L’ultima poesia

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Ci sono momenti in cui mi sento infinitamente sola, in cui mi sento un’aliena di un mondo lontano caduta per sbaglio sulla terra; so di avere una famiglia, di essere stata bambina ed esser pian piano diventata grande, ma purtroppo non ho molti ricordi legati alla mia infanzia; ho una sorta di vuoto cosmico che mina fortemente il mio senso di appartenenza a questo mondo. Mi torna alla mente un solo episodio dell’ultimo anno di asilo (quando cascando all’indietro da una panca mi trovai con le labbra sulle labbra di un bambino col caschetto biondo), e poi soltanto l’incubo sfuocato delle scuole elementari. Però una cosa che ricordo bene c’è: quando tornavo a casa e i cartoni animati finivano, amavo chiudermi al sicuro dentro di me, tra le mura della mia anima, con davanti il quadernino delle mie poesie. Non c’era niente che mi emozionasse di più di una matita con una punta ben fatta e un foglio di carta bianco tutto da riempire. In quei momenti mi sentivo felice, potente, emozionata. Purtroppo, però, quelle poesie riesco a ricordarle solo vagamente: parlavano di luci, di ombre, di sfumature e silenzi. Non ne ho conservata nessuna, perché quando si è piccoli non si ha molta cura delle cose; si ha solo bisogno di prendere il momento, impiastricciarlo e giocarci fino a quando non lo si è stropicciato per bene. Poi tutto ricomincia daccapo.

Un’altra cosa rimasta vivida nella mia memoria, è il momento in cui ho scritto l’ultima poesia.

Era l’estate della prima media. Tra meno di una settimana sarebbe ricominciata la scuola, e avrei dato qualsiasi cosa per spezzare l’ansia del rientro; tutto tranne la sua vita: “Valentina è morta. Era al mare coi genitori, ha avuto un attacco d’asma fortissimo, non aveva con sé le sue medicine e l’ambulanza non ha fatto in tempo a rianimarla”. Sul subito pensai soltanto “che stupido scherzo”, come se il mio cervello di ragazzina non potesse neanche concepire la morte di una persona. Che concetto astratto che era allora per me la morte.

Quando mi resi conto che era tutto dannatamente reale, il massimo che la mia anima destabilizzata riuscì a partorire fu la consapevolezza che non avrei più visto quella splendida bambina bionda al banco in seconda fila ; non avrei più visto i suoi occhi azzurri e sereni che tanto invidiavo, o l’angioma a forma di cuore disegnato sulla sua guancia. La semplificazione estrema di un disagio che ancora non intuivo neanche lontanamente.

Rientrati in classe, i professori chiesero ad ognuno di noi compagni di scrivere una poesia per lei: la più bella sarebbe stata letta durante i suoi funerali.

Io, che ero stata sempre timida e riservata, non volevo che la mia poesia “vincesse”. Non c’era nessuna vittoria da portare a casa da una disgrazia simile. E allora scrissi solo per lei, come se lei fosse ancora seduta a quel banco in seconda fila. Quaranta minuti mi furono sufficienti a versare tutte le lacrime necessarie a sciogliere il groppo che avevo in gola. L’inchiostro blu di qualche parola si era trasformato in una macchia tonda dai bordi frastagliati, ma l’insegnante riuscì comunque a leggere la poesia fino alla fine.

“Bravissima. Una poesia bella ed emozionante che potrà dare voce alla nostra sofferenza, e che ci permetterà di raccontare quanto fosse speciale Valentina per tutti noi. Se te la senti, sarai tu a leggerla in chiesa”.

“Professoressa…preferirei di no.”

“Prof, se è d’accordo la leggo io. Valentina era la mia amica del cuore”

“D’accordo, allora la leggerai tu Daniele”.

Durante i funerali Daniele si incamminò verso l’altare con la testa bassa, il viso affranto ma allo stesso tempo fiero del momento di gloria che avrebbe vissuto di lì a poco. Tutti i partecipanti al funerale piansero senza sosta mentre le parole della mia poesia scorrevano semplici e strazianti come solo la morte di una bimba di 12 anni può essere. Io però, stranamente, non piansi mai. Restai impassibile, in silenzio, covando dentro la fottuta paura che potessero chiamarmi al leggio da un momento all’altro.

D’altronde io avevo già fatto tutto ciò che sentivo di fare: Valentina l’avevo già salutata dal banco in terza fila, lasciando che un pezzetto della mia anima volasse via con lei. Da allora non ho mai più scritto poesie.

 

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