Buttarsi o non buttarsi?

 

perfettaFin da quando riesco a ricordare, intraprendere qualcosa di nuovo ha sempre comportato per me sforzi sovrumani.

Da piccola dovevo sempre chiedere il permesso ai miei genitori; genitori che puntualmente mi vietavano di fare qualsiasi cosa. Non era per cattiveria. E’ solo che hanno sempre avuto una mentalità piccola e chiusa, senza sbocchi verso l’esterno, e senza finestre che permettessero al nuovo di entrare. Allora, se proprio non stavo nella pelle e volevo fare qualcosa a tutti i costi, dovevo cimentarmi in bugie acrobatiche degne del miglior politico moderno.

Spesso riuscivo nel mio intento; altre volte no. E le conseguenze erano sempre molto più dolorose di quanto fosse stato necessario.

Quindi la paura di quelle conseguenze è cresciuta ogni anno di più, e adesso mi ritrovo con l’ansia costante per tutto ciò che è nuovo.

Ha senso farlo? La gente cosa penserà? Sono davvero in grado di intraprendere questa avventura? E se poi sbaglio? Che figura ci faccio?! Va be’, lasciamo stare, tanto sto bene anche così.

La resa diventa ogni giorno più facile, ogni giorno sempre più normale.

E’ a causa di questa ostinazione alla rinuncua che ho buttato nel cesso dieci anni della mia vita. Fortuna che alla fine me ne sono resa conto.

E sono fermamente convinta che non buttarsi, equivalga a buttare via tutta la propria vita.

Accontentarsi, privarsi e negarsi le esperienze che in realtà vorremmo fare, probabilmente ci lascia tranquilli nel nostro bozzolo fatto di routine e normalità. Ma quando quel bozzolo diventerà troppo stretto  e comincierà a scricchiolare, allora dovremo comunque fare i conti con le nostre decisioni passate e, più di ogni altra cosa, col rimpianto.

Visto che da tutto questo sono già passata, sapete che faccio? Io mi butto. Preferisco fallire mentre provo a volare, piuttosto che morire piegata su me stessa, soffocata in un luogo buio e senza aria che, ormai da tempo, non era più il mio posto.

Il male banale

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Qualche giorno fa, intorno alle 8.45, ero in macchina come ogni mattina diretta verso l’ufficio. E come sempre ascoltavo Radio Deejay: adoro il Trio Medusa, perché riesce a farmi ridere come nessun altro, specialmente di prima mattina. Il programma era quasi finito, e uno dei loro ospiti parlava della “banalità” del male, riferendosi alla seconda guerra mondiale e a tutte le atrocità che ha portato con se. In sintesi, spiegava che c’è una forma di male “banale”, che scaturisce dal livello di coinvolgimento delle persone in ciò che fanno:”Lui mi ha detto di fare così, la legge lo dice, io eseguo soltanto, quindi non mi sento coinvolto emotivamente in ciò che sto facendo”.

Così è un po’ riduttivo, ma visto che mi sono documentata a riguardo, vi vado a spiegare meglio. “La banalità del male” è un libro scritto dalla filosofa tedesca Hannah Arendt sul resoconto del processo contro Adolf Eichmann, uno dei tanti nazisti responsabili del genocidio degli ebrei e processati alla fine della seconda guerra mondiale.

La Arendt fu convocata nel 1961 a Gerusalemme come inviata della rivista The New Yorker per assistere al processo contro Eichmann; a lei spettava il compito di osservare da vicino uno dei carnefici che avevano preso parte al terribile piano di sterminio della razza ebrea, al fine di descrivere al mondo quanto quell’uomo fosse crudele e cattivo. O almeno era questo che tutti, la Arendt compresa, si aspettavano di trovare.

Quindi fu una vera sorpresa scoprire che Eichmann era in realtà un uomo mediocre ed insignificante, un semplice funzionario che si era limitato ad eseguire gli ordini che gli venivano impartiti. Era una persona talmente insignificante e priva di empatia, che non si sentiva minimamente coinvolto in ciò che aveva fatto: non percepiva alcun rimorso di coscienza. E questi tratti erano comuni alla maggior parte dei nazisti responsabili dell’Olocausto.

 

Eichmann non provava nessuna emozione, nessun rimorso o rimpianto e si sentiva giustificato dal fatto di essere stato un semplice soldato, un mero esecutore degli ordini che arrivavano dall’alto: non era pensabile, per un buon soldato, criticare o contestare alcunché. Non era pensabile mettere in dubbio un ordine anche solo alla presenza di se stessi.

Tutto quel male feroce e assurdo, che oggi ci appare del tutto immotivato, per quei soldati non era altro che banale dovere esecutivo. La loro coscienza non era minimamente coinvolta in ciò che eseguivano per conto di gerarchie superiori.

E per noi che guardiamo a quegli eventi come all’onta peggiore di tutta la civiltà moderna,  è sconcertante rendersi conto di come una persona riesca a rendere banali le più gravi crudeltà e bestialità, senza sentirsi minimamente coinvolta a livello critico ed emotivo.

Eichmann non provava alcun rimorso di coscienza nel provocare sofferenza, perché sotto il Nazionalsocialismo il male era la legge che regolava il tutto e lui non aveva pensato neanche per un solo istante di infrangere la legge.

La Arendt scrive:

“Restai colpita dall’evidente superficialità del colpevole, superficialità che rendeva impossibile ricondurre l’incontestabile malvagità dei suoi atti a un livello più profondo di cause e motivazioni.

Gli atti erano mostruosi, ma l’attore risultava quanto mai ordinario, mediocre, tutt’altro che demoniaco e mostruoso.

Nessun segno in lui di ferme convinzioni ideologiche o specifiche condizioni malvagie, e l’unica caratteristica degna di nota che si potesse individuare nel suo comportamento fu: non stupidità, ma mancanza di pensiero.”

Mi ha spiazzato comprendere che male non necessariamente va a braccetto con odio e cattiveria. Male può anche essere soltanto incapacità critica.

Altro che rispetto dei canoni estetici e corsa verso la popolarità sui social: ciò che dovremmo promuovere è la capacità critica, la capacità di ragionare con la propria testa e di valutare qualsiasi cosa ci venga sottoposta. Aggiungiamo magari anche un pizzico di empatia, che non guasta mai.
Il mio timore è che queste cose non si possano insegnare: o ci nasci, o non c’è niente da fare. Ma non è detto che non ci sia alcuna speranza: nel dubbio, io proverei.

Made in Italy – Il nuovo film di Luciano Ligabue

luciano_ligabue_made_in_italy_640_ori_crop_master__0x0_640x360Domenica è stata una giornata bellissima. Relax, tempi morbidi, sole caldo. Così, verso le quattro, siamo partiti alla volta del mare per una lunga passeggiata in spiaggia. Ma di questi tempi, non appena il sole comincia a calare, l’umidità si fa sempre più pungente e ti spinge a metterti al riparo, in un luogo caldo e asciutto, anche se dalla spiaggia non vorresti mai venire via.

Così abbiamo deciso di andare al cinema a vedere Made in Italy, il nuovo film di Luciano Ligabue. Confesso di aver visto soltanto uno dei primi due film di Ligabue (giuro che mi rimetterò in pari al più presto), e che il primo, Radio Freccia, mi è piaciuto davvero molto. Confesso inoltre di non aver mai recensito un film in vita mia, e parlare di recensione infatti è totalmente fuori luogo. Quindi diciamo che vi scriverò il mio parere in merito da semplice spettatrice quale sono, una profana del settore che guarda alla sostanza delle cose: mi ha emozionato? E’ valsa la pena spendere 7 euro per andarlo a vedere?

La risposta ad entrambe le domande è la stessa: sì.

I personaggi di Made in Italy sono persone comuni, con lavori comuni e problemi comuni dei giorni d’oggi, ed è stata probabilmente questa la chiave che mi ha permesso così facilmente di entrare in contatto con loro. Ecco molto brevemente la macro storia alla base: Stefano Accorsi, nei panni di Riko, è sposato con Sara (Kasia Smutniak) da molti anni, “forse troppi”. Lavora da sempre in un salumificio in cui anche suo padre ha lavorato, ma giorno dopo giorno percepisce sempre di più l’assenza di  uno scopo, di una speranza per il futuro. La crisi nel frattempo incombe: uno dopo l’altro i suoi colleghi vengono licenziati, e anche per lui mantenere casa e famiglia diventa sempre più complicato. La crisi però non è solo economica: è anche personale e di coppia. Si succedono vicende che fanno crollare le poche certezze con cui si era trascinato avanti fino ad allora, e lì le strade sono due: lottare e ricominciare, oppure arrendersi, fosse anche per sempre.

Non voglio svelare altro della trama…odio quando qualcuno mi rivela più di quanto avrebbe dovuto. Però posso raccontarvi le mie reazioni. Mi sono fortemente immedesimata nelle vite dei protagonisti, tanto da sorridere o star male per loro. Ho pianto, più e più volte: certe scene, supportate dalla giusta colonna sonora, mi hanno mandato in frantumi. Ma c’è una nota dolente proprio per ciò che riguarda la musica, e in merito vorrei dire:”Caro Ligabue, io lo capisco che il film è tuo, che il regista sei tu e che il titolo del film è ripreso paro paro dal titolo di una delle tue ultime canzoni….ma non era indispensabile infilare altre tue canzoni  in scene che non lo richiedevano affatto, solo perchè sono tue.”.

Colonna sonora a parte, ho passato una piacevole ora e mezza. Qualche nota amara in bocca mi è rimasta, ma d’altronde la vita è così: per apprezzarla davvero, serve qualche volta anche cadere e soffrire un po’.

Ps: attori bravissimi.

Ansia

É ufficialmente cominciato il periodo dell’anno in cui vado in ansia per il motivo più stupido al mondo: le mimose sono praticamente già in fiore; riusciranno ad arrivare fiorite fino all’8 marzo? (Come se mi importasse della Festa delle Donne…e poi l’odore della mimosa mi nausea…la torta invece la gradisco molto di più. Ma si sa, l’ansia è così: ti sorprende e non ti molla).

Ti dedico il mio tempo

lab-uj_technikaIn un realtà frenetica in cui anche fare una semplice telefonata a nostra nonna diventa complicato, trovare del tempo per fare ciò che amiamo non è affatto semplice. Tendiamo a correre a più non posso per terminare tutti i “devo” della giornata, e quando arriva la sera siamo troppo stanchi, fisicamente e mentalmente, per fare qualsiasi altra cosa che non sia buttarsi sul divano e guardare passivamente la tv.

Eppure fare ciò che ci piace, anche se non tutti i giorni o con costanza, regala più di quanto una giornata piena di cose non riesce a fare.

Ed in quanto a hobby, io ho soltanto l’imbarazzo della scelta. A volte vorrei potermi sdoppiare per poter fare tutto quello che mi piace. Vorrei leggere, oppure scrivere. Vorrei suonare il piano e cantare, oppure solo ascoltare il nuovo album di Levante. Vorrei stare sul divano a guardare un film accoccolata al mio lui, oppure farmi bella e andare al cinema….che poi con quel buio chi vuoi che se ne accorga se sono truccata o meno.

Al di là dell’elenco che sarebbe interminabile, trovo che fare qualcosa che ci piace riesca a resettarci. Almeno a me fa quell’effetto. Per un’ora o più, sono presente a me stessa, senza scadenze e doveri che mi invadano la testa. E mentre suono o mentre scrivo, sento la mia anima che diventa più spessa, più ingombrante. Ruba il posto ai cattivi pensieri e mi lascia libera di respirare nel mio tempo, nel mio adesso.

Fare qualcosa che ci piace manda un preciso messaggio al nostro io:”adesso mi fermo e ti dedico tutta la mia attenzione. Da ora, nient’altro sarà più importante di te. Ti dedico il mio tempo”.

Più che impegnarci in un hobby, forse si tratta solo di questo: dedicarci del tempo. E’ questo solitamente ciò che do alle persone che amo, e ciò che mi piace ricevere da loro.

 

 

Tu sei bella

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Tra le tecniche consigliate dai manuali che spiegano come accrescere la propria autostima, ce n’è una che ho sempre trovato assurda ma in qualche modo anche affascinante, che consiste nel ripetere una frase bella nei nostri confronti, guardandosi allo specchio.

E’ una cosa che vedo fare spesso nei film e che mi è sempre parsa alquanto ‘stupida’. Eppure, nei tempi bui in cui sono stata costretta ad avvalermi dell’aiuto di una (bravissima) psicologa per sfuggire alla depressione, ho ricevuto da lei il compito di eseguire con costanza questo stesso esercizio.

“Stasera, quando tornerai a casa, voglio che tu ti chiuda in una stanza in cui ti senti al sicuro, dove nessuno potrà disturbarti. A quel punto, mettiti davanti ad uno specchio e, guardandoti dritta negli occhi, ripeti:”Sono bella”. Oppure “Ti voglio bene”.

Ricordo che a queste parole mi venne spontaneo un sorrisetto imbarazzato che subito feci scomparire per paura che la dottoressa mi vedesse. Pensai “no che non lo farò. Ti immagini che cretina, chiusa in bagno davanti allo specchio a dirmi cose che non penso neanche lontanamente? Non fa per me”.

Però della psicologa mi ero sempre fidata: pur non forzando i miei pensieri ed i miei sentimenti, mi portava naturalmente a capire il perchè di certe situazioni, e spesso questo bastava a farle diventare meno cupe e devastanti. Era la prima volta che mi dava un compito per casa, e non volevo deluderla. Quindi, dopo cena, corsi in bagno davanti allo specchio, certa che il resto della famiglia sarebbe rimasto in cucina a guardare la tv.

“Sono bella”, dissi guardandomi negli occhi.

Il primo tentativo fu del tutto fallimentare. Risi e mi sentii stupida oltre che tremendamente imbarazzata. Eppure non c’era nessuno a guardarmi. Come potevo autoconvincermi di qualcosa che non pensavo? O peggio di cui pensavo l’esatto contrario? A questo punto potrei pure autoconvincermi di essere Dio! Perchè no?

Ma provai ancora. Due, tre, quattro volte. E la mattina dopo feci lo stesso.

Probabilmente le mie barriere sono talmente alte e robuste che ci vorrebbero mesi per creare un varco col metodo dello specchio. Devo essere sincera: 14 anni fa, dopo tre giorni di tenativi, mi sono arresa e ho abbandonato l’esercizio. Mi faceva sentire troppo ridicola e non mi sembrava plausibile potermi autoconvincere di qualcosa che non sentissi affatto.

Da allora, ho fatto per anni il madornale errore di credere soltanto a ciò che gli altri vedevano e dicevano di me. Ma adesso so che è sbagliato. Non si arriva mai a capire quanto i pareri delle persone possano essere discordanti, anche su cose piuttosto oggettive e su cui ci sarebbe poco da sindacare. Figurarsi i pareri sul bello, brutto, simpatico, antipatico, socievole, asociale, ecc…

Fra i libri e gli scritti che parlano di questa tecnica, è molto gettonato l’ebook Il potere delle affermazioni, di Louise L. Hay. Non ho ovviamente ancora avuto modo di leggerlo, ma penso che lo farò, anche solo per capire su che basi si fonda questa tecnica così rinomata. Vi terrò aggiornati 😉

 

Qualcosa di buono, dentro te, esiste di certo

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Qualche giorno fa, scrollando distrattamente la home page di Facebook alla ricerca di qualche vignetta divertente, mi sono imbattuta in un articolo interessante che parlava di autostima ed esercizi pratici per volersi più bene in 30 giorni. Si tratta ovviamente di una sfida, che non promette miracoli ne’ altro. Però ho trovato alcuni spunti interessanti che potrebbero sicuramente essere d’aiuto a chi, come me, ha cominciato un percorso di ri-costruzione che spesso e volentieri ama arenarsi per mesi e mesi.

Ma, bando alle ciance, ecco il primo esercizio proposto:

  • Scrivere 2 qualità e 2 due caratteristiche che apprezziamo di noi stessi.

Non appena ho letto le indicazioni dell’esercizio, mi sono subito detta:”cominciamo bene, non so neanche se riuscirò a trovarne uno!”. Ma l’obiettivo è concentrarsi sulla positività anzichè sui soliti, monotoni, tristi pensieri negativi che ci accompagnano ogni giorno.

Quindi è giunto il momento di spremersi le meningi e provare comunque a rispondere alla domanda.

Partendo dalla caratteristiche che apprezzo di me, potrei indicare la curiosità. Mi interessano poco i pettegolezzi e le ‘gossippate, però amo scoprire e capire il perchè delle cose, vedere dove portano, sapere “di più” rispetto a ciò che già so.

E una è andata.

Un’altra mia caratteristica che potrei considerare positiva (nonostante ogni tanto mi dia qualche problema), è sicuramente l’empatia. Mi viene naturale entrare in sintonia con l’anima delle persone, capire quando qualcosa le turba o quanto qualcosa le renda realmente felici. Certo, sicuramente si tratta di un aspetto del proprio carattere su cui chiunque può lavorare, ma a me viene spontaneo da sempre…anche troppo a dire il vero.

E due.

Adesso passiamo alle qualità. Potrei barare e buttarne lì un paio a caso, tanto nessuno lo saprebbe mai, ma voglio essere onesta almeno con me stessa.

E visto che dalle due righe scritte qui sopra sono passati venti minuti senza che riuscissi a cavare un ragno dal buco, sono andata su Wikipedia a cercare un elenco di possibili qualità da cui prendere spunto. Le qualità degli altri saprei dirle al volo, senza neanche pensarci, ma per me la faccenda è molto più ostica.

Ad ogni modo, la lista mi è stata di ispirazione:

il coraggio è una delle qualità che preferisco di me. Di base non mi sento particolarmente coraggiosa, tutt’altro. Mi spaventano i film di paura, i rumori forti, le situazioni difficili, le nuove conoscenze, e molte altre cose. Non so se avete presente Leone il Cane Fifone.

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Ecco, nella quotidianità sono lui fatta persona, ma sempre come lui, quando ce n’è stato bisogno, sono riuscita a tirar fuori un coraggio incredibile, che non mi sarei mai aspettata di avere. Non so quindi se può valere comunque come qualità visto quanto sia saltuaria, ma io ce la metto lo stesso.

Reputo una qualità il fatto di essere molto introspettiva. Ammetto che spesso lo sono troppo, nel senso che potrei prendere tante situazioni con molta più leggerezza, evitando di interrogarmi continuamente e stressarmi di conseguenza. Inoltre spesso mi pongo le domande sbagliate, e non riesco a dare ascolto ai segnali “giusti”, quindi in questo senso devo comunque migliorare. Ma di base trovo che sia una buona cosa riuscire a guardarsi dentro ed ammettere a se stessi le proprie vittorie e i propri fallimenti, oltre che riflettere su situazioni e discussioni per valutare la possibilità di cambiare la propria opinione se ci si accorge che non era giusta.

Ho impiegato circa un’ora a trovare 4 aspetti positivi del mio carattere e della mia persona, quindi adesso mi godo un po’ di meritato riposo fino al secondo esercizio previsto per domani. E le vostre qualità/caratteristiche positive quali sono? So che saprete fare meglio (e prima) di me 😉

 

Quando ero un cane

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Da qualche anno conosco una ragazza che ha aperto un canale YouTube su cui le piace recensire libri, parlare di film e serie tv, e condividere la propria vita privata. Non l’ho mai seguita troppo assiduamente semplicemente perché ho poco tempo libero a disposizione e non mi piace passarlo tutto su Internet. Ma ogni tanto mi piace andare a sbirciare qualche sua recensione perché riesce sempre a strapparmi un sorriso. Però, nonostante io non abbia modo di seguirla quotidianamente, mi sono accorta che da qualche tempo qualcosa in lei era cambiato. A conferma dei miei sospetti, tramite le stories di Instagram sono venuta a sapere che era partita per u posto lontano, pubblicando il video “Come ricominciare”. E quel video mi ha colpito a tal punto che ho avuto voglia di contattarla, di dirle che mi sentivo vicina a lei come mai prima, che le parole che aveva pronunciato potevo averle dette io stessa. Così ci siamo scambiate il numero di telefono e abbiamo condiviso le nostre vicissitudini. Ma i tempi erano discordanti: io ne ero praticamente uscita, lei c’era ancora dentro. La storia è quella di sempre: la vita di una ragazza legata saldamente a quella di un’altra persona, la persona in questione che decide di lasciarla perché non la ama più, lei che non sa che pesci pigliare e aspetta che lui rinsavisca e torni da lei.

La trama che sta alla base delle nostre due storie, è praticamente identica: racconta di una ragazza che soffre, ma che al contempo è fermamente convinta che la persona che ha accanto sia quella giusta. Allora aspetta: aspetta che anche lui si renda conto di quanto è speciale quello che hanno. Lei sa che starà male, che soffrirà durante l’attesa, ma lo ama troppo per dirgli addio; e quindi passa le giornate a pensare a lui, a ricordare i bei momenti passati insieme e a sperare intensamente che lui torni a far parte di questa favola.

Ascoltare il racconto di questa ragazza, mi ha fatto ricordare gli anni in cui passavo le giornate ed i mesi come un cane alla catena, sotto al temporale, sperando che il mio lui trovasse il tempo per farmi una carezza e giocare un po’ con me. Lo seguivo con lo sguardo, lo guardavo lavorare, entrare e uscire di casa, tagliare l’erba del prato, lavare la macchina, andare a trovare sua madre. Quando arrivava sera, speravo che i suoi impegni smettessero di distogliere la sua attenzione da me, ma era sempre troppo stanco e allora andava a dormire. Avrei voluto che mi portasse con se, che mi ammettesse tra i suoi pensieri e mi rendesse parte dei suoi progetti, ma non lo fece mai. Le poche volte in cui ricevevo una sua carezza, mi sentivo così felice che tutta la tristezza accumulata nell’attesa delle sue attenzioni spariva come per magia. Ogni volta che mi era vicino, lo guardavo con occhi così adoranti che la gente intorno pensava: “dev’essere un padrone veramente amorevole, guarda quel cane come lo guarda!” E lui stesso si convinse di essere un padrone eccezionale, di non dover far altro che continuare così. Se non che, dopo anni passati ad aspettarlo, cominciai a sentire il cuore stanco e pesante. Cominciai ad abbaiare, a farmi sentire, a fargli capire che mi sentivo sola e che le sue carezze sporadiche non erano più abbastanza per me (in realtà, non lo erano mai state). Lui rispondeva sempre:”zitta. A cuccia. Adesso non ho tempo per te”. Passarono le settimane, e il mio abbaiare lo faceva infuriare sempre di più. Era stanco di me, e io cominciai a capire che al di là del mondo pieno d’amore che mi ero costruita nella testa, forse non c’era altro. Dal canto suo, lui si limitò a sgridarmi ogni volta che cercavo di comunicare:”cattivo cane! Smetti di abbaiare! Ho altri problemi a cui pensare! “. Avendo la catena al collo, sapeva che non sarei andata da nessuna parte, e questo lo faceva sentire forte. Ma si sbagliava. Un giorno il mio cuore non ha retto più: la consapevolezza che il mio padrone non mi amasse quanto io amavo lui, mi travolse come un uragano, senza possibilità di ripensamenti. Così, una sera, decisi di andare via, e nell’istante esatto in cui presi questa decisione, mi accorsi che l’altro capo della catena che avevo intorno al collo non era legato a niente. Mi sono sentita così stupida da voler sprofondare. Avevo fatto tutto da sola, con la mia testa e la mia fantasia: tutto quel grande amore era solo nella mia mente; nella realtà corrispondeva poco più che ad un sano rispetto reciproco. Decisi allora che me ne sarei andata e che non avrei mai più avuto nessun altro padrone. Avrei cercato un altro cane, tale e quale a me, con cui condividere giochi e passeggiate; un altro cane a cui accoccolarmi dentro la cuccia durante le notti fredde a cui sapevo la vita mi avrebbe ancora sottoposto.

Spiegai a quella ragazza che dipendere affettivamente da un’altra persona aveva quasi distrutto la mia vita; le dissi che in queste situazioni ci vuole coraggio, e che l’unica cosa che possiamo fare è decidere per noi stessi.

Anche se questo non avrà alleviato il suo dolore, spero che le abbia almeno fatto nascere una riflessione nuova. E’ con noi stessi che dobbiamo fare i conti prima di chiunque altro. La sofferenza non si può evitare, ma possiamo imparare dalle nostre cadute, farne tesoro, ed evitare di soffrire di nuovo per la stessa ragione.

Piacere di conoscerti

Questi giorni di festa, sono stati per me giorni di silenzio. Ho tirato le somme di un anno che è stato tanto catastrofico quanto meraviglioso.

È cominciato con la morte di una donna che è stata per me come una madre, ed è proseguito con la decisione di mandare all’aria la mia vita di prima con tutte le sue sicurezze, col divorzio, con l’inganno di quelli che un tempo chiamavo amici. Quante lacrime ho versato; un mare di tristezza solcato da onde rabbiose, furenti, che non hanno lasciato scampo a nessuno. Men che meno a me stessa.

Quando ho riaperto gli occhi, ero distesa sulla riva con i vestiti fradici e strappati, la schiuma copriva le mie gambe per poi rifluire in quel vasto mare stranamente calmo dopo tanta bufera. E proprio sul quella riva, ho trovato qualcuno che mai mi sarei aspettata di incontrare.

Guardando in lontananza, l’ho vista arrivare. Mi sembrava una ragazza, anzi una donna; aveva i capelli lunghi e castani, degli occhi scuri e penetranti, e il sorriso soddisfatto di chi è fiero di se. Più si avvicinava, e più mi sembrava di conoscerla. Mi ha porto la sua mano e mi ha aiutata a rialzarmi. Le ho raccontato quello che mi era accaduto, quello che avevo perso, cosa speravo di trovare. Lei mi ha ascoltato in silenzio, senza proferire parola. Poi mi ha detto soltanto:”sei stata molto coraggiosa. Sono fiera di te”. In quel momento mi sono sciolta e ho ricominciato a piangere, talmente tanto che il mondo attorno diventava sempre più offuscato, fino a sparire. Quando i singhiozzi hanno lasciato il posto ad un respiro limpido e sereno, ho finalmente capito chi era quella donna. Ero io. Era la me che mi abitava dentro da sempre ma a cui non avevo mai dato spazio. Ho temuto per anni che avrebbe potuto mettermi in ridicolo, che mi avrebbe fatto perdere le persone che amavo se solo le avessi lasciato fare, che non mi avrebbe permesso di attenermi al rispetto delle aspettative altrui e delle regole sociali.

Ma in quel momento tutto ciò che avevo sempre pensato, si è dissolto come la nebbia quando arriva il sole ad asciugarla. Ho semplicemente sorriso e detto a me stessa:”ti prometto che ce la metterò tutta per non tradirti mai più. D’ora in poi siamo una squadra, e lotterò affinché tu possa esprimerti ed essere felice”.

È così che comincio il nuovo anno. Con la consapevolezza di essermi “ritrovata” (non senza il prezioso aiuto del ragazzo che ho accanto), e con il buon proposito di rendere felice me e le persone che amo. Nient’altro avrà importanza per adesso; il resto del mondo dovrà aspettare ancora un po’, giusto il tempo di prendere confidenza con me stessa e diventare più forte.

Auguro un felice nuovo anno a tutti voi.

Tanti auguri a me

Breve storia triste:

Oggi è il giorno di Natale. E si da il caso che sia anche il giorni del mio Compleanno.

Tanti auguri di Buon Natale a tutti voi 🎄