte la scrittrice fa uso di termini “difficili” e pesanti, che potrebbero risultare un po’ ostici per chi non dispone di un lessico molto più che completo.  Inoltre ho trovato imbarazzati alcuni passaggi in cui la narratrice tenta di scimmiottare i discorsi di Lin in un italiano stentato e un po’ caricaturale, ricreando la classica “macchietta” ben radicata nella mentalità di noi italiani. Trovo che questi discorsi, anziché palesare le difficoltà di una ragazza in cerca di integrazione, rendano il tutto un po’ troppo improbabile, facendo quasi perdere credibilità all’intera storia.

 

Come fermare il tempo – Non chiamiamola Recensione

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Quando mi sono imbattuta nella copertina di questo libro, sono letteralmente rimasta folgorata. In un attimo stavo già sognando sulle note di “E’ una storia sai” della Bella e la Bestia. La clessidra, la rosa, i petali caduti: tutto mi riportava alla storia d’amore che preferisco in assoluto, con tanto di atmosfere fiabesche e potenti incantesimi.

E invece no. Niente Bella. Niente Bestia. Niente incantesimo. Niente bacio del vero amore. Va be’, mi son detta, magari è bello comunque…

Sarò onesta: non consiglierei questa lettura a tutte quelle persone che, come me, hanno pochissimo tempo a disposizione da dedicare alla lettura, e che quindi da quel poco tempo vorrebbero trarre il massimo godimento.

“Come fermare il tempo”, edizioni E/O, è la storia di Tom, un uomo apparentemente sulla quarantina che nasconde uno scottante segreto, tanto più scottante quanto più si va indietro nel tempo agli anni della ghigliottina pubblica e della caccia alle streghe. In realtà, nel momento in cui racconta, Tom di anni ne ha più di quattrocento, un cumulo di giorni forse troppo pesante per l’anima e le spalle di un essere umano semplice. Il racconto è un po’ ridondante, pieno di Flash Back e Flash-forward, che portano il lettore avanti e indietro nel tempo senza  sosta, senza un momento o un luogo che si possano definire casa. Porbailmente è un effetto voluto, come se la storia non fosse altro che un pretesto per far sorgere interrogativi che, forse, normalmente non ci porremmo: cosa succederebbe se potessimo vivere per sempre? come ci sentiremmo se le persone che amiamo invecchiassero normalmente mentre noi restassimo sempre uguali a noi stessi?

Seguendo il filone dell’onestà, mi viene da dire: chi se ne frega! E’ pura fantascienza. E’ come chiedersi cosa faremmo se avessimo i superpoteri. Preferisco impiegare il mio tempo, che a differenza di quello di Tom non è infinito, a farmi domande su questioni più vicine alla realtà. Ma può darsi che sia stata io a prendere male l’intento dell’autore.

Come se non bastasse, la curiosità iniziale si è spenta definitivamente quando l’ebook mi indicava che avevo letto il 65% del libro e ancora non mi era chiaro quale fosse l’obiettivo di Tom oltre a quello di ricordare passivamente le sue vite passate.

Andando sempre per ipotesi, mi viene da pensare che questa sospensione rifletta esattamente lo stato d’animo del protagonista, che davvero non sa cosa fare, dire o pensare della propria vita. Potremmo vederci molte correlazioni con la vita reale, perchè i dubbi di Tom sono presenti anche nelle nostre vite infinitesimemente più brevi, ma resta il fatto che arrivare in fondo al libro, per me, è stato estremamente faticoso, tanto che ho avvertito forte la sensazione di aver perso il mio tempo.

Quindi complimenti per la copertina decisamente accattivante, ma per me è no.

Nota positiva: c’è una frase che mi ha colpito molto, e che vorrei condividere con voi. Rispecchia decisamente un mio pensiero, o più precisamente un modo di affrontare la vita:

È la gioia più semplice, la più pura del mondo, penso, far ridere qualcuno a cui vuoi bene.

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Radiomorte – Recensione

Se vi piacciono le storie dalle trame ingarbugliate ma ben studiate, di quelle che vi portano a divorare il libro per arrivare velocemente alla fine e trovare finalmente il bandolo della matassa, allora non vi potete perdere Radiomorte di Gianluca Morozzi (edito Guanda – Narratori della Fenice).

Ho amato il ritmo del racconto e l’idea di utilizzare un narratore “speciale” che sbuca all’improvviso come una sorta di sorpresa omaggio poco prima che il pettine sciolga anche l’ultimo dei nodi.

Non ho trovato niente di scontato e prevedibile, e la cosa mi ha procurato un piacere che non provavo ormai da molti libri.

Ma veniamo al dunque: la famiglia Colla rappresenta per molti la famiglia perfetta. Fabio, il capofamiglia, è uno scrittore famoso che crede di aver trovato la formula per dar vita ad una famiglia davvero felice. Molti lo seguono e ammirano sognanti i sorrisi prestampati di sua moglie e dei suoi figli, ma qualcuno pare non essere d’accordo. Certi di dover affrontare l’ennesima intervista radiofonica, i Colla si troveranno a vivere l’esperienza più sconvolgente della loro vita; le premesse non sono le migliori: uno di loro dovrà morire, e saranno loro stessi a dover decidere chi, non senza aver prima confessato, a turno, il peggiore dei loro segreti, lasciando cadere ogni maschera.

Non voglio svelare di più, vi auguro soltanto una buona lettura!

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Il Sognatore – Recensione

Il sognatore

Quando mi sono imbattuta casualmente nel titolo di questo romanzo, ho deciso che lo avrei comprato senza leggere la trama ne cercare informazioni circa il suo autore.

Quella dei sogni è per me una realtà spesso scomoda, in cui mi ritrovo senza bussola e possibilità di scelta: quasi ogni mattina riesco a ricordare cosa è successo durante la notte, e il più delle volte non è un bene. A volte sbucano mostri, animali feroci, fin anche il volto di Satana. Altre rivedo quella nipote che non posso più abbracciare nella vita reale. Certe notti le passo a piangere con lacrime immaginarie ma incessanti, incredula per la prematura scomparsa di quella o quell’altra persona a me cara. Mi dico spesso che dovrei andare da uno bravo che analizzi la mia anima attraverso quelli che sono più spesso incubi che sogni, ma poi mi sento ridicola e rinuncio.

Lazlo Strange, l’indiscusso protagonista de “Il Sognatore” (di Fazi Editore), un po’ mi somiglia: che gli occhi siano aperti oppure no, la vena sognante e fantasiosa riesce costantemente ad irrorare ogni suo organo e tessuto, fino a consentirgli di plasmare quei sogni come carta da origami. Lazlo non sa da dove viene, non sa chi è, e nel dubbio si convince di essere un insignificante bibliotecario senza alcuna aspirazione nella vita (l’ho già detto quanto mi somiglia?).

Seppure il suo corpo non lasci mai la biblioteca, grazie al potente intruglio di inchiostro e fantasia dei “suoi” libri e all’aiuto della sua stessa immaginazione, riesce ad evadere verso luoghi in cui la maggior parte degli uomini probabilmente non è mai stata e mai andrà.

In particolare, c’è un mistero che lo ha sempre affascinato fin dalla tenera età: quello di Pianto, una città lontana abitata da esseri straordinari, che dicono abbia smarrito il proprio vero nome, improvvisamente, in un passato non troppo lontano. Nessuno è mai riuscito a vedere Pianto o a tornare indietro per poterlo raccontare, tanto che viene relegata nella sfera della mitologia.

Al di là di ogni aspettativa, la vita di Lazlo e quella di Pianto si intrecceranno indissolubilmente, ed i sogni non saranno più soltanto il luogo in cui rifugiarsi per fantasticare un futuro stupefacente.

Il Sognatore è un racconto fantasy tessuto fra le trame di una realtà tutto sommato monotona e ordinaria, senza slanci o scopi degni di nota.

Ho apprezzato questo racconto per 3/4, perché parte da lontano e ti avvicina lentamente alla conoscenza con Lazlo e con i misteri che si porta nel cuore come il più grande dei tesori. Il ritmo è lento e a tratti snervante (ma quel modo positivo di essere snervante, nel senso che alimenta la curiosità), specialmente nella prima metà del romanzo (o forse qualcosina di più). Poi, verso il finale e senza alcun preavviso, tutto comincia a precipitare veloce togliendo spazio al contorno, che sbiadisce sempre più fino a scomparire.

Non ho gradito l’epilogo di questo romanzo, tanto più che quel “CONTINUA” scritto in stampatello in fondo all’ultima pagina del libro uccide tutta la curiosità che la “fuxya” Laini Taylor era stata in grado di creare con la sua narrazione.

Ho voglia di leggere il prosieguo della storia? Non molto. Mi ero affezionata a Lazlo, mi ero affezionata al mistero di Pianto; ma adesso che entrambi sono stati spogliati dei loro tratti “ordinari “, cancellando il legame seppur flebile con la vita “normale” e reale, anche la mia curiosità ha smarrito la sua dimensione, e dubito che riuscirebbe a ritrovarla nel seguito de “Il Sognatore”.

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E tu che maschera indossi?

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Si fa tanto parlare di autostima, di come accrescerla e rafforzarla, di quali siano le strategie, i trucchi e le pseudo-magie che dovrebbero, finalmente, farci sentire sicuri ed in armonia con noi stessi e con il mondo circostante.

Non so se anche a voi è capitato di provarci e quali siano stati poi i risultati: per quanto mi riguarda, i miei tentativi sono miseramente falliti.

Poi qualche giorno fa, per puro caso, mi sono imbattuta in qualcosa che mi ha regalato un nuovo punto di vista da cui ripartire.

Un’amica mi ha chiesto la cortesia di acquistare un libro su Amazon per suo conto; una volta messo nel carrello, è comparso il seguente avviso: “con l’acquisto di questo libro, la spedizione è gratuita se raggiungi la cifra di 25,00 euro”. Mi sono accorta che effettivamente mancavano pochi euro, quindi ho pensato di approfittarne per comprare un libricino per me. Tra i libri suggeriti (in base alle ultime letture acquistate e alle tendenze del momento), compariva il libro “Le 5 ferite e come guarirle” di Lise Bourbeau. Ho letto le recensioni degli utenti che lo avevano acquistato, e il responso era più o meno sempre quello:” offre spunti di riflessione molto interessanti, adatto a chi ha intrapreso un percorso di crescita interiore, ma non fornisce alcuna soluzione”. Quindi, incuriosita, ho cominciato a girovagare per il web in cerca di qualche informazione in più, e ho trovato migliaia di riferimenti a queste 5 fantomatiche ferite.

Il succo è questo: molti di noi, in età infantile, hanno subito dei “torti”, se così vogliamo chiamarli, ricavandone in seguito ferite emotive molto profonde che non sono riusciti a sanare. Queste ferite sono state procurate in modo inconsapevole (si spera) dai nostri genitori o da persone a noi molto vicine, probabilmente perché loro stessi sono stati oggetto di questa dinamica in tenera età (ma non avendola individuata e “curata”, l’hanno riproposta automaticamente senza saperlo).

Nel momento in cui la ferita è stata inferta, il bambino ha attuato un meccanismo di difesa: la maschera, che è appunto la risposta che il bambino ha trovato a suo tempo per sopravvivere nel modo migliore alla ferita.

Secondo la psicoanalisi, si possono distinguere 5 ferite principali, con le rispettive 5 maschere:

  1. la ferita del rifiuto e la corrispettiva maschera da fuggitivo
  2. la ferita da abbandono e la maschera da dipendente
  3. la ferita dell’umiliazione con la corrispondente maschera da masochista
  4. la ferita del tradimento e la maschera del controllo
  5. la ferita dell’ingiustizia e la maschera del rigido.

La maschera dà vita ad un vero e proprio personaggio, con modi di pensare, di parlare, di muoversi, di respirare, ecc. Pare infatti che si possa fare una diagnosi approssimativa di una persona basandosi sull’osservazione di tutte queste variabili: pare sia possibile scoprire quale sia la nostra ferita “prevalente” (in ogni persona possono esserci più ferite aperte) anche soltanto osservando la nostra “forma” fisica.

Nei prossimi giorni posterò, uno per volta, i profili relativi alle 5 ferite: non sarà certamente la risposta a tutti i dubbi che ci siamo sempre posti, ma può sicuramente rappresentare un buono spunto di riflessione, una diversa prospettiva per avere uno sguardo rinnovato e curioso su aspetti che, magari, avevamo sempre dato per scontato. Per me, almeno, è stato così.

Il riparatore – Recensione

Mi capita spesso di essere attratta da un libro per il suo titolo o la sua copertina: se sono persa tra gli scaffali di una libreria, anziché divorare la trama del libro in cinque secondi netti, mi limito ad aprire il romanzo e leggerne la prima pagina. Se il contenuto o lo stile dello scrittore mi incuriosisco, lo prendo! Quando però acquisto un eBook su Internet, la storia cambia perché non è scontato riuscire a trovare l’anteprima della prima pagina per farsi un’idea. Allora baso tutto sul primo impatto, e come spesso accade nella vita di ogni giorno quando si fa affidamento sugli aspetti più superficiali, prendo delle grosse fregature.

Non vorrei dire che “Il riparatore” di F. Paul Wilson lo sia stato del tutto, ma di certo ricordo bene di aver provato una certa delusione nel momento in cui il “soprannaturale” ha fatto il suo spettacolare ingresso in un racconto che tutto sommato mi stava davvero intrigando. La colpa, si intende, non è certamente del libro, ma soltanto mia e della mia insensata fobia delle trame: ho sempre il terrore che mi svelino più di quanto la mia curiosità non possa tollerare.

Ad ogni modo, vi vado a spiegare brevemente di cosa si tratta: Jack è un ragazzone sulla trentina che ha volutamente preso la decisione di emarginarsi dalla società. Lavora da anni nel campo delle riparazioni, un campo che nella maggior parte delle persone non desterebbe il minimo interesse, ma che per i pochi che sanno bene cosa cercare, è un ambito davvero molto apprezzato. Sì perché Jack non si limita a riparare oggetti ed elettrodomestici: lui ripara “situazioni complicate”.

La sua stessa fidanzata è all’oscuro di tutto, e non ha dubbi sulla decisione di lasciare Jack  quando scopre i suoi ‘attrezzi del mestiere’: armi, passaporti falsi e strumenti di tortura.

Dal canto suo, Jack ha i suoi buoni motivi per difendere le proprie scelte di vita, e mentre cerca di capire quali dovranno essere le sue prossime mosse, riceve un nuovo incarico: un indiano privo di un braccio lo ingaggia per

recuperare una collana rubata alla sua vecchia zia che si trova già in ospedale sul punto di morire. La missione lo conduce nei pressi di un mercantile arrugginito nel West Side di Manhattan, e le presenze che ne abitano la stiva sembrano non avere niente a che fare con la realtà che ha sempre conosciuto. Jack si troverà ad affrontare una vendetta che ha viaggiato indenne attraverso i secoli e che rischia di coinvolgere le persone che più ama al mondo.

Molto probabilmente, se avessi letto la trama prima di precipitare le mie dita impazienti sul tasto “Acquista”, la mia delusione non avrebbe avuto ragione di esistere; sarei stata pronta e quasi in trepidante attesa di scoprire che razza di presenza potesse infestare lo scafo di una nave. Ma visto che così non è stato, mi limiterò a qualche breve osservazione che possa aiutare gli ultimi indecisi a prendere una decisione: lo leggo o non lo leggo?

Non ho fatto “orecchie” ne sottolineature durante la lettura, il che significa che non ci sono state frasi o concetti degni di nota e che abbiano colpito nel segno. Il racconto scorre veloce, con le giuste dosi di ansia ed attesa. Se si riesce a far pace con l’ingresso del fantascientifico in una storia che pareva avere fin dal principio i piedi ben piantati per terra, il romanzo ha il suo fascino. La cosa che veramente mi ha colpito e che mi ha lasciato un’impressione finale positiva di questo libro, è stata la presenza dei colpi di scena. Ce ne sono moltissimi, e più si va avanti con la lettura e più quelli aumentano.

Spesso riesco ad indovinare cosa succederà ai protagonisti, come se lo scrittore avesse lasciato troppi indizi lungo il cammino, togliendomi il regalo della sorpresa, ma con Il Riparatore questo non è successo, in nessun momento: caratteristica assolutamente da apprezzare.

Non so se sarò riuscita ad orientare la vostra scelta o se avrò semplicemente creato più confusione, ma in ogni caso vi ringrazio per aver dedicato qualche minuto del vostro tempo alla lettura della mia simil-recensione un po’ sconclusionata.

Il tuo anno perfetto inizia qui – Recensione

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Ho terminato oggi la lettura del libro in formato ebook “Il tuo anno perfetto inizia qui”, di Charlotte Lucas.

Per il mio compleanno ho ricevuto un bellissimo Kindle su cui sto accumulando più libri di quanti io ne riesca a leggere in un anno intero; ma non credo che sia tutto sommato qualcosa di negativo. “Il tuo anno perfetto inizia qui” rappresenta la lettura di inaugurazione del mio nuovo Kindle, e mi ritrovo dentro sentimenti un po’ contrastanti a riguardo.

L’idea alla base del libro, a mio avviso, è abbastanza carina (se parliamo di una lettura poco impegnativa, da fare a scappa tempo tra “Novecento” di Baricco e “Memorie di una Geisha” di Arthur Golden). Senza spoilerare i colpi di scena (tutti, del resto, molto prevedibili), ecco la sintesi della storia: è la mattina del primo dell’anno, e l’editore Jonathan N. Grief sta portando a termine il suo allentamento mattutino lungo le sponde di un lago nella fredda Germania; quando torna alla sua bicicletta per riprendere la corsa, trova una borsa appesa al manubrio e, al suo interno, solo un’agenda. Intorno non c’è anima viva. L’agenda è già piena di appunti e appuntamenti…dell’anno che deve ancora cominciare. Con l’intento di restituire l’agenda al legittimo proprietario, Jonathan si ritrova a seguire istruzioni e consigli di un perfetto sconosciuto: dire sì ai segni del destino cambierà la vita di Jonathan e non soltanto la sua.

So che da questo breve riassunto poco concreto si intuirà molto poco della storia, ma se vi svelassi ogni dettaglio, tutta la magia sparirebbe.

E adesso cercherò di spiegarvi (e spiegarmi) il perché dei miei sentimenti contrastanti che vi accennavo poco sopra: l’idea alla base del romanzo è molto carina ed accattivante, e la si segue volentieri per capire se le cose andranno come ce le immaginiamo (ovviamente sì). Peccato, però, che questa idea (secondo il mio parere modesto ed assolutamente non richiesto), sia stata buttata lì con un po’ di leggerezza, senza il giusto peso. Avete presente quando siete a lavoro, mancano due minuti alle 20.00, vi resta un’ultima cosa da fare, e cercate di sbrigarvi per togliervi quest’ultima incombenza senza porre la minima cura nei dettagli? Ecco, questa è la sensazione che ho avuto. Sensazione peraltro confermata dagli errori di battitura che ho incontrato qua e là durante la lettura del romanzo.  Un po’ di attenzione in più, sia nella forma che nel contenuto, avrebbe certamente potuto soddisfare le mie aspettative.

Un escamotage a mio avviso molto furbo utilizzato dalla scrittrice, è stato senza dubbio l’utilizzo di frasi fatte e citazioni famose, di quelle che finiscono sul mio “Caro Diario” sotto la categoria “Senso della vita”:

“Non si possono aggiungere più giorni alla vita, ma si può aggiungere più vita ai giorni – Massima cinese”.

Oppure

“Esistono solo due giorni all’anno in cui non si può fare niente. Uno è ieri, l’altro è domani”

E’ presente inoltre un rimando continuo alla famosa “Legge di attrazione”  (per chi non sapesse di cosa sto parlando, lascio qui un link per curiosare in proposito:La legge di attrazione), che negli ultimi anni sta più che mai prendendo piede in tutto il mondo. Il riferimento più esplicito è probabilmente questo:

“Ogni volta che dirigiamo i nostri pensieri su ciò che desideriamo, la probabilità di ottenerlo è molto più forte di quando continuiamo a prendercela con le cose che non vogliamo. Perché noi dirigiamo la nostra attenzione proprio su quelle cose che vorremmo evitare”.

Potrei continuare per una buona mezz’ora a riportare citazioni famose e non, tratte da questo romanzo, ma non ne sento la necessità, e sono certa che non la sentiate neanche voi.

L’idea che mi sono fatta di questo racconto, è che si tratti di un racconto molto “furbo”, creato ad hoc per vendere molte copie più che per rimanere nella storia. Non mi sento di dare un giudizio in merito; ognuno è libero di scrivere come e per quello che gli pare, che siano i soldi, la gloria, o la mera soddisfazione personale.

In definitiva, mi sento di consigliare questa lettura solo nel caso in cui abbiate voglia di qualcosa di leggero e affatto impegnativo, in un momento della vostra vita in cui possiate essere tolleranti nei riguardi di scenette poco realistiche ed errori di battitura.

Buona lettura.

Memorie di una Geisha – Recensione

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Memorie di una Geisha – Arthur Golden

 

Erano anni che aspettavo il momento giusto per leggere questo libro, e finalmente, non so per quale ragione, finalmente è arrivato. Come e perché le storie di certi libri arrivino a noi proprio nei momenti più opportuni, resterà sempre un mistero.

L’attesa di questo romanzo è stata largamente ripagata, ma c’è un però. Purtroppo, proprio mentre leggevo la prima metà del libro, sono incappata nella pubblicità del film tratto proprio da questo romanzo, e la tentazione è stata così forte che non ho potuto far altro che cedere, mettere sul Canale 8 e guardarlo in preda ad una feroce curiosità. Questo ha significato conoscere l’intera vicenda (finale incluso) in poco più di un’ora, e tutto questo moltissime ore prima che potessi terminare la lettura. E’ stato un errore di gioventù che non credo ripeterò; anche perché, proprio a causa di questa debolezza, mi sono privata della curiosità che solitamente mi accompagna pagina dopo pagina, e mi sono sobbarcata una fatica immane oltre alla smania di arrivare presto alla fine per cominciare un nuovo libro di cui non conoscessi già il finale. Mi è dispiaciuto davvero, ma debolezze a parte, ho davvero amato moltissimo questo libro. Adoro il modo in cui è stato scritto, l’abbondanza di dettagli, le metafore assurdamente nitide e azzeccate usate dall’autore. Pur trovandomi di fronte ad un mondo a me totalmente sconosciuto, grazie a poche chiare immagini ho trovato la chiave per accedervi e sentirmi a mio agio, come se invece, quel mondo, lo conoscessi da sempre. E’ una sensazione strana, che non so spiegare con precisione, ma non credo ce ne sia bisogno: sono certa che se avete letto (o leggerete) questo libro, sapete (o saprete) esattamente di cosa sto parlando.

Ad ogni modo, tralasciando il racconto dei voli pindarici tra i miei pensieri, vi vado a narrare brevemente la storia (senza ovviamente svelare niente che possa togliervi la curiosità 😉

Memorie di una Geisha è il racconto fatto in prima persona della piccola Chiyo, una bambina dagli occhi color ghiaccio che vive a Yoroido, una cittadina di pescatori. A causa della povertà e della malattia della madre, Chiyo e sua sorella vengono vendute e condotte a Gyon, uno dei maggiori quartieri del piacere a pagamento del Giappone.

Dopo un primo periodo passato a lavorare come domestica in una casa per appuntamenti, Chiyo si ritrova inaspettatamente lungo il sentiero arduo e tortuoso che potrebbe condurla a diventare una geisha. Grazie all’aiuto di Mameha e ad una rigida disciplina, anche se non senza impedimenti, Chiyo si trasformerà in Sayuri, una delle donne più desiderate di Kyoto.

Hatsumomo, quella che fino ad allora era stata considerata la perla del quartiere di Gyon, farà di tutto per screditarla ed ostacolarla.

Ci saranno momenti in cui Sayuri penserà di non riuscire a diventare una geisha, altri in cui capirà di non poter scegliere per se stessa, altri ancora in cui sarà soltanto grazie al pensiero del “Presidente” che potrà dare una direzione esatta alla propria vita. Sullo sfondo, intanto, si avvicina pericolosa e inarrestabile la guerra che non risparmierà neppure l’okiya.

Per dare vita alla protagonista, Golden si è ispirato alla geisha Mineko Iwasaki, con la quale ebbe tuttavia un’accesa controversia: essa accusava Golden di perpetuare il mito comune delle geishe come prostitute d’élite, mentre affermava che nella realtà le geishe non sono altro che artiste altamente preparate, dedite al ballo e al canto.

Golden ha senza dubbio dato seguito all’immaginario collettivo sul mondo delle geishe, ma ciò non toglie nulla all’eleganza irresistibile di questo romanzo. Entrare in contatto con questo universo parallelo, è come star seduti sulla bocca di un vulcano addormentato ma, al contempo, sentire sotto la terra, sotto ai piedi, qualcosa che ribolle, che vive e pulsa, come il cuore di una geisha sotto i tanti strati di fruscianti kimono. Pur collocandosi in una precisa epoca storica, ho trovato Memorie di una Geisha  un racconto senza tempo, una memoria accurata di una realtà che vive di rituali e tradizioni millenarie e che riesce ad impressionare ed emozionare.

Visto che davvero non so, con le mie parole, essere persuasiva, tutto ciò che posso fare per darvi un assaggio di questo romanzo è regalarvi alcune delle mie citazioni e “immagini” preferite. Buona lettura!

“Il rimpianto è un tipo di dolore molto particolare; di fronte a esso siamo impotenti. E’ come una finestra che si apra di sua iniziativa: la stanza diventa gelida e noi non possiamo fare altro che rabbrividire. Ma ogni volta si apre sempre un po’ meno, finché non arriva il giorno in cui ci chiediamo che fine abbia fatto”


“Le avversità somigliano a un forte vento, che non soltanto ci tiene lontani dai luoghi in cui altrimenti saremmo potuti andare, ma ci strappa anche di dosso tutto il superfluo cosicché in seguito ci vediamo come realmente siamo, e non come ci piacerebbe essere”


“Le avversità possono essere superate solo immaginando come sarebbe il mondo se i nostri sogni finalmente di avverassero”


“Ma non pensavo a nulla di tutto ciò; anzi, non ragionavo affatto, tentavo soltanto di riordinare almeno in parte i miei pensieri, perché mi cadevano addosso come chicchi di riso che franassero da un sacco bucato”


” Non avrei mai raggiunto Zucca se lei non fosse stata così sfinita da non poter fare altro che vagare per strada alla velocità con cui il fango scivola giù da una collina e più o meno con la stessa determinazione”


” non credo che nessuno di noi possa parlare del dolore finché non ne è fuori”

Quando l’amore (NON) può tutto.

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“Qualcuno ha detto che nel momento in cui ti soffermi a pensare se ami o meno una persona, hai già la risposta.”

Carlos Ruiz Zafón, dal libro L’Ombra del vento

 

 

Ho letto il ibro ‘L’Ombra del vento’ talmente tanti anni fa che non ne ricordo neanche la trama; però questa frase mi è rimasta impressa sin da allora, probabilmente perché mi ha fatto subito un po’ paura.

Sono stata innamorata della stessa persona per molti anni, tanto da dare per scontato che sarebbe stato per sempre. E quando poi ho inconsciamente iniziato a mettere in dubbio “questo nostro grande amore”, mi sono contemporaneamente scoperta a cercare di affossare ogni dubbio, ogni pensiero, a far finta che tutto andasse bene. Ero terrorizzata dall’incertezza che sentivo crescere nella mia testa, andare giù fino alla gola e bloccarsi lì, senza trovare vie di fuga, senza riuscire a trasformarsi nella domanda:”sono ancora innamorata?”.

Per anni sono andata avanti per inerzia, col prosciutto sugli occhi, tenendomi impegnata con nuove esperienze e nuovi hobby. Ho fatto di tutto per non lasciare terreno fertile a quell’incertezza, ma alla fine ha attecchito, è cresciuta ogni giorno di più, e alla fine quella domanda ho dovuto farla.

La risposta, contrariamente alle mie paure, è stata:”Sì, sono ancora innamorata”. Me lo diceva lo stomaco, che si stringeva ad ogni sguardo, me lo diceva il cuore, che mi faceva sentire bene dentro ad ogni abbraccio. Peccato solo che quegli sguardi e quegli abbracci fossero davvero rari, e fortemente cercati soltanto da me.

È stato deprimente scoprire che l’immenso amore che sentivo di provare, non era sufficiente a salvare quel rapporto. Ed è stato ancora più triste rendersi conto di quante stronzate avevo fatto fino a quel momento in nome dell’amore. È stato disarmante, foglio e penna alla mano, scoprire quante poche ragioni avessi per restare, e quante invece mi spingessero chiaramente ad andar via.

Per amore avevo preso decisioni che mi avevano fatto male, mi ero lasciata plasmare secondo un irreale ideale di donna e fidanzata, avevo violentato la mia essenza pur di rendere felice chi avevo accanto.

Per 29 anni ho sognato la vita da favola, il principe azzurro, il “vissero tutti felici e contenti”; per 29 anni ho difeso la mia convinzione per cui “l’amore tutto può”. Oggi, ho capito che l’amore può tanto, ma non può tutto, e sostenere il contrario, per me, equivale ad illudersi e mentire a se stessi. Per quanto mi riguarda, non ne sento davvero il bisogno.

 

 

Qui, altri articoli del mio Baule da Viaggio.